lunedì 20 agosto 2012

Schizofrenie manifeste


Il Manifesto è schizofrenico. In un magnifico editoriale Norma Rangeri ci ricorda, dopo giorni di assordante silenzio, che i giudici di Palermo sono sotto attacco di media e partiti, con poche eccezioni,  a causa delle loro assurda pretesa di voler fare il loro mestiere e di andare fino in fondo sulla trattativa stato mafia, aggiungendo che nemmeno da sinistra o dalle parti del sindacato si è levata una voce chiara a favore dei magistrati palermitani. Probabilmente il Manifesto si è dimesso dalla sinistra a sua insaputa  o  forse la direttrice del giornale comunista non legge nemmeno il suo stesso giornale,  visto che anche loro si sono comportati come tutti gli altri, tacendo o parlando a sproposito come Valentino Parlato.

La chicca migliore però ce la offre un tale Alfio Mastropaolo, nella sua acuta analisi politica, che prima attacca Di Pietro dicendo che si comporta come un Gasparri qualunque, quando invece di porgere il petto patriotticamente alla bordate di Napolitano gli risponde per le rime, smontando le sue pretese di immunità concepite  sulla base del codice di Annurabi,  e poi elogia Vendola per essersi  “riposizionato in modo saggio”, senza cedere a manie suicide anti Pd,  al quale anzi porta in dote il suo bel pacchetto di voti. Il nostro si produce in una lunga e illuminante analisi sul Risiko della politica italiana, lasciandoci a bocca aperta per le su doti di preveggenza e di profondità di pensiero,  espresse  con  giudizi trancianti e di rara lucidità. Il geniale pensatore della Domenica dimentica stranamente di dire che Bersani e Vendola si sono deliberatamente collocati in un campo del tutto avverso a quello delle sinistra, almeno a stando alle vecchie definizioni "novecentesche", demolendo sistematicamente tutte le conquiste sociali e lavorative degli ultimi anni, di comune intesa con la banda Monti tutta, Casini e Pdl compresi, e bastonando la gente che lavora. Le loro bassezze e la loro mediocrità, queste si che rendono ancora attuale il pericolo Berlusconi, che potrebbe essere persino  considerato una valida alternativa a un governo tecnico, così zelante nello svuotare  sobriamente  le tasche di chi lavora.

Forse questa il Manifesto la chiama dialettica, ma io la chiamerei follia, da TSO.

giovedì 16 agosto 2012

Quelli che: “faremo la spesa con la carriola”

di Alberto Bagnai da ilfattoquotidiano
 
Come ogni ideologia, anche il luogocomunismo rinsalda il consenso col terrore. Che qualcosa suoni falso, nei grandi proclami ideologici, nel grande sogno europeo, i meno sprovveduti lo intuiscono presto. Basta leggere sul Sole 24 Ore le lucide parole di Da Rold: per un paese dell’eurozona, in caso di crisi “non ci sono alternative: o si svaluta la moneta (ma nell’euro non si può più) o si svaluta il salario”. Impeccabile: come ogni economista sa, e come del resto lo stesso “padre dell’euro”, Mundell, tranquillamente ammetteva, lo scopo del gioco, nelle unioni monetarie, è “disciplinare” i lavoratori, scaricando su di essi e solo su di essi il peso degli shock avversi. Il meccanismo funziona alla perfezione, se non fosse per un dettaglio: quando la crisi arriva, anche chi non se ne fosse accorto prima intuisce di aver preso una fregatura. Interviene allora, puntuale come un detonatore svizzero, il terrorismo, per convincerlo che nella trappola è meglio restarci.
Il terrorismo più naif echeggia le parole della nuova guida (rinuncio a tradurre) europea, Angela Merkel: “fuori dall’euro c’è la guerra!” Ma alla guerra, oggi, in Europa, non ci crede più nessuno: tutti pensano che sia ormai una cosa per persone dal colore della pelle diverso dal nostro, una cosa che quindi non ci fa più paura, a casa nostra, di quanta ce ne facciano la malaria o i tifoni.
Il terrorismo si fa allora più subdolo: “fuori dall’euro c’è l’iperinflazione, sarà come a Weimar, andremo a fare la spesa con una carriola di monete, compreremo il giornale con un chilo di lire in tasca”. Affermazioni confezionate sapientemente, per far breccia nelle menti degli elettori più ingenui (sperando siano i più numerosi). In queste parole lievemente imprecise certo non può esserci buona fede. Cerchiamo di riportarci almeno un minimo di buon senso:
(1)  Tutti concordano sul fatto che si tornerà alle valute nazionali con un cambio uno a uno: un euro per una “nuova lira” (vedi Sapir, Bootle, ecc.). È la cosa più semplice e razionale da fare per facilitare la transizione e per evitare fregature come quella che ci siamo presa con il passaggio dalla lira all’euro (vedi oltre).
(2) Ci sarà una svalutazione, ovvio: usciamo proprio per non essere stritolati da un cambio troppo forte. Di quanto sarà? Le stime vanno da un 20% (Altomonte) a un 30% (Bootle).
(3) Come si calcola? Andando a vedere quanta competitività abbiamo perso rispetto al nostro principale partner commerciale (la Germania): il cambio nominale si muoverà per compensare questa perdita. Questo dice la teoria della parità dei poteri d’acquisto, che (giusta o sbagliata che sia) è quella cui fanno riferimento gli stessi mercati nel formulare le loro previsioni. È già successo. Fra 1992 e 1993 la svalutazione fu di circa il 20%, perché nei cinque anni precedenti, quelli seguiti all’ultimo riallineamento dello Sme (1987-91), l’inflazione italiana era stata in media di quattro punti più alta di quella tedesca: come da copione, il cambio recuperò con 5×4=20 punti di svalutazione.
(4) Sarà una catastrofe? No. Tanto per capirci, questo è più o meno l’ammontare della svalutazione che subì l’euro nel primo anno di vita (26.7% dal gennaio 1999 all’ottobre 2000). Attenzione: noi l’euro non lo avevamo ancora in tasca, ma già lo usavamo negli scambi internazionali, cioè per comprare i dollari necessari ad acquistare le materie prime (i cui prezzi erano in crescita). Qualcuno ricorda carriole in giro per le strade?
(5) L’inflazione aumenterà di 30 punti, arrivando al 33%! No, appunto. Il coefficiente di trasferimento della svalutazione sull’inflazione è di norma molto inferiore a uno. Nel 2000, nonostante l’euro si fosse svalutato di quasi il 30% dall’anno precedente, l’inflazione aumentò di un solo punto (dall’1.6% al 2.6%). Nel 1993 il tasso di inflazione addirittura diminuì di mezzo punto (dal 5% al 4.5%). E la sapete la cosa più divertente? Perfino il prof. Monti ammise che la svalutazione (di circa il 20%) ci aveva fatto bene!
Insomma: l’idea dell’on. Bersani che il giorno dopo la liberazione andremo a comprare il giornale con 2323 monete da una lira in tasca (al posto di 1,20€) è molto pittoresca. A noi piace ricordarlo così, con la sua eloquenza immaginifica e le sue maniche rimboccate, a ostentare pragmatismo. Se il governo farà il suo lavoro, ci si andrà con 1.20 nuove lire, che diventeranno 1.30 dopo un anno (contando che l’inflazione aumenti di 6 punti, ad esser pessimisti). Non mi pare una tragedia, rispetto al devastante cambio 1000 lire = 1 euro, che abbiamo subìto per la colpevole inerzia del governo Berlusconi. Proprio questa esperienza recente ci aiuterà a fare più attenzione. 

