sabato 15 settembre 2012

Hyman Minsky e la Crisi

Pubblichiamo l'intervento di Alessandro Roncaglia al convegno su “La crisi finanziaria e i suoi sviluppi: gli insegnamenti di Hyman Minsky”, Roma, 10 settembre 2012.

di Alessandro Roncaglia da Micromega

L’argomento del convegno, il pensiero di Hyman Minsky e gli insegnamenti che ne possiamo trarre per la crisi attuale, è in forte corrispondenza con gli obiettivi dell'associazione Economia civile, che ha organizzato questo incontro. I nostri riferimenti culturali indicano infatti chiaramente che per economia civile non intendiamo il settore non profit considerato come un terzo settore dell’economia in opposizione a Stato e mercato, come fa una vasta letteratura cattolica, ma una concezione dell’economia e della società tutta, che pur all’interno di un’economia sostanzialmente di mercato (per quanto coesistente con un ruolo rilevante del settore pubblico) pone a obiettivo centrale lo sviluppo civile della società nel suo complesso, tramite un insieme di regole e interventi pubblici ma anche tramite lo sviluppo e la difesa di una cultura civica, che nel nostro paese è ancora troppo poco diffusa. Credo di poter dire che Hyman sarebbe stato d’accordo con questa impostazione. Ad essa infatti ha fornito un importante contributo scientifico analizzando il modo di funzionare dell’economia capitalistica e mettendone in luce l’intrinseca instabilità e la propensione a cadere ripetutamente in situazioni di crisi. In questo modo Hyman poteva indicare a quali politiche ricorrere per rendere meno fragile l’economia e per sostenere l’occupazione, che costituiva per lui un obiettivo centrale. Anzi, proprio alla piena occupazione erano dirette le sue proposte di considerare il governo come datore di lavoro di ultima istanza, che affiancasse il ruolo comunemente attribuito alla banca centrale di prestatore di ultima istanza.

Provo a sintetizzare in tre punti il contributo di Hyman: incertezza, fragilità finanziaria, money manager capitalism. Nel suo primo importante libro, John Maynard Keynes, del 1975, Hyman propone una interpretazione di Keynes diversa da quella dominante della cosiddetta sintesi neoclassica di Hicks e Samuelson, ma anche da quella prevalente tra i post-keynesiani allievi diretti di Keynes a Cambridge, come Kahn e Joan Robinson. Minsky infatti nella sua interpretazione attribuisce un ruolo importante all’incertezza, discussa da Keynes nel suo Treatise on probability del 1921. L’incertezza non è considerata una caratteristica indefinita, contrapposta al rischio probabilistico; ma il caso generale di un continuum che ha ai suoi estremi la certezza assoluta e l’incertezza totale. Nella realtà ci troviamo comunemente in situazioni intermedie. Così Keynes, quando parla di grado di confidenza nell’argomento, sottolinea le differenze esistenti tra situazioni in cui l’incertezza è più o meno grande: ad esempio le decisioni d’investimento che riguardano un orizzonte temporale lungo vanno distinte da quelle sui livelli di produzione che riguardano un orizzonte temporale decisamente più breve.

Questa nozione di incertezza è alla base della teoria della liquidità di Keynes, cioè la spinta a detenere attività liquide per fare fronte a cambiamenti imprevisti nella situazione, ed è alla base della descrizione dei mercati finanziari come fondati su convenzioni adottate dagli operatori, cui ci si riferisce come al clima delle opinioni che possono cambiare anche bruscamente di fronte a modifiche della situazione.

Su questa base, e utilizzando in modo innovativo l’analisi dei flussi di fondi della tradizione di Irving Fisher, Minsky costruisce la sua teoria della fragilità finanziaria endogena: una teoria che avrebbe dovuto fruttargli il Nobel, se il comitato di Stoccolma fosse stato meno conservatore, meno orientato verso le teorie liberiste, che sostengono il mito della mano invisibile del mercato basandosi su assunti barocchi come quello di una economia a un solo bene o dalla quale l’incertezza sia completamente assente. Per questa teoria possiamo fare riferimento ai saggi raccolti nel libro Can “It” happen again? Essays on instability and finance, del 1982; il riferimento del titolo è alla Grande Crisi del 1929; la profezia di Hyman è appunto che una crisi di quelle dimensioni può ripresentarsi, come appunto è avvenuto.

