lunedì 9 luglio 2012

Statali, ovvero la cattiveria dei poveri


Il lavoro, aldilà della sua funzione di riproduzione delle dinamiche del capitale, e della sua rappresentazione più diretta dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, può essere considerato una categoria etica indipendente dalle dinamiche sociali. L'attaccamento al lavoro insomma è la manifestazione di una moralità intrinseca, che prescinde dalla valenza sociale e politica del lavoro stesso. 
Quelli della generazione di mio padre, come ho avuto di dire in altre occasioni, consideravano il lavoro come una benedizione e come un dovere imprescindibile. Mio padre bancario non ha mai saltato un giorno di lavoro se non quando si è ammalato seriamente e non ha mai pensato che lavorare in banca significasse essere un servo del capitale. Il lavoro era lavoro e basta. 
L'esempio estremo di questa concezione dell'etica del lavoro ce lo offre il servo fedele di Fëdor Pavlovič, il vecchio Karamazov, Grigorij, che considera la fedeltà al padrone, malgrado le sue nefandezze, come un valore assoluto, e allo stesso tempo considera un'ignominia il venir meno al proprio dovere di servitore. Un po' come un samurai che fa del servire un padrone lo scopo della sua esistenza e della sua realizzazione umana, proprio in forza della purezza assoluta del gesto, indipendente dalle qualità morali del padrone che si è trovato a servire e sufficiente a se stesso. Il dovere per il dovere.
Cosa c'entra tutto ciò con gli statali è presto detto. La maggioranza degli statali lavora sodo e con il suo lavoro fa muovere la macchina dello stato. Senza gli statali sarebbe la paralisi di qualsiasi attività amministrativa. La paralisi totale dello stato insomma, e se consideriamo il welfare nel suo complesso, la morte di qualsiasi garanzia di sicurezza. Oggi però, diversamente da ieri, una parte degli statali e dei lavoratori in generale ha smarrito il senso di un'etica del lavoro, vuoi per l'indebolirsi in sé della fibra morale della società, vuoi per il rifiuto ideologico del lavoro stesso, rifiuto spesso usato goffamente come alibi, senza distinzione fra il lavoro come sfruttamento e il lavoro come auto-realizzazione. A tutto ciò va aggiunto che la forte spinta al consumo, indotta dalla pervasività di modelli di comportamento sociali veicolati dai media e la gratificazione personale ridotta alla pura fruizione di merci, pone il lavoro come un fastidio necessario e mal tollerato, una pausa greve, che si frappone fra la tua brama di consumo e la merce. 
E' vero alcuni comportamenti degli statali, come di tutta la classe lavoratrice sono sgradevoli: timbrare il cartellino e poi darsi alla macchia, fare straordinari fasulli per raggranellare qualche lira, mettersi in malattia in giorni strategici per andare in vacanza, fare male il prorpio lavoro scaricandone il peso su altri, timbrare al posto del collega assente ecc. ecc. sono cose irritanti per chi possiede un minimo di etica. Potrei andare avanti a lungo, ma non servirebbe a nulla. Sappiamo tutti di cosa stiamo parlando. Stiamo parlando unicamente delle cattiverie dei poveri. Granelli di polvere in un mare di sabbia. Al confronto delle cattiverie dei ricchi queste cattiverie fanno persino sorridere. Il fatto è che i ricchi odiano i poveri, li hanno sempre odiati, li considerano una massa di fannulloni oziosi, ignoranti e neghittosi, che trascorrono il proprio tempo a bearsi nell'inedia o a trastullarsi con le proprie bassezze. Gentaglia che ti striscia ai piedi giurandoti amore e rispetto, ma pronta a pugnalarti alle spalle se poco poco cadi in disgrazia. Questa feccia tecnocratica che ci governa è l'esempio lampante di quest'odio. Sono sempre gli stessi, anche se cambiano le facce e le epoche. Sono i ricchi liberali, gli stessi che hanno considerato e considerano tuttora un dovere colonizzare i selvaggi, specie se hanno la faccia nera, così come considerano un dovere educare i poveri ad una sana moralità, moralità dalla quale ovviamente essi sono esentati.
“Se dessimo un reddito di cittadinanza agli italiani se lo spenderebbero in pastasciutta”. Queste parole descrivono l'odio e il disprezzo dei ricchi verso i poveri meglio di qualsiasi trattato. Ed è così che gente malvagia, che considera la libertà di arricchire come il bene supremo e incondizionato e la proprietà come un legittimo trofeo di chi è più forte e si crede più intelligente, è così che questa gente si attacca alla cattiveria dei poveri come pretesto per smantellare tutte le conquiste che gli stessi poveri hanno ottenuto in secoli di lotte sanguinose, e per rintuzzare il loro potere, sempre eccessivo a parere dei ricchi. Che si credono questi, che il lavoro è un diritto, mangiare, avere una casa, divertirsi, amare è un diritto? No, tutto costa e quindi tutto va guadagnato, eppoi ognuno a casa sua senza disturbare, che la feccia non imbratti il paesaggio. 
I ricchi fanno schifo e non ho ritegno a dirlo, né ho il timore di essere ritenuto una sorta di giapponese imprigionato nel novecento. Mi duole soltanto sentire i lavoratori del settore privato compiacersi se gli statali vengono bastonati, facendo il gioco di questi governanti infidi: "perché dobbiamo togliere garanzie e diritti solo ai lavoratori del privato? Non è equo, giusto?", disse la strega cattiva, e i poveri si fecero la guerra.
E' per questo motivo che difendo la cattiveria dei poveri, anche se non mi piace. (F.C.) 


Ecco i nodi da sciogliere per salvare l’euro



di Federico Rampini da Repubblica, 9 luglio 2012
 
I mercati non ci hanno creduto, riportando alle stelle i tassi d’interesse sui titoli di Stato spagnoli e italiani? Perché? Quali promesse non sono state mantenute? Quali sono i veri nodi che fanno dell’eurozona un malato grave, capace di contagiare il mondo intero? Si può curare un problema strutturale – come la perdita di competitività dell’Italia verso la Germania – con escamotage d’ingegneria finanziaria? E che accade se la recessione dell’eurozona coinvolge pesantemente Stati Uniti e Cina?

LA FINTA RESA DELLA MERKEL
Non solo i media italiani – che hanno l’attenuante dell’amor di patria – ma quelli del mondo intero avevano preso per buona la versione iniziale: “Mario Monti piega Angela Merkel”. Sembrava che il 29 giugno un inedito fronte italo-franco- spagnolo avesse messo la Germania con le spalle al muro portano a casa due risultati importanti. Uno “scudo anti-spread”: la facoltà di usare il fondo salva-Stati per interventi sistematici di acquisto di bond spagnoli e italiani, con l’obiettivo di fissare un tetto massimo allo spread, limitando così il costo di rifinanziamento del debito pubblico nei due paesi in questione. Il secondo risultato era la ricapitalizzazione diretta delle banche spagnole, sempre da parte del fondo salva-Stati, senza far transitare gli aiuti dalle casse del Tesoro di Madrid. Onde evitare di gonfiare ulteriormente il debito pubblico spagnolo. I mercati hanno capito per primi che le due “vittorie” erano fasulle. Un po’ perché la Merkel ha giocato una seconda partita su un campo diverso: mandando avanti la Finlandia e l’Olanda con minacce di veti sull’accordo del 29. Un po’ perché la cancelliera
rischia di perdere pezzi della sua coalizione: la Csu bavarese non ci sta proprio ad aiutare il Sud dell’eurozona così generosamente. E un po’ per dei limiti tecnici che erano stati sottovalutati all’inizio. Da qui deve ripartire l’Ecofin di oggi.