Il Pd ha già spartito i posti al governo: Bersani premier, D’Alema e Letta ministri

di Sara Nicoli da ilfattoquotidiano

Per una volta, la notizia non è il fatto in sè, quanto la sua conferma. Nel Pd c’è chi si è già spartito i posti del governo (e del potere) che verrà. Senza pensieri a compromessi con le parti più critiche del partito e senza neppure passare per le primarie. Dove, a quel che si apprende, i maggiorenti democratici farebbero pure a meno di passare. E parecchio a meno. Esiste, insomma, una sorta di “patto di sindacato” tra chi conta (e ha sempre contato) dentro il partito per dividersi quelli che saranno gli incarichi di maggior rilievo nella prossima legislatura. Al Foglio questo patto l’ha svelato una gola profonda interna al Pd, ma ilfattoquotidiano.it ha voluto vederci chiaro. E, soprendentemente, è arrivata la conferma. Sempre anonima, perché in questa fase nessuno ha voglia di scoprire le carte (le proprie), mentre invece sembra prepotente la voglia di rompere il gioco dei “soliti noti” prima che la vergogna – ma soprattutto l’ira della base democratica – travolga il Nazareno facendo implodere il partito senza la necessità rendere le primarie una guerra di successione o scomodare rottamatori di prima o seconda fascia.
Ecco, succede che dentro il Partito Democratico sono proprio sicuri di vincere le prossime elezioni. E’ vero che, complice il Pdl, ma anche l’Udc, si stanno ritagliando una legge elettorale dove nessuno esca davvero sconfitto, ma il gotha del partito è davvero convinto che stavolta conquisterà il potere e lo conserverà a lungo. “I sondaggi – ci dice la nostra fonte, che dalla prima linea dei “rottamatori” ha tutto l’interesse a svelare gli altarini dei “padri nobili” – non lasciano spazio a dubbi; se andassimo a votare domani, il Pd sarebbe il primo partito con una percentuale bulgara di oltre il 30% dei consensi”. Ma non si va a votare domani e, a meno di improvvisi strappi, le urne si apriranno solo ad aprile 2013. “Infatti il calcolo che fanno ‘i capi’ – prosegue la nostra fonte – è quello di una grossa coalizione dove, però, i democratici abbiamo un ruolo prioritario; i centri nevralgici del nuovo assetto politico li dovranno avere loro”.
Come? Eccoci a quello che Il Foglio ha ribattezzato “il papello del Pd” e a dire il vero ne ha tutta l’aria, anche per il senso evocativo del patto che rappresenta. L’elenco è breve, ma intenso: Bersani (Chigi-Economia). Secondo: Veltroni (Camera). Terzo: D’Alema (Esteri, Commissario Europeo). Quarto: Bindi (Vicepremier). Quinto: Letta (Sviluppo). Sesto: Franceschini (Segretario). Quelli che si leggono sono i nomi che compongono il “patto di sindacato del Pd”, e quelli che invece si leggono tra parentesi sono gli incarichi offerti o richiesti in vista del 2013: presidenza della Camera; ministro degli Esteri, o Commissario europeo; vicepresidenza del Consiglio; ministero dello Sviluppo; segreteria del partito. In alcuni casi si tratta di promesse esplicite, in altri casi di semplici richieste, in altri casi ancora di singole offerte. E per capire quello che sta succedendo nel partito in questi ultimi mesi, non si potrebbe prescindere da questo “papello”, almeno a detta delle fonti interne.
Quello a cui si sta lavorando nelle segrete stanze del Nazareno, insomma, è esattamente quello che esplicita ogni giorno Casini che ha avuto un ruolo non secondario nel disegno di questa strategia per il dopo Monti. Ovvero? Rieccola: la Grosse Koalition. Che implica, per quanto riguarda gli assetti interni al Pd “di governo”, che dietro la stessa barricata ci siano storici nemici giurati come Bindi e Franceschini o come D’Alema e Veltroni e che al momento, almeno così si racconta, si ritrova impegnata su alcuni fronti tutti a loro modo importanti: garantire al segretario un appoggio solido in una fase delicata come quella che sta attraversando l’Italia; tenere insieme sotto un unico tetto le anime in movimento del Pd (montiani, anti montiani, camussiani e anti camussiani, liberisti e anti liberisti); muoversi con cautela per non compromettere nel 2013 l’alleanza con il centro di Casini; fare di conseguenza di tutto per non accelerare troppo il percorso che dovrebbe portare da qui alle prossime elezioni alle primarie.
Ma, soprattutto, difendere con tutte le forze possibili il nucleo storico del partito dagli attacchi degli “sfascisti del Pd” (insomma, Renzi e compagnia) preservando così quel centro dei “grandi azionisti”, unico consesso – a loro dire, ovviamente – che può essere in grado (per esperienza e competenza, sa va sanz dire) di traghettare il partito lungo questa fase storica non adatta a “inesperti giovinastri in carriera”. In poche parole: dentro il Nazareno si stanno attrezzando per far finta di cambiare tutto perché nulla cambi ma, soprattutto, per mantenere intatte (e, casomai, esaltarle ancora di più) quelle rendite di posizione che hanno impedito fino ad oggi qualsivoglia ricambio interno, anche quello più flebile e meno minaccioso per i volti di sempre della (ex) sinistra italiana.
“Sembra di vivere all’interno di una specie di ‘congresso di Vienna’ in servizio permanente effettivo – ha raccontato al Foglio la fonte primaria – un congresso cioè in cui la regola, come nel primo dopoguerra, sembra essere quella di agire sullo spirito del ‘Conservare progredendo’ e in cui ovviamente i ‘big’, in questo contesto, hanno interesse a mantenere certi equilibri e a non mettere in discussione alcune rendite di posizione”. La nostra fonte, di certo più ruspante, ma non meno avvezza alla frequentazione di quelli che contano, la vede invece così: “La conservazione di alcune posizioni è senza dubbio la priorità di alcuni – sostiene – ma il vero motivo di questo movimento centripeto (tutto verso il ‘cuore’ del sistema, ndr) è che si deve ergere un muro granitico intorno alla segreteria per evitare con ogni mezzo le primarie; qualcuno dei ‘big’ l’ha già detto da tempo, che con il segretario in lizza, le primarie diventano sostanzialmente inutili. Nessuno lo ammetterà mai, ma Renzi fa paura e Vendola è certamente in grado di scompaginare, forse in modo definitivo, gli equilibri, già precari, del partito. Perché poi, se si fanno le primarie e si rompe il giocattolo, allora potrebbero alzare la voce anche i popolari che dall’alleanza con Casini pensano di guadagnare più di un posto al sole, figurarsi..”.
Appunto, i “centristi” del Pd. Nessuno ha pensato di escluderli, anzi di ritagliare per loro qualche ruolo di “cerniera” tra l’esecutivo (prossimo), l’Udc e – perché no – l’ala moderata del Pdl, lontana dagli ex An. Ai Fioroni e ai Carra, per dirla tutta, potrebbe essere riservato qualche sottosegretariato di spicco da dove dirigere giochi, equilibri e strategie della prossima spartizione di potere. Il tutto, ovviamente, nel nome della tenuta del “sistema Paese” e del garantire all’Italia quelle riforme “che servono allo sviluppo”. “E’ comunque un ‘papello’ scritto sulla carta velina – ragiona in conclusione la nostra fonte – anche perché bisognerà vedere quel che farà Monti nei prossimi mesi. Se davvero, cioè, sarà in grado di arrivare alla fine della legislatura portando a casa qualche risultato concreto sul fronte dello sviluppo, altrimenti questi assetti potrebbero essere rivisti: per loro, comunque (il “gotha” democratico, ndr) l’unica vera priorità è restare dove stanno e contare di più. Non disturbare il manovratore, insomma…”. Che pare proprio diventata la moda del momento. A tutti i livelli.


martedì 14 agosto 2012

Il Manifesto del silenzio

Continua il silenzio del mio ex giornale sulle raccolta firme in favore dei magistrati di Palermo, promossa dal Fattto Quotidiano. Il Manifesto tace. Sarà una questione di concorrenza? Forse il corazziere Valentino Parlato non vuole favorire un giornale concorrente, visto con un certo fastidio, causa la pruderie giustizialista di Travaglio e company e la loro “oggettiva” collocazione nel campo delle destre, dato che il pragmatismo stile british è roba borghese, ed è pur sempre il paravento di una falsa neutralità, quando non è lo strumento più o meno consapevole del populismo. A voler essere molto maliziosi si direbbe però più un malinteso realismo della politica. Stanno con Napolitano perché nelle loro infinita mediocrità si credono talmente presuntuosi da credere che l'unico modo di evitare la disgregazione sociale e istituzionale è affidarsi nelle mani del peggior presidente della storia italiana, assurto al ruolo di massimo fautore dell'ordine sociale, minacciato dall'antipolitica e da spinte irrazionaliste. Vogliamo forse tornare ad uno stato di natura caratterizzato della guerra permanente? Per carità no, mettiamoci la corazza e stringiamoci attorno all'ex stalinista, poi craxiano, poi mercatista giudizioso, attento a fare i conti della spesa, e a fustigare la eccessiva esuberanza italica, specie quella di chi lavora.
Ovviamente le mie sono solo dissertazioni agostane e illazioni di poco conto, ma il fatto in sé nella sua accecante omissione resta: nessun appoggio ai magistrati di Palermo e né una riga sugli attacchi a loro rivolti. E dire che di trattativa stato-mafia sono stati i primi a parlarne quelli del Manifesto.
Ad ogni modo si capisce perché siano e restino quelli del “è un giornale, un giornale, un giornale”, per altro fallito. Perché sono dei mediocri e basta e forse anche un po' ipocriti, ipocriti, ipocriti.