Minsky descrive l’economia come un sistema di flussi di attività e passività; in questo schema d’analisi introduce la distinzione tra i) situazioni coperte, in cui i flussi di entrata previsti più che coprono per tutti i periodi a venire gli esborsi per gli interessi e gli ammortamenti sui debiti, ii) situazioni speculative, in cui la copertura è assicurata per gli interessi che man mano maturano ma non per l’intero ammontare delle rate di ammortamento del debito, per cui l’agente economico sa già in partenza che sarà costretto a ricorrere al mercato finanziario per finanziare la propria posizione, e infine iii) le situazioni di Ponzi finance, in cui il debito cresce nel tempo per l’impossibilità di fare fronte agli oneri per interessi e ammortamenti, come avviene ad esempio quando si specula sull’aumento di prezzo di un immobile ricorrendo a sempre nuovi prestiti per pagare le rate del mutuo.

All’interno di questo schema appare chiaro come per la stabilità dell’economia sia decisiva la correttezza delle valutazioni degli operatori economici sull’andamento futuro dei flussi di attività e passività, che sono ovviamente incerti. Minsky richiama al riguardo la nozione keynesiana di grado di fiducia, che è soggettiva: è l’operatore che si sente più o meno sicuro delle sue valutazioni, nel nostro caso delle sue valutazioni sull’andamento dei flussi di attività e passività e quindi sulla solvibilità futura delle sue posizioni. Sulla base del proprio grado di fiducia, l’operatore determina i margini di sicurezza da mantenere per fare fronte a cambiamenti nella situazione e assicurare la solvibilità delle proprie posizioni, che si tratti di posizioni coperte o speculative o Ponzi.

Minsky rileva che quando l’economia va bene e il clima delle opinioni migliora la quota delle operazioni speculative e Ponzi tende a crescere, rendendo più fragile la situazione finanziaria dell’economia. Inoltre in una fase di tranquillità il grado di fiducia degli operatori nelle proprie valutazioni tende a crescere e i margini di sicurezza vengono corrispondentemente ridotti. Gli stessi regolatori – sempre sotto pressione da parte degli operatori del settore – tendono a lasciare briglie sempre più sciolte al mercato. Ma se i tassi d’interesse crescono e/o l’economia inizia ad andare meno bene, le operazioni coperte possono diventare speculative e quelle speculative operazioni Ponzi. Specie nel caso delle operazioni Ponzi, quando la tendenza apparentemente inarrestabile all’aumento dei prezzi delle attività si esaurisce – si pensi a quanto è accaduto nel mercato immobiliare statunitense –, il clima delle opinioni muta bruscamente e gli operatori non riescono più a finanziare le proprie posizioni scoperte, portando a una liquidazione delle attività, quindi a un crollo ulteriore dei prezzi, con una crisi di liquidità che si trasforma rapidamente in una crisi di solvibilità, giungendo quindi a una crisi che è assieme finanziaria ed economica.

Nella crisi in atto, i riferimenti alla teoria di Minsky si sono moltiplicati. Si può discutere se la crisi abbia seguito esattamente il percorso indicato da tale teoria – Minsky concentrava l’attenzione su una catena di nessi di causa ed effetto che collega il settore finanziario a quello industriale – ma quel che è certo è che la teoria di Minsky fornisce elementi fondamentali per comprendere la situazione e intervenire su di essa: l’idea di una fragilità finanziaria che tende a crescere nei periodi “normali” e che esplode in crisi sempre più violente man mano che in base all’esperienza precedente gli operatori si persuadono che lo Stato interverrà a salvare la situazione; l’idea, quindi, della necessità di una regolamentazione dei mercati finanziari per impedire la crescita continua della fragilità finanziaria; l’idea che la politica economica debba prestare molta attenzione non solo all’andamento del reddito e dell’inflazione ma anche ai prezzi degli asset, come tra gli altri ha sostenuto negli anni precedente la crisi Kindleberger, che ha utilizzato la teoria di Minsky per la sua celebre storia delle crisi.

Per comprendere la situazione in cui ci troviamo dobbiamo tenere conto anche dell’evolversi nel tempo della natura stessa del capitalismo. Al riguardo possiamo fare riferimento a un altro scritto di Minsky, pubblicato nel 1990 nella raccolta di saggi in onore di Paolo Sylos Labini, intitolato “Schumpeter e la finanza” (Minsky, come Sylos, era stato allievo di Schumpeter). In questo lavoro, e prima ancora in alcune conferenze che ho avuto il privilegio di ascoltare negli anni ’80 alla International Summer School for Advanced Economic Studies di Trieste, Hyman ha sottolineato che alle fasi storiche del capitalismo commerciale, di quello finanziario e di quello manageriale è seguita, negli ultimi decenni, quella che ha battezzato la fase del capitalismo dei gestori di fondi finanziari (money manager capitalism). Si tratta di una fase in cui i mercati finanziari dominano l’economia reale: i manager finanziari, che gestiscono stock di ricchezza enormi comprando e vendendo continuamente attività per guadagnare su variazioni di prezzo anche minime, hanno un orizzonte temporale brevissimo.

L’economia manageriale è superata in quanto i manager delle grandi corporations non possono più contare su un potere sostanziale di fronte a una platea di piccoli azionisti, ma debbono fronteggiare operatori finanziari che possono creare (o cedere) pacchetti azionari di dimensioni significative, sufficienti a scalare i consigli di amministrazione. Diversamente dagli imprenditori che guidano un’impresa cercando di fare profitti sulla differenza tra ricavi e costi lungo l’intero arco di vita di un impianto industriale, i manager finanziari puntano a trarre profitti dalla differenza di prezzo di un asset ora e domani, o tra un’ora, o tra pochi minuti. Questo rende l’economia meno efficace sul piano della crescita della produttività o in relazione a problemi di sostenibilità ecologica e sociale data la minore attenzione prestata ai problemi di lungo periodo, più instabile di fronte ai cambiamenti del clima delle opinioni, più difficile da controllare con gli strumenti tradizionali di politica economica. Keynes diceva, nella Teoria generale, che sarebbe stata una situazione ben difficile quella in cui fosse stata la coda della finanza a muovere il cane dell’economia reale; ed è proprio quanto avviene non occasionalmente, ma sistematicamente, nel money manager capitalism descritto da Minsky. Un aspetto del money manager capitalism sottolineato da Minsky concerne le elevate retribuzioni dei manager, che vengono comunemente assimilate a salari mentre dovrebbero essere assimilate ai profitti: non solo per comprendere il tipo di incentivi cui queste retribuzioni danno luogo, ma anche e soprattutto per comprendere meglio l’evoluzione in atto nell’economia, per quanto riguarda l’andamento della distribuzione del reddito ma soprattutto l’evoluzione dei rapporti di potere e della struttura sociale.

Vi sono molti altri elementi utili nella teoria di Minsky sui quali ora non mi è possibile ora soffermarmi, come ad esempio l’importanza che viene attribuita alla distribuzione del reddito, in particolare all’andamento dei profitti e quindi agli elementi che li determinano. Per quest’aspetto Minsky richiama Kalecki, di cui invece critica la teoria monetaria troppo rudimentale. Se teniamo conto di questi elementi, possiamo vedere che quella di Minsky non è una teoria della finanza, ma una concezione generale del funzionamento dell’economia, che include aspetti finanziari e reali nel gioco delle loro interrelazioni. Inoltre possiamo sottolineare che la teoria di Minsky è articolata in modo non rigido, secondo il metodo delle catene causali brevi che Keynes riteneva il più adatto per un mondo in cui a ogni nesso di causa ed effetto non possiamo attribuire il carattere di necessità assoluta.

Di qui la mia convinzione, discussa a lungo con Hyman, che si potesse trovare un ponte tra Keynes e Sraffa – o, più precisamente, tra il Keynes come lo interpretava lui e lo Sraffa come lo interpretavo io, certo non tra il Keynes racchiuso nel breve periodo di Marshall o meglio di Richard Kahn o esteso al lungo periodo alla maniera della scuola di Cambridge di Kaldor, Joan Robinson o Pasinetti e lo Sraffa interpretato alla Garegnani come analisi delle posizioni di lungo periodo. Su questo tema abbiamo discusso parecchio durante le successive riunioni della scuola estiva di Trieste, organizzata da Parrinello con Garegnani e Kregel per raccogliere assieme i rappresentanti dei vari filoni di ricerca non neoclassici. Con Hyman avevamo anche pensato alla possibilità di scrivere un Manifesto keynesian-sraffiano sulle linee che ho appena accennato, ma purtroppo poi non se ne è fatto nulla. I temi aperti riguardavano, per quanto posso ricostruire ora, non la teoria dei mercati finanziari o la teoria del valore, ma la teoria del pricing e della distribuzione del reddito, a partire dal ruolo della nozione di saggio uniforme del profitto al quale Hyman obiettava e dalla nozione di nessi non soltanto ex post ma anche ex ante tra investimenti, profitti, saldo del bilancio pubblico e della bilancia dei pagamenti che a me sembrava e sembra difficile da sostenere.

Quali insegnamenti possiamo trarre dalla teoria di Minsky per la situazione di oggi?
L’insegnamento principale, credo, è che i problemi che abbiamo di fronte non riguardano semplicemente qualche errore nella conduzione della politica economica e la necessità di qualche modifica regolamentare relativamente modesta nel settore delle attività finanziarie. La crisi che abbiamo di fronte non è una semplice crisi da scoppio di una bolla immobiliare, seguita da una seconda crisi dei debiti sovrani e aperta al rischio di successive crisi che potrebbero riguardare le carte di credito o qualche mercato dei derivati e quindi qualche grande banca internazionale. La crisi che abbiamo di fronte ha caratteristiche di base comuni, pur assumendo connotati diversi nelle sue fasi successive: riguarda innanzitutto la fragilità dell’economia finanziarizzata, o come diceva Hyman la fragilità del money manager capitalism. I rimedi dobbiamo trovarli in questo contesto, in riforme istituzionali che ridimensionino il ruolo della finanza a quello di una coda che non sia in grado di far ballare il cane dell’insieme delle attività reali. Non si tratta, certo non solo, di far aumentare la capitalizzazione delle banche sulla base di valutazioni dei rischi condotte utilizzando modelli sofisticati ma con fondamenta assai dubbie, come è nella tradizione delle regole di Basilea. Si tratta piuttosto di riportare sotto controllo tutti i settori della finanza, limitandone le dimensioni e il potere di ricatto insito nel too big to fail.

Varie misure utili a muoversi in questa direzione sono già in discussione, come la Tobin tax sulle transazioni finanziarie, limiti alla dimensione delle istituzioni finanziarie per assicurare che un loro eventuale fallimento non crei problemi sistemici, vincoli ai tipi di operazioni permesse alle istituzioni finanziarie che raccolgono depositi dal pubblico, limiti drastici alla leva finanziaria per tutti gli operatori finanziari. Rinvio al riguardo a un recente lavoro di Elisabetta Montanaro e Mario Tonveronachi, presentato due giorni fa a un convegno organizzato dalla Ford Foundation. Queste misure vanno realizzate in tempi rapidi, se non vogliamo essere travolti da una successione di emergenze.

Hyman, come Sylos Labini, considerava come un impegno civile l’attività di ricerca nel campo dell’economia: un’attività di ricerca che va quindi condotta in modo aperto, tramite la discussione e il confronto, e non cercando di imporre la propria posizione sulle altre tramite la forza del potere politico, come invece purtroppo sta accadendo in questo periodo tramite meccanismi di valutazione della ricerca decisamente non neutrali tra i diversi orientamenti e le diverse aree della ricerca economica.


venerdì 14 settembre 2012

Morena Luciani: un mondo nuovo oltre il patriarcato

di Sonia Sion da passaparola.info

Morena Luciani: un mondo nuovo oltre il patriarcato

Le società matriarcali possono suggerirci soluzioni per affrontare conflitti e problemi della nostra cultura ? Ne parliamo con l’antropologa e artista Morena Luciani, presidente dell’associazione Laima di Torino che ha organizzato, lo scorso marzo, il convegno internazionale “Culture Indigene di Pace. Donne e uomini oltre il conflitto”.
Da circa cinquemila anni il paradigma patriarcale rappresenta il potere egemonico che ha regolato tutta la società umana ma nelle culture matrifocali  uomo e donna hanno pari diritti e dignità. Le culture incentrate sul matriarcato ci insegnano un modo diverso di vivere e lo sciamanesimo, su cui l’antropologa ha incentrato il suo ultimo libro Donne Sciamane (Ed.Venexia), non è una pratica esotica ed estranea alla nostra cultura ma può insegnarci molto su come riappropriarci delle radici che ci collegano alla natura.

Nel marzo scorso, dopo lunghe trattative con il governo cinese sei riuscita il insieme ad altre donne a far arrivare in Italia le donne Moso per il convegno  Culture indigene di pace. Chi sono?
Ake Dama e Najin Lacong sono giunte a noi dalla lontana Cina, come esponenti della comunità matriarcale dei Moso. Purtroppo sono una minoranza etnica ed è stato piuttosto difficile riuscire a ottenere il visto. Io e Francesca Rosati Freeman ci abbiamo lavorato intensamente per sei mesi…un convegno sui popoli di pace matriarcali senza le donne Moso avrebbe perso di significato.
Cosa possono insegnarci le culture basate su modelli matriarcali?
In primo luogo a superare i paradossi della famiglia mononucleare imposta dalla nostra società sessista e patriarcale. Le culture matriarcali insegnano che esistono comunità umane fondate sulla collaborazione e sulla pace, sull’assenza di ruoli fissi, sulla libertà sessuale. Le donne sganciano le relazioni amorose dai doveri familiari e non dipendono economicamente dagli uomini. Se una relazione si interrompe, non si creano situazioni dolorose per  bambini e bambine. L’economia, come sostiene Genevieve Vaughan, è del dono, nel senso che c’è la condivisione e non lo sfruttamento delle risorse, né umane, né naturali. E’ un altro paradigma, un’altra visione del mondo. Le donne Moso raccontavano che ultimamente il turismo presso le loro terre era aumentato e che quindi le guest-house vicino al lago sarebbero state favorite per la loro posizione e si sarebbero creati dislivelli economici all’interno della comunità. Per evitare questo, le famiglie proprietarie delle case in posizioni più favorevoli, mandavano i turisti anche presso i loro vicini. Sono società sacrali che ci insegnano l’equilibrio. Quello tra donne e uomini, bambine e bambini, animali, piante e come dice il pensiero buddhista, tutti gli esseri senzienti.
A quali conclusioni sei giunta dopo il convegno?
Diciamo che ora uso con più convinzione il termine “matriarcale”. La Madre, la Matrice, è in primo luogo la Madre Cosmica. Mettere al centro le Madri, quelle terrene come noi e quelle simboliche è  assolutamente necessario per uscire dalla spirale violenta e gerarchica a cui il patriarcato ci ha abituato da circa 5000 anni. Questo lavoro che potremmo chiamare processo di ri-connessione elementale è già in atto, c’è un grande fermento in tutto il mondo, anche in Italia, visto il successo del convegno e per fortuna ci sono anche molti uomini che si stanno aprendo a questa visione delle cose.
Su facebook sei Morena Luciani Russo e ho visto altre donne aggiungere un altro cognome a quello abituale perché?
Stiamo aggiungendo il cognome materno, visto che in questo paese non è ancora un diritto riconosciuto. Personalmente sento come una ferita non avere il cognome di colei che attraverso il suo corpo mi ha dato la vita e ancor più mi fa male il fatto che i miei figli non abbiano anche il mio cognome vicino a quello dei loro padri. Ho due figli da due papà diversi ed è come se per la legge non fossero fratelli. Non è assurdo? Sono entrambi nati dal mio ventre. Ora in Italia, come ha spiegato bene al convegno Iole Natoli, è possibile richiedere attraverso una serie di procedure di aggiungere il cognome materno e lo farò al più presto, ma forse dentro di me c’è qualcosa che spera in una legge più giusta, perché se lo facessi sarei comunque obbligata ad avere il cognome che risale a mio nonno e al lignaggio maschile. Una volta ho discusso di questo problema con  Luciana Percovich   e lei sosteneva che un vero cognome materno potrebbe essere il nome proprio di una nostra nonna o bisnonna. Io penso che questa sia un’idea grandiosa, ma certo è ancora utopistico, visto che non si riesce nemmeno ad ottenere una legge  che per diritto assegni entrambi i cognomi ai figli.


Nel marzo scorso, dopo il convegno, è uscito il tuo libro Donne Sciamane (Ed.Venexia). Perché gli antropologi parlano poco di sciamanesimo femminile?
Come spiego nel libro bisogna considerare il problema sotto due aspetti: quello interpreatativo e quello storico. Gli antropologi che si sono inizialmente occupati di sciamanesimo erano perlopiù uomini e hanno quindi focalizzato i loro studi sulle caratteristiche maschili, come la malattia iniziatica o il volo magico, un po’ perchè le donne difficilmente rivelavano il loro sapere sacro agli uomini, un po’ perchè  nella maggior parte delle società analizzate le donne non “apparivano”, non avevano potere politico. Quindi si è preferito chiamarle guaritrici, curandere ecc., mentre gli uomini che esercitavano il potere spirituale erano Sciamani, consiglieri dei capi, se non in alcuni casi capi essi stessi. Poi bisogna considerare che lo sciamanesimo è stato considerato come la prima “religione” dell’umanità e pertanto messo in relazione con la preistoria e con quell’idea di mondo preistorico che archeologi, paleontologi e antropologi hanno costruito per noi. Banalmente è lo stesso immaginario che ha pervaso per anni film e cartoni animati, quel quadretto in cui gli uomini con la clava erano i cacciatori di grandi prede e le donne tutte dedite alla sopravvivenza morivano giovani a causa delle numerose gravidanze.  In questa visione del mondo, gli sciamani erano parte integrante dei gruppi di cacciatori e quindi gli aspetti rituali, artistici, politici della società erano del tutto in mano agli individui di sesso maschile.
Ma questa teoria interpretativa è ad oggi del tutto screditata e i più antichi scheletri riesumati con paraphernalia e oggetti rituali risultano appartenere a donne! Nel libro ho cercato di analizzare tutti gli elementi che hanno cancellato la spiritualità femminile all’interno della storia.

Nella nostra cultura la donna vive scissa dal proprio corpo e  questo si manifesta con dolorose patologie e con l’adesione a modelli imposti da una mentalità maschilista. Cosa ci insegna lo sciamanesimo sul  corpo femminile?
Ci insegna che la spiritualità è nel nostro corpo, a partire dal nostro ciclo mestruale che ci predispone biologicamente a vivere  “qui e là”, sperimentando ogni mese, fin da quando siamo ragazzine stati di coscienza non ordinari…la famosa “intuizione femminile”, che all’interno del mondo patriarcale è diventata conoscenza di tipo B. Come spiegano studiose come Camilla Power e Judy Grahn il ciclo rosso è il fondamento  di tutta la ritualità umana, è il tempo, la matematica e il “tempio”. E poi c’è l’altro aspetto, il parto. La capacità di dare la vita è una diretta connessione con il mondo del mistero. In molte culture, tra cui alcuni popoli aborigeni dell’Australia, le donne non avevano bisogno di rituali o malattie inziatiche per diventare sciamane, il parto era già considerato una via preferenziale.
Tu sei anche un’artista e nel tuo libro parli ampiamente del rapporto tra arte e fenomeni estatici, che rapporto c’è tra sciamanesimo e creazione artistica?
E’ una domanda complessa, dovrei scrivere un libro solo su questo argomento, ma per usare una metafora, potrei dire che arte e sciamanesimo sono amanti sin dai primordi dell’umanità. La teoria fosfenica elaborata da Lewis-Williams, Dowson e Clottes che mette in relazione l’arte rupestre con gli stati sciamanici di conoscenza e gli studi delle neuroscienze, ha comportato un cambio di paradigma in questo campo. Se poi a questa si aggiungono gli studi di archeomitologia della Gimbutas e le analisi storico-sociologiche della Eisler, il quadro della preistoria e dell’arte cambia completamente. L’arte non aveva quasi nulla a che vedere con la caccia o con primi rozzi tentativi di esprimere un bisogno estetico innato. L’arte era al centro dei culti di celebrazione della vita, era il ponte tra i mondi e nel rapporto dialettico tra vita morte e rigenerazione le donne svolgevano un ruolo fondamentale. Erano sciamane, guaritrici e artiste.
Dal tuo libro:
 <<…sono state messe al bando tutte le sostanze di origine naturale che espandono lo stato ordinario della coscienza, mentre l’alcool, che crea dipendenza e alimenta personalità egoiche e violente, è assolutamente legalizzato>>. Molte sostanze psicoattive naturali sono illegali ma molte persone fanno uso di stupefacenti deleteri per il sistema nervoso e per la salute. Ancora una volta cosa ci insegna lo sciamanesimo?
Insegna a mettersi in connessione con la Vita, quella con V maiuscola. E’ da 5000 anni che viviamo in una cultura necrofila, che ha messo al bando il potere femminile, quello spirituale e quello politico. Le cose sono andate di pari passo. Le piante psicoattive sono state utilizzate da noi donne sin dagli albori della civiltà, sono piante di grande potere curativo e nelle culture sciamaniche di ogni dove, sono considerate sacre. Non creano dipendenza, ma “conoscenza” e ristabiliscono un equilibrio tra corpo, mente e spirito, così come tra donna-uomo-Natura…proprio quello che manca a questa società malata e piena di ego, che privilegia appunto sostanze pericolose e ne fa un uso ludico e sconsiderato. Per noi donne la domanda è: “vogliamo lasciare i nostri figli e le nostre figlie in preda allo spettro della droga o vogliamo tornare ad occuparci di questo argomento?”.
L’argomento eutanasia suscita sempre accesi dibattiti e non si riesce, nel nostro paese, a formulare una legge che possa lasciare libera scelta rispetto alle terapie mediche. Nel tuo libro si descrive la donna sciamana come colei che accompagna nella nascita e nella morte. Chi era l’Accoppatrice?
E’ una figura curiosa della tradizione sarda, una delle poche tradizioni italiane che ha conservato qualcosa della sua antica matrice matriarcale.  Quando una persona era in preda all’agonia e non riusciva a morire, dopo vari tentativi e l’estrema unzione da parte del prete, i parenti chiamavano l’Accabbadora, una donna esperta di cose “magiche”, che sapeva dare morte immediata e  traghettare l’anima dei morti nell’aldilà. Se teniamo conto che l’Accabbadora era anche una levatrice e una guaritrice, ci troviamo di fronte ad una figura di evidenti caratteristiche sciamaniche. Riguardo all’eutanasia, posso dire che è stata allontanata dal mondo cattolico occidentale, perchè, in certo senso, spezza il “patto di vita stretto con Dio”, ma i popoli matricentrici dell’Antica Europa, di cui la Sardegna nel suo sincretismo porta ancora qualche testimonianza, non avevano questa visione delle cose, la morte faceva parte del ciclo vitale e non veniva “allontanata”. Le tombe erano piene di simboli di rigenerazione e in molti casi, le ossa dei propri antenati e delle proprie antenate venivano sepolte sotto il pavimento della cucina.
Rashida Manjoo relatore speciale dell’ ONU per la violenza contro le donne ha definito femminicidio cio’che sta accadendo nel nostro paese. Cosa ne pensi?


Penso che sia il termine giusto e che sia assolutamente necessario da parte delle legge italiana e dei media, dare un nome appropriato a questa tragedia. Dall’inizio dell’anno si contano 73 omicidi di donne, tutte ammazzate da parte di mariti e compagni, perchè avevano in qualche modo “reclamato” in maniera diretta o indiretta il loro bisogno di libertà. Il problema è complesso, io sento però che questa crescita di episodi violenza sulle donne, sia il colpo di coda del patriarcato…il potere femminile si sta espandendo sulla terra e  c’è qualcosa nella mente patriarcale che cerca di fermarlo. Come associazione Laima stiamo preparando un grande progetto di educazione alla partnership, perchè crediamo che sia veramente importante ri-educarci tutti e tutte ad una visione diversa della cose e delle relazioni.

giovedì 13 settembre 2012

Non accettiamo il ricatto

Non accettiamo il ricatto. