di Piero Paglini* da Ubu Re
1. L’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti ha espresso consapevolezza che la strategia unilaterale di imposizione con la forza delle armi di un nuovo sistema mondiale gerarchico di stati a guida Usa, doveva essere ripensata.
Sono convinto che chi non capisce questo non ha nessuna possibilità di capire cosa successo nel Novecento e cosa succederà nei primi decenni di questo secolo. In particolare non capirà che la politica di Obama è l’adattamento della strategia statunitense con mezzi adattati a un quadro mondiale e interno cambiato.
Con Bush gli Usa hanno cercato di cogliere la finestra aperta dopo la caduta del Muro di Berlino per sviluppare una strategia che, affiancata alla globalizzazione,cercava di porre rimedio alla pluridecennale perdita di capacità di far sistema, cioè di coordinare il ciclo mondiale di accumulazione. Era una strategia top-down, studiata a partire da assunti imperiali di potenza, basata sulla convinzione che le aree conquistate si sarebbero presto normalizzate, un po’ come l’Italia e la Germania dopo il 1945.
Ma così non è stato.
L’Afghanistan e l’Iraq sono lungi dall’essere normalizzati. In aggiunta si sta denormalizzando il Pakistan, punto nevralgico dei rapporti tra Cina, India e Stati Uniti.
La Russia, dopo la cleptocrazia compradora (1) di Boris Yeltsin, che così tanto avev fatto sperare all’Occidente, si è ripresa con decisione sovrana sotto il pugno di ferro determinato di Vladimir Putin, che solo la mancanza di baffoni lo distingue da Stalin negli esercizi iconografici dei media occidentali.
La Cina possiede quasi tutti i mezzi di pagamento del mondo e con le sue esorbitanti riserve valutarie, assieme alla sua forza atomica di dissuasione e alla sua potenza demografica, provoca non pochi mal di testa agli Usa e, di conseguenza, politiche incoerenti (2).
L’India, col suo miliardo e cento milioni di abitanti, è il terzo colosso che insiste in questo quadro prima asiatico e poi mondiale. Cerca di fare i propri interessi tenendo i piedi in varie staffe: stringe rapporti di cooperazione nucleare con gli Stati Uniti, ma prima ne va a parlare col suo gigantesco vicino cinese, il quale per ora ha risposto: “fatepure, staremo a vedere”.
E anche nel giardino di casa americano le cose non sono molto favorevoli. Il Brasile sta diventando un nuovo competitor, mentre i Paesi dell’Alternativa Bolivariana per le Americhe (Alba), Venezuela, Bolivia, Ecuador in sintonia con l’indomita Cuba, giocan a scacchi col prepotente vicino americano sfidandolo anche nelle relazioni internazionali. Dopo tentativi di rivoluzione colorata in Venezuela e Bolivia, la nuova Amministrazione democratica si è così rivolta ai vecchi metodi, ed ecco il golpe in Honduras da parte dei gorilla fascistoidi usciti dalla famigerata Scuola delle Americhe,
ammaestrati e sostenuti dall’entourage politico e affaristico di Hillary Clinton e consorte.
Un golpe che la sinistra italiana ha vergognosamente passato sotto silenzio quando non è stato addirittura visto, da certa stampa progressista, con simpatia.
2. E’ evidente quindi agli strateghi statunitensi che la finestra aperta con la caduta del Muro di Berlino si sta progressivamente chiudendo - e che non fosse amplissima lo sapevano sin da subito. La politica di Obama ha cercato di perdere meno terren possibile, di accorciare le linee e di aggiustare il tiro (ad esempio facendo più pressione
contro la Russia, come era stato promesso in campagna elettorale) e variare la tattica.
Questa pausa di riorganizzazione gli è valsa un vergognoso premio Nobel per la Pace e gridolini da groupies da parte della sinistra italiana. E ha fatto riemergere le diverse linee strategiche che si confrontano negli Usa. Il dott. Henry Kissinger, ad esempio, ha
sempre sostenuto che il tentativo di contenimento militare della Cina propugnato da altri conservatori come Robert Kaplan era controproducente, consigliando invece un suo contenimento economico: il ruolo emergente della Cina è spesso paragonato a quello della Germania imperiale all’inizio del XX secolo, derivando da ciò che un confronto strategico sia inevitabile e che gli Stati Uniti
farebbero meglio a prepararsi ad esso. Questo assunto è pericoloso ed errato. La Cina sceglie i propri obiettivi dopo uno studio molto accurato, con grande pazienza e aggiungendo sfumatura a sfumatura. Solo molto raramente la Cina si avventura realmente in uno scontro del tipo “chi vince piglia tutto”. E’ quindi imprudente sostituire nella nostra visione la Cina all’Unione Sovietica e applicare ad essa la politica di contenimento militare della Guerra Fredda. […] L’equazione strategica in Asia è totalmente differente. La politica Usa in Asia non si deve autoipnotizzare per via delle spese militari cinesi. L’Unione Sovietica era erede di una tradizione imperialista che, tra Pietro il Grande e la fine della II Guerra Mondiale, ha proiettato la Russia dalla regione di Mosca al centro dell’Europa. Lo stato cinese esiste nelle sue attuali dimensioni sostanzialmente da 2.000 anni. L’impero russo era governato tramite la forza;
l’impero cinese attraverso l’uniformità culturale sullo sfondo di una forza notevole. […] La sfida portata dalla Cina nel futuro a medio termine sarà molto probabilmente economica epolitica, non militare. […] Paradossalmente la miglior strategia per raggiungere obiettivi antiegemonici [in Asia, NdA] è quella di mantenere relazioni strette con tutti i principali Paesi dell’Asia, inclusa la Cina. In questo senso, il risorgere dell’Asia sarà un test per la competitività Usa nel mondo che sta ora emergendo, specialmente nei paesi asiatici. Lo scopo storico americano di opporsi ad ogni egemonia in Asia – presentato come uno scopo congiunto con la Cina nel Comunicato di Shanghai del 1972 – rimane valido. Deve essere tuttavia raggiunto innanzitutto con misure politiche ed economiche - ancorché spalleggiate dalla forza statunitense. In un confronto con la Cina, in grande maggioranza le nazioni faranno di tutto per non dover scegliere con chi stare. Parimenti, saranno maggiormente incentivate dalla
partecipazione in un sistema multilaterale assieme all’America che non dall’adozione di un nazionalismo asiatico escludente. Non vogliono essere viste come pezzi di un piano americano.
L’India, ad esempio, percepisce una comunanza di interessi persino maggiore con gli Stati Uniti per quanto riguarda l’opposizione al radicalismo islamico, alcuni aspetti della proliferazione nucleare e l’integrità della Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico. Ma non vede alcuna necessità di dare a questi comuni obiettivi un carattere ideologico o anticinese. Non trova per nulla incoerente aumentare drasticamente le proprie relazioni con gli Stati Uniti e proclamare una partnership strategica con la Cina (Kissinger, 2005)
Abbiamo riportato lungamente questa posizione perché da sola contiene molti elementi di quella che potrebbe essere in sostanza la politica di Barack Obama. Una politica pragmatica. Come da tradizione americana. Non a caso abbiamo visto il presidente repubblicano Bush seguire le indicazioni strategiche di un consigliere per la sicurezza democratico come Brzezinski, mentre il presidente democratico Obama sembra seguire almeno in parte le indicazioni strategiche, dettate anche da corposi interessi, di un ex Segretario di Stato repubblicano, come Kissinger. Ciò al netto degli scontri interni.
3. L’era Obama segnala un trapasso di fase della crisi conclamatasi nel 1971.
In molti si sono ingegnati a cercare di fornire spiegazioni ideologiche e agiografiche di questo fatto. Sostanzialmente ne usciva il quadro di un presidente Usa alle prese con una situazione intollerabile per il debito pubblico, per il deficit commerciale, per l’overdose da consumi basati sul debito e per uno Stato impegnato in guerre molto
rischiose militarmente, politicamente e finanziariamente.
Yes, he can. Se questo era il lascito delle due tenures di Bush, Obama è stato visto come colui che poteva raddrizzare la situazione con una politica riformista orientata all’equità e alla solidarietà sociale e al multilateralismo. Un nuovo Kennedy, per giunta nero e in più grande ammiratore di Gandhi. Can he do it?
Tanto per iniziare, Nixon era quacchero e i quaccheri sono obiettori integrali di coscienza. Eppure è passato alla storia come “Nixon boia” e questo paradosso è diventato un test per i sistemi di Intelligenza Artificiale. E Clinton? Clinton fu persino renitente alla leva e scappò in Canada per non essere mandato a combattere la guerradel Vietnam alla quale si opponeva attivamente. E poi? Poi divenne comandante in capo delle forze armate Usa, altro evento che fu salutato come strabiliante dalla nostra sinistra. Peccato che il suo Segretario di Stato ebbe a dire una volta in televisione che
mezzo milione di bambini iracheni morti erano un “prezzo giusto” (“The price is worth it”). Strabiliante, non c’è che dire. E il suo clan è probabilmente a capodell’opposizione più attiva dell’hard power contro il soft power di Obama.
E infine c’è sempre il modo di richiamare alla memoria del Presidente chi l’ha piazzato alla Casa Bianca e per conto di chi - e non è certo il Popolo (sembra che ilproiettile calibro 22 nel polmone sinistro di Reagan fosse uno di questi promemoria).
Insomma, l’elezione di Obama al di là di una certa importanza ideologica e culturale interna agli Usa, deve essere letta all’interno di un piano di riordino strategico che comunque non deve farci dimenticare che i presidenti democratici sono stati tanto guerrafondai quanto quelli repubblicani, se non di più. Il democratico Wilson portò il suo Paese nella Prima Guerra Mondiale, il democratico Roosevelt nella Seconda. Fu il democratico Truman a far sganciare le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Fu il democratico Kennedy a far attaccare Cuba alla Baia dei Porci (per poi svignarsela quando si mise male), fu sempre lui a iniziare l’intervento americano in Vietnam e fu il suo successore, il democratico Johnson, a inventarsi il cosiddetto “incidente del Golfo del Tonchino” e a trasformare quell’intervento nella spaventosa guerra che sappiamo (3).
4. Gli Stati Uniti hanno la democrazia che hanno, tutta basata su bandwagon miliardari dove le lobby potenti contano infinitamente di più di tutti i cittadini messi insieme, così come contano di più gli strateghi imperiali. Eppure sono convinto che a parte subjecti il popolo statunitense abbia cercato realmente un cambiamento. Tuttavia ciò non può giustificare il giubilo scomposto dei laeti di sinistra e di destra della nostra provincia.
La crisi libica è diventata una cartina di tornasole dell’interpretazione della strategia obamiana che sto qui avanzando. Al suo inizio si è assistito a un protagonismo forsennato della Francia mentre la Gran Bretagna scalpitava ma sembrava aspettare ordini precisi da oltre Atlantico. E’ sembrato che non si fosse in presenza di un intervento coordinato da una potenza dominante, ma interventi personalizzati. Il
contendere “Nato sì, Nato no” apriva interrogativi: era un semplice gioco delle parti o era la codifica della competizione interimperialistica all’interno stesso di aggressioni imperialistiche?
Non abbiamo informazioni sufficienti per rispondere. L’unica certezza era la “tabella di marcia” imperiale spifferata dal generale Clark e un ragionamento logico che impediva di credere che gli Stati Uniti fossero realmente ai margini.
Nella crisi libica l’Italia si rivelava essere il ventre molle del quadro europeo, mentre la Francia si stava rivelando essere un prepotente scudiero che avanzava pretese ed onori oltre che un ruolo di protagonista in Africa. Una degenerazione dell’originario gaullismo. La Russia e la Cina sono rimaste spiazzate. Il risultato è stato un Paese massacrato e in preda al caos, come già lo sono l’Afghanistan e l’Iraq e come nei piani dovrebbe diventarlo la Siria, la cui sanguinosa crisi fa parte delle promesse pressioni verso la Russia..
Al posto dell’inglobamento imperiale organico il caos è diventato il “piano B”. Non più il governo dei Paesi target, ma il controllo di fortini sparsi in punti strategici: le capitali, gli snodi di comunicazione, i giacimenti di risorse naturali. Tutto attorno caos, dovuto a mancanza di risorse e a strategie contraddittorie e in disaccordo non solo tra le potenze aggredenti, ma anche al loro interno. Caos come effetto del procedimento pragmatico di prova ed errore che ha preso il posto della grand strategy di inizio millennio, che per altro aveva sortito effetti simili.
Interpretando invece il caos come una sconfitta, qualcuno pensa che una nuova era si aprirà per forza di cose per via della crisi economica e delle sue conseguenze sui rapporti di forza globali. E’ una versione che ha il solito difetto di traguardare tutto col solo metr dell’economia. In definitiva, gli Stati Uniti, non ce la farebbero più a mantenere questo ritmo di consumo e questo ritmo imperialistico perché la crisi, prima finanziaria e poi economica non glielo permetterebbe più.
Eppure dovrebbe essere evidente che il problema non sta qui. O per lo meno non è solo qui. Da più di quattro decadi gli Stati Uniti sono debitori del mondo in senso assoluto. E lo sono non per sbaglio o perché incoscienti iperconsumatori: non si può applicare a uno Stato la logica che si applica a una famiglia (anche se questa è la retorica dei nostri media, dei nostri intellettuali e dei nostri specialisti). Men che meno la si può applicare a una superpotenza. Come vedremo con precisione nella Sezione VIII, essere straordinari debitori e consumatori è stata una scelta strategica che ha permesso agli Usa di mantenere le redini del sistema dall’inizio della crisi a oggi. Per
intenderci, quindi, il problema non è tanto che la guerra in Iraq sia una three trillion o una six trillion dollar war; il problema è semmai se quei trilioni di dollari sono “spesi bene”, cioè se permettono agli Usa di rimanere il protagonista geo-politico-finanziario del mondo a dispetto dei finanziatori in ultima istanza della spesa stessa. Il metro da usare è una sorta di return on investment strategico.
Ad ogni modo questa crisi non lascerà gli assetti mondiali come sono adesso.
Insomma, come cantava Bob Dylan, «qualcosa sta accadendo qui. E lei non sa che cosa. Non è vero Mr. Jones?».
Invece è di vitale importanza esplorare cosa c’è di nuovo nella “nuova era”capitalistica nel suo complesso, cercando il più possibile di essere fedeli al metodo che Marx ci ha insegnato, ma senza incantarci come un disco rotto su vecchie musiche.
“Crisi” e “crolli”, “collassi” ed “estinzioni” (del capitalismo)
1. L’ex sinistra ripete, con sempre più stanca convinzione, le frottole di un “New Deal”mondiale sotto la costellazione di Barack Obama. A complemento dell’attesa di questa sorta di revival degli anni Sessanta molti settori radicali rielaborano invece un certo numero di varianti della “teoria del crollo”. Si possono infatti leggere per ogni dove (anche da parte di una certa destra intellettuale o antisistema) titoli come “L’Apocalisse del capitalismo”, “Il crollo del capitalismo”, “La catastrofe si avvicina” o “L’estinzione del capitalismo”.
Joseph Ratzinger, più profetico come si confaceva a un futuro papa, già nel 1985 aveva scritto un saggio che prevedeva, oltre al crollo del comunismo, anche quello del capitalismo liberista ed è necessario notare che moltissimi di questi “crollismi” si riferiscono di fatto a questo “tipo” di capitalismo, che viene quasi sempre identificato col capitalismo tout-court, senza curarsi del fatto che il liberismo abbia occupato nella storia del capitalismo finora conosciuto lassi di tempo relativamente brevi e mai in forma pura.
In generale, tutte queste posizioni orbitano attorno all’etica e all’economia, ponendo l’accento ora sull’uno ora sull’altro di questi due punti focali, ribadendo con ciò la difficoltà di evitare la Scilla e la Cariddi del marxismo: l’utopismo umanistico e l’economicismo.