venerdì 10 agosto 2012

"La vera bestemmia":Slavoj Žižek sulle Pussy Riot



Le componenti delle Pussy Riot (la Rivolta della figa) accusate di blasfemia e di odio verso la religione? La risposta è semplice: la vera bestemmia è l’accusa dello stato in quanto tale configurando come reato di vilipendio della religione qualcosa che era chiaramente un atto politico di protesta contro la cricca dominante. Ricordiamo la vecchia battuta di Brecht tratta dall’Opera da tre soldi: “Cos’è la rapina di una banca rispetto alla fondazione di una nuova banca?”  Nel 2008, Wall Street ci ha dato la nuova versione: Cos’è è il furto di un paio di migliaia di dollari , per cui si va dritti in prigione, rispetto alle speculazioni finanziarie che privano decine di milioni di persone delle loro case e dei loro risparmi, e vengono poi ricompensate con aiuti di stato di grandezza sublime? Ora, abbiamo avuto un’altra versione dalla Russia, dal potere dello stato: Che cosa è una modesta provocazione oscena delle Pussy Riot in una chiesa rispetto all’ accusa contro Pussy Riot, questa gigantesca provocazione oscena dell’apparato statale, che irride ogni nozione di rispetto della  legge e dell’ordine?”
L’azione delle Pussy Riot era cinica? Ci sono due tipi di cinismo: il  cinismo amaro degli oppressi che smaschera l’ipocrisia di chi detiene il potere e il cinismo degli stessi oppressori che violano apertamente i  principi che  proclamano. Il cinismo delle Pussy Riot è del primo tipo, mentre il cinismo di chi è al potere – perché non chiamare la loro brutalità autoritaria un Prick Riot (Rivolta del cazzo) – appartiene al secondo genere, molto più inquietante.
Già nel 1905, Leon Trotsky definì la Russia zarista come “una combinazione viziosa della frusta asiatica e del mercato azionario europeo.” Questa definizione non vale forse ancora di più per la Russia di oggi? Non annuncia la nascita della nuova fase del capitalismo, il capitalismo con i valori asiatici (che, naturalmente, non ha nulla a che fare con l’Asia e tutto a che fare con le tendenze antidemocratiche del capitalismo globale di oggi).  Se intendiamo per cinismo il pragmatismo spietato del potere, che deride in segreto i propri principi, allora le Pussy Riot sono l’incarnazione dell’anti-cinismo. Il loro messaggio è questo: LE IDEE CONTANO. Si tratta di artiste concettuali nel senso più nobile della parola: artisti che incarnano un’Idea. Questo è il motivo per il quale indossano i passamontagna: maschere di de-individualizzazione, di anonimato liberatorio. Il messaggio dei loro passamontagna è che non importa chi di loro è stata arrestata – non sono persone, sono un’Idea. Ed è per questo che sono una minaccia: è facile imprigionare gli individui, ma provate a imprigionare un’Idea!
Il panico di chi detiene il potere – rivelato  dalla loro reazione brutale, ridicolmente eccessiva- è quindi pienamente giustificato. Più agiscono brutalmente, più le Pussy Riot diventeranno un importante simbolo. Già ora il risultato delle misure oppressive è che le Pussy Riot sono un nome familiare letteralmente in tutto il mondo.
È il sacro dovere di tutti noi evitare che le coraggiose persone che compongono le Pussy Riot  non debbano pagare sulla loro pelle il prezzo del loro diventare un simbolo globale.
Slavoj Žižek

pussy riot

Maria Alyokhina: “La nostra protesta ha sollevato la questione della fusione della Chiesa ortodossa russa e dei servizi di sicurezza” http://chtodelat.wordpress.com/2012/08/08/alyokhina/
P.S.: un punto di vista opposto a quello di Zizek è quello esposto su Counterpunch da Mike Whitney. Francamente lo ritengo poco condivisibile perchè confonde i piani di realtà. Il fatto che gli USA vogliano liberarsi di un Putin che ha reso la Russia di nuovo indipendente sul piano internazionale non implica che si possa ritenere tollerabile la repressione del dissenso. Chi in Russia critica Putin sarebbe di per sè un “utile idiota” che fa il gioco dell’imperialismo americano. Una logica che non mi ha mai convinto e che porta a volte a conclusioni orrende. E’ sicuramente vero che ci sono manovre occidentali per favorire “rivoluzioni arancioni” e sostenere l’opposizione liberal-liberista in Russia. Ma la situazione è assai complessa perchè il principale partito di opposizione rimane quello comunista di Ziuganov e vi sono movimenti di sinistra radicale lontani sia da qualsiasi nostalgia per il socialismo reale che dal neoliberismo filo-occidentale. Lo testimonia lo stesso sito da cui ho tratto il testo di Zizek. Come ha segnalato un autorevole studioso dell’URSS americano Stephen Cohen la maniera con cui i media occidentali hanno raccontato la Russia negli ultimi venti anni è piuttosto falsata. Comunque la si pensi su quel che accade in Russia in questo momento cinque mesi di carcerazione preventiva e il rischio di una condanna a 3 anni per una performance in una chiesa sono davvero troppi. Lo stesso Putin si è accorto che il sistema giudiziario russo forse ha esagerato. Il diritto al dissenso va difeso ovunque e ampliare gli spazi di libertà di espressione è sempre positivo. Contrapporre poi i casi di Bradley Manning e Julian Assange a quello delle Pussy Riot mi sembra insensato. Casomai c’è da segnalare che le ragazze punk fanno più notizia della repressione dei lavoratori che non si fila nessuno, come ci fanno notare proprio sul sito dei compagni delle Pussy Riot: Support Pussy Riot by all means. But support the Kazakh oil workers too.

giovedì 9 agosto 2012

Sto con i magistrati di Palermo

Non credevo che un giorno avrei mai difeso dei magistrati. Quando ero giovane qualsiasi manifestazione legalitaria mi faceva venire l'orticaria anche se giusta, poiché da rivoluzionario quale mi consideravo, pensavo che magistrati e poliziotti fossero unicamente attributi del sistema borghese, votato alla difesa degli interessi delle classi dominanti, e che solo chi segue la propria coscienza al di sopra e aldilà di ogni regola scritta può essere protagonista della storia. Il divenire è fatto di violazioni delle regole costituite e “l'illegalità” è il motore della dialettica storica. In parte lo penso ancora, ma credo anche che la realtà sia di per sé schizofrenica e che occorra ragionare considerando la non omologia di determinati livelli di realtà e la loro sovrapposizione su diversi piani logici.
Quello che sta accadendo ai magistrati di Palermo è sconcertante, ma allo stesso tempo un rischiaramento netto della realtà. Adesso si vede a occhio nudo finalmente chi sono coloro che difendo lo status quo, un sistema politico corrotto e criminale che si chiude in se stesso a difesa di verità inconfessabili, e chi no. Non è solo questione di difendere i giudici di Palermo, loro fanno il loro mestiere, è questione di tracciare un discrimine netto fra chi sta con i gattopardi e chi invece vuole un cambiamento reale. Guarda caso coloro che sono dalla parte di Napolitano, a mio avviso il peggior presidente della storia repubblicana, sono gli stessi che hanno gettato la maschera sostenendo un governo iniquo e truffaldino come quello guidato da Monti. Qui non è in gioco solo l'onore fittizio di una cosa astratta come lo stato, qui è in gioco molto di più, è in gioco la possibilità stessa di immaginare una verità diversa da quella dettata dai Napolitano, dai Bersani, dai Monti e da vari utili idioti come un tal Valentino Parlato o il più noto Nichi Vendola. È in gioco la possibilità di mostrare agli italiani che esiste un altro pensiero, oltre quello di chi ci governa. Ovvio che il fronte promagistrati sarà variegato e conterrà al sui interno anche elementi molto contraddittori, ma  certamente conterrà più elementi di verità di un qualsiasi associato della banda dei montiani. Non ultimo la mafia è un'organizzazione criminale, farci accordi e guadagnare consensi attraverso essa è deplorevole. I morti ammazzati, compagni e servitori dello stato gridano vendetta.
Per questo sto con i giudici di Palermo (F.C.).


L'agitazione della figa riottosa

di Mike Whitney da ComeDonChisciotte via counterpunch
 
A marzo di quest’anno, tre ragazze dalla banda femminista punk-rock Pussy Riot  sono state arrestate con l'accusa di "atti di teppismo motivato da odio religioso o di ostilità" per aver  messo in scena una performance non autorizzata e profana nella Chiesa del Cristo Salvatore di Mosca.

Le tre donne  arrestate - Maria Alyokhina, Nadezhda Tolokonnikova e Ekaterina Samutsevitch- dicono  che la loro azione non aveva lo scopo di mettere in ridicolo la chiesa o di irridere i credenti, ma di voler attirare l'attenzione sulla repressione politica che esiste sotto la presidenza russa di  Vladimir Putin.

"Non volevamo offendere nessuno ... Le nostre motivazioni erano esclusivamente politiche", ha detto la Tolokonnikova. Il processo alle tre ragazze avviene a Mosca, dove un verdetto è atteso da un giorno all’altro. L'accusa chiede una condanna a tre anni in un carcere di minima sicurezza.

Il processo ha attirato l'attenzione di tutto il mondo e una serie di celebrità, tra cui Sting, Madonna e Danny Devito hanno parlato per conto delle imputate.   Ecco un estratto di un articolo della Reuters apparso Martedì mattina: 
"Lunedì la pop-singer Madonna ha chiesto alla Russia di non incarcerare le tre Pussy Riot per la loro protesta in una chiesa, mentre l'ex tycoon del petrolio Mikhail Khodorkovsky , dal carcere dove si trova, ha paragonato questo processo  ad una inquisizione medievale ". (Reuters)
È interessante notare cheil parere di Khodorkovsky  è stato inserito tra il  gran numero di articoli scritti su questo incidente, cosa  che suggerisce che la copertura dei media faccia parte di un programma ben più ampio,  per screditare Putin. Ricordiamoci che  "Nel mese di ottobre 2003, Khodorkovsky fu arrestato, portato a Mosca con l'accusa di vari reati di frode per evasione fiscale." E,  a maggio, 2005  i giudici hanno riconosciuto Khodorkovsky e Platon Lebedev colpevoli di sei capi d'accusa tra cui l'evasione fiscale e sono stati condannati a nove anni di carcere ciascuno.(BBC)
L'idea che un oligarca, calcolatore come Khodorkovsky  sia una vittima innocente di una caccia alle streghe è una sciocchezza politica fasulla propagandata dai media occidentali. Putin l’ha sintetizzata meglio quando ha detto: "Un ladro deve stare in carcere". Allora, che sta succedendo  veramente qui? Perché la Reuters usa una citazione di Khodorkovsky, un criminale condannato, come titolo per difendere una   banda punk-rock ?   
Immaginate se Tony Hayward, della BP, fosse stato buttato in galera per aver inquinato  il Golfo del Messico. Questo fatto lo qualificherebbe come esperto del sistema giudiziario americano?  Allora la Reuters dovrebbe consultare Hayward anche sulle violazioni dei diritti civili?
 Riusciamo a vedere quanto tutto ciò sia stupido?
 Ha senso solo se i media sono parte di una più grande strategia segreta per attaccare Putin. E direi, dopo aver letto almeno trenta  articoli sull'incidente alla chiesa del  Cristo Salvatore di Mosca, che è esattamente quello che sta succedendo.
Non si tratta di Pussy Riot e della loro traversia legale, né di femminismo o di libertà di parola.
 Sono  tutte manovre politiche per mettere Putin in cattiva luce. Questo è tutto.
Basta dare un'occhiata a Google News. Fino a Lunedi scorso, c'erano 2.453 articoli su Riot Pussy, e tutti in lode delle ragazze coraggiose che si sono messe contro Vladimir il Terribile e rischiano per questo sette anni . In pratica questo è il succo della storia. Si ripetono sempre le stesse cose noiose: "Pussy buone - Putin cattivo".
 Ora non sarebbe bene pensare che in un paese di religiosi-fanatici come gli Stati Uniti,  almeno un paio di giornalisti avrebbero difeso la posizione della chiesa o avrebbero dovuto trovare una colpa in quello che hanno fatto le ragazze?  Certamente, ma non ho trovato nessun articolo di questo genere, motivo per cui la copertura mediatica “puzza”.
Allora, facciamo un piccolo esperimento e scaviamo un po' più a fondo su  questo argomento :  Supponiamo che un banda punk-rock di ragazze faccia irruzione nella Cattedrale di St Patrick o in una Sinagoga ebraica nel centro di Manhattan e requisisca  l'altare per fare una performance rauca e blasfema che deride i credenti  e anche  Barack Obama.
I media le darebbero un appoggio come hanno fatto con Riot Pussy?
 No di certo. L'idea è assurda, giusto?  