SCUDO ANTI-SPREAD
Monti aveva messo le mani avanti, subito: “Non ne avremo bisogno, non lo useremo”. Ma dal 29 i tassi italiani hanno ricominciato la loro escalation, i mercati li spingono sempre più su, mentre quelli spagnoli sono di nuovo vicini al 6%. Il 7% è considerato la soglia di rischio, quella dove il rifinanziamento del debito pubblico può diventare insostenibile. Cos’è accaduto? Gli investitori internazionali hanno fatto due conti. Anche ammesso che si superi il veto della Finlandia, anche ammesso che l’attuale fondo salva-Stati venga usato per comprare i nostri titoli, di “risorse vere” a disposizione ha grosso modo 100 miliardi di euro: un’inezia rispetto all’entità del debito pubblico italiano e spagnolo. L’unica “potenza di fuoco” davvero in grado di arginare la sfiducia, di spegnere per sempre la speculazione, è la “soluzione svizzera”. Cioè la potenza messa in campo dalla banca centrale elvetica, quando ha deciso di mettere un tetto alla rivalutazione del franco: si è detta disposta a stampare moneta in quantità illimitata, vendendo franchi svizzeri a volontà. Se la Bce annunciasse che stamperà euro senza limiti per comprare Bot italiani e bond spagnoli, nessuno potrebbe contrastarla. Ma la Bce non può farlo, è contro regole e statuti attuali, e una revisione della sua Costituzione dovrebbe passare da Berlino. Impossibile allo stato attuale.

AIUTI ALLE BANCHE SPAGNOLE
“E’ essenziale spezzare il circolo vizioso tra debiti bancari e debiti sovrani”. Lo dice la Commissione europea, lo ripete il Fondo monetario internazionale, sono d’accordo Monti e François Hollande. Se per salvare le banche spagnole i 100 miliardi di aiuti promessi dall’eurozona vengono prima prestati al governo di Mariano Rajoy, l’impatto contabile è automatico e disastroso: un balzo del debito pubblico spagnolo che rende pressoché inevitabile il defaualt della nazione, e chiama in causa un salvataggio dai costi multipli rispetto a Grecia, Irlanda, Portogallo. Ma la Merkel ha posto una condizione: gli aiuti diretti dall’Europa alle banche in crisi si faranno solo quando avremo costruito una vera unione bancaria, con una vigilanza comune. Ha ragione? Certo è logico, quando si chiede a un paese come la Germania di salvare banche altrui, che possa mettere il naso sul modo in cui sono gestite. Le casse di risparmio spagnole sono state uno strumento di prestiti clientelari, hanno elargito fondi per comprare il consenso a favore della classe politica locale. Anche certe banche regionali tedesche non sono state amministrate in maniera efficiente né cristallina. Ma per costruire una vigilanza europea seria e severa, bisognerà “passare sui cadaveri” (figurativamente) di tante authority nazionali che hanno boicottato i tentativi precedenti. Se ne parlerà nel 2013, dicono a Bruxelles. Intanto le banche spagnole vanno salvate subito, entro pochi mesi.

PERDITA DI COMPETITIVITÀ: LA MALATTIA STRUTTURALE
La “spending review” in atto in Italia non ha spostato di un millimetro il giudizio dei mercati su di noi. Tantomeno i nuovi sacrifici annunciati in Spagna, dove tutte le aziende municipalizzate vengono riportate sotto un controllo stringente con l’obbligo di pareggio di bilancio. Nessuna di queste manovre di austerità aggredisce il nodo di fondo. Che si riassume in un dato dell’Ocse: dalla nascita dell’euro, l’Italia ha perso il 30% di competitività verso la Germania. I nostri costi sono saliti in modo tale da renderci sistematicamente perdenti, in ogni settore in cui dobbiamo confrontarci con la concorrenza degli esportatori tedeschi. Non è un problema limitato a noi, ai greci o agli spagnoli. Ieri le imprese francesi hanno lanciato un drammatico appello a Hollande chiedendogli una “curashock per la competitività”: anche loro sono allo stremo, nei confronti del made in Germany.

COMPETITIVITÀ SENZA SVALUTAZIONE?
La via tradizionale per riaggiustare i divari di competitività è la svalutazione della moneta. L’Italia lo fece, le ultime due volte, nel 1992 e nel 1995 in modo massiccio. Più di recente ha potuto farlo l’Islanda. L’isolotto nordico era stato tramortito dalla crisi del 2008. Oggi ha un Pil che cresce del 2,4%, più di quello tedesco, e una disoccupazione scesa al 6%, meno di quella tedesca. In mezzo c’è stata una svalutazione del 50%, il fallimento di varie banche, e una restrizione dei movimenti di capitali. Tutte misure precluse all’Italia o alla Spagna, dall’appartenenza all’eurozona. Non potendo svalutare la moneta, l’altra strada per recuperare competitività è la “svalutazione interna”. Cioè una deflazione di tutti i costi nazionali: salari, tariffe, prezzi. Auto-riducendo il proprio tenore di vita, e il proprio potere d’acquisto, si può ottenere lo stesso risultato di una svalutazione: i prodotti nazionali tornano ad essere competitivi. La Germania fece una – moderata – deflazione interna dopo gli anni Novanta per riassorbire i costi della riunificazione, con la rinuncia ad aumenti salariali. Ma una deflazione del 30% è realistica, senza che l’impoverimento provochi una tensione sociale insostenibile?

DEMOCRAZIE IN PERICOLO?
Che la crisi possa dilaniare il tessuto civile, spezzare il patto sociale, destabilizzare le democrazie, non è un’ipotesi remota legata ai paragoni storici con gli anni Trenta. E’ quello che sta accadendo sotto i nostri occhi, alla periferia dell’Europa. Prima l’Ungheria, oggi la Romania, hanno registrato un arretramento dei diritti democratici. Gli autoritarismi che avanzano nelle aree dove la tradizione democratica è più debole, sono un campanello d’allarme. Paradossalemte sembra preoccuparsene più l’America di Barack Obama dell’Unione europea.

DEFLAZIONE SENZA CRESCITA
Il percorso della “svalutazione interna”, cioè l’autoriduzione dei salari per recuperare competitività, è meno doloroso se viene trainato da mercati esteri in forte crescita. La moderata deflazione tedesca attraverso il controllo dei salari, praticata soprattutto durante il governo Schroeder, fu facilitata dal fatto che coincideva con un periodo di crescita globale: il traino esterno consentì di attutire i costi sociali. Ma oggi la recessione che attanaglia nell’eurozona contagia il mondo intero. Gli Stati Uniti sono incappati in un intero trimestre di “crescita anemica”: è di venerdì il dato deludente di soli 80.000 posti di lavoro creati a giugno. A Pechino il premier Wen Jiabao denuncia “forti pressioni negative sull’economia cinese”, il più grave segnale di allarme per il dragone asiatico dal 2008. Wen chiama in causa esplicitamente l’euro-recessione. E’ l’effetto moltiplicatore keynesiano alla rovescia: noi importiamo meno da loro, di conseguenza loro hanno meno reddito per importare da noi.

SECESSIONE TEDESCA?
L’idea che la Germania “sarà costretta a salvarci comunque” è un luogo comune diffuso a Roma, Atene, Madrid. I tedeschi hanno troppo da perdere dalla rovina dei loro mercati di sbocco? Ma Alessandro Penati sabato su queste colonne ha dimostrato che è già in atto una “secessione” tedesca, una ridislocazione dei flussi dell’export verso l’area nordico- germanica, e altre zone del mondo. Come sbocchi per l’industria tedesca Austria e Belgio contano ormai quanto Italia e Spagna. L’Asia conta sempre di più.

L’INCOGNITA AMERICANA
Il prezzo peggiore gli europei rischiano di pagarlo facendo perdere le elezioni a Obama. Lo stato dell’economia americana è l’handicap numero uno per la rielezione del presidente democratico. Se lui perde il 6 novembre, alla Casa Bianca avremo…Herbert Hoover. La politica economica promessa dal repubblicano Mitt Romney – tutta tagli di spesa – è una replica di quella che applicò il repubblicano Hoover contribuendo a innescare la Grande Depressione nel 1929. Una nuova recessione americana sarebbe il colpo di grazia anche per noi.


sabato 7 luglio 2012

Le frasi giuste per sfondare in un salotto buono targato Pd

di Matteo Pucciarelli da Micromega
 
Se non riuscite a cambiare il Paese e anzi il Paese sta cambiando voi, non fatevene un cruccio. Cambiate pure e puntate alla scorciatoia, datevi da fare. Avete il futuro davanti, cari giovani. E un partito, un grande partito, sempre pronto ad accogliervi: basta che vi troviate la giusta collocazione. Con un po’ di furbizia e qualche frase di rito è possibile, anzi è inevitabile, entrare nel giro che conta. Quello del Pd che, al Potere, gli dà del tu (astenersi giovani turchi). In tempi di feste democratiche sparse per l’Italia, le occasioni per mettervi in luce fioccheranno. Ecco qui una serie di benevoli e intelligenti consigli per fare un figurone con i notabili democrats. Avvertenza: le frasi vanno utilizzate per filo e per segno, anche nella punteggiatura.
1. «La Fornero si è dimostrata una riformista vera, pazienza se è impopolare, le riforme autentiche lo sono sempre». È una dichiarazione banale, ma serve a mettere i puntini sulle “i”. Solo lodando la Fornero si può far intendere ai commensali di essere affidabili, pronti al sacrificio per il bene del Paese e con la giusta dose di “modernità” addosso. Ma non spingetevi oltre cercando di dare un senso logico a una frase del genere, perché risulterete perdenti. Fateci caso: nessun big del Pd è ancora riuscito a farlo, e mica potete credervi migliori di D’Alema già al primo incontro.
2. «Marchionne è un modernizzatore, con Obama si stimano un monte». Il richiamo al presidente Usa è fondamentale, conferisce un’aurea magica a qualsiasi baggianata; non toccate per nessun motivo al mondo la questione Fabbrica Italia – promesse mancate, non è elegante; però se riuscite ad aggiungere «con la frase del folklore sulla sentenza pro-Fiom è stato duro, ma in fondo ha ragione» senza sentirvi dei vermi avete fatto bingo. Penderanno dalle vostre labbra.
3. «Siamo un Paese paralizzato dalla casta dei sindacati. Dicono sempre di no, e oltretutto scioperano sempre il venerdì, guarda un po’». Prima una denuncia durissima contro il vero potere forte italiano (la Cgil, anzi la Fiom, lo sanno tutti), poi una sagace osservazione su quegli scansafatiche col posto fisso. State andando fortissimo, cominciano a stimarvi.
4. «Io credo molto nella vocazione maggioritaria. Però un accordo con l’Udc ci può anche stare. Serve serietà, mica vorrete i ministri di lotta e di governo?». È da queste dichiarazioni che si intravede lo statista che c’è in voi. Ricordare, se possibile, che a fare cadere Prodi nel 2008 fu Rifondazione Comunista. Naturalmente non è vero, ma nessuno vi smentirà e anzi, sarà l’occasione giusta per insultare i cachemire di Bertinotti scordandovi delle tangenti a Penati e dei furti di Lusi.
5. «Ieri sul Post c’era un’ottima analisi di Luca Sofri secondo cui…». La frase può continuare come vi pare, andate a braccio ma non vi emozionate troppo: avrete tutti gli occhi addosso. Ricordarsi due o tre dizioni, è vitale: «contro ogni conservatorismo», «la questione è un’altra», «è il tempo della responsabilità». L’unica raccomandazione è non parlare di fatti e idee concrete perché da quelle parti non sono gradite, e in più rischiate un richiamo dal Fondo Monetario Internazionale portato via lettera da Napolitano in persona.
6. «Diciamo la verità, le eccessive tutele dei nostri genitori ci hanno tarpato il futuro». È il vostro momento, gli applausi sono vicini, per il momento fate incetta di pacche sulla spalla. Rimembrate che vi state riferendo alle pensioni di maestri, impiegati, dipendenti pubblici, operai specializzati, gente da 1400 euro al mese: i vostri stessi padri, insomma. Ma non pensateci, tanto a casa vi vogliono bene lo stesso anche se li pugnalate alle spalle. E soprattutto, non fatevi prendere la mano come dei piccoli Che Guevara: voi NON state parlando (né siete autorizzati a farlo) delle 100 mila pensioni d’oro che si aggirano per il Paese – e che ci costano 13 miliardi l’anno.
7. «Che tristezza i miei amici che leggono il Fatto e pensano pure di essere di sinistra». Strappatevi poi le vesti per la chiusura del Riformista, «era benzina per la mia mente» – tutti sanno che è una fandonia, ma è un passo obbligato da fare per essere accettati. Se possibile, evidenziate che Travaglio è pieno di soldi e che ha perso un paio di cause, che quello «è il giornale delle procure», che Beppe Grillo fece un incidente e causò morti. Rintuzzate il discorso qua e là con i termini «populismo» e «demagogia». Ah, e criticate il Molise di Di Pietro, fa niente se lo governa uno del Pdl.
8. «Ho viaggiato molto. Come ha scritto Rondolino, “è andando spesso negli Stati Uniti che ho capito che cos’è la libertà”». Ragazzo, sei una bomba, lasciatelo dire. Altri cinque minuti e freghi il posto alla Madia nel 2013.
9. «Basta con questo statalismo novecentesco, perdio». Il «perdio» è importante perché dà quel tocco laico chic utile ad alleggerire il discorso. «Privatizzazioni» e «liberalizzazioni» parole chiave, se vi sentite sicuri di voi stessi aggiungete un «Montezemolo» (a cui hanno regalato le concessioni, ma non fatene cenno): state professando l’immane necessità di svendere il vostro stesso Paese, state insomma sostenendo una ricetta non solo di destra ma pure fallimentare. Però premieranno il vostro coraggio e – ovviamente – la vostra “modernità”. Adesso considerati pure l’erede di Stefano Fassina, uno che dice cose giuste dal pulpito sbagliato.
10. «C’è un Gramsci inedito, e lo scriveva pure Ernesto Galli della Loggia in un editoriale due settimane fa, che esaltava la meritocrazia. Senza d’essa, l’uguaglianza è conservazione. E io mi reputo un riformista tout court». È una cazzata, ma nessuno controllerà. Qualcuno dell’Aspen Institute a cui sei stato segnalato via Skype dopo la frase numero 6 ti sta già domandando se per caso, chissà, «ti andrebbe di fare il ministro dell’Economia nel prossimo governo? Tranquillo, devi solo mettere qualche firma qua e là». Non hai fatto la rivoluzione, non hai cambiato un cazzo nel mondo. Però, finalmente, da domani molli la stanzetta a Tiburtina e cerchi casa a Trastevere. O davanti al Colosseo.

Gli impuniti del G8 - Vittorio Agnoletto



dal Blog di Beppe Grillo

"La sentenza (della Cassazione sulle violenze del G8 a Genova) è estremamente importante perché sancisce anche sul piano giudiziario quello che ormai è ampiamente documentato sul piano storico e se il lavoro svolto dai pubblici ministeri, in particolare dal dottor Enrico Zucca è servito per appurare la verità, questa sentenza anche se parzialmente costituisce giustizia. Perché parzialmente? Perché da un lato abbiamo che tutti i responsabili individuati devono immediatamente essere allontanati dalla Polizia, dalle Forze dell’ ordine. Parzialmente perché nessuno di costoro passerà neanche solo un giorno in carcere.
E' una sentenza importante perché i magistrati si sono trovati a dover decidere in una condizione che non era assolutamente naturale. I magistrati devono applicare la legge, attenersi unicamente alla legge, mentre invece in questi giorni c’è stata una pressione fortissima sui magistrati dicendo: "Attenzione se li condannate decapitate alcune istituzioni dello Stato". Perché? Perché la politica, e questa è la maggiore responsabilità, non solo non è intervenuta in questi anni, ma è intervenuta continuando a promuovere tutti coloro che erano stati condannati e ponendo così i magistrati di fronte anche a una responsabilità che non gli compete perché i magistrati devono rispondere unicamente alla legge. E' la politica che non doveva mettere nelle condizioni di far sì che i colpevoli fossero al vertice delle istituzioni, ritengo che i magistrati abbiano semplicemente bonificato almeno parzialmente quelle istituzioni.
Rimane aperta anche un’altra questione, a picchiare, a produrre violenza nella Diaz sono state centinaia e centinaia di poliziotti, la stragrande maggioranza di costoro, cioè di manovali della violenza non sono stati individuati perché avevano il volto coperto con il casco e con un bavaglio, nessuno di costoro è stato quindi condannato e qui si apre anche la questione di qual è la formazione che avviene dentro la Polizia? Come viene sviluppato l’arruolamento, quali sono le forme di educazione che vengono proposte dentro la Polizia? Che ruolo svolge, direi non svolge più, quello che una volta era il sindacato di Polizia conquistato negli anni 80. Dopodichè rimangono invece completamente intatte le responsabilità della politica e io da questo punto di vista credo che bisogna essere molto chiari senza guardare in faccia a nessuno e dire le cose come stanno.
C’è una gravissima responsabilità del centro-destra, c’è la responsabilità di Fini, di cui nessuno oggi discute, che non dimentichiamo. Mentre avvenivano quei fatti a Genova era nella caserma centrale dei Carabinieri e non si capisce perché. Lì non doveva essere, non gli competeva come ruolo istituzionale. C’è la responsabilità di tutta la destra che ha gestito quei fatti durante e dopo, ma non solo, una parte del centro-sinistra fino all’ultimo istante ha cercato di salvare i massimi dirigenti della Polizia. Leggete l’articolo di oggi di Bonini sulla Repubblica cosa sostiene? Che i condannati, personaggi più importanti sono persone che hanno svolto importantissimi ruoli sulla lotta alla mafia etc. e che quindi bisognava avere un occhio di riguardo con loro che, come dire, la giustizia non è uguale per tutti. Uno acquisisce dei bonus nella vita, dopodichè può fare quello che vuole, questo è qualcosa di assolutamente esterno a quanto prevede la legge e quanto prevede il diritto e quanto prevede soprattutto la Costituzione." Vittorio Agnoletto, medico, portavoce "Genoa Social Forum" al G8 di Genova 2001