La sinistra anticapitalistica e radicale spesso sovrappone i due fuochi dell’ellisse nascondendo i due difetti dietro un’analisi che pretende di essere socio-politica. In altre parole si va in cerca di un aggiornamento dell’utopismo scientifico di Marx, senza però essere in grado di dedurlo tramite una reale astrazione determinata, bensì attraverso l’aggiornamento falsamente concreto, ma in realtà formale, di alcune categorie marxiane.
E’ un approccio che a nostro avviso non solo non permette nessun passo avanti ma, al contrario, sguarnisce ogni difesa sensata e ben fondata poiché, come vedremo, rischia spesso di adottare inconsapevolmente “il senso comune dell’avversario all’attacco”, per
usare un’antica ma felice espressione di Rossana Rossanda, con conseguenze teoriche e politiche non secondarie.
E’ allora importante affrontare subito nel suo complesso questo argomento, nei suoi punti teorici e politici più significativi.
2. Anche Engels era convinto che il capitalismo fosse agli sgoccioli, e la sua sintesi teorica del marxismo che unificava le leggi della sfera naturale e quelle (dialettiche) della sfera sociale, descriveva per l’appunto un percorso, ineluttabile nella sua materiale naturalità, verso il crollo e il superamento del capitalismo. A parte specifiche considerazioni di carattere filosofico, Engels era infatti a quei tempi testimone di una crisi, la Lunga Depressione che sembrava confermare palmarmente ipotesi come quella della caduta tendenziale del saggio di profitto.
Tuttavia la Lunga Depressione non era destinata a essere il momento finale del capitalismo, che non crollò nemmeno per il sottoconsumo, come presumeva Rosa Luxemburg, ma sfociò nel rilancio finanziario e imperialistico della belle époque, che a sua volta non era la “fase suprema del capitalismo” come affermava Lenin.
Paradossalmente, Lenin riuscì a fare la rivoluzione proprio perché mise tra parentesi - con una sorta di “epoché” fenomenologico-rivoluzionaria - il supposto decorso fatale del capitalismo, facendo entrare di prepotenza nel quadro la soggettività del Partito, rappresentante di quel “per sé”, quella coscienza proveniente dall’esterno del proletariato che secondo l’ortodossia marxista allora vigente avrebbe invece dovuto dischiudersi come una crisalide grazie a processi storici visti come processi naturali.
3. Per certi versi l’ipotesi della caduta - per via rivoluzionaria - di un capitalismo ormai gravato dal peso delle sue contraddizioni interne, concludeva il ciclo filosofico e politico soggettivo di Engels, iniziato con le rivoluzioni del 1848.
Se ciò imprimeva al successivo marxismo storico il marchio dell’epica e della tragedia filosofiche e politiche, ai nostri giorni, sotto il segno della farsa, canuti intellettuali e politici, assieme ai loro nuovi adepti, si immaginano la chiusura del cerchio pseudorivoluzionario iniziato col 1968, grazie a supposte “incurabili” crepe del sistema, conclamatesi in tutto il mondo quarant’anni dopo.
Non che la situazione non sia grave (lo è e ancor più lo sarà, per miliardi di persone) ma, come avrebbe detto Ennio Flaiano, non è seria. Ovvero, non è affrontata in modo serio.
La poca serietà si vede innanzitutto nel fenomeno paradossale che abbiamo sottolineato in apertura: mentre soli pochi anni fa il cosiddetto movimento “no-global” con centinaia e centinaia di migliaia di partecipanti contestava nelle piazze l’imperialismo statunitense all’attacco col suo codazzo dei G8, oggi c’è una incapacità nolontà di distinguere teoricamente e politicamente tra rivolte popolari e scontri pianificati e fagocitati da agenzie di intelligence sostenute da organizzazioni “umanitarie”, e di posizionarli adeguatamente tra le scosse che caratterizzano le spinte telluriche che stanno ridefinendo gli assetti planetari. La “primavera araba” lo ha testimoniato alla perfezione.
Di fronte all’incrinarsi del sistema a dominanza-egemonia Usa e al delinearsi all’orizzonte, in modo sempre più preciso, di suoi competitor, il “movimento” o tace o viene preso da sacri furori “internazionalisti”. L’imperialismo Usa viene al più descritto
semplicemente come una forma di unilateralismo, dimenticandosi silenziosamente che fosse indicato da Che Guevara come il nemico giurato (con ciò svuotando un’esperienza storica e sancendo definitivamente la riduzione dell’eroe argentino a icona di consumo) e non ci si perita di rinfacciare ai competitor di essere, per l’appunto, dei competitor e quindi un po’ troppo propensi a contrapporre la propria potenza a quella della nazione dominante.
4. Evidentemente all’ombra della Nato non vivevano solo gli interessi economici, finanziari, politici e ideologici dei ceti dominanti. Prendevano corpo anche le pulsioni comunisteggianti, socialisteggianti e moralistiche di chi, in buona fede oppure opportunisticamente, pretendeva di volere dar voce ai diritti dei dominati e su quell’ombra imperiale disegnava forma e contenuti della propria teoria e della propria prassi politica, virandoli in negativo attraverso collaudati, ancorché poco efficaci, schemi interpretativi. Ma ora il ritiro della marea montante statunitense, pur lento, sta iniziando a far emergere i profili di nuove terre, con grande sgomento dei cartografi di sinistra. Di fronte a domini della conoscenza con su scritto “Hic sunt leones”, si volta la testa dall’altra parte per non perdere rassicuranti certezze teoriche, esistenziali e
identitarie, oppure - ciò che è lo stesso - si applicano storici modelli astratti (o più che altro la loro vulgata) a determinazioni concrete nuove e ancora da esplorare, col rischio di esportare teoria non meno che democrazia (2).
5. Ammesso che la maggioranza di chi scendeva in piazza contro la globalizzazione e le guerre di Bush fosse mossa da una hegeliana coscienza infelice e non dal “demone meridiano”, la malinconia, a causa della quale, come diceva Alberto Magno, quelli che ne sono preda multa phantasmata inveniunt, irritano ancor di più le carenze, la pigrizia mentale e l’inerzia di chi per ruolo, posizione e capacità aveva la possibilità di elaborare nuove idee e nuove prospettive e non lo ha fatto consegnandosi alle narrazioni dell’avversario all’attacco.
Oh sicuro, sarebbe stato più comodo che un impero acefalo si fosse diffuso nel mondo. Non sarebbero apparse nuove terre: ma sarebbero rimaste tutte livellate, sommerse dalla marea. Non sarebbero nati nuovi problemi. Drammatici problemi.
Perché invece dobbiamo riconoscere e affrontare questi problemi? Un dovere morale? Un dovere intellettuale? Un dovere sociale? Non lo sappiamo.
Le scarpe della teoria sono rotte, eppur bisogna andare.
Forse per non sentirsi dire: “Perché qualcosa sta accadendo qui. E lei non sa che cosa.”
Note
1) La parola "compradora" può essere adottata per indicare la circostanza in cui la classe dirigente e i rappresentanti politici tendono a usare la loro posizione per consentire a forze straniere uno sfruttamento della nazione sotto il profilo politico, economico, culturale (nota ubu ).
2) L’enorme eco pubblica che negli Usa hanno avuto gli incidenti in Tibet, è in parte ascrivibile al buon lavoro di agenzie di “mestatori non-violenti” (cfr. Nota 45) ma in parte anche alla ricettività dell’ordinary people che percepisce un incombente pericolo giallo responsabile, tra le altre cose, della perdita di milioni di posti di lavoro (senza nemmeno pensare che lo stesso fenomeno, in proporzioni più drammatiche, sta avvenendo in Cina). Il governo Usa è stretto allora tra due fuochi: il desiderio di non contrariare i capitalisti, che non vogliono bastoni tra le ruote nei loro affari con la Cina, e quello di non inimicarsi gli elettori e di ricordare alla Cina
che è sempre un paese sotto osservazione.
3)In questo caso Johnson rappresentava probabilmente l’ala hard e Kennedy quella soft dello schieramento democratico.
*Tratto dal libro: "il cuore della terra"
domenica 10 maggio 2015
Civati è l'uomo giusto?
Personalmente non sono interessato ai travagli interiori di Pippo
Civati, nè a capire se le sue azioni siano mosse da intenti
genuini (cos'è genuino in politica?).
Non credo che Pippo Civati sia uno psicopatico animato da istinti omicidi o intenzioni recondite inconfessabili e questo mi basta per chiedermi se al di là dell'aspetto morale sia una persone utile alla causa del "bene comune". Insomma mi basta per cercare di capire se la risultante delle sue azioni si possa esprimere con un segno positivo o negativo.
Ho sempre affermato che un qualsiasi processo politico ha bisogno di un primum movens di qualche tipo per avviarsi, sia esso rappresentato da un movimento, da un gruppo di persone o da una singola persona. Ero è resto favorevole ad un processo di natura assembleare che nelle singole realtà locali scelga i suoi rappresentanti e attraverso questi riesca ad elaborare un progetto valido. Chi o cosa avvi questo processo non ha importanza, hanno importanza gli effetti di una azione orientata in tal senso.
Sappiamo tutti che il nostro paese ha sviluppato anticorpi potenti contro qualsiasi operazione trasformistica o di pura sommatoria di singole parti del mondo della sinistra, percepite come colpi di coda di organismi morenti, ma ancora tenacemente attaccati alla vita fino all'ultimo respiro. Chi ti segue è spinto dall'ebrezza di una scommessa e dal fascino di un futuro idealizzato e non dai rantoli di una bestia morente. La metafora potrà suonare offensiva, ma credo che renda l'idea.
A questo punto si tratta di indovinare cosa succederà adesso con la discesa in campo di Civati. Vedo due scenari probabili. Nel primo, il più ottimista, Civati riuscirà a riunificare tutto il variegato mondo della sinistra e a saldarlo con quella parte della società civile rappresentata dalla coalizione sociale di Landini in una formazione politica con rappresentanti eletti democraticamente dalle realtà del territorio, dove per ovvie ragioni prevarranno quelle componenti maggiormente organizzate. In questo primo scenario rimarrebbe fuori un gruppetto marginale di irriducibili e di "estremisti"del tutto inconsistenti numericamente e politicamente ininfluenti. Nel secondo invece vedo una spaccatura netta nel fronte della sinistra, con Civati, Sel, rifondazione e forse Landini da una parte e una fetta consistente della sinistra composta dalle realtà "Altre" dall'altra, in totale dissenso con operazioni verticistiche portate avanti da Civati e compagnia.
Se nel primo caso la sinistra può ben sperare di avere un peso nella politica italiana, e scommettere persino in una vittoria drenando consensi specie da parte Pd, nel secondo caso non farebbe altro che riprodurre logiche che la condannerebbero all'irrilevanza, tendendo lontani i voti in uscita dal Pd, scoraggiati dall'inguaribile litigiosità e inconcludenza della sinistra.
Si dirà, ma dare a Civati il potere di determinare simili processi è assurdo, Civati è solo uno uscito dal Pd e basta, cosa farà nella vita è affar suo e non della sinistra, se ci saranno punti di convergenza bene altrimenti ognuno per la sua strada, l'importante è dare vita ad un nuovo soggetto politico in grado di divenire maggioritario nella società italiana. Ecco il punto è proprio questo, il soggetto politico nuovo tarda ad uscire dalla fase larvale e sembra che almeno in apparenza non possa fare a meno di qualcosa o di qualcuno che inneschi un processo di maturazione.
La mia impressione è che fino ad ora la sinistra si sia trattenuta per timore di sbagliare, aspettando che maturassero le condizioni giuste per agire e che un Civati cadesse finalmente dal pero, maturo o sfatto non si sa.
Non credo che Pippo Civati sia uno psicopatico animato da istinti omicidi o intenzioni recondite inconfessabili e questo mi basta per chiedermi se al di là dell'aspetto morale sia una persone utile alla causa del "bene comune". Insomma mi basta per cercare di capire se la risultante delle sue azioni si possa esprimere con un segno positivo o negativo.
Ho sempre affermato che un qualsiasi processo politico ha bisogno di un primum movens di qualche tipo per avviarsi, sia esso rappresentato da un movimento, da un gruppo di persone o da una singola persona. Ero è resto favorevole ad un processo di natura assembleare che nelle singole realtà locali scelga i suoi rappresentanti e attraverso questi riesca ad elaborare un progetto valido. Chi o cosa avvi questo processo non ha importanza, hanno importanza gli effetti di una azione orientata in tal senso.
Sappiamo tutti che il nostro paese ha sviluppato anticorpi potenti contro qualsiasi operazione trasformistica o di pura sommatoria di singole parti del mondo della sinistra, percepite come colpi di coda di organismi morenti, ma ancora tenacemente attaccati alla vita fino all'ultimo respiro. Chi ti segue è spinto dall'ebrezza di una scommessa e dal fascino di un futuro idealizzato e non dai rantoli di una bestia morente. La metafora potrà suonare offensiva, ma credo che renda l'idea.
A questo punto si tratta di indovinare cosa succederà adesso con la discesa in campo di Civati. Vedo due scenari probabili. Nel primo, il più ottimista, Civati riuscirà a riunificare tutto il variegato mondo della sinistra e a saldarlo con quella parte della società civile rappresentata dalla coalizione sociale di Landini in una formazione politica con rappresentanti eletti democraticamente dalle realtà del territorio, dove per ovvie ragioni prevarranno quelle componenti maggiormente organizzate. In questo primo scenario rimarrebbe fuori un gruppetto marginale di irriducibili e di "estremisti"del tutto inconsistenti numericamente e politicamente ininfluenti. Nel secondo invece vedo una spaccatura netta nel fronte della sinistra, con Civati, Sel, rifondazione e forse Landini da una parte e una fetta consistente della sinistra composta dalle realtà "Altre" dall'altra, in totale dissenso con operazioni verticistiche portate avanti da Civati e compagnia.
Se nel primo caso la sinistra può ben sperare di avere un peso nella politica italiana, e scommettere persino in una vittoria drenando consensi specie da parte Pd, nel secondo caso non farebbe altro che riprodurre logiche che la condannerebbero all'irrilevanza, tendendo lontani i voti in uscita dal Pd, scoraggiati dall'inguaribile litigiosità e inconcludenza della sinistra.
Si dirà, ma dare a Civati il potere di determinare simili processi è assurdo, Civati è solo uno uscito dal Pd e basta, cosa farà nella vita è affar suo e non della sinistra, se ci saranno punti di convergenza bene altrimenti ognuno per la sua strada, l'importante è dare vita ad un nuovo soggetto politico in grado di divenire maggioritario nella società italiana. Ecco il punto è proprio questo, il soggetto politico nuovo tarda ad uscire dalla fase larvale e sembra che almeno in apparenza non possa fare a meno di qualcosa o di qualcuno che inneschi un processo di maturazione.
La mia impressione è che fino ad ora la sinistra si sia trattenuta per timore di sbagliare, aspettando che maturassero le condizioni giuste per agire e che un Civati cadesse finalmente dal pero, maturo o sfatto non si sa.
mercoledì 6 maggio 2015
Quale Resistenza. Quale 25 aprile.
di Tonino D’Orazio
Molta retorica. Molto tran tran mediatico. Mai come questo anno tutte le reti televisive, almeno per una settimana intera, hanno proposto film e filmati del periodo di fine guerra per il 25 aprile. Molti sulla Resistenza, altri sul fascismo. Nel frattempo si finiva a demolire la Costituzione, frutto di quella Resistenza e di quelle gloriosi morti per la libertà. Si imbrigliava il diritto di voto e di scelta dei cittadini nel infantile gioco di “asso piglia tutto”, arrogandosi, l’Esecutivo tutti i poteri.