Allora, dove è la differenza ? 
E’ Putin la differenza.
I media stanno a caccia di Putin.  E -un'altra cosa – in America  le ragazze sarebbero state scortate come lo sono state premurosamente  a Mosca o le avrebbero colpite con il taser, con spruzzi di  pepe, bastonate e trascinate in catene da un piccolo esercito della polizia di NY ?
Tutti conoscono la risposta esatta.
Oggi probabilmente sarebbero tutte ancora in ospedale. Non si scherza con NYPD! Ai media non piace segnalare le violazioni delle libertà civili in patria.   Preferiscono puntare il dito contro gli altri.
Ecco perché ci sono  2500 articoli che difendono le povere  Pussy Riot abusate ma non c’è una parola su Bradley Manning, Julien Assange o sulle migliaia di manifestanti di Occupy che sono stati gasati, presi a pugni e incarcerati durante le proteste dello scorso anno.
Le idee di queste persone non appaiono in prima pagina né come campioni dei diritti civili, come Khodorkovsky,  perché non sono ricchi e potenti e non hanno un servizio di propaganda per difendersi.  Sono invisibili. A proposito, avete mai sentito se le Pussy Riot, le tre stelle nascenti,  sono state sbarcate fuori da un penitenziario in una remota isola dove sono arrivate su una lancia o se sono state tenute sveglie per settimane ascoltando musica a pieno volume o spogliate e lasciate nude in una cella frigorifera, o alimentate a forza con un tubo di plastica spinto verso l'alto senza anestesia, e costrette a rannicchiarsi in ginocchio per  dodici ore di fila?
 Avete sentito parlare di questo?  Naturalmente, no.  Perché il "tiranno" Putin non tortura la gente che ha arrestato.
 Solo gli Stati Uniti trattano i loro prigionieri in questo modo,  e questa è un'altra ragione per cui i media devono parlare tanto di questa storia delle Pussy.  Dovrebbero parlare del trattamento terribile che subiscono i prigionieri in custodia statunitense, non tirare pietre contro Putin.  E questo vale il doppio per i procedimenti legali.
Che cosa hanno da criticare i giornalisti americani sul cosiddetto "processo spettacolo"  di Mosca, quando dei sospetti terroristi incarcerati a  Guantanamo non c’è nessuna prova?   Ci avete pensato?
A Guantanamo non hanno nessun  diritto , non hanno diritto a comparire davanti a un giudice, non hanno diritto ad una giuria di loro pari, non hanno diritto di dimostrare la propria innocenza.                                    Zero libertà nella "terra degli uomini liberi".
Ma i giornalisti ben informati che seguono il processo Pussy non  pensano  che vale la pena di parlarne nemmeno per un  paragone.  Non è che vi sembrerà un po' strano?
Ora  c’è una clip di Spencer Ackerman per la rivista Foreign Policy: 
 
"Pussy Riot  è - per prendere in prestito le parole di Clash per un secondo - l'unica band che conta.   Quello che decideranno i giudici quasi non ha importanza.  Le tre ragazze di Pussy Riot  - un  esplosivo, odioso incrocio tra una band  e un gruppo di dissidenti russi anonimi - hanno, in un certo senso, già vinto il loro processo farsa  a Mosca. Ogni giorno che va avanti il loro processo per "atti di teppismo motivato da odio religioso", richiamano l'attenzione internazionale per la repressione paranoica nella Russia di Vladimir Putin. "
 ...Le tre ragazze non hanno fatto solo vergognare  Putin e incriminato il suo gangsterismo, ma hanno svincolato lel aspirazioni di una cultura di protesta globale. " (" Il  Punk è  di nuovo una minaccia " -Spencer Ackerman, Politica Estera).
Urrà per le "Pussy Riot" !       Boo per  "Vladimir Putin"!
Mai letto tante stupidaggini tutte insieme ?   Le Pussy  Riot  non sono Martin Luther King. (Mi dispiace darti la notizia, Spence.) Sono "utili idioti" in uno schema per buttare fango contro Putin.
Sapevate che Putin è probabilmente il leader politico più popolare nel mondo di oggi?  E 'vero. Ha appena conseguito una schiacciante vittoria nelle elezioni presidenziali facendo un pieno del 63,6 % di voti, più di ogni presidente americano nella storia recente.  E, a differenza delle elezioni negli USA, le schede non sono state conteggiate da macchine di proprietà dei “corporate”  delle quali i proprietari possiedono un codice che non permette nessuna indagine pubblica sui risultati.
No, quella era una vera e propria elezione, dove persone di carne e sangue hanno votato e le loro schede sono state contate veramente.
Secondo Russia Today:  "L'organizzazione complessiva del processo elettorale e tutto  il sistema di monitoraggio hanno avuto un feedback positivo da parte della maggior parte degli osservatori indipendenti russi e internazionali." 
 
 
 Naturalmente, i media statunitensi sostengono che il voto è stato truccato, ma questo perché l’uva è troppo alta.
La verità è che Putin è preso a calci in culo. Ma questo che cosa prova?  Dimostra che il popolo russo è troppo ingenuo o che i media occidentali diffondendo solo notizie false.
Allora, qual è quella buona?
Anche le elezioni dimostrano che la maggior parte dei russi non condividono le  opinioni delle Pussy Riot su Putin. La maggior parte delle persone non vuole  "far fare i bagagli a Putin ", come hanno detto le ragazze nella loro cosiddetta "preghiera di protesta". E questo è comprensibile, anche perché Putin ha fatto aumentare  il tenore di vita alla maggior parte dei russi. Ha ridotto la povertà,  l'alfabetizzazione è migliorata, e ha ridotto della metà il numero di persone che vivono in estrema povertà.
La vita è meglio sotto Putin.   Non perfetta, ma migliore ...  a meno che tu non sia un oligarca del petrolio, allora no.

Poi le cose sono abbastanza tristi. I media si sono ostinati  contro Putin da qualche tempo, da quando cioè ha contestato l'idea di un  mondo che dovrebbe essere controllato da "un solo centro di autorità". (In un discorso a Monaco nel febbraio 2007).
Ai pezzi grossi di Washington non piace questo genere di discorsi.  Li turba perché  a loro non piace il modo in cui Putin critica la politica estera americana.  Ecco perché hanno mandato i loro giornalisti - cani da attacco -  a incriminare Putin come un "delinquente della KGB" o un "despota autocratico", perché vogliono rimetterlo al posto suo.
Ciò che Washington vuole veramente è un cambiamento di regime. Vogliono un fantoccio simile a Karzai per sostituire Putin in modo che possano mettere le mani  (sporche) su tutto il favoloso petrolio e gas naturale.
Questo è quello che vuole veramente. Pussy Riot è solo un altro passo lungo il percorso.

Mike Whitney vive nello stato di Washington. E 'un collaboratore di Hopeless: Barack Obama and the Politics of Illusion.. Può essere raggiunto a fergiewhitney@msn.com

sabato 4 agosto 2012

La politica al Bar dello Sport 3


Capisco che la soluzione non è semplice, ma credo che occorra cercare in tutti i modi la via dell’unità. Il caso è urgente e come recita il Manifesto dei beni comuni “ non c’è tempo”. Eppure come direbbe il buon Brecht, tanto per stare ai luoghi comuni culturali maggiormente noti, “è la semplicità che è difficile a farsi”. Sarebbe bello se si trovasse un comun denominatore fra tutte le forze che si oppongono ad una politica di aggressione dei diritti del lavoro e delle sue tutele, oltreché del bene comune, ma c’è sempre qualcosa nella politica dei buoni che va in un senso centrifugo anziché centripeto. La scomposizione sociale, con la produzione di differenti embrioni di pensiero e di visioni multiformi di società, costituisce una ricchezza in periodi di espansione del ciclo produttivo e permette una sintesi certo di migliore qualità del prodotto sociale e politico, ma nella fase in cui siamo, dove si deve conciliare la difesa del reddito con la crescita economica e con la salvaguardia delle risorse naturali, in un contesto di grave precarietà degli equilibri sociali ed ambientali, l’unità nell'emergenza e nella ricerca di soluzioni generali, è l’unica medicina possibile.
Cosa ci riserva il futuro politico? A ben guardare almeno due blocchi di consistenza imprevedibile nel fronte delle opposizioni al liberismo più sfegatato: il primo composto presumibilmente da Di Pietro, Ferrero, parti del sindacato non giallo e i movimenti come ALBA e chissà cos’altro e l’altro quello delle liste civiche, capitanante dai sindaci con De Magistris in testa. Ragionando secondo i criteri statistici da Bar dello Sport, queste formazioni potrebbero potenzialmente incamerare un 10-15 % del consenso elettorale. Se consideriamo più o meno la stessa percentuale anche a Grillo, potremmo raggiungere un 30% di consensi per un’area virtualmente antiliberista o meno marcatamente liberista (ammesso e non concesso che Grillo si possa inscrivere al club dei fautori di una politica economica non allineata). Tutto ciò escludendo la sciagurata ipotesi delle liste civiche come stampella del Pd e di SEL (quest'ultimo a quanto pare definitivamente uscito dalla compagine dei buoni). Sull’altro fronte si collocano le destre montiane, tatcheriane o semplicemente paracule. In pole position abbiamo l’alleanza Pd/Vendola con la fiche di Casini da usare come rilancio dopo le elezioni, che potrebbe attestarsi sul 20-25%.  Segue il blocco degli astensionisti al 20-25% anch'esso e della destra cialtrona berlusconiana o post berlusconiana con un 15-20%. E qui abbiamo una grossa incognita, perché se buona parte dei ceti sociali di riferimento di questa parte politica non si ritiene sufficientemente tutelata e garantita da Casini, potrebbe ricompattarsi attorno ad un asse ricostituito Pdl-Lega e altre briciole, a meno di un offerta più allettante alla Montezemolo, concedendo percentuali decisamente maggiori al partito di Berlusconi. Difficile, considerando la crisi che stanno attraversando berlusconiani e bossiani, ma dall'imbecillità di una bella fetta di italiani c'è da aspettarsi di tutto. Credo che nella loro profonda cialtronaggine e disonestà intellettuale, certi ceti sociali parassitari e para-delinquenziali italiani, malgrado il disastro berlusconiano, avrebbero ancora lo stomaco per una scelta siffatta, considerata come quella più garantista dal punto di vista degli interessi di determinate categorie, anche a costo di dover pagare lo scotto del dilettantismo politico e dell'ingovernabilità dello stato. Comunque lo scontro fra due destre: quella di Bersani e quella dei berlusconiani con le frattaglie della lega, potrebbe addirittura risultare provvidenziale per i benecomunisti e per la sinistra, lasciando un ampio margine ad una terza coalizione alla loro sinistra.
Sarebbe facile a questo punto dire che se si trovasse un accordo fra Grillo e la sinistra antiliberista con Di Pietro, si avrebbero grosse chance di vittoria, considerando che molti dei militanti di SEL e del Pd, con una compagine convincente e dai grandi numeri in campo, potrebbero cambiare bandiera e che molti indecisi e astensionisti potrebbero convincersi a scommettere sul cambiamento. Ma come si dice dalle mie parti: “troppa grazia Sant’Antonio”.

venerdì 3 agosto 2012

Una dirigente di Sel rivela il piano segreto di Vendola: “Diciamo la verità agli elettori sul patto con Casini”

di  Massimo Malerba da violapost 

Ancora grane per Nichi Vendola. Il maldestro tentativo di sdoganare Casini e Buttiglione, naufragato per il momento grazie alla rivolta dei militanti di Sinistra e Libertà sul web, comincia infatti a produrre gravi lacerazioni dentro il partito.  E a nulla sono servite le bizantine precisazioni di Vendola se oggi Fulvia Bandoli, componente del coordinamento nazionale del partito e figura di spicco di Sel (una, insomma, che sa di cosa parla), lancia accuse pesantissime nei confronti del governatore della Puglia, rivelando quale sia l’operazione tattica  che Vendola e Bersani intendono mettere in campo. Ingannando gli elettori. Aspettando ulteriori precisazioni di Vendola, vi proponiamo l’illuminante intervento di Fulvia Bandoli che ringraziamo per la chiarezza:


“Il Patto con l’Udc come dice ogni giorno Bersani e come sta scritto nella carta degli intenti del Pd si farebbe dopo il voto…il patto tra centrosinistra e moderati darebbe vita al governo dopo Monti questo è il punto in discussione o non è ancora chiaro? E siccome agli elettori va detta la verità anche sul governo che si propone perché non è un dettaglio bisognerebbe dire che alle elezioni si presenta una coalizione per ora fatta da pd e sel ma che il governo sarà fatto anche con un patto di maggioranza con i moderati. Questa è la differenza sostanziale che ho io rispetto a Vendola, io credo che il centro sinistra debba provare a vincere e a governare da solo, come ha fatto la sinistra in Francia, come abbiamo fatto in tanti comuni, dove come a Milano pareva che non avessimo nessuna possibilità, una alternativa per me è così…..il patto di legislatura con l’Udc non mi convince. E mi scuso con quei compagni che dicono che io non avrei capito…A me pare di avere capito. se poi ho capito male me ne scuso e con questo termino questa lunga discussione.”
Qui il link della conversazione

giovedì 2 agosto 2012

Ma l'euro è davvero fallito?

di Sergio Cesarotto da il Manifesto

I mercati si sono ieri ripresi e gli spread di nuovo calati sotto i 500 punti. Questo in seguito alle foto di Merkel e Hollande – che tanto ci ricordano Merkosy – che giuravano che l’euro sopravvivrà, e le coeve dichiarazioni di Draghi che la Bce farà di tutto per salvare la moneta unica. In costoro v’è da credere, così come non deve preoccupare l’opposizione della Bundesbank che super-MarioD, si dice, sta cercando di ammorbidire. Costoro non vogliono infatti far cadere l’euro, ma semplicemente tenere i popoli europei sulla griglia dell’austerità, per cui 450 punti di spread vanno benissimo. Un po’ troppi per Monti, a cui andrebbero bene 200, sufficienti per continuare le politiche di attacco a diritti sociali e lavorativi salvando la faccia.

Una sinistra autorevole pretenderebbe che la Bce ripristinasse i 25 punti pre-crisi. Senza dimenticare che questo costituirebbe solo il primo passaggio verso la risoluzione della crisi, la quale richiede un radicale ridisegno dell’impianto europeo. L’euforia dei mass media di regime per l’ennesimo evitato crollo dell’euro altro non è che l’ulteriore esempio della disinformazione denunciata dall’appello di martedì scorso su questo giornale. Poiché, inoltre, nulla di concreto è stato deciso, in quanto linea degli annunci appare bastevole a non far scappare di mano la situazione, si ricomincerà presto col balletto degli spread.

Che questo cuocere i popoli europei a fuoco lento, questo continuo stop and go, sia voluto è confermato dalle opinioni che qualche giorno fa The Guardian riportava di uno dei più influenti economisti del dopoguerra, l’ultra-liberista canadese e premio Nobel (conferito dalla Banca di Svezia) Robert Mundell. Paradossalmente la teoria della «aree valutarie ottimali» di Mundell viene richiamata proprio da coloro che denunciano l’assurdità di una unione monetaria fra paesi troppo disomogenei (un contributo all’e-book di Micromega Oltre l’austerità discute questa tesi). Avendo forse questo in mente, Draghi ha pochi giorni fa paragonato l’euro a un calabrone che deve ancora imparare a volare. Mundell guarda con sufficienza a tale interpretazione: in verità l’euro sta funzionando benissimo. Esso non è nato per unificare una Europa solidale in una comune crescita sostenibile, ma per fare piazza pulita dello stato sociale, diritti sindacali, regolazioni dei mercati e della finanza, e tutela artistica e ambientale, tutto quello che, a suo dire, gli ha reso la vita difficile durante i soggiorni nella propria magnifica antica villa in Toscana.

Che dunque l’euro abbia condotto a una crisi epocale va benissimo. Tutto subito non si poteva ottenere. La liberalizzazione dei movimenti di capitale cum moneta unica ha portato a boom fittizi nella periferia europea, ora indebitati verso i paesi forti. Questo consente ora di far passare misure di contrazione fiscale e di riduzione dei diritti sociali e sindacali prima inimmaginabili. Questo naturalmente vale anche come ammonimento per i lavoratori dei paesi forti: che in Germania sindacato e sinistra non si azzardino a ridiscutere quanto loro stessi hanno implementato alla fine del secolo scorso.

Allora tutto torna. L’euro, come afferma Mundell, è il Reagan europeo. L’irresolutezza europea, e quella italiana di Monti, è voluta: si impedisce alla situazione di esplodere, mantenendola sul filo dell’abisso per terrorizzare le popolazioni e assestare il colpo definitivo alle conquiste del secolo scorso. Rimane solo da domandarsi quando la parte maggioritaria della sinistra italiana farà la necessaria autocritica per avere, in buona o cattiva fede, assecondato questi disegni e, soprattutto, cosa dovrà mai accadere perché ritenga la misura colma? Se non ora, quando?

mercoledì 1 agosto 2012

Vendola: liberismo e muerte


Per quanto mi riguarda, se Vendola si allea con Bersani e con Casini, si chiama fuori non solo dalla sinistra, ma anche dal comune buonsenso. L'alleanza con il Pd, sulla base di una Carta di Intenti che nella sua sconcertante banalità cela l'aspetto più orribile di questo partito, e cioè la scelta liberista imposta all'Europa dagli stessi fautori della crisi che stiamo attraversando, se davverso si realizzasse, sarebbe non una scelta semplicemente sbagliata, bensì il segno evidente di una profonda disonestà intellettuale. 
Lo abbiamo detto in tutti i modi possibili: non ci si può alleare con i complici di quello, che anche agli occhi di uno sprovveduto, è un inganno colossale, ordito allo scopo di servirsi della crisi come di un grimaldello buono per scardinare tutte le conquiste del secolo breve e per instaurare un Nuovo Ordine Mondiale (Rockfeller dixit). Come concilierà Vendola la sua strampalata narrazione antiliberista con il tatcherismo dei montiani? Userà l'ambiguità che lo contraddistingue per convincerci che l'alleanza con il Pd è l'unico ponte che separa una sisnitra sterile e massimalista da una sinistra fattiva e di governo?
Vendola gioca alla roulette russa a sua insaputa: se gli va bene gli daranno il Ministero delle pari opportunità e quello dell'ambiente, se gli va male lui e il suo movimento avranno cessato di esistere,  e forse non sarà un gran male.