La sentenza Diaz e la caporetto della politica


di Lorenzo Guadagnucci da controlacrisi


Dunque cinque giudici di Cassazione hanno detto no. No all’arroganza di chi ha permesso ad altissimi dirigenti di polizia di arrivare all’ultimo grado di giudizio sul caso Diaz occupando ruoli operativi elevatissimi; no alla pretesa del potere politico di salvare in qualche modo quei dirigenti. La sentenza del 5 luglio è un terremoto, perché decapita la polizia italiana e condanna per via indiretta la condotta irresponsabile e vile dei poteri politici e di governo che per undici anni hanno protetto vertici di polizia protervi e abbandonato a loro stessi i cittadini, i testimoni, le vittime che hanno invocato giustizia sperando che ci fosse almeno un giudice in grado di accogliere la dura verità dei fatti. Quel giudice c’era. Era negli uffici della procura di Genova (i pm Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini), nel tribunale d’appello genovese e infine in Cassazione. Ma undici anni di indifferenza, se non di derisione, non si cancellano facilmente ed è quindi il momento di chiamare ciascuno alle proprie responsabilità.
E’ il momento di riconoscere che le parti civili con i loro avvocati, i comitati Verità e Giustizia per Genova e Piazza Carlo Giuliani e i pochi altri che hanno condiviso questa battaglia, quando chiedevano la sospensione degli imputati, le scuse formali da parte dei vertici politici, commissioni d’inchiesta e interventi legislativi di autentica riforma, avevano ragione e dimostravano buon senso e maturità politica. Nessuno ha voluto ascoltare, dimostrando la propria insipienza.La Cassazione ieri ha suonato una potente sveglia. Non sappiamo ancora se ci saranno orecchie disposte ad ascoltare il messaggio che scaturisce dalla sentenza, ma vale la pena ricordare che cosa comporterebbe, in un paese democratico, quel che è successo ieri al Palazzaccio di piazza Cavour.
Ricambio ai vertici della polizia. L’attuale capo della polizia, Antonio Manganelli, e il suo predecessore, Gianni De Gennaro, oggi sottosegretario, sono i massimi responsabili della linea scelta in questi anni: non collaborazione coi giudici, protezione e promozione degli imputati, rifiuto di riconoscere le proprie responsabilità. Le loro dimissioni sono a questo punto una necessità, la premessa logica per un radicale ricambio.
Riforma democratica delle forze dell’ordine. Gli undici anni che ci separano dal G8 di Genova hanno dimostrato che la riforma di polizia del 1981 è stata svuotata dall’interno. Abbiamo assistito a una militarizzazione strisciante (oggi il 100% delle nuove assunzioni avviene per legge fra chi è stato volontario nelle forze armate) e una crescente opacità della polizia di stato, mentre i carabinieri sono addirittura diventati quarta forza armata. Apertura alla società civile, sindacalizzazione, smilitarizzazione sono una necessità democratica.
Interventi legislativi immediati. Il caso Diaz e il caso Bolzaneto, con la maggior parte delle pene cadute in prescrizione e l’impossibilità di perseguire, nel caso Diaz, gli autori materiali delle violenze, dimostrano che il nostro paese ha bisogno urgente di una legge sulla tortura (imprescrittibile) e di una norma che renda identificabili, con codici sulle divise, gli agenti in servizio di ordine pubblico.
Istituzione indipendente. Le forze dell’ordine italiane hanno dimostrato di non essere capaci di compiere serie verifiche interne dei propri comportamenti; lo spirito corporativo, di fronte a denunce di abusi, prevale regolarmente sull’esigenza di giustizia e di trasparenza. Troppi casi (Cucchi, Uva, Bianzino, Aldrovandi e molti altri) dimostrano che c’è un’unica strada oggi percorribile, cioè l’istituzione di un’autorità indipendente, con poteri d’indagine e sanzionatori, che garantisca trasparenza e affianchi l’eventuale azione penale della magistratura.La sentenza del 5 luglio apre dunque un ampio campo d’azione per un riforma democratica dei servizi di sicurezza, a tutela dei diritti civili e delle libertà costituzionali. Ma un dubbio grava su di noi: esiste davvero in Italia uno schieramento civile e politico in grado di alzare questa bandiera e condurre una battaglia di autentiche riforme? Chi nel 2001 parlò di “notte cilena”, chi nel 2006 propose agli elettori di istituire una commissione parlamentare su Genova G8, ha poi lasciato il campo e si è aggiunto allo schieramento di chi ha coperto e legittimato l’irresponsabile condotta dei vertici di polizia. La successione dei fatti è il racconto di una caporetto politica delle forze democratiche e progressiste sul terreno dei diritti costituzionali: la bocciatura in parlamento della commissione d’inchiesta (2007); la nomina del prefetto De Gennaro, responsabile della disastrosa gestione dell’ordine pubblico a Genova, come capo di gabinetto del ministro Amato (2007); l’avallo alle promozioni degli imputati e alla decisione di confermare tutti ai rispettivi posti anche dopo le condanne in appello (2010); l’ascesa di De Gennaro a ruoli di governo (2012).In questi anni nei tribunali, e infine il 5 luglio in Cassazione, testimoni e avvocati di parte civile hanno agito in solitudine, vivendo una sensazione di abbandono. Sarebbe l’ora di aprire una fase nuova.

* Comitato Verità e Giustizia per Genova

venerdì 6 luglio 2012

Cari professori la vostra idea di democrazia rappresentativa non mi convince


Cari professori la vostra idea di democrazia rappresentativa non mi convince per molte buone ragioni, tutte derivate dall'impraticabilità in sé dell'idea stessa, così come l'avete concepita, e non certo dall'essere io un seguace di una qualsivoglia teoria elitista variamente travestita, che vede nel popolo “la grande bestia” o l'eterno infante bisognoso di guida sicura. 
La vostra idea di democrazia  benché vecchia poggia su una consapevolezza  certamente più matura e più aggiornata di quella che poteva essere quella dei giovani di Seattle o prima ancora quella di tanti movimenti che si perdono nella notte dei tempi. Il dato nuovo e se vogliamo e anche più “distensivo”, è che non si parla più di rivoluzione, di palingenesi, di nuovi avventi, di dialettiche della storia che compiono finalmente l'evoluzione tanto attesa, nemmeno di classi sociali. La vostra visione del mondo, a me che non sono un professore, ma piuttosto un ignorante con la smania del ragionamento, appare piuttosto una riedizione tardiva dell'illuminismo. L'idea di bene comune, di giustizia come ideale razionale e di crescita delle coscienze, come fari dell'esercizio intellettuale. Un'idea che spazza via ogni apparenza mendace del potere, volto solo alla sua conservazione di se stesso e non certo alla saggia amministrazione delle cose terrene. Eppure. 
Ho passato diverse stagioni politiche fra le quali quella di Social Forum, seguita al grandioso movimento sfociato nel G8 di Genova. Anche allora l'idea di una diversa rappresentanza era forte, anche allora si parlava di diversità come di ricchezza, anche allora ci si poneva il problema di un percorso da seguire, di un camminare domandando, senza sapere esattamente dove si sarebbe arrivati. Ricordo che io e un altro compagno “americano” tentammo nel nostro piccolo di introdurre nuove metodologie di discussione e di lotta, mutuate dai movimenti americani, nel tentativo di mettere ordine a quelle concitate, rabbiose e appassionate assemblee all'italiana (la passione spesso sconfinava nell'insulto, ma sembrava che il confronto dovesse essere per forza così), ultimo residuo di un romanticismo sussunto in un ideale di stampo positivistico.
Per un attimo sembrava stessimo mettendo radici, poi d'un tratto, il nulla. I Social Forum evaporarono come neve al sole. Mancava, oltre ad una centralità degli interventi, rifiutata come antitesi di un "nuovo soggetto" emergente, la ricompensa, l'obiettivo finale, il brivido della scommessa, quei fattori che scaldano l'anima animale dell'uomo. 
Oggi per fortuna abbiamo fatto tesoro di quelle esperienze e vedo con sollievo che ci si è posto da subito un obiettivo concreto, lasciando da parte le mistiche “marcosiane”: quello del ricambio della classe dirigente e della fine del vecchio modo di fare politica. L'errore, a mio modestissimo avviso, e qui sta il punto, sta nel prefigurare obiettivi generali nella speranza di delinearne poi i contorni attraverso l'esercizio della democrazia rappresentativa. Un errore di tipo ideologico che assomiglia a una sorta di induttivismo mutuato dalle scienze pratiche e ammantato di filosofia delle moltitudini: si procede dal particolare per arrivare al generale. Niente di male in linea di principio, ma perdonatemi la franchezza e la presunzione, non funziona. Voi siete degli intellettuali di prim'ordine, le migliori intelligenze di questo paese disastrato, siete la nostra coscienza critica. Voi avete non solo il diritto, ma anche il dovere di fare una proposta compiuta per uscire dalla crisi. La democrazia rappresentativa deve essere la conseguenza di una  proposta ben congegnata e ben articolata, e noi società civile dobbiamo essere il laboratorio dove realizzare un progetto di società. La democrazia dovrebbe essere la ricaduta sul piano sociale e politico di un'idea o se volete di un procedimento ipotetico-deduttivo messo a punto dalle vostre intelligenze. Pensare per ideologia che da un massa informe possa nascere qualcosa è illusorio, ed è e solo una perdita di tempo. Se ci riflettete un attimo l'esperienza di Grillo è significativa da questo punto di vista: lui è partito gridando al mondo la sua verità e ne è seguito un movimento sempre più grande e ramificato. Il grillismo ha un che di messianico e di religioso, e per questo fallirà, ma il suo “marketing” ha funzionato alla grande.
Ho partecipato recentemente all'assemblea abruzzese di ALBA e ho avuto la riprova di quanto detto. Non c'era un ordine del giorno, non c'erano delle linee guida, non uno spunto dal quale partire. E' accaduto quello che solitamente accade in questi casi: ognuno ha parlato a ruota libera, abbozzando solo lontanamente una qualche proposta, che ovviamente si è persa nel mare magnum della retorica d'occasione e dei soliti rituali consunti, insomma un salto indietro di trent'anni. Manca nel movimento ALBA un'idea forte. Manca la percezione di un'alternativa di respiro europeo, di una rete in grado di elaborare una visione della politica e dell'economia su scala mondiale. E' troppo? No, se è vero che non c'è più tempo non è troppo. I gruppi di lavoro, i gruppi tematici, le assemblee vanno bene, va tutto bene, ma ci vuole uno spartito, o faremo solo caciara. Non possiamo permetterci che questo movimento, così come i vari occupy il mondo intero evaporino nel nulla. Un centralità è doverosa e necessaria. Rifondazione può dare una mano in questo, considerando la sua distribuzione territoriale e le sue capacità organizzative, a patto di mettere da parte le sue mire egemoniche. Anche SEL può essere utile se la smette di balbettare.
Insomma ho molti dubbi, ma purtuttavia non intendo abbandonare questa esperienza. Voglio darle una chance prima di darmi alla latitanza o turarmi il naso e votare Grillo. Vorrei solo che i professori non scambiassero la sonnolenza post-prandiale per mitezza ed empatia.
Si facessero sentire, sul serio.(F.C.).

giovedì 5 luglio 2012

Smascherare una indecente lugubre bugiarda e distruttrice.


dal blog di Paolo Barnard

L’asse Monti-Fornero vende all’opinione pubblica la flessibilità selvaggia e i conseguenti disastri sociali come necessità essenziali per rendere il Paese competitivo. Il teorema è: abbiamo un mercato del lavoro troppo regolamentato, soffoca la competitività, cioè da noi non investono e con paghe/regole troppo rigide non siamo competitivi all'estero. Confindustria dell’ignorante Squinzi approva. Ok.
Il World Economic Forum di Davos è la massima assise mondiale della finanza e dell’industria, più in alto di così non si va. Pubblicano ogni anno un rapporto sulla competitività dei Paesi nel mondo, il Global Competitiveness Index. Ogni Stato ha una pagella. Nelle pagelle di ogni nazione c’è la parte con la scritta in azzurro The most problematic factors for doing business, cioè quali sono gli ostacoli più problematici per investire in quei Paesi, e per quei Paesi per essere competitivi all'estero. Nelle pagelle di Svizzera, Svezia, Finlandia, e Germania, fra gli ostacoli più problematici ci trovate sempre la voce Restrictive Labour Regulations, cioè un mercato del lavoro troppo regolamentato. In Svizzera, Svezia, Finlandia, Germania il mercato del lavoro NON è flessibile a sufficienza. Ok.
Secondo il teorema Monti-Fornero, il World Economic Forum Global Competitiveness Index dovrebbe bocciare la competitività di Svizzera, Svezia, Finlandia, Germania, tutte piagate da troppa poca flessibilità del mercato del lavoro, e anche, vi si legge, da poca efficienza e da troppa burocrazia. Addirittura nel caso della Svizzera, il WEF lamenta una “insufficiente formazione del personale al lavoro”. Peggio di così...
Ok, andiamo a vedere chi sono i Paesi giudicati dal World Economic Forum come i più competitivi al mondo nel 2011:
Primo posto: Svizzera
Terzo posto: Svezia
Quarto posto: Finlandia
Sesto posto: Germania
su 193 Paesi
Nei primi sei posti ci sono proprio Svizzera, Svezia, Finlandia e Germania, i Paesi con altissima regolamentazione del mercato del lavoro, troppa burocrazia e anche inefficienze. Possibile? Ma la rigidità del mercato del lavoro non era la causa prima della perdita di competitività?
Se leggiamo la pagella dell’Italia, e sempre nella sezione The most problematic factors for doing business, cioè quali sono gli ostacoli più problematici per investire da noi e per noi per vendere all'estero, vi si trovano precisamente gli stessi problemi di Svizzera, Svezia, Finlandia e Germania: burocrazia, inefficienza e mercato del lavoro troppo regolamentato. Andiamo a vedere dove sta l’Italia nella classifica su 193 Paesi:
Quarantatreesimo posto (43), dietro Tunisia e Barbados.
Ci spieghi la Fornero come sia possibile che Paesi che mantengono un’alta rigidità del mercato del lavoro, e altre gravi disfunzioni, siano lo stesso i più competitivi al mondo, mentre noi siamo dietro le Barbados e la Tunisia. Ci spieghi la Fornero perché dovremmo tutti credere che mandando giovani a lavorare da Parma a Foggia 6 mesi, poi 24 mesi a Latina e poi 4 mesi di nulla, poi 2 mesi a Parma, poi 20 mesi a Conegliano, e con paghe di 900 euro con laurea, l’Italia potrà raggiungere Svizzera, Svezia, Finlandia e Germania che mantengono i mercati del lavoro più garantiti e regolamentati al mondo.
Questo prova oltre ogni dubbio che la scure abbattuta sulla cosiddetta eccessiva rigidità del mercato del lavoro italiano come la causa primaria della perdita di competitività è una menzogna, che nasconde le vere cause della poca competitività italiana (capitolo a sé). E’ una menzogna che mira a ben altro, e cioè all’esatto contrario, mira a deflazionare l’economia italiana devastando i salari, quindi i consumi, quindi le aziende (imprenditori sveglia!), per regalare agli investitori internazionali, i tedeschi prima di tutto, migliaia di nostre aziende di prestigio con cui far shopping a due lire. Nel frattempo devastando il miracolo dell’economia produttiva italiana. A ciò mira.
Questi sono dei criminali falsari, la Fornero va fermata, è un’ignobile indecente lugubre bugiarda che sta condannando milioni di nostri figli a un’esistenza kosovara.
 

Reddito minimo garantito: aderisci, sostieni, diffondi, firma!


BIN Italia


Una serie di associazioni, movimenti, realtà sociali, comitati sta lanciando una campagna per la proposta di una legge di iniziativa popolare sul reddito minimo garantito in Italia che avrà come termine dicembre 2012. E’ arrivato il momento, non più rinviabile, affinché una proposta di legge sul reddito minimo garantito venga inserita nell’agenda politica di questo paese. I numeri che ogni giorno vengono presentati dagli enti di statistica e di ricerca racconta di un paese sull’orlo del disastro sociale, un default sociale che sta dimostrando con sempre maggiore chiarezza la necessità di una nuova politica redistributiva e l’importanza, cosi come richiamato in molti testi e risoluzioni europee, della misura del reddito minimo garantito. E’ necessario definire, prima di tutto per il riconoscimento della dignità umana, una base economica sotto la quale nessuno deve più stare! Il reddito minimo garantito non è più rinviabile! Il reddito minimo garantito è un argine contro la ricattabilità, il lavoro nero, il lavoro sottopagato e la negazione delle professionalità e della formazione acquisita. Significa in buona sostanza non vendersi sul mercato del lavoro alle peggiori condizioni possibili. Da argine può diventare un paradigma per la costruzione di un welfare che includa e promuova, garantisca autonomia e libertà di scelta. Siamo tra i pochissimi Paesi europei – oltre a noi solo la Grecia – a non avere alcuna forma di tutela e sostegno al reddito. Lontani anche dall’articolo 34 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. E’ necessario anche per questo dare vita ad una ampia coalizione che faccia propria la campagna e che si costruiscano in tutto il paese iniziative, dibattiti, momenti di comunicazione ed informazione, adesioni e soprattutto firme che permettano, da qui a dicembre 2012, la presa di parola di decine di migliaia di persone che pongano il tema del reddito minimo garantito come uno dei temi principali per la fuoriuscita dalla crisi. E’ necessario per questo che le adesioni aumentino, che nascano comitati per il reddito minimo garantito, che le forze sociali, politiche, sindacali prendano posizione e si attivino affinché questa campagna diventi uno dei punti nodali non solo dell’iniziativa pubblica ma che ponga con forza su cosa si debba fondare il contrasto alla crisi sociale che milioni di persone subiscono. Il reddito garantito è uno di questi pilastri! Fino a dicembre 2012 sul sito della campagna si raccoglieranno le adesioni, le idee, le iniziative, i luoghi in cui poter firmare ed i documenti utili alla campagna e al dibattito intorno e per il reddito minimo garantito. Il sito della campagna ospita già la proposta di legge ed i materiali utili alla raccolta delle firme, verrà inoltre implementato fino alla fine della campagna sperando che siano moltissime ancora le adesioni, le informazioni da inserire e le iniziative nei territori. Vi chiediamo pertanto di aderire, sostenere, diffondere, promuovere con la vostra associazione, comitato, realtà sociale, rete o movimento la campagna per un reddito minimo garantito in Italia. Di costruire e promuovere iniziative, dibattiti, banchetti, raccolta firme, feste, concerti per rendere questa campagna più partecipata e ricca possibile. Tutte le iniziative saranno pubblicate sul sito ufficiale della campagna. Se ritenete utile ed importante partecipare inviate il nome esatto del vostro Comitato, associazione, movimento, rete etc. cosi da inserirlo tra i sostenitori e aderenti della campagna. 
www.redditogarantito.it 

Ps: Questa iniziativa che riguarda l’Italia per una legge nazionale sul reddito minimo garantito potrebbe inserirsi in aggiunta ad un’altra campagna che a partire sin dall’autunno prossimo vedrà la possibilità di raccogliere le firme per una misura di reddito di base a carattere europeo di cui vi daremo notizia nei prossimi mesi 

martedì 3 luglio 2012

Giovani senza lavoro: la ricetta di Gallino


da stamptoscana

Record storico della disoccupazione giovanile in Italia: quel 36,2% di tasso di disoccupazione della fascia fra i 15 e i 24 anni impone la ricerca di una soluzione

Firenze - E una proposta che sembra orientata verso un "keynesismo" puro giunge dal sociologo, scrittore, docente di sociologia, fra i massimi esperti del rapporto tra nuove tecnologie e formazione, nonché delle trasformazioni del mercato del lavoro  Luciano Gallino, che ha portato il suo contributo alla due giorni di Alba, il nuovo soggetto politico della sinistra radicale, che si è tenuta a Parma nel fine settimana scorso. Il documento, disponibile sul sito http://www.soggettopoliticonuovo.it/ , è stato modificato nel corso di un intenso confronto il cui risultato sarà on line, disponibile al pubblico, nei prossimi giorni. Intanto il documento di Gallino propone 5 punti chiave che potrebbero rappresentare  la proposta base per affrontare la disoccupazione con una nuova metodologia. Del resto, come dichiara lo stesso Gallino all'inizio del documento, "sgravi fiscali, investimenti in grandi opere, incentivi alle imprese perché assumano, sono poco o punto efficaci per creare rapidamente occupazione".
La proposta di Gallino, come in un novello New Deal, si incentra sostanzialmente su un principio base: "Occorre che lo stato operi come datore di lavoro di ultima istanza, assumendo direttamente il maggior numero di persone".  Come? Articolando una serie di interventi di cui la testa di ponte potrebbe essere la creazione di "un’Agenzia per l’occupazione simile alla Works Progress Administration del New Deal americano (works = opere pubbliche)". Con un doppio canale: "l’Agenzia – scrive Gallino -  stabilisce i criteri di assunzione, il numero delle persone da assumere, il livello della retribuzione,  i settori cui assegnarle". Ma le assunzioni verrebbero però "effettuate e gestite unicamente su scala locale, da comuni, regioni, enti del volontariato, servizi del lavoro,  ecc". Stabilita l'Agenzia, ci sarebbe da puntualizzare l'obiettivo. Il documento di Gallino dichiara "Per cominciare si dovrebbe puntare ad assumere rapidamente almeno un milione di persone. Poiché tale numero è inferiore a quello dei disoccupati e dei precari, occorre stabilire inizialmente dei requisiti in cui i  candidati  dovrebbero  rientrare. Un requisito ovvio potrebbe essere l’età: per esempio 16-30 anni, oltre ovviamente alla  condizione di disoccupato o precario". Resta inteso, e puntualizzato nel testo, che l'Agenzia dovrebbe offrire lavoro a chiunque sia in possesso dei requisiti richiesti e atto al lavoro.
Altro punto qualificante, "le persone dovrebbero essere impiegate unicamente in progetti di pubblica utilità diffusi sul territorio e ad alta intensità di lavoro". Bocciate le grandi opere, considerate prive delle caratteristiche puntualizzate, gli esempi riguardano la messa in sicurezza di edifici scolastici (oggi il 50% non lo sono), il risanamento idrogeologico di aree particolarmente dissestate, la ristrutturazione degli ospedali (nel 70% dei casi la loro struttura non è adeguata per i modelli di cura e di
intervento oggi prevalenti). Progetti che richiedono, specifica la nota, ogni sorta di figure professionali.

Infine, problema finanziamenti. Un punto su cui spesso scivolano fior di proposte. Per quanto riguarda il "metodo Gallino", si parte da un'ipotesi molto credibile: mettiamo che ogni nuovo occupato costi 25.000 euro.  Per crearne un milione occorrono 25 miliardi l’anno, la maggior parte dei quali, fa notare l'economista, rientrebbero immediatamente nel circuito dell’economia. E, per quanto riguarda il finanziamento, si può immaginare "una molteplicità di fonti: fondi europei; cassa depositi e prestiti;  obbligazioni mirate; una patrimoniale di scopo dell’1% sui patrimoni finanziari superiori a 200.000 euro". Ipotesi, quest'ultima, non così preregrina in Europa, visto che la Svizzera la applica, come ci informa Gallino, da almeno mezzo secolo. Oltre a questi esempi, l'economista consiglia di considerare altre fonti,  come la possibilità di offrire ai cassintegrati di lunga durata la scelta  "se lavorare a 1000-1200 euro al mese piuttosto che stare a casa a 750, a condizione che sia conservato il posto di lavoro (è possibile, con l’istituto del distacco)". Anche chi riceve un sussidio di disoccupazione potrebbe accedere a un meccanismo simile: "In questi casi  - conclude la proposta - l’onere per il bilancio pubblico (includendo in questo l’Inps) scenderebbe di due terzi. Infine va tenuto conto che molte imprese sarebbero interessate a utilizzare lavoratori pagando, per dire, soltanto un terzo del loro costo.

lunedì 2 luglio 2012

Sindacato 2 conflitto 0


Questi venduti di sindacalisti ancora stanno lì ad implorare un incontro con il governo, poiché l'unica cosa di cui veramente gli importa è essere invitati a tavola come commensali. Non si rendono conto o fanno finta di non rendersi conto che il tavolo è imbandito su un cumulo di macerie, quelle della società civile. Ancora non hanno capito o fanno finta di non capire che non c'è niente di cui discutere, perché nessuna concessione da parte della cricca bocconiana potrà rendere accettabile il massacro che si profila alle porte.
Il prof Ginsborg invita all'empatia e alla mitezza, ma come si può essere miti ed empatici con chi per salvaguardare il proprio misero tornaconto accetta il disastro come inevitabile. Si fanno questioni di opportunità, poiché lottare può essere logorante e non portare a nulla. Già, peccato che la speranza ai lavoratori gli sia stata tolta proprio da chi doveva infondergliela. Sappiamo di che pasta sono fatti i sindacalisti e lo sanno anche i lavoratori. Conosciamo le connivenze con il sistema politico, gli accordi sotto banco e al ribasso con il padronato, il sistema di clientele e di favoritismi che si agitano attorno al sindacato, e sappiamo anche che ormai da tempo che sindacati e sistema sono facce della stessa medaglia.
Il sindacato è una lobby che a tempo perso si ricorda di difendere i diritti dei lavoratori.
Che alternativa abbiamo a tutto questo? Non lo so ma intanto aspetto che qualcuno pronunci la fatidica parola: sciopero generale

domenica 1 luglio 2012

Lo sbaglio del Travaglio


Travaglio si sbaglia di grosso e si dimostra molto ingenuo. A voler tentare di incarnare l'eredità di una destra austera e dalla schiena dritta, che invoca la tradizione come fonte ispiratrice di retti principi, idee campate per aria che stanno solo nella testa di chi ci crede, spesso si prendono grosse cantonate. I tedeschi non sono affatto virtuosi, fanno solo i loro interessi, con la differenza che li sanno fare meglio di noi. 
Sembra quasi che il giornalista Travaglio abbia introiettato la categoria di “popolo tedesco” come incarnazione di uno spirito etico destinato a fare la storia. Fra l'altro come lo stesso Monti ha ricordato anche i virtuosi tedeschi se ne sono fregati di sforare con i parametri del debito quando gli è convenuto, allo stesso modo del resto di Francia ed Italia. Il problema però è proprio questa ideaccia assurda e fuorviante del debito, una parola che racchiude in sé un richiamo ingannevole alle virtù della lealtà e della laboriosità. Il fatto che i governi italiani presenti e passati si siano comportati come dei banditi, dilapidando denaro pubblico per i loro interessi, non ha niente a che vedere con la concezione del debito pubblico in economia e l'austerità per ripianare il debito non può essere un un alibi per mandare in rovina intere nazioni.
Se Travaglio leggesse qualcosina di economia oltre che di cronaca politica e giudiziaria, capirebbe che le teorie economiche neoclassiche e liberiste, non sono le uniche teorie economiche in campo, e addirittura non sono nemmeno, diciamo così, le uniche teorie “standard” dell'economia. Keynesismo a parte esistono diversi orientamenti molto autorevoli, e vorrei citare il Prof. Giovanni Dosi, che considerano profondamente errate le politiche di austerità. Il debito è uno spauracchio che ci agitano in faccia allo stesso modo in cui noi adulti ricorriamo all'immagine della strega cattiva delle fiabe per spaventare i bambini. Il problema, Travaglio dovrebbe saperlo, visto che ormai è un tema predominante in politica ed in economia, è stampare moneta sovrana. Il debito è un rapporto numerico virtuale e non ha mai ucciso nessuno, nemmeno un'Italia ultra indebitata di Prodi, che addirittura e forse proprio in ragione del debito, stava molto meglio di quella di adesso. Travaglio dovrebbe anche sapere che Stati Uniti e Giappone hanno fra i debiti pubblici più elevati al mondo, ma se la cavano senz'altro meglio di noi. Lì semmai il problema è la redistribuzione delle risorse e la regolamentazione del sistema bancario e finanziario. Le risorse, lo sappiamo, purtroppo sono sempre ripartite malamente, ed è questo il problema che dovrebbe starci maggiormente a cuore, non il debito,  ma sappiamo anche che quando puoi stampare moneta e dare un indirizzo alla tua economia, non sei costretto necessariamente ad affamare i tre quarti della popolazione. Pagando un piccolo prezzo con l'inflazione, puoi finanziare scuole, ospedali, ricerca e quant'altro. Questo è il nocciolo della questione caro Travaglio e non un ipotetica virtù teutonica contrapposta ai vizi di regimi corrotti, intorpiditi dalla brezza mediterranea. Poi se vuoi possiamo anche discutere su quale tipo di economia vogliamo fondare il nostro futuro, possiamo discutere di beni “compatibili” o “riproducibili”, di green economy, di crescita e decrescita ed anche di corruzione che danneggia l'economia e il tessuto sociale, argomenti per i quali mi trovo spesso d'accordo con te, ma se lo stato non spende, non c'è né benessere, né crescita sociale, culturale o umana.
Questa dell'austerità è un'operazione pianificata con cura per concentrare il potere in poche mani, attraverso una catastrofe telecomandata. Un buon giornalista dovrebbe opporsi con tutte le sue forze a questo disegno, non cercare di imitare goffamente Montanelli. Mi puoi credere, il mio non è complottismo da due soldi, altrimenti dovremmo arruolare anche Krugman e molti altri fra le schiere dei complottisti. Le strategie politiche volte a modificare la geografia del potere sono sempre esistite nella storia e sempre esisteranno. I tedeschi hanno dimostrato in più di un'occasione che non è per virtù che agiscono, ma solo per interesse, ficcatelo bene in testa.
Credere in uno stato etico fra l'altro fa venire in mente brutte cose.