In quasi tutti i filmati scompaiono le responsabilità collettive. Assurgono solo quelle individuali, dimenticando che se Mussolini avesse accettato le elezioni, dopo due o tre anni di “orgoglio nazionale”, sarebbe stato eletto in modo plebiscitario. Parola strana, con il termine plebe, come populismo con il termine popolo. Responsabilità collettive per il lungo e convinto sostegno dato a Mussolini che traspaiono solo in pochi fotogrammi di piazze stracolme e dell’artista all’opera sulle balconate. Il fatto è che dietro al termine “gli italiani” si possa nascondere tutto e tutti in un grande amalgama è più che reale.
Responsabilità collettiva della borghesia e delle classi dominanti che favorirono concretamente la sua dittatura. Intendo gli agrari, gli industriali, la finanza, la Chiesa, l’esercito, le lobbie, cioè quelli che, messa la museruola alla Resistenza, hanno continuato a dominare la scena economica e sociale dal dopoguerra fino ad oggi. Fino a riportarci al punto di partenza piduista: un uomo solo al comando e sempre meno democrazia reale. Ci hanno convinto con le buone, culturalmente, che “non c’è alternativa” a questa società, e legalmente con l’abrogazione sostanziale della Costituzione.
Non sanno fino a che punto si possa sfruttare e comprimere il popolo, ma si attrezzano aprendo le porte ai nuovi fascismi, a sempre nuove e sottili repressioni delle libertà individuali. A sempre meno possibilità di decisione per il voto, imbrigliandolo. A cautela. La resistenza va spezzettata e indebolita passo passo, in tempo, in base a un progetto e programma precisi. Magari con stragi, tempo fa, e paure di vario genere oggi, dallo spread all’Isis e agli immigrati.
Dall’altra parte le classi sfruttate pur concependo la necessità di una giustizia sociale, sono incapaci di realizzarla. Anzi sembrano amare e votare i loro aguzzini. Quale tipo di resistenza possibile, oggi, all’obbrobrio della miseria e della povertà di queste classi davanti a 10% della popolazione che vive un secondo Eldorado, sfacciato e tracotante, ingurgitando anche la loro anima e quella della loro nuova e già raminga prole. Con una sconfitta anche della piccola borghesia che potrebbe patteggiare con le classi subalterne e riconquistare anche lei un minimo di sopravvivenza. Sembra tardi anche per loro, si erano illusi di appartenere ad una classe unica, e non demordono ancora. Hanno appena iniziato la lenta discesa verso l’impoverimento. Hanno ancora un po’ di risparmi e di riserve accumulate per aspettare la sicura e speranzosa uscita dal tunnel. Poi dovranno pensare a come utilizzare le classi subalterne per ricominciare a tornare al comando. Ma i tempi sono cambiati e gli avversari vengono colpiti meglio quando sono a terra. Devono scomparire democraticamente affinché il duello wester possa svolgersi tra due contendenti, anche truccando le carte. Con il beneplacito di un nuovo falso Garante. Tutti iscritti all’Anpi, per maggiore chiarezza.
lunedì 4 maggio 2015
La troika e i diritti umani
di Luciano Gallino da Controlacrisi
La gestione delle crisi nell’Unione Europea ha condotto a massicce violazioni di diritti umani. Inoltre il modo in cui le crisi sono state gestite ha esposto una serie di buchi neri quando si tratta di individuare le responsabilità per la violazione di diritti umani». Lo ha scritto di recente una giurista del Centro per lo Studio dei Diritti umani della London School of Economics, Margot E. Salomon. Il suo saggio è uno dei più approfonditi finora apparsi sul tema, dopo quello del 2014 di Andreas Fischer-Lescano, docente a Brema (“Diritti umani ai tempi delle politiche di austerità”). I tagli a sanità, pensioni, stipendi, diritti del lavoro, istruzione, servizi pubblici imposti da Commissione Europea, Fmi e Bce a Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Italia e altri paesi hanno inflitto gravi privazioni a milioni di persone. È sempre più evidente che le istituzioni Ue e il Fmi non avevano il diritto di compiere azioni del genere. Non soltanto: si può sostenere che compiendole hanno violato dozzine di articoli di patti, trattati, carte e convenzioni sottoscritti da esse medesime, a cominciare dal Trattato fondativo dell’Unione.
Vediamo qualche caso. Tra i diritti legalmente sanciti dalla Carta Sociale Europea (versione riveduta del 1996) figurano i seguenti: «Tutti i lavoratori hanno diritto a un’equa retribuzione che assicuri a loro e alle loro famiglie un livello di vita soddisfacente» (art. 4); «I bambini e gli adolescenti hanno diritto a una speciale tutela contro i pericoli fisici e morali cui sono esposti» (art. 7); «Ogni persona ha diritto di usufruire di tutte le misure che le consentano di godere del migliore stato di salute ottenibile» (art. 11); «Tutti i lavoratori e i loro aventi diritto hanno diritto alla sicurezza sociale» (art. 12); «Ogni persona sprovvista di risorse sufficienti ha diritto all’assistenza sociale e medica» (art. 13); «Ogni persona anziana ha diritto ad una protezione sociale» (art. 23); «Tutti i lavoratori hanno diritto ad una tutela in caso di licenziamento » (art, 24); «Ogni persona ha diritto alla protezione dalla povertà e dall’emarginazione sociale» (art. 30).
Si potrebbe continuare citando articoli analoghi del Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali (New York 1966); della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea; di una mezza dozzina almeno di Convenzioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, dal 1948 in avanti. Per finire magari con l’articolo 7 dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale, intitolato “Crimini contro l’umanità”, che al comma “k” recita: «Altri atti inumani di carattere simile che causano intenzionalmente grande sofferenza, o seria menomazione al corpo o alla salute mentale o fisica».
Allo scopo di portare la Commissione, la Bce e il Fmi davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, o alla Corte penale internazionale, e perché no qualche governo europeo, affinché rispondano delle violazioni dei diritti umani delineate sopra, vi sarebbero diversi punti critici da affrontare. I rapporti menzionati all’inizio scartano subito l’argomento principe dei fautori dell’austerità: le ristrettezze inflitte alle popolazioni Ue sarebbero state necessarie a causa della crisi finanziaria, l’urgenza di migliorare lo stato dei bilanci pubblici, il dovere degli stati debitori di ripagare i creditori. Le violazioni dei diritti umani, anche se comprovate, sarebbero quindi giustificate dalla situazione di emergenza, ovvero dallo “stato di eccezione” in cui versa o versava l’intera Ue. Tuttavia, se si accetta questo punto di vista, ha scritto un altro giurista (Paul Kirchhof), l’Europa intera, quale comunità fondata sul primato della legge, sarebbe privata della sua ragion d’essere. L’effetto sarebbe che nessun capo di Stato o ministro o membro del parlamento potrebbe intraprendere azioni vincolanti che riguardassero i cittadini, poiché il loro mandato ha una base legale: però la legge non esisterebbe più. Per cui il sistema legale europeo non può cedere il passo dinanzi a un presunto stato di emergenza, conclude il rapporto di Brema, ovvero non può che un sistema di competenze legali sia soppiantato da pratiche considerazioni politiche.
Un secondo punto critico riguarda l’individuazione dei soggetti responsabili delle violazioni dei diritti umani. Il principale strumento utilizzato nella Ue per imporre a un paese dure politiche di austerità ha preso in genere forma di un “Memorandum di intesa” (sigla inglese MoU), un documento che elenca in modo ossessivamente dettagliato le decurtazioni che un paese deve effettuare alla propria spesa pubblica per potere ottenere determinate concessioni dalla Troika. Su un piano affine ai MoU si collocano le lettere-diktat inviate da istituzioni europee a stati membri. Sia nella formulazione che nell’esecuzione, i MoU e affini sono opera di diversi soggetti, le cui rispettive responsabilità sarebbero da accertare. Tra di essi non rientra la Troika, poiché non ha personalità giuridica. Vi rientrano invece gli stati membri con i loro governi, il Fmi, la Bce, la Commissione Europea.
Si aggiunga che la responsabilità di tali soggetti nell’infliggere sofferenze a milioni di cittadini, violando i diritti umani riconosciuti dalla stessa Ue, è aggravata dal fatto che le politiche di austerità che hanno veicolato le violazioni si sono rivelate un fallimento totale. Dopo cinque anni, nei paesi destinatari dei MoU e delle lettere stile militare della Bce la disoccupazione è cresciuta a dismisura, la povertà assoluta e relativa anche, il Pil è diminuito di decine di punti, la struttura industriale è stata compromessa — vedi il caso Italia — e ad una intera generazione di giovani è stato rubato in gran parte il futuro. Per cui le suddette politiche non possono venire invocate come circostanze attenuanti.
Se le istituzioni della Ue e i loro dirigenti fossero riconosciuti responsabili dall’una o dall’altra Corte europea di violazione dei diritti umani e delle estese sofferenze che hanno provocato, non correrebbero certo il rischio di serie penalità. Ma sarebbe quanto meno un riconoscimento ufficiale di un fatto inaudito: milioni di vittime della crisi apertasi nel 2008 sono state chiamate, tramite le politiche di austerità, a pagare i danni della crisi da quelli stessi che l’hanno provocata, a cominciare dai loro governanti nazionali e internazionali.
La gestione delle crisi nell’Unione Europea ha condotto a massicce violazioni di diritti umani. Inoltre il modo in cui le crisi sono state gestite ha esposto una serie di buchi neri quando si tratta di individuare le responsabilità per la violazione di diritti umani». Lo ha scritto di recente una giurista del Centro per lo Studio dei Diritti umani della London School of Economics, Margot E. Salomon. Il suo saggio è uno dei più approfonditi finora apparsi sul tema, dopo quello del 2014 di Andreas Fischer-Lescano, docente a Brema (“Diritti umani ai tempi delle politiche di austerità”). I tagli a sanità, pensioni, stipendi, diritti del lavoro, istruzione, servizi pubblici imposti da Commissione Europea, Fmi e Bce a Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Italia e altri paesi hanno inflitto gravi privazioni a milioni di persone. È sempre più evidente che le istituzioni Ue e il Fmi non avevano il diritto di compiere azioni del genere. Non soltanto: si può sostenere che compiendole hanno violato dozzine di articoli di patti, trattati, carte e convenzioni sottoscritti da esse medesime, a cominciare dal Trattato fondativo dell’Unione.
Vediamo qualche caso. Tra i diritti legalmente sanciti dalla Carta Sociale Europea (versione riveduta del 1996) figurano i seguenti: «Tutti i lavoratori hanno diritto a un’equa retribuzione che assicuri a loro e alle loro famiglie un livello di vita soddisfacente» (art. 4); «I bambini e gli adolescenti hanno diritto a una speciale tutela contro i pericoli fisici e morali cui sono esposti» (art. 7); «Ogni persona ha diritto di usufruire di tutte le misure che le consentano di godere del migliore stato di salute ottenibile» (art. 11); «Tutti i lavoratori e i loro aventi diritto hanno diritto alla sicurezza sociale» (art. 12); «Ogni persona sprovvista di risorse sufficienti ha diritto all’assistenza sociale e medica» (art. 13); «Ogni persona anziana ha diritto ad una protezione sociale» (art. 23); «Tutti i lavoratori hanno diritto ad una tutela in caso di licenziamento » (art, 24); «Ogni persona ha diritto alla protezione dalla povertà e dall’emarginazione sociale» (art. 30).
Si potrebbe continuare citando articoli analoghi del Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali (New York 1966); della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea; di una mezza dozzina almeno di Convenzioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, dal 1948 in avanti. Per finire magari con l’articolo 7 dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale, intitolato “Crimini contro l’umanità”, che al comma “k” recita: «Altri atti inumani di carattere simile che causano intenzionalmente grande sofferenza, o seria menomazione al corpo o alla salute mentale o fisica».
Allo scopo di portare la Commissione, la Bce e il Fmi davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, o alla Corte penale internazionale, e perché no qualche governo europeo, affinché rispondano delle violazioni dei diritti umani delineate sopra, vi sarebbero diversi punti critici da affrontare. I rapporti menzionati all’inizio scartano subito l’argomento principe dei fautori dell’austerità: le ristrettezze inflitte alle popolazioni Ue sarebbero state necessarie a causa della crisi finanziaria, l’urgenza di migliorare lo stato dei bilanci pubblici, il dovere degli stati debitori di ripagare i creditori. Le violazioni dei diritti umani, anche se comprovate, sarebbero quindi giustificate dalla situazione di emergenza, ovvero dallo “stato di eccezione” in cui versa o versava l’intera Ue. Tuttavia, se si accetta questo punto di vista, ha scritto un altro giurista (Paul Kirchhof), l’Europa intera, quale comunità fondata sul primato della legge, sarebbe privata della sua ragion d’essere. L’effetto sarebbe che nessun capo di Stato o ministro o membro del parlamento potrebbe intraprendere azioni vincolanti che riguardassero i cittadini, poiché il loro mandato ha una base legale: però la legge non esisterebbe più. Per cui il sistema legale europeo non può cedere il passo dinanzi a un presunto stato di emergenza, conclude il rapporto di Brema, ovvero non può che un sistema di competenze legali sia soppiantato da pratiche considerazioni politiche.
Un secondo punto critico riguarda l’individuazione dei soggetti responsabili delle violazioni dei diritti umani. Il principale strumento utilizzato nella Ue per imporre a un paese dure politiche di austerità ha preso in genere forma di un “Memorandum di intesa” (sigla inglese MoU), un documento che elenca in modo ossessivamente dettagliato le decurtazioni che un paese deve effettuare alla propria spesa pubblica per potere ottenere determinate concessioni dalla Troika. Su un piano affine ai MoU si collocano le lettere-diktat inviate da istituzioni europee a stati membri. Sia nella formulazione che nell’esecuzione, i MoU e affini sono opera di diversi soggetti, le cui rispettive responsabilità sarebbero da accertare. Tra di essi non rientra la Troika, poiché non ha personalità giuridica. Vi rientrano invece gli stati membri con i loro governi, il Fmi, la Bce, la Commissione Europea.
Si aggiunga che la responsabilità di tali soggetti nell’infliggere sofferenze a milioni di cittadini, violando i diritti umani riconosciuti dalla stessa Ue, è aggravata dal fatto che le politiche di austerità che hanno veicolato le violazioni si sono rivelate un fallimento totale. Dopo cinque anni, nei paesi destinatari dei MoU e delle lettere stile militare della Bce la disoccupazione è cresciuta a dismisura, la povertà assoluta e relativa anche, il Pil è diminuito di decine di punti, la struttura industriale è stata compromessa — vedi il caso Italia — e ad una intera generazione di giovani è stato rubato in gran parte il futuro. Per cui le suddette politiche non possono venire invocate come circostanze attenuanti.
Se le istituzioni della Ue e i loro dirigenti fossero riconosciuti responsabili dall’una o dall’altra Corte europea di violazione dei diritti umani e delle estese sofferenze che hanno provocato, non correrebbero certo il rischio di serie penalità. Ma sarebbe quanto meno un riconoscimento ufficiale di un fatto inaudito: milioni di vittime della crisi apertasi nel 2008 sono state chiamate, tramite le politiche di austerità, a pagare i danni della crisi da quelli stessi che l’hanno provocata, a cominciare dai loro governanti nazionali e internazionali.
Parerga e paralipomena dei Black Bloc (punto, due punti, punto e virgola)
di Nicodemo
Visto che si sprecano le parole, e se ne sparano di grosse su fenomenologie e causalità mi ci
metto pure io.
La verità nuda e cruda è che i Black Bloc non
servono a niente, non di certo a mutare un assetto sociale e politico
odioso e che esala il profumo acre di formalina degli androni delle
potenti banche d'affare, né a puntare l'attenzione sui problemi
reali, magari con un'overdose di adrenalina tagliata male e con un
rebound fastidioso per la coscienza. Non servono a nulla, nemmeno ad aumentare il consenso a Renzi e la sua corte di miracolati,se non nel breve periodo, perché svanito
l'effetto ipnotico della marmaglia nera la gente guarderà al
portafogli e sputerà sul caudillo di turno e allora verrà qualcun altro o qualcos'altro a
rinfrancare Renzi e chi per lui. Non servono a tutto ciò, ma forse a
pensarci bene a una cosa servono: a tacitare la nostra
cattiva coscienza di opportunisti delle comparsate pubbliche, costretti
a triti rituali di condanna della violenza, non come elemento
circostanziato, giammai, ma in assoluto, si dica mai che siamo
giustificazionisti. Così ci pariamo il culo, il nero è un facile
bersaglio, ci unisce e non permette divagazioni, ma così svendiamo la
nostra dignità. Se potessimo e avessimo le palle e se i black bloc
e la loro violenza servisse a qualcosa, allora diremmo: “al diavolo
i sermoni, spacchiamo tutto”.
Non eravamo marxisti una volta? La
violenza non era levatrice della storia? Capiamoci bene, io non
voglio usare la violenza perché non ne vale la pena, ma fanculo agli
ipocriti che chinano il capo e ammettono solo la violenza dei forti e
l'ira pacifica dei deboli. Ognuno di noi sa che non esiste una
negazione assoluta, nemmeno per quella che è l'eventulità più
terribile per un essere umano: provocare dolore ad un altro essere
umano per quanto cattivo possa essere.
È solo questione di limite. Tutti siamo disposti a usare la
violenza violato quel limite, persino pensatori
liberali come Hobbes ammettevano un limite oltre quale la violenza del popolo è legittima. Tutti abbiamo un'idea di necessità e di
fatalità della violenza, solo i liberali moderni la negano in
assoluto ai cittadini mentre la ammettono per gli stati
Questi ragazzi sono delle macchie scure
che celano le proprie identità sociali ed è per questo che non
possiamo trovare giustificazioni per loro. Se fossero il
lumpenproletariat o i neri arrabbiati di qualche metropoli, saremmo
costretti ad analisi spregiudicate per dire e contraddire, per non
negare i fatti (la violenza è un fatto, la sua ragione dipende solo
dalla tua etica o dalla mancanza di essa), e allo stesso tempo, per
non ammettere la loro pertinenza
In fondo questi ragazzi ci fanno un
favore, celando la loro identità ci forniscono l'alibi per
condannare la violenza, senza dare nulla di serio in cambio a chi
prende calci in faccia tutti giorni.
domenica 3 maggio 2015
Dalla parte dei teppisti
Non mi convince il discorso di Bifo, lo dico senza alcuna acrimonia. Le sue argometazioni sono ampiamente condivisibili, ma la mancanza di prospettive e di un agire che segua le regole della politica sono disarmanti.
C'è una sorta di nichilismo che non dire se compiaciuto o meno, ma alla fine mi sembra la solita solfa: si gioca con le categorie, la democrazia, la vita, la morte, e poi... il nulla
di Franco Berardi
Di prima mattina ho fatto una ricognizione per Milano per decidere che fare.
Piovigginava e l’asma mi rallentava il passo: dopo aver camminato un’oretta ho capito che era meglio tornarmene a Bologna. Si sapeva che a un certo punto sarebbe scoppiata la baraonda. La polizia non poteva farci niente per una ragione facile da capire: gli occhi di tutto il mondo erano puntati sull’inaugurazione dell’EXPO, un morto nelle strade di Milano non sarebbe stato buona pubblicità. A Genova quindici anni fa (come passa il tempo!) il potere intendeva dimostrare che i grandi del mondo sono inavvicinabili e se ci provi ti ammazzo. A Milano intendeva dimostrare di essere tollerante. Da una parte si fa festa con Armani e Boccelli perché ormai i giovani sono talmente frollati dalla disperazione che fanno la fila per poter servire gratis al tavolo di Monsanto e di McDonald. Dall’altra si permette di sfilare a qualche migliaio di sessantenni i quali, poveretti, credono che per telefonare ci vuole il gettone, e quindi sono ancora dietro a quelle vecchie storie dei diritti.
Poi tremila teppisti hanno rovinato il banchetto, tutto qui.
Ho letto l’articolo di Luca Fazio e vorrei esprimere un’opinione diversa dalla sua. Fazio scrive che i teppisti hanno rovinato una manifestazione democratica.
Sarò brutale con spirito amichevole: a cosa serve manifestare per la democrazia? che utilità può avere sfilare per le vie della città dicendo: diritti, costituzione, democrazia?
Io lo faccio talvolta (quando l’asma me lo permette) per una ragione soltanto: incontro i miei amici e le mie amiche. E’ quel che ci è rimasto della sfera pubblica che un tempo chiamavamo movimento. Ma non penso neanche lontanamente che si tratti di un’azione politicamente efficace.
C’è ancora qualcuno che creda nella possibilità di fermare l’offensiva finanzista europea, o l’autoritarismo renziano con pacifiche passeggiate e referendum?
A proposito: ci sarà un referendum contro la legge elettorale denominata Italicum. Probabile. Giusto per riepilogare voglio ricordarvi gli antefatti. Esisteva una legge elettorale denominata Porcellum (perché coloro che la avevano promulgata dichiararono fra le risate che si trattava di una porcata). La Consulta dichiarò quella legge incostituzionale, dunque sancì l’illegittimità del Parlamento eletto con quella legge. Fino al 2011 c’era almeno un Primo Ministro votato da una maggioranza. Si chiamava Berlusconi (remember?). Fu esautorato per volontà della Bundesbank, venne un primo ministro direttamente eletto dalla finanza internazionale di nome Monti. Il disastro fu tale che si tornò alle urne. Le urne risultarono enigmatiche, e dopo varie tergiversazioni emerse un tizio che nessuno ha votato ma nei sondaggi risultava vincente. Dal momento che questo tizio ha la fiducia dei mercati il Parlamento, eletto con una legge incostituzionale, ora si prostra ai suoi piedi. La cifra vincente del governo Renzi è il totale disprezzo delle regole costituzionali, perciò un parlamento incostituzionale vota una legge elettorale incostituzionale imponendola con il voto di fiducia. Tombola.
A questo punto qualcuno raccoglierà le firme per un referendum.
Referendum? Io ne ricordo un altro: il 90% del 70% degli elettori votarono contro la privatizzazione dell’acqua. Vi risulta che la privatizzazione dell’acqua sia stata fermata? A me risulta il contrario. E allora perché dovrei andare a votare al prossimo referendum?
Qualcuno mi risponde: per difendere la democrazia.
Democrazia? Ma di che stai parlando? L’80% dei greci appoggia il suo governo, ma la Banca Centrale europea ha detto con chiarezza che le regole non le stabilisce l’80% dei greci, ma il sistema bancario, quindi che i greci vadano a farsi fottere, e con loro la democrazia.
Ma torniamo a Milano. Tremila teppisti spaccano tutto? Non esageriamo, ma certo hanno fatto abbastanza fumo. E i giornali parlano di loro più che di Renzi Armani e Boccelli. Come posso non essergliene grato?
Sto forse proponendo una strategia politica? Credo io forse che spaccando le vetrine di tre banche (o magari di trecento o di tremila) il potere finanziario si spaventa? Non scherziamo. So benissimo che il potere finanziario non sta nelle vetrine delle banche, ma in un circuito algoritmico virtuale che nessuna azione teppistica può distruggere e nessuna democrazia influenzare. So benissimo che mentre tremila spaccavano vetrine diciassettemila e cinquecento correvano a lavorare gratis e questo è l’avvenimento più importante. So benissimo che nell’azione teppistica non vi è alcuna strategia politica. Ma c’è forse una cosa più seria. C’è la disperazione che cresce, limacciosa e potente, ai margini del mondo levigato.
Cosa ne pensa Fazio (al quale rivolgo un saluto in amicizia) dei teppisti di Baltimore e di Ferguson? Pensa che dovrebbero avere fiducia nella democrazia?
Io ricordo di avere visto (era la CBS?) un’intervista a una ragazza che stava in strada a New York una notte del novembre 2014. Il giornalista le chiedeva qualcosa sui bianchi e sui neri e lei rispose: “This is not about white and black. This about life and death.”
Nel tempo che viene non capirete niente se penserete alla democrazia. Occorre pensare in termini di vita e di morte, e allora si comincia a capire.
Ci stanno ammazzando, capito? Non tutti in una volta. Ci affogano a migliaia nel canale di Sicilia. Un numero crescente di ragazzi si impiccano in camera da letto (60% di aumento del tasso di suicidio nei decenni del neoliberismo, secondo i dati dell’OMS). Ci ammazzano di lavoro e ci ammazzano di disoccupazione. E mentre la guerra lambisce i confini d’Europa, focolai si accendono in ogni sua metropoli.
Perché dovrei preoccuparmi dell’Italicum? E’ una forma di fascismo come un’altra.
Abbiamo perso tutto, questo è il punto, e il primo maggio 2015 potrebbe essere il momento di svolta, quello in cui lasciamo perdere le battaglie del passato e cominciamo la battaglia del futuro. Non la battaglia della democrazia né quella per i diritti, meno che mai la battaglia per la difesa del posto di lavoro, che è stata l’inizio di tutte le sconfitte.
La battaglia necessaria (e forse a un certo punto anche possibile) è quella che trasforma la potenza della tecnologia in processo di liberazione dalla schiavitù del lavoro e della disoccupazione. Quella battaglia si combatterà cominciando a comportarci come se il potere non esistesse, rifiutando di pagare un debito che non abbiamo contratto, rifiutando di partecipare alla competizione del lavoro e alla competizione della guerra.
E’ impossibile? Lo so, oggi è impossibile, i giovani che hanno aperto gli occhi di fronte a uno schermo uscendo dal ventre della madre si impiccano a plotoni perché per loro il calore della solidarietà politica e della complicità amichevole sono oggetti sconosciuti. Ma se vogliamo parlare con loro è meglio che lasciamo perdere i gettoni, la democrazia e i diritti. E’ meglio che impariamo a parlare della vita e della morte.
C'è una sorta di nichilismo che non dire se compiaciuto o meno, ma alla fine mi sembra la solita solfa: si gioca con le categorie, la democrazia, la vita, la morte, e poi... il nulla
di Franco Berardi
Di prima mattina ho fatto una ricognizione per Milano per decidere che fare.
Piovigginava e l’asma mi rallentava il passo: dopo aver camminato un’oretta ho capito che era meglio tornarmene a Bologna. Si sapeva che a un certo punto sarebbe scoppiata la baraonda. La polizia non poteva farci niente per una ragione facile da capire: gli occhi di tutto il mondo erano puntati sull’inaugurazione dell’EXPO, un morto nelle strade di Milano non sarebbe stato buona pubblicità. A Genova quindici anni fa (come passa il tempo!) il potere intendeva dimostrare che i grandi del mondo sono inavvicinabili e se ci provi ti ammazzo. A Milano intendeva dimostrare di essere tollerante. Da una parte si fa festa con Armani e Boccelli perché ormai i giovani sono talmente frollati dalla disperazione che fanno la fila per poter servire gratis al tavolo di Monsanto e di McDonald. Dall’altra si permette di sfilare a qualche migliaio di sessantenni i quali, poveretti, credono che per telefonare ci vuole il gettone, e quindi sono ancora dietro a quelle vecchie storie dei diritti.
Poi tremila teppisti hanno rovinato il banchetto, tutto qui.
Ho letto l’articolo di Luca Fazio e vorrei esprimere un’opinione diversa dalla sua. Fazio scrive che i teppisti hanno rovinato una manifestazione democratica.
Sarò brutale con spirito amichevole: a cosa serve manifestare per la democrazia? che utilità può avere sfilare per le vie della città dicendo: diritti, costituzione, democrazia?
Io lo faccio talvolta (quando l’asma me lo permette) per una ragione soltanto: incontro i miei amici e le mie amiche. E’ quel che ci è rimasto della sfera pubblica che un tempo chiamavamo movimento. Ma non penso neanche lontanamente che si tratti di un’azione politicamente efficace.
C’è ancora qualcuno che creda nella possibilità di fermare l’offensiva finanzista europea, o l’autoritarismo renziano con pacifiche passeggiate e referendum?
A proposito: ci sarà un referendum contro la legge elettorale denominata Italicum. Probabile. Giusto per riepilogare voglio ricordarvi gli antefatti. Esisteva una legge elettorale denominata Porcellum (perché coloro che la avevano promulgata dichiararono fra le risate che si trattava di una porcata). La Consulta dichiarò quella legge incostituzionale, dunque sancì l’illegittimità del Parlamento eletto con quella legge. Fino al 2011 c’era almeno un Primo Ministro votato da una maggioranza. Si chiamava Berlusconi (remember?). Fu esautorato per volontà della Bundesbank, venne un primo ministro direttamente eletto dalla finanza internazionale di nome Monti. Il disastro fu tale che si tornò alle urne. Le urne risultarono enigmatiche, e dopo varie tergiversazioni emerse un tizio che nessuno ha votato ma nei sondaggi risultava vincente. Dal momento che questo tizio ha la fiducia dei mercati il Parlamento, eletto con una legge incostituzionale, ora si prostra ai suoi piedi. La cifra vincente del governo Renzi è il totale disprezzo delle regole costituzionali, perciò un parlamento incostituzionale vota una legge elettorale incostituzionale imponendola con il voto di fiducia. Tombola.
A questo punto qualcuno raccoglierà le firme per un referendum.
Referendum? Io ne ricordo un altro: il 90% del 70% degli elettori votarono contro la privatizzazione dell’acqua. Vi risulta che la privatizzazione dell’acqua sia stata fermata? A me risulta il contrario. E allora perché dovrei andare a votare al prossimo referendum?
Qualcuno mi risponde: per difendere la democrazia.
Democrazia? Ma di che stai parlando? L’80% dei greci appoggia il suo governo, ma la Banca Centrale europea ha detto con chiarezza che le regole non le stabilisce l’80% dei greci, ma il sistema bancario, quindi che i greci vadano a farsi fottere, e con loro la democrazia.
Ma torniamo a Milano. Tremila teppisti spaccano tutto? Non esageriamo, ma certo hanno fatto abbastanza fumo. E i giornali parlano di loro più che di Renzi Armani e Boccelli. Come posso non essergliene grato?
Sto forse proponendo una strategia politica? Credo io forse che spaccando le vetrine di tre banche (o magari di trecento o di tremila) il potere finanziario si spaventa? Non scherziamo. So benissimo che il potere finanziario non sta nelle vetrine delle banche, ma in un circuito algoritmico virtuale che nessuna azione teppistica può distruggere e nessuna democrazia influenzare. So benissimo che mentre tremila spaccavano vetrine diciassettemila e cinquecento correvano a lavorare gratis e questo è l’avvenimento più importante. So benissimo che nell’azione teppistica non vi è alcuna strategia politica. Ma c’è forse una cosa più seria. C’è la disperazione che cresce, limacciosa e potente, ai margini del mondo levigato.
Cosa ne pensa Fazio (al quale rivolgo un saluto in amicizia) dei teppisti di Baltimore e di Ferguson? Pensa che dovrebbero avere fiducia nella democrazia?
Io ricordo di avere visto (era la CBS?) un’intervista a una ragazza che stava in strada a New York una notte del novembre 2014. Il giornalista le chiedeva qualcosa sui bianchi e sui neri e lei rispose: “This is not about white and black. This about life and death.”
Nel tempo che viene non capirete niente se penserete alla democrazia. Occorre pensare in termini di vita e di morte, e allora si comincia a capire.
Ci stanno ammazzando, capito? Non tutti in una volta. Ci affogano a migliaia nel canale di Sicilia. Un numero crescente di ragazzi si impiccano in camera da letto (60% di aumento del tasso di suicidio nei decenni del neoliberismo, secondo i dati dell’OMS). Ci ammazzano di lavoro e ci ammazzano di disoccupazione. E mentre la guerra lambisce i confini d’Europa, focolai si accendono in ogni sua metropoli.
Perché dovrei preoccuparmi dell’Italicum? E’ una forma di fascismo come un’altra.
Abbiamo perso tutto, questo è il punto, e il primo maggio 2015 potrebbe essere il momento di svolta, quello in cui lasciamo perdere le battaglie del passato e cominciamo la battaglia del futuro. Non la battaglia della democrazia né quella per i diritti, meno che mai la battaglia per la difesa del posto di lavoro, che è stata l’inizio di tutte le sconfitte.
La battaglia necessaria (e forse a un certo punto anche possibile) è quella che trasforma la potenza della tecnologia in processo di liberazione dalla schiavitù del lavoro e della disoccupazione. Quella battaglia si combatterà cominciando a comportarci come se il potere non esistesse, rifiutando di pagare un debito che non abbiamo contratto, rifiutando di partecipare alla competizione del lavoro e alla competizione della guerra.
E’ impossibile? Lo so, oggi è impossibile, i giovani che hanno aperto gli occhi di fronte a uno schermo uscendo dal ventre della madre si impiccano a plotoni perché per loro il calore della solidarietà politica e della complicità amichevole sono oggetti sconosciuti. Ma se vogliamo parlare con loro è meglio che lasciamo perdere i gettoni, la democrazia e i diritti. E’ meglio che impariamo a parlare della vita e della morte.
giovedì 30 aprile 2015
Ritorno dal Cuore della Terra
da ubu re
Seconda e penultima incursione nel libro di Piero Paglini "Al Cuore della Terra e Ritorno".
Qui la prima parte del libro: Al Cuore della Terra 1
qui la seconda: Al Cuore della Terra 2
Il vecchio “secolo americano”
1. Bush padre e Bill Clinton avevano pensato di ristabilire un ordine mondiale di tipo
pseudo-rooseveltiano, rivitalizzando e ridefinendo, ad usum delphini, gli organismi di governo internazionali (tanto è vero che la teoria di Paul Wolfowitz sulla guerra preventiva benché già allora apprezzata non era stata accolta per motivi politici).
Contando sulla scomparsa dell’Unione Sovietica, con una Russia caratterizzata dallo sbrago cleptocratico e compradore imposto da Boris Yeltsin e, in definitiva, facendo leva su credenziali economiche e politiche prive di rivali, Bush Sr. nel 1991 riuscì senza molti sforzi a far pagare la Guerra del Golfo ai suoi alleati: 54,1 miliardi di dollari (otto volte la cifra sborsata dagli Usa) e Clinton, otto anni più tardi, riuscì a scagliare la Nato contro la Serbia. Tuttavia, la guerra del Kosovo aveva dimostrato che la comunità internazionale iniziava a nutrire perplessità e ad opporre resistenza rispetto al progetto di egemonia planetaria statunitense, che metteva in discussione l’ordine vestfaliano che nel bene e nel male era il quadro della legalità internazionale condiviso fino ad allora e mai messo in discussione formalmente. I Russi, ovviamente, erano molto preoccupati e i Cinesi irritati. Ma anche i più forti stati europei iniziavano a mostrare un entusiasmo che decresceva di pari passo coi progressi del progetto di moneta unica,come d’altronde era stato “previsto”, con stizza e minacce, da Martin Feldstein,poi consigliere di Bush Jr (cfr. “Il Sole 24 Ore”, 6-11-1997).
La benedizione Onu alla guerra del Kosovo fu così negata.
Certo, la fedeltà atlantica e il desiderio di non inimicarsi gli Usa erano e sono ancora fattori importanti, ma probabilmente nell’adesione dei Paesi della Nato alle guerre dei Balcani oltre alla fedeltà atlantica pesavano ormai altri interessi sottaciuti e da non
sbandierare con leggerezza. Un ruolo importante era giocato ad esempio dalla riesumazione di vecchie e mai abbandonate direttrici geopolitiche, come nel caso della Germania da sempre interessata ai Balcani. Nel caso dell’Italia invece si poteva intravedere una ratatuie di puro servilismo verso la superpotenza, di atavica piaggeria verso il Vaticano (da ricordarsi le sue ingerenze in Croazia), di opportunismo politico e forse di qualche dose di volontà egemonica nei confronti dell’Albania. Ad ogni modo, si navigava ancora sull’onda della belle époque finanziaria clintoniana, che allora andava sotto il nome di “web economy” (per i fraintendimenti che questa belle époque ha generato. Ma le cose erano in corso di veloce cambiamento.
2. Negli anni immediatamente seguenti si poteva assistere a una serie di eventi realmente da “fine millennio”: lo sgonfiamento della bolla finanziaria clintoniana (il famoso piano di “atterraggio morbido” del Governatore della Fed, Greenspan), l’introduzione dell’Euro come moneta scritturale (gennaio 1999), la scalata al potere di Vladimir Putin (che diverrà presidente della Federazione Russa nel maggio del 2000), e uno spostamento sempre più marcato dell’economia mondiale verso l’Asia, continente ormai centrato sulla Cina.
A quel punto gli Stati Uniti decisero di cambiare marcia. Con la presa del potere di Bush Jr e dei suoi consiglieri neocons, si ritornò a una riedizione in grande della strategia attuata dal presidente Truman all’indomani della II Guerra Mondiale.
Così, come il New Deal universale e visionario di Franklin D. Roosevelt era stato ridimensionato da Truman in un più realistico progetto di sistema gerarchico di stati attuato su una parte ridotta del pianeta, il cosiddetto “mondo libero”, allo stesso modo ora i propositi blandamente neo-rooseveltiani di Bill Clinton dovevano cedere il passo al progetto di un sistema gerarchico di stati di ampiezza planetaria, ciò che nella letteratura prese per l’appunto il nome di “Impero statunitense”.
Nel cosiddetto “movimento dei movimenti”, si poteva invece assistere a una spensierata confusione tra il significato di “impero” dato ad esempio da Arundhati Roy o da Chalmers Johnson (impero formale a guida statunitense) e il significato designato dal libro di Hardt e Negri, che era cosa ben differente e, soprattutto, di là da venire. Ma tant’è: l’importante era prendersela con un “impero”. Che poi quello statunitense non avesse di fronte moltitudini desideranti bensì persone in carne ed ossa che venivano massacrate a centinaia di migliaia, la cosa era evidentemente considerata grave ma secondaria da un punto di vista politico e analitico. Di fronte a questa inanità, non è sorprendente che il New York Times abbia eccitato
i narcisismi mediatici in un tripudio gioioso e strepitoso proclamando che il “movimento dei movimenti” era la “seconda potenza mondiale”; perché sapeva che lo era sì, ma a Paperopoli.
Il progetto imperiale di Bush Jr era perseguito con le stesse tinte nazionalistiche della politica statunitense del secondo dopoguerra e con lo stesso sfruttamento di un supposto temibile nemico esterno: il comunismo nel 1946, il terrorismo internazionale nel 2001. Condoleezza Rice aveva dunque ragione quando paragonava il dopo 9/11 al biennio 1946-1947: come Truman, Bush Jr si era assunto il compito di condurre un mondo in preda a forze centrifughe in una struttura gerarchica di stati a guida Usa. Ma il suo parallelo andava ben più in là di quanto ella volesse far intendere. Infatti, se negli
anni Cinquanta il Sottosegretario di Stato, Dean Acheson, aveva salutato la crisi di Corea come una salvezza per il progetto dell’amministrazione Truman, l’Amministrazione Bush aveva tutte le ragioni per salutare come una salvezza l’attacco alle Torri Gemelle. E come abbiamo visto, i cinici cervelloni del Pnac lo avevano invocato un anno esatto prima. Tuttavia proprio gli amplissimi spazi di manovra aperti dal collasso dello storicocontendente degli Stati Uniti, hanno in poco tempo trasformato il neo-unilateralismo statunitense in un limite fondamentale all’esercizio del suo potere.
Se infatti la strategia da Truman a Reagan si basava sulla possibilità di ritagliarsi una fetta di mondo su cui poter esercitare prima il proprio dominio e, in seguito, la propria egemonia, ora l’espansione globale di quella fetta rischia di portare a ciò che è stato
definito “sovradimensionamento strategico”, proprio nel momento in cuisi ritorna dall’egemonia al dominio.
3. La vulgata ha visto nella guerra in Iraq oltre alla rapina delle risorse petrolifere di quel Paese anche lo scenario per la realizzazione di profitti grandiosi da parte dei sodali di George Dubya Bush e dei loro fidi. Era un continuo di denuncie di come un gruppo privilegiato di aziende, in massima parte statunitensi e legate agli uomini
dell’Amministrazione Usa di allora, si stavano spartendo le enormi torte dell’invasione e della “ricostruzione”. Ed era vero; ma se questo aggiunge, se ancora possibile, ulteriore discredito morale sulla cricca di Bush, tuttavia si tratta per molti aspetti di “business as usual”. Concentrarsi su questi aspetti, indubbiamente spregevoli, può però
nascondere che le guerre di Bush, per quanto necessarie come vedremo nella Sezione VIII, non si stavano rivelando un buon affare per gli Usa. Ed è per questo che c’era bisogno del “nuovo corso” di Obama. Mantenere una posizione imperiale ha dei costi enormi. Ma come è ovvio il problema non è “quanto costa”, bensì “chi paga”;
e ciò dipende da chi ha il potere di far pagare. Chi sta allora pagando
il progetto neo-imperiale statunitense?
C’è stata fin da subito una grande riluttanza da parte degli alleati degli Stati Uniti a sostenere finanziariamente la guerra in Iraq. In compenso la guerra costa agli Usa uno sproposito. Nel loro libro “The Three Trillion Dollar War”, l’ex Senior Vice President e Chief
Economist della Banca Mondiale, oltre che premio Nobel per l’Economia, Joseph E. Stiglitz e Linda Bilmes dell’Università di Harvard, avevano previsto che alla data del 30 settembre 2008 – ovvero quando si sarebbe chiuso l’anno fiscale – in base alle richieste
complessive avanzate al Congresso degli Stati Uniti dall’Amministrazione Bush, il conflitto afgano e quello iracheno avrebbero inciso complessivamente sul bilancio federale per un ammontare pari a 845 miliardi di dollari (al valore del 2007). Una cifra notevolissima, se si pensa che secondo il servizio statistico del Congresso i 12 anni di guerra nel Vietnam sono costati 670 miliardi di dollari (sempre al valore del 2007). Ma è una cifra che impallidisce di fronte alle previsioni tra oggi e il 2017 (comprendenti
anche i costi nascosti come le spese assistenziali, sanitarie o psicologiche, per i reduci): fra le 1,7 (nelle “condizioni più favorevoli”) alle 2,7 migliaia di miliardi di dollari (secondo uno scenario “realistico-moderato”). E come se non bastasse il calcolo aggiornato ha portando il range delle stime a ben 4-6 sei trilioni di dollari.
A dispetto di queste cifre da capogiro, anche i più fedeli alleati degli Usa, ad eccezione del vassallo più sicuro, gli UK, fecero orecchie da mercante già durante la ridicola “conferenza dei donatori” dell’ottobre 2003 quando pure si pensava che la guerra costasse ordini di grandezza inferiori. Infatti, l’allora segretario di stato Colin
Powell aveva posto come obiettivo 36 miliardi di dollari ma si ritrovò con un pugno di mosche: gli ex grandi donatori della Guerra del Golfo, Germania e Arabia Saudita in testa, si comportarono da veri spilorci. Il Giappone fu il più munifico: 1,5 miliardi di dollari, un niente se confrontato ai 13 miliardi di dollari di 12 anni prima
e una miseria se si deflaziona la cifra.
4. Si stava dunque delineando una crisi di capacità egemonica di misura epocale messa in risalto proprio dal fatto che gli Stati Uniti avevano da poco convinto l’Onu a riconoscere una certa legittimazione alla presenza della coalizione in Iraq e quindi
formalmente il quadro giuridico non era più quello di un’arrogante unilateralità. Una legittimazione formale ampliava una delegittimazione di fatto. Anche la “coalizione dei volenterosi” si era dimostrata risibile sul campo: dei 28 paesi alleati nei primi due anni,
solo otto avevano inviato più di 500 soldati. A questa crisi di capacità egemonica non corrispondeva però una volontà politica di opposizione all’egemonismo statunitense. Il disallineamento tra riluttanza economica e appeasement politico era dovuto proprio all’espansionismo Usa.
Secondo un’espressione molto esplicativa e pittoresca di Giovanni Arrighi, la azioni statunitensi erano ormai viste come causa di disordine internazionale e gli Stati Uniti stessi come un boss di quartiere che offre protezione contro il disordine da lui stesso provocato o minacciato.
Oltre che al lato politico-militare della faccenda questo sospetto si applica benissimo ancheal lato politico-finanziario. Se questo è vero, non penso che si spinga il ragionamento troppo oltre la realtà, se si ipotizza che per quanto riguarda Cina e Russia, il caos iracheno fosse visto come fonte di un doppio vantaggio.
In primo luogo un’America impantanata negli isolati Iraq e Afghanistan era uno spettacolo ancora più desolante di un’America impantanata nel Vietnam. In secondo luogo, iniziare le guerre in Afghanistan e Iraq in una posizione debitoria internazionale
senza precedenti sulla carta era una mossa azzardata da parte degli strateghi neocons.
Usiamo una formula dubitativa, perché l’azzardo deriva da un intreccio di circostanze, non da un presunto rapporto diretto che sussisterebbe in ogni contesto tra la situazione economica-finanziaria di uno Stato e la sua potenza.
Abbiamo accennato alla capacità degli Usa di uscire in vantaggio (grazie a una guerra mondiale) dalla crisi del ’29, e possiamo anche ricordare che durante le guerre francesi tra il XVIII e il XIX secolo la posizione di comando sulla finanza europea che la Gran Bretagna
aveva strappato all’Olanda con duri conflitti, unitamente alle innovazioni di prodotto e alla diffusione della meccanizzazione, riuscì a garantire all’Inghilterra il flusso dei crediti e a convertire il suo indebitamento in un fattore di possente crescita, di sovranità e infine di vantaggio che sarebbe sfociato nell’egemonia mondiale britannica per circa un secolo (nel 1793 gli interessi sul debito impegnavano almeno il 75% del bilancio della Gran Bretagna,
eppure la sua spesa pubblica tra il 1792 e il 1815 poté aumentare di circa sei volte, grazie al credito di cui godeva). Inoltre, erano quarant’anni che gli Usa traevano benefici dalla loro posizione debitoria grazie al predominio politico- militare.
Tuttavia si poteva sperare che la debolezza economica spingesse gli Usa verso un ripiegamento, per lo meno temporaneo. Negli stessi Usa si temeva che la dipendenza economica corresse il rischio di trasformarsi in vincolo politico sulla loro capacità di manovra. Un rischio che possiamo comprendere meglio se consideriamo quanto era successo storicamente durante i lunghi anni di crisi sistemica dell’egemonia britannica.
Anche la declinante Gran Bretagna, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, aveva reagito con vari conflitti al declino della sua egemonia. Innanzitutto con nuove conquiste coloniali e, infine, con l’aperto confronto con lo sfidante europeo: la Germania. Ma persino i limitati conflitti coloniali erano stati affrontati dall’Inghilterra
partendo da una situazione di bilanci in attivo, da un’Europa e un’America in larga misura ancora dipendenti da lei e quindi da una situazione politico-economica ideale.
Questa posizione vantaggiosa le era garantita dalla spoliazione diretta dell’India e delle altre colonie e indirettamente di altri ricchi paesi, come la Cina. Generalmente si pensa che in quei due colossi asiatici la Gran Bretagna operasse prevalentemente un saccheggio di materie prime, iniquo quanto si vuole, ma tutto sommato d’importanza
non direttamente strategica, che inoltre comportava uno sforzo del Paese conquistatore per la costruzione di infrastrutture e per l’amministrazione del Paese colonizzato. Le cose invece stavano diversamente.
Alla vigilia della conquista del Bengala, l’India incideva per il 22,6% sul Pil mondiale e per il 32% sul prodotto manifatturiero mondiale, mentre la Cina incideva rispettivamente per il 23,1% e il 32,8%. L’India fu conquistata direttamente e la Cina indirettamente da una nazione, l’Inghilterra, che in quel momento poteva vantare una
misera quota di Pil mondiale pari all’1,9% ma poteva contare su una straordinaria capacità in un altro settore, cioè nell’arte criminale, l’arte di fare la guerra. Bastano questi dati per ridicolizzare ogni discorso economicistico nell’analisi delle dinamiche capitalistiche.
A quei tempi India e Cina erano le maggiori potenze economiche mondiali ma non erano avvezze a guerre continue come invece lo eravamo noi nella Vecchia Europa.
Così dopo la conquista dell’India e dopo i trattati iniqui con la Cina che seguirono le Guerre dell’Oppio, da queste impressionanti potenze economiche iniziò un ingente travaso di risorse finanziarie. Dall’India questo travaso avveniva direttamente sottoforma di “debito”: 51 milioni di sterline nel 1857, 97 milioni nel 1862, 224 milioni nel 1900, 274 milioni nel 1913, 884 milioni nel 1939 (e solo una parte molto modesta di questo debito veniva spesa per l’India: ferrovie, irrigazione, .... Altro che “fardello”!).
Questo è il primo aspetto della rapina. Il secondo è invece quello degli input per l’industria del centro alimentata dalla finanza, ovvero del rifornimento di capitale circolante (prodotti alimentari e materie prime).
5. Se quindi non si considera il ruolo dell’Impero nella capacità britannica di giocare la funzione di potenza capitalistica economica, politica e militare egemonica,non si può pensare di capire cosa succede adesso.
Gli Inglesi erano perfettamente consapevoli che senza la ricchezza rapinata sottoforma di “debito indiano” e di uomini sequestrati come manodopera militare, cioè come soldati arruolati e mantenuti dall’India stessa, non avevano chance, mentre con l’India a disposizione potevano sia porsi al centro dei meccanismi mondiali di
accumulazione sia affrontare ogni tipo di conflitto armato. Ne erano talmente consapevoli da esserne ossessionati. Solo così si spiega l’inflessibilità meccanica (e disumana) della riscossione delle tasse indiane, persino in periodi di drammatica carestia.
Era così importante l’approvvigionamento di risorse dall’Asia per mantenere l’egemonia economica, militare e politica della Gran Bretagna, che il Maresciallo Montgomery, nelle sue memorie sulla II Guerra Mondiale, afferma che se la Germania avesse occupato l’Inghilterra sarebbe stato un duro colpo, ma non mortale: c’era già il
piano per trasferire il governo nel Canada da dove proseguire la lotta. Ma se la Germania avesse tagliato in due l’Impero, isolando la parte occidentale dall’India, la Gran Bretagna avrebbe dovuto firmare la resa il giorno dopo. Per fortuna Hitler seguiva pedissequamente gli insegnamenti di von Clausewitz che prescrivevano di concentrare lo sforzo bellico nel teatro principale del conflitto. Dato che il Führer era convinto che il teatro principale fosse l’Europa, gettò le sue armate nella trappola russa e fu così che tra il 1942 e il 1943 la Wehrmacht fu battuta dall’Armata Rossa senza più possibilità di riprendersi e l’Impero britannico rimase integro.
Ciononostante l’Inghilterra fece male i conti: i prestiti elargiti allo Zar durante la I Guerra Mondiale non vennero riconosciuti dal governo sovietico, le due guerre mondiali costarono molto di più di quanto previsto e così il credito nei confronti dell’India finì inesorabilmente per trasformarsi in debito e l’Inghilterra fu costretta a indebitarsi finanziariamente e politicamente anche con gli Usa. Tuttavia, per lungo tempo il possesso dell’India aveva permesso all’Inghilterra di essere il centro economico, finanziario, politico e militare del mondo e di proseguire con le sue guerre di espansione coloniale. Al contrario dell’Inghilterra, gli Usa non hanno mai posseduto
un impero coloniale, ma solo il proprio impero continentale, cioè gli Usa stessi.
Dovettero perciò agire in altro modo.
Come vedremo più in dettaglio, a partire dalla fine dell’amministrazione Carter per supplire alla crisi, innanzitutto di potenza e poi economica, gli Stati Uniti divennero i maggiori
rastrellatori di risorse finanziarie del pianeta, prima attorno allo strabiliante rilancio della spesa militare durante la cosiddetta Seconda Guerra Fredda voluta da Reagan, poi con le politiche di liberalizzazione globale promosse da Reagan e Bush padre; infine
grazie alla “New economy” (alias “espansione borsistica”) clintoniana e alla successiva “bolla dei prestiti privati” di Bush Jr.
Nel frattempo l’economia statunitense per quanto riguarda i settori a bassa o media tecnologia e a medio-alta intensità di lavoro diventava sempre meno competitiva, così che il mercato americano veniva sempre più invaso dai prodotti esteri, innanzitutto cinesi, mentre le aziende multinazionali statunitensi decentravano intere linee all’estero, col risultato che il deficit commerciale Usa nei confronti di ogni altra nazione di peso della Terra iniziò ad aumentare progressivamente dalla metà degli anni Novanta. Una situazione che gli Stati Uniti dovevano però rovesciare a proprio vantaggio.
Attualmente gli Stati Uniti hanno bisogno di essere foraggiati dall’estero nella misura di due miliardi di dollari al giorno e si trovano a dover affrontare un deficit di competitività anche nei settori ad alta tecnologia. In compenso al gennaio 2012, 5048
miliardi di dollari pari a più del 36% del debito pubblico americano è posseduto da governi stranieri. Di questa cifra quasi il 23% è in mano alla Cina e il 21,7% al Giappone. Bisogna far notare che la quota cinese è superiore a quella complessiva di Inghilterra, Germania, Russia e Svizzera con l’aggiunta di tutti i Paesi produttori di petrolio.
Gli Stati Uniti riescono a mantenere una posizione di leadership grazie al fatto che nessun creditore ha interesse a far fuori il suo più grande debitore e, ben più importante, perché non c’è ancora nessuno che gli contesti apertamente l’egemonia mondiale politica, diplomatica, militare e finanziaria. Ciò ovviamente ha anche un
risvolto economico; un risvolto che tuttavia è comunemente interpretato come la radice del problema.
6. Se la strategia imperiale dei neocons statunitensi si è concretizzata in una tragedia per gli Afgani e gli Iracheni, vittime di sofferenze vergognose che generalmente vengono sottaciute o negate dalla stampa e dai politici occidentali, bisogna anche sottolineare
che i suoi ritorni sembrano aver disatteso le aspettative. Ad esempio, il controllo dell’Iraq non pare abbia finora liberato capacità aggiuntiva di produzionedi petrolio o fornito molti vantaggi strategici.
Al contrario, ha indotto nuovi problemi al sistema di dominio statunitense, come il progetto di pipeline Iran-Pakistan-India con possibile diramazione verso la Cina - un incubo per gli Usa, che per ora lo hanno fermato con gli accordi di collaborazione per
il nucleare civile con l’India - e un’accentuata dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia.
Se si tiene conto di questi elementi e del fatto che la Russia è riuscita a ristabilire la sua storica egemonia sulle repubbliche centroasiatiche (persino sull’Uzbekistan, che appariva ormai perso), repubbliche incastonate come gioielli geopolitici tra Medio Oriente, Russia e
Cina e a poca distanza dall’India, allora non è difficile capire come mai queste siano oggetto delle attenzioni dei mestatori che fanno capo ai servizi di intelligence statunitensi, spesso travestiti da non-violenti e da Ong per i diritti umani, dediti alle “rivoluzioni colorate”.
Dato che i combustibili fossili giocano in mille ragionamenti, da quelli geopolitici a quelli ecologici, è necessario aprire una finestra su questo punto specifico.
Iniziamo facendo notare che storicamente ogni sconvolgimento in Medio Oriente ha generato una spinta verso l’alto del prezzo del petrolio.
E’ evidente che dopo il “mission accomplished” di Bush, il prezzo del greggio è iniziato inesorabilmente a salire sino a livelli impensabili, per poi discendere non semplicemente per via della crisi, come di solito si pensa, ma perché gli Usa hanno capito che questo aumento fantascientifico era un’arma geopolitica a doppio taglio.
La recente impennata del prezzo del greggio è stata generalmente attribuita alla richiesta cinese e degli altri Paesi emergenti, in special luogo l’India, che però sembra aver concorso in modo relativo all’aumento del costo del petrolio. Esistono infatti altre
dinamiche che devono essere valutate. Probabilmente c’è stata la tentazione di condurre una fase della partita giocando sul prezzo del petrolio ma ci si è in poco tempo accorti che stava diventando in un gioco rischioso. L’economia della Cina e quella degli Usa erano troppo strettamente intrecciate e, in compenso, l’aumento del
greggio favoriva enormemente la Russia, competitor meno integrato, con grande autonomia energetica e quindi più preoccupante. Tuttavia l’arma dell’aumento del prezzo del petrolio era stata usata nel 1973 da Nixon e si poteva basare su un meccanismo collaudato che esamineremo più avanti.
Oltre che al lato politico-militare della faccenda questo sospetto si applica benissimo ancheal lato politico-finanziario. Se questo è vero, non penso che si spinga il ragionamento troppo oltre la realtà, se si ipotizza che per quanto riguarda Cina e Russia, il caos iracheno fosse visto come fonte di un doppio vantaggio.
In primo luogo un’America impantanata negli isolati Iraq e Afghanistan era uno spettacolo ancora più desolante di un’America impantanata nel Vietnam. In secondo luogo, iniziare le guerre in Afghanistan e Iraq in una posizione debitoria internazionale
senza precedenti sulla carta era una mossa azzardata da parte degli strateghi neocons.
Usiamo una formula dubitativa, perché l’azzardo deriva da un intreccio di circostanze, non da un presunto rapporto diretto che sussisterebbe in ogni contesto tra la situazione economica-finanziaria di uno Stato e la sua potenza.
Abbiamo accennato alla capacità degli Usa di uscire in vantaggio (grazie a una guerra mondiale) dalla crisi del ’29, e possiamo anche ricordare che durante le guerre francesi tra il XVIII e il XIX secolo la posizione di comando sulla finanza europea che la Gran Bretagna
aveva strappato all’Olanda con duri conflitti, unitamente alle innovazioni di prodotto e alla diffusione della meccanizzazione, riuscì a garantire all’Inghilterra il flusso dei crediti e a convertire il suo indebitamento in un fattore di possente crescita, di sovranità e infine di vantaggio che sarebbe sfociato nell’egemonia mondiale britannica per circa un secolo (nel 1793 gli interessi sul debito impegnavano almeno il 75% del bilancio della Gran Bretagna,
eppure la sua spesa pubblica tra il 1792 e il 1815 poté aumentare di circa sei volte, grazie al credito di cui godeva). Inoltre, erano quarant’anni che gli Usa traevano benefici dalla loro posizione debitoria grazie al predominio politico- militare.
Tuttavia si poteva sperare che la debolezza economica spingesse gli Usa verso un ripiegamento, per lo meno temporaneo. Negli stessi Usa si temeva che la dipendenza economica corresse il rischio di trasformarsi in vincolo politico sulla loro capacità di manovra. Un rischio che possiamo comprendere meglio se consideriamo quanto era successo storicamente durante i lunghi anni di crisi sistemica dell’egemonia britannica.
Anche la declinante Gran Bretagna, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, aveva reagito con vari conflitti al declino della sua egemonia. Innanzitutto con nuove conquiste coloniali e, infine, con l’aperto confronto con lo sfidante europeo: la Germania. Ma persino i limitati conflitti coloniali erano stati affrontati dall’Inghilterra
partendo da una situazione di bilanci in attivo, da un’Europa e un’America in larga misura ancora dipendenti da lei e quindi da una situazione politico-economica ideale.
Questa posizione vantaggiosa le era garantita dalla spoliazione diretta dell’India e delle altre colonie e indirettamente di altri ricchi paesi, come la Cina. Generalmente si pensa che in quei due colossi asiatici la Gran Bretagna operasse prevalentemente un saccheggio di materie prime, iniquo quanto si vuole, ma tutto sommato d’importanza
non direttamente strategica, che inoltre comportava uno sforzo del Paese conquistatore per la costruzione di infrastrutture e per l’amministrazione del Paese colonizzato. Le cose invece stavano diversamente.
Alla vigilia della conquista del Bengala, l’India incideva per il 22,6% sul Pil mondiale e per il 32% sul prodotto manifatturiero mondiale, mentre la Cina incideva rispettivamente per il 23,1% e il 32,8%. L’India fu conquistata direttamente e la Cina indirettamente da una nazione, l’Inghilterra, che in quel momento poteva vantare una
misera quota di Pil mondiale pari all’1,9% ma poteva contare su una straordinaria capacità in un altro settore, cioè nell’arte criminale, l’arte di fare la guerra. Bastano questi dati per ridicolizzare ogni discorso economicistico nell’analisi delle dinamiche capitalistiche.
A quei tempi India e Cina erano le maggiori potenze economiche mondiali ma non erano avvezze a guerre continue come invece lo eravamo noi nella Vecchia Europa.
Così dopo la conquista dell’India e dopo i trattati iniqui con la Cina che seguirono le Guerre dell’Oppio, da queste impressionanti potenze economiche iniziò un ingente travaso di risorse finanziarie. Dall’India questo travaso avveniva direttamente sottoforma di “debito”: 51 milioni di sterline nel 1857, 97 milioni nel 1862, 224 milioni nel 1900, 274 milioni nel 1913, 884 milioni nel 1939 (e solo una parte molto modesta di questo debito veniva spesa per l’India: ferrovie, irrigazione, .... Altro che “fardello”!).
Questo è il primo aspetto della rapina. Il secondo è invece quello degli input per l’industria del centro alimentata dalla finanza, ovvero del rifornimento di capitale circolante (prodotti alimentari e materie prime).
5. Se quindi non si considera il ruolo dell’Impero nella capacità britannica di giocare la funzione di potenza capitalistica economica, politica e militare egemonica,non si può pensare di capire cosa succede adesso.
Gli Inglesi erano perfettamente consapevoli che senza la ricchezza rapinata sottoforma di “debito indiano” e di uomini sequestrati come manodopera militare, cioè come soldati arruolati e mantenuti dall’India stessa, non avevano chance, mentre con l’India a disposizione potevano sia porsi al centro dei meccanismi mondiali di
accumulazione sia affrontare ogni tipo di conflitto armato. Ne erano talmente consapevoli da esserne ossessionati. Solo così si spiega l’inflessibilità meccanica (e disumana) della riscossione delle tasse indiane, persino in periodi di drammatica carestia.
Era così importante l’approvvigionamento di risorse dall’Asia per mantenere l’egemonia economica, militare e politica della Gran Bretagna, che il Maresciallo Montgomery, nelle sue memorie sulla II Guerra Mondiale, afferma che se la Germania avesse occupato l’Inghilterra sarebbe stato un duro colpo, ma non mortale: c’era già il
piano per trasferire il governo nel Canada da dove proseguire la lotta. Ma se la Germania avesse tagliato in due l’Impero, isolando la parte occidentale dall’India, la Gran Bretagna avrebbe dovuto firmare la resa il giorno dopo. Per fortuna Hitler seguiva pedissequamente gli insegnamenti di von Clausewitz che prescrivevano di concentrare lo sforzo bellico nel teatro principale del conflitto. Dato che il Führer era convinto che il teatro principale fosse l’Europa, gettò le sue armate nella trappola russa e fu così che tra il 1942 e il 1943 la Wehrmacht fu battuta dall’Armata Rossa senza più possibilità di riprendersi e l’Impero britannico rimase integro.
Ciononostante l’Inghilterra fece male i conti: i prestiti elargiti allo Zar durante la I Guerra Mondiale non vennero riconosciuti dal governo sovietico, le due guerre mondiali costarono molto di più di quanto previsto e così il credito nei confronti dell’India finì inesorabilmente per trasformarsi in debito e l’Inghilterra fu costretta a indebitarsi finanziariamente e politicamente anche con gli Usa. Tuttavia, per lungo tempo il possesso dell’India aveva permesso all’Inghilterra di essere il centro economico, finanziario, politico e militare del mondo e di proseguire con le sue guerre di espansione coloniale. Al contrario dell’Inghilterra, gli Usa non hanno mai posseduto
un impero coloniale, ma solo il proprio impero continentale, cioè gli Usa stessi.
Dovettero perciò agire in altro modo.
Come vedremo più in dettaglio, a partire dalla fine dell’amministrazione Carter per supplire alla crisi, innanzitutto di potenza e poi economica, gli Stati Uniti divennero i maggiori
rastrellatori di risorse finanziarie del pianeta, prima attorno allo strabiliante rilancio della spesa militare durante la cosiddetta Seconda Guerra Fredda voluta da Reagan, poi con le politiche di liberalizzazione globale promosse da Reagan e Bush padre; infine
grazie alla “New economy” (alias “espansione borsistica”) clintoniana e alla successiva “bolla dei prestiti privati” di Bush Jr.
Nel frattempo l’economia statunitense per quanto riguarda i settori a bassa o media tecnologia e a medio-alta intensità di lavoro diventava sempre meno competitiva, così che il mercato americano veniva sempre più invaso dai prodotti esteri, innanzitutto cinesi, mentre le aziende multinazionali statunitensi decentravano intere linee all’estero, col risultato che il deficit commerciale Usa nei confronti di ogni altra nazione di peso della Terra iniziò ad aumentare progressivamente dalla metà degli anni Novanta. Una situazione che gli Stati Uniti dovevano però rovesciare a proprio vantaggio.
Attualmente gli Stati Uniti hanno bisogno di essere foraggiati dall’estero nella misura di due miliardi di dollari al giorno e si trovano a dover affrontare un deficit di competitività anche nei settori ad alta tecnologia. In compenso al gennaio 2012, 5048
miliardi di dollari pari a più del 36% del debito pubblico americano è posseduto da governi stranieri. Di questa cifra quasi il 23% è in mano alla Cina e il 21,7% al Giappone. Bisogna far notare che la quota cinese è superiore a quella complessiva di Inghilterra, Germania, Russia e Svizzera con l’aggiunta di tutti i Paesi produttori di petrolio.
Gli Stati Uniti riescono a mantenere una posizione di leadership grazie al fatto che nessun creditore ha interesse a far fuori il suo più grande debitore e, ben più importante, perché non c’è ancora nessuno che gli contesti apertamente l’egemonia mondiale politica, diplomatica, militare e finanziaria. Ciò ovviamente ha anche un
risvolto economico; un risvolto che tuttavia è comunemente interpretato come la radice del problema.
6. Se la strategia imperiale dei neocons statunitensi si è concretizzata in una tragedia per gli Afgani e gli Iracheni, vittime di sofferenze vergognose che generalmente vengono sottaciute o negate dalla stampa e dai politici occidentali, bisogna anche sottolineare
che i suoi ritorni sembrano aver disatteso le aspettative. Ad esempio, il controllo dell’Iraq non pare abbia finora liberato capacità aggiuntiva di produzionedi petrolio o fornito molti vantaggi strategici.
Al contrario, ha indotto nuovi problemi al sistema di dominio statunitense, come il progetto di pipeline Iran-Pakistan-India con possibile diramazione verso la Cina - un incubo per gli Usa, che per ora lo hanno fermato con gli accordi di collaborazione per
il nucleare civile con l’India - e un’accentuata dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia.
Se si tiene conto di questi elementi e del fatto che la Russia è riuscita a ristabilire la sua storica egemonia sulle repubbliche centroasiatiche (persino sull’Uzbekistan, che appariva ormai perso), repubbliche incastonate come gioielli geopolitici tra Medio Oriente, Russia e
Cina e a poca distanza dall’India, allora non è difficile capire come mai queste siano oggetto delle attenzioni dei mestatori che fanno capo ai servizi di intelligence statunitensi, spesso travestiti da non-violenti e da Ong per i diritti umani, dediti alle “rivoluzioni colorate”.
Dato che i combustibili fossili giocano in mille ragionamenti, da quelli geopolitici a quelli ecologici, è necessario aprire una finestra su questo punto specifico.
Iniziamo facendo notare che storicamente ogni sconvolgimento in Medio Oriente ha generato una spinta verso l’alto del prezzo del petrolio.
E’ evidente che dopo il “mission accomplished” di Bush, il prezzo del greggio è iniziato inesorabilmente a salire sino a livelli impensabili, per poi discendere non semplicemente per via della crisi, come di solito si pensa, ma perché gli Usa hanno capito che questo aumento fantascientifico era un’arma geopolitica a doppio taglio.
La recente impennata del prezzo del greggio è stata generalmente attribuita alla richiesta cinese e degli altri Paesi emergenti, in special luogo l’India, che però sembra aver concorso in modo relativo all’aumento del costo del petrolio. Esistono infatti altre
dinamiche che devono essere valutate. Probabilmente c’è stata la tentazione di condurre una fase della partita giocando sul prezzo del petrolio ma ci si è in poco tempo accorti che stava diventando in un gioco rischioso. L’economia della Cina e quella degli Usa erano troppo strettamente intrecciate e, in compenso, l’aumento del
greggio favoriva enormemente la Russia, competitor meno integrato, con grande autonomia energetica e quindi più preoccupante. Tuttavia l’arma dell’aumento del prezzo del petrolio era stata usata nel 1973 da Nixon e si poteva basare su un meccanismo collaudato che esamineremo più avanti.
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mercoledì 29 aprile 2015
“Lui è lui, voi nun sete un ca…”
di Tonino D’Orazio
38esimo voto di fiducia in un anno e la saga non è finita. Ormai la cosiddetta sinistra del PD, una specie di ossimoro incomprensibile, continua a collezionare ceffoni su ceffoni. Tra il no no no e voto si si si per “salvare l’Italia”, o la fuga, la farsa è completa. Ma i ceffoni sono per tutti i parlamentari embedded, in sostanza che accettano la protezione del capo per un seggio futuro e quindi le limitazioni imposte alla propria libertà di movimento e di espressione. Una specie di simonia morale. Dire di coscienza mi pare esagerato di questi tempi. Il ricatto chiaro è: tutti a casa con me.
Nessun sussulto di orgoglio né di vergogna. Nemmeno l’idea che per la storia siano essi stessi gli affossatori della democrazia costituzionale a favore della “democrazia personale” o “padronale”. Altro che padri riformatori! Servi appiattiti nelle gabbie costruite da loro stessi in questi anni e dove passeggiano intrappolati. Hanno diritto solo alla parola, ce la raccontano anche a noi per rallegrare la platea, per il resto si tratta di ubbidire, anche facendo finta di uscire dall’Aula al momento del voto sapendo che fanno comunque vincere la maggioranza. Pensano di salvare la loro coscienza dismettendo le loro responsabilità.
In nessun paese è successo che i senatori votino la loro dissoluzione e abdichino alla rappresentanza affidata loro dai cittadini. Solo perché chiesto da un capo partito non eletto da nessuno se non dai propri fans, nemmeno dai propri iscritti. Senza nemmeno chiedere il parere di chi li ha votati, come se questa fosse una “piccola riforma” che in fondo gratta solo un pochino la Costituzione.
Non vi è dubbio che una nuova Resistenza li porterebbe tutti davanti ai tribunali del popolo. Per appropriazione indebita delle istituzioni che appartengono al popolo e non ai partiti, ormai strumenti di corruzione, furto e prevaricazione, evidenti ogni giorno, ai danni della propria nazione. Per essere passati da governo Esecutivo a Parlamento che esegue capovolgendo le istituzioni. Per furto del diritto di voto (non voteremo più, intanto per le Province, poi per il Senato e poi, poi, voteremo per quelli che il capo di turno avrà deciso). Per svendita di beni pubblici che non appartengono loro. E’ stato solo chiesto loro di gestirli da “buon padri di famiglia” non di venderli agli amici degli amici o regalarli dopo averli dissanguati. Il risultato è eccezionale e sembrano anche vantarsene. Per impoverimento organizzato e finalizzato a schiavizzare il popolo togliendogli la dignità e la sussistenza che solo il lavoro permette. Per assassinio in “guerre di pace” promosse al di fuori del nostro territorio mai stato in pericolo. Si tratta di aspettare. Anche se la storia non si ripete le analogie con il passato, non tanto lontano, sono tante.
In quanto al presidente della Repubblica, degno successore dell’altro, non c’è speranza. Potrà mai entrare in contraddizione con se stesso? Prima è padre della legge elettorale detta “matterellum” che prevedeva già i “premi”, dichiarati poi da lui stesso costituzionalmente proibiti; poi per quella detta “porcellum” ci ha messo 6 anni a dichiararla formalmente e sostanzialmente con “gravi lacune costituzionali”, compresi i premi previsti dalla sua legge. Lacune tali da inficiare Parlamento, Senato e tutte le leggi di questi ultimi anni, perché non avevano titolo a farle. Lo stesso Berlusconi, adesso dopo averne usufruiti, dichiara che vi sono 149 deputati “illegali” in Parlamento. Adesso addirittura Mattarella dovrà approvare e sostenere una legge peggiore. Ed è sicuro che lo farà. Renzi non è matto, se sta forzando significa che è “autorizzato” e si aspetta una blanda resistenza di facciata. Magari rimandandola almeno una volta alle Camere. Una splendida carriera, l’uomo sempre al posto giusto al momento giusto. In realtà è la dimostrazione che non abbiamo più grandi statisti. Se i deputati stessi si votano favorevolmente le pregiudiziali di costituzionalità (malgrado i pareri di costituzionalisti rinomati) della legge elettorale a maggioranza, cosa e quando la Corte Costituzionale (o la Presidenza della Repubblica) potrà decidere se sono vere? Eppure la Corte presieduta da Mattarella ha già deciso che alcune norme non sono costituzionalmente “corrette”. Diciamo che la povertà politica e servile delle classi padronali, difficile parlare di dirigenti politici, è arrivata molto in alto. Ma la furbizia, la menzogna, la corruzione, il furto sistematico, l’immoralità e l’amoralità invece ci vengono riconosciuti dappertutto. Basta vedere su questi temi dove si trova l’Italia nelle graduatorie internazionali. Ma a volte bastano i sorrisetti compiacenti e pietosi dei nostri partners europei, davanti alla tracotanza berlusconiana in un certo modo e renziana nell’altro. Tutto fumo e niente arrosto. Chiacchiere della “Commedia dell’Arte”. La realtà invece parla ripetutamente, (Wall Street Journal), di un futuro avviato alla bancarotta che chiamano educatamente default, dopo averci spolpati.
Ma che importa! Si troverà sempre di chi è la colpa, magari dei parlamentari che non hanno più coscienza, della mondializzazione che non abbiamo capito, oppure di Grillo e il M5S a causa della loro opposizione dura che impedisce al capo del governo di corre più velocemente nelle cosiddette riforme ordinategli da altra gente non eletta, come lui, magari dalle banche internazionali, dalla troika di Bruxelles, o da qualche potente cordata massonica internazionale alle quali molti nostri “dirigenti” politici sono ufficialmente affiliati. A questo ubbidiscono le coscienze attuali della maggioranza dei nostri rappresentanti parlamentari. Questo votiamo e voteremo.
La bagarre in Aula non è uno scandalo, magari c’è ancora qualcuno che fa finta di stupirsi, ma rappresenta solo una scenografia ipocrita all’aumento del patos necessario per gli spettatori (tele) e i fans, poi vedrete che tutto andrà come previsto da tempo dalla P2 di Licio Gelli al traguardo. E non sarà più necessario nemmeno votare perché non vi sarà più “rappresentanza” nelle istituzioni, già blindate da oggi e sottratteci.martedì 28 aprile 2015
Il richiamo della foresta
di Tonino D’Orazio
Succede in Cgil. All’iniziativa di Landini, la Camusso stringe le fila dei pasdaran dei segretari generali di alcune categorie della confederazione per il blocco alla “deriva”. Aspettando la Conferenza di Organizzazione.
Dice Landini, ma sembra Di Vittorio : "Il nostro obiettivo principale è cambiare le politiche economiche e sociali del governo, che riteniamo del tutto sbagliate, a partire dal Jobs Act". Un nuovo Statuto, il contratto nazionale, una vera rappresentanza. Insomma, per i riformisti politici a “tutti i costi”, roba d’altri tempi.
Intanto l’attacco della Camusso: Se un movimento si basa su un programma politico generale, e si va oltre la rappresentanza del mondo del lavoro, diventa oggettivamente una formazione di ordine politico. Poi ovviamente non può non ammettere che il sindacato è per forza di cose anche un soggetto politico. Ma fa politica sul lavoro e partendo dagli strumenti che gli sono propri, come la contrattazione”. “Rappresenta i lavoratori, insomma, non i cittadini in senso lato: e la sua forza sta proprio in questa parzialità. La Cgil rivendica sempre la centralità del lavoro ed è molto gelosa della propria autonomia. Un po’ di veleno in coda: le considerazioni sulla collocazione personale dei dirigenti sindacali e politici naturalmente sono loro scelte personali. Messo il punto sul concetto stretto di confederalità contrattuale e di linea si scatenano le prese di posizioni.
Stefania Crogi, segretario generale Flai Cgil e Rossana Dettori, segretario generale Fp Cgil: no a sindacato che si sostituisce alla politica. Un po’ schematiche ma chiare. Forse anche inversamente proporzionale.
Parte sparato Franco Martini, (ex area socialista), segretario confederale: “La coalizione sociale? Non è il nostro mestiere”. Come se fare della contrattazione il terreno in cui continuare a contrastare gli effetti negativi delle politiche del governo fosse realmente possibile, e in fondo giusto e chissà anche fino a che punto legale. Un piccolo richiamo all’ordine costituito non fa male: “Ma è chiaro che se la manifestazione del 28 dovesse cambiare pelle, diventare il battesimo di una soggettività politica, ci sarebbe da fare una riflessione”.
Segue Walter Schiavella, segretario generale della Fillea, cioè degli edili, quelli di quasi un morto al giorno, pieno di immigrati schiavizzati al nero, della pensione solo dopo più di 50 anni di lavoro e ai quali i governi succedutesi hanno quasi abolito il numero degli ispettori per amor dei padroni. Il sindacato deve solo “contrattare”. Ci ha aperto un seminario nazionale con altre categorie, Filt, Filctem, Filcams, Nidil, il 1° aprile.
Dobbiamo cambiare radicalmente le politiche economiche e sociali di questo governo, dobbiamo recuperare voce e peso alla rappresentanza delle ragioni del lavoro. Dobbiamo. Dobbiamo. Mai una autocritica sui risultati ottenuti fino ad oggi. Su questo siamo tutti uniti. Abbiamo punti di vista diversi sul come farlo. Occorre rispondere a due interrogativi: chi interpreta la confederalità? E se non viene più interpretata poiché si ammette la debolezza totale del sindacato? Con quali strumenti agisce la relazione politica? E se non esiste da tempo la relazione politica, se non nell’appiattimento generale al Pd, se non alla Troika riformista (poiché chiedono sempre e solo riforme strutturali, cioè per sempre, sulle spalle dei lavoratori) di Bruxelles?
Poi il siluro. Occorre una politica di alleanze sociali, ma esse non possono dar luogo a pericolose evoluzioni. Su quali strategie e quali strumenti usare paiono chiaramente alternative fra loro. Su questo occorre misurarci: fra chi ritiene prioritaria la strada del movimentismo e delle alleanze sociali a tutto tondo e chi pensa invece che esse vadano costruite partendo dalla centralità del lavoro e, quindi, della contrattazione. Noi, come noto, siamo perché dal lavoro e dalla contrattazione si debba partire”. Non si può prescindere dalla necessità di consolidare l’unità tra Cgil Cisl Uil. Cioè il vecchio sine qua non che avanza, che non funziona più realisticamente da 20 anni se non per frenare, e che intende lasciar scivolare la Cgil nell’indebolimento e nella non rappresentanza generale del lavoro, se non quella di coloro che già ce l’avevano e che man mano usciranno dal tempo indeterminato, o dalla continua chiusura delle fabbriche. Gli altri, sempre più senza diritti e più sfruttati, non sanno che farsene del sindacato. Chiedetelo al Nidil che se non avesse i precari pubblici, ad alto tasso politico, non esisterebbe. Tutti sanno, dalla precarizzazione delle leggi Treu (Pd) in poi (1995) che i precari non possono assolutamente iscriversi al sindacato pena il licenziamento immediato. Più oggi che ieri. Il gurù dei riformisti Ichino pontifica soddisfatto: “Il Jobs Act è fatto per licenziare”.
La Gabrielli, seg. Filcams, (Terziario, Turismo e Servizi) ha appena rinnovato il “contratto”. 85€ in tre anni, al quarto livello però. A fine ottobre e per il futuro, ma già programmato da Renzi dal novembre scorso, l’aumento dell’IVA al 25,5% (oppure tagli agli sgravi fiscali) si sarà già rimangiato tutto. Ma questo non c’entra con il contratto che va “comunque fatto”. Cosa hanno ceduto i lavoratori sui diritti di vita o di benessere per ottenere questo “aumento stipendiale”? La difficile sopravvivenza oraria di sfruttamento a chiamata diretta del padrone e la possibilità, legislativa e non contrattuale di essere licenziati su due piedi. Quisquiglie schiaviste. Più soldi, per finta, per meno diritti reali. Il concetto di soddisfazione rimane alla radice: “sempre meglio di niente”.
Carla Cantone e Maurizio Landini, si ritrovano in un incontro – dibattito aperto ai cittadini, dopo la manifestazione Fiom di Roma, nel corso del quale i due dirigenti nazionali indicheranno gli obiettivi della nuova stagione sindacale. Chiarissima l’importanza della posizione dello SPI, sindacato compresso ma maggioritario della Cgil, per lo sviluppo dell’ipotesi Unions. I pensionati Cgil, che hanno perso una grande percentuale del loro già misero potere d’acquisto, rimangono un elemento chiave per la costruzione delle Unions, che dovrebbe raggruppare proprio chi soffre di più la politica neoliberista della povertà. Cantone precisa però all'agenzia Ansa di non voler discutere del nuovo soggetto politico del segretario della Fiom. Meglio la fuga. Chi conosce la Cantone sa quanto si sia speso per sostenere Cuperlo (Pd) nella campagna per le primarie di quel partito, malgrado il giuramento continuo sull’autonomia. Malgrado il dialogo sostenuto con il negazionista Civati.
Altri rimangono nell’analisi della situazione, spiegandola in dettaglio a chi la vive.
Slc (Lavoratori Comunicazione). Michele Azzola. “Aver deciso, con il Jobs Act, di incentivare le assunzioni ha avuto come conseguenza che le aziende che si presentano ex novo alle gare, con personale che costa oltre il 30% in meno rispetto a chi già gestisce il servizio, vincono gli appalti escludendo il personale che garantisce il servizio stesso. Nei prossimi mesi assisteremo alla sostituzione di tutto il personale che opera nei call center, o nelle cooperative sociali, generando drammi sociali in tutta la penisola”. Non creazione: sostituzione.
Il leit motiv è quello di sempre: abbiamo il dovere di rappresentare la realtà del lavoro per cambiarla. Dopo tutto quello che è già stato fatto? Tutti continuano a lanciare grande idee di contrattazione futura. Ha ragione Michele Prospero nella sua analisi di una realtà da prefascismo: “Con le scelte legislative che il governo Renzi ha imposto a tappe forzate, il mondo del lavoro è stato colpito su cruciali questioni di identità, di memoria, di interessi collettivi. Un attacco così sistematico e totale progettato per distruggere il sindacato come soggetto democratico, per cancellare le conquiste del lavoro e la sua dignità nello spazio sociale, a nessun governo era mai riuscito”. In fondo nemmeno a Mussolini. A questo e di questo deve rispondere la Cgil ai lavoratori italiani, tutti, senza venire a scusarsi dopo. Allora ben venga Landini se ridà fiato alla storia dei lavoratori! Ma non sembra il momento nemmeno in casa. Dopo la fiammata mediatica è tornato un silenzio stampa previsto.
Renzi, mentre i sindacati si muovono, ha già fatto terra bruciata intorno a loro, e per legge, alla quale anche la Cgil non può “disubbidire”, imporrà la visione dei padroni anche sui tanto vantati contratti. Il resto è, e sarà, ascolto, fino alla prossima pretesa dei padroni. Ammettiamo che rimane poco, oltre il famigerato diritto di sciopero che presto sarà tutto nelle mani del ministro di turno, riformista o di destra.
Quando il sindacalismo, punto di forza delle vere emancipazioni, della dignità del lavoro nei fatti, si cancella, tutto si degrada, non solo il lavoro, tutto si sposta e in quel vuoto le piazze si riempiono sia dell’estrema destra che degli integralismi religiosi o razziali. Tutti e due cancellano il termine solidarietà e dividono e spezzettano la società in interessi di clan e lobbie. Per questo Renzie è di destra. Del neoliberismo più becero e fascista che comincia a preoccupare anche il Tribunale Europeo dell’Aia. Ma simpatico, gioviale, finalmente di nuovo uno che comanda e che ci salverà. Dopo la “riforma” elettorale per i prossimi 20 anni.
Succede in Cgil. All’iniziativa di Landini, la Camusso stringe le fila dei pasdaran dei segretari generali di alcune categorie della confederazione per il blocco alla “deriva”. Aspettando la Conferenza di Organizzazione.
Dice Landini, ma sembra Di Vittorio : "Il nostro obiettivo principale è cambiare le politiche economiche e sociali del governo, che riteniamo del tutto sbagliate, a partire dal Jobs Act". Un nuovo Statuto, il contratto nazionale, una vera rappresentanza. Insomma, per i riformisti politici a “tutti i costi”, roba d’altri tempi.
Intanto l’attacco della Camusso: Se un movimento si basa su un programma politico generale, e si va oltre la rappresentanza del mondo del lavoro, diventa oggettivamente una formazione di ordine politico. Poi ovviamente non può non ammettere che il sindacato è per forza di cose anche un soggetto politico. Ma fa politica sul lavoro e partendo dagli strumenti che gli sono propri, come la contrattazione”. “Rappresenta i lavoratori, insomma, non i cittadini in senso lato: e la sua forza sta proprio in questa parzialità. La Cgil rivendica sempre la centralità del lavoro ed è molto gelosa della propria autonomia. Un po’ di veleno in coda: le considerazioni sulla collocazione personale dei dirigenti sindacali e politici naturalmente sono loro scelte personali. Messo il punto sul concetto stretto di confederalità contrattuale e di linea si scatenano le prese di posizioni.
Stefania Crogi, segretario generale Flai Cgil e Rossana Dettori, segretario generale Fp Cgil: no a sindacato che si sostituisce alla politica. Un po’ schematiche ma chiare. Forse anche inversamente proporzionale.
Parte sparato Franco Martini, (ex area socialista), segretario confederale: “La coalizione sociale? Non è il nostro mestiere”. Come se fare della contrattazione il terreno in cui continuare a contrastare gli effetti negativi delle politiche del governo fosse realmente possibile, e in fondo giusto e chissà anche fino a che punto legale. Un piccolo richiamo all’ordine costituito non fa male: “Ma è chiaro che se la manifestazione del 28 dovesse cambiare pelle, diventare il battesimo di una soggettività politica, ci sarebbe da fare una riflessione”.
Segue Walter Schiavella, segretario generale della Fillea, cioè degli edili, quelli di quasi un morto al giorno, pieno di immigrati schiavizzati al nero, della pensione solo dopo più di 50 anni di lavoro e ai quali i governi succedutesi hanno quasi abolito il numero degli ispettori per amor dei padroni. Il sindacato deve solo “contrattare”. Ci ha aperto un seminario nazionale con altre categorie, Filt, Filctem, Filcams, Nidil, il 1° aprile.
Dobbiamo cambiare radicalmente le politiche economiche e sociali di questo governo, dobbiamo recuperare voce e peso alla rappresentanza delle ragioni del lavoro. Dobbiamo. Dobbiamo. Mai una autocritica sui risultati ottenuti fino ad oggi. Su questo siamo tutti uniti. Abbiamo punti di vista diversi sul come farlo. Occorre rispondere a due interrogativi: chi interpreta la confederalità? E se non viene più interpretata poiché si ammette la debolezza totale del sindacato? Con quali strumenti agisce la relazione politica? E se non esiste da tempo la relazione politica, se non nell’appiattimento generale al Pd, se non alla Troika riformista (poiché chiedono sempre e solo riforme strutturali, cioè per sempre, sulle spalle dei lavoratori) di Bruxelles?
Poi il siluro. Occorre una politica di alleanze sociali, ma esse non possono dar luogo a pericolose evoluzioni. Su quali strategie e quali strumenti usare paiono chiaramente alternative fra loro. Su questo occorre misurarci: fra chi ritiene prioritaria la strada del movimentismo e delle alleanze sociali a tutto tondo e chi pensa invece che esse vadano costruite partendo dalla centralità del lavoro e, quindi, della contrattazione. Noi, come noto, siamo perché dal lavoro e dalla contrattazione si debba partire”. Non si può prescindere dalla necessità di consolidare l’unità tra Cgil Cisl Uil. Cioè il vecchio sine qua non che avanza, che non funziona più realisticamente da 20 anni se non per frenare, e che intende lasciar scivolare la Cgil nell’indebolimento e nella non rappresentanza generale del lavoro, se non quella di coloro che già ce l’avevano e che man mano usciranno dal tempo indeterminato, o dalla continua chiusura delle fabbriche. Gli altri, sempre più senza diritti e più sfruttati, non sanno che farsene del sindacato. Chiedetelo al Nidil che se non avesse i precari pubblici, ad alto tasso politico, non esisterebbe. Tutti sanno, dalla precarizzazione delle leggi Treu (Pd) in poi (1995) che i precari non possono assolutamente iscriversi al sindacato pena il licenziamento immediato. Più oggi che ieri. Il gurù dei riformisti Ichino pontifica soddisfatto: “Il Jobs Act è fatto per licenziare”.
La Gabrielli, seg. Filcams, (Terziario, Turismo e Servizi) ha appena rinnovato il “contratto”. 85€ in tre anni, al quarto livello però. A fine ottobre e per il futuro, ma già programmato da Renzi dal novembre scorso, l’aumento dell’IVA al 25,5% (oppure tagli agli sgravi fiscali) si sarà già rimangiato tutto. Ma questo non c’entra con il contratto che va “comunque fatto”. Cosa hanno ceduto i lavoratori sui diritti di vita o di benessere per ottenere questo “aumento stipendiale”? La difficile sopravvivenza oraria di sfruttamento a chiamata diretta del padrone e la possibilità, legislativa e non contrattuale di essere licenziati su due piedi. Quisquiglie schiaviste. Più soldi, per finta, per meno diritti reali. Il concetto di soddisfazione rimane alla radice: “sempre meglio di niente”.
Carla Cantone e Maurizio Landini, si ritrovano in un incontro – dibattito aperto ai cittadini, dopo la manifestazione Fiom di Roma, nel corso del quale i due dirigenti nazionali indicheranno gli obiettivi della nuova stagione sindacale. Chiarissima l’importanza della posizione dello SPI, sindacato compresso ma maggioritario della Cgil, per lo sviluppo dell’ipotesi Unions. I pensionati Cgil, che hanno perso una grande percentuale del loro già misero potere d’acquisto, rimangono un elemento chiave per la costruzione delle Unions, che dovrebbe raggruppare proprio chi soffre di più la politica neoliberista della povertà. Cantone precisa però all'agenzia Ansa di non voler discutere del nuovo soggetto politico del segretario della Fiom. Meglio la fuga. Chi conosce la Cantone sa quanto si sia speso per sostenere Cuperlo (Pd) nella campagna per le primarie di quel partito, malgrado il giuramento continuo sull’autonomia. Malgrado il dialogo sostenuto con il negazionista Civati.
Altri rimangono nell’analisi della situazione, spiegandola in dettaglio a chi la vive.
Slc (Lavoratori Comunicazione). Michele Azzola. “Aver deciso, con il Jobs Act, di incentivare le assunzioni ha avuto come conseguenza che le aziende che si presentano ex novo alle gare, con personale che costa oltre il 30% in meno rispetto a chi già gestisce il servizio, vincono gli appalti escludendo il personale che garantisce il servizio stesso. Nei prossimi mesi assisteremo alla sostituzione di tutto il personale che opera nei call center, o nelle cooperative sociali, generando drammi sociali in tutta la penisola”. Non creazione: sostituzione.
Il leit motiv è quello di sempre: abbiamo il dovere di rappresentare la realtà del lavoro per cambiarla. Dopo tutto quello che è già stato fatto? Tutti continuano a lanciare grande idee di contrattazione futura. Ha ragione Michele Prospero nella sua analisi di una realtà da prefascismo: “Con le scelte legislative che il governo Renzi ha imposto a tappe forzate, il mondo del lavoro è stato colpito su cruciali questioni di identità, di memoria, di interessi collettivi. Un attacco così sistematico e totale progettato per distruggere il sindacato come soggetto democratico, per cancellare le conquiste del lavoro e la sua dignità nello spazio sociale, a nessun governo era mai riuscito”. In fondo nemmeno a Mussolini. A questo e di questo deve rispondere la Cgil ai lavoratori italiani, tutti, senza venire a scusarsi dopo. Allora ben venga Landini se ridà fiato alla storia dei lavoratori! Ma non sembra il momento nemmeno in casa. Dopo la fiammata mediatica è tornato un silenzio stampa previsto.
Renzi, mentre i sindacati si muovono, ha già fatto terra bruciata intorno a loro, e per legge, alla quale anche la Cgil non può “disubbidire”, imporrà la visione dei padroni anche sui tanto vantati contratti. Il resto è, e sarà, ascolto, fino alla prossima pretesa dei padroni. Ammettiamo che rimane poco, oltre il famigerato diritto di sciopero che presto sarà tutto nelle mani del ministro di turno, riformista o di destra.
Quando il sindacalismo, punto di forza delle vere emancipazioni, della dignità del lavoro nei fatti, si cancella, tutto si degrada, non solo il lavoro, tutto si sposta e in quel vuoto le piazze si riempiono sia dell’estrema destra che degli integralismi religiosi o razziali. Tutti e due cancellano il termine solidarietà e dividono e spezzettano la società in interessi di clan e lobbie. Per questo Renzie è di destra. Del neoliberismo più becero e fascista che comincia a preoccupare anche il Tribunale Europeo dell’Aia. Ma simpatico, gioviale, finalmente di nuovo uno che comanda e che ci salverà. Dopo la “riforma” elettorale per i prossimi 20 anni.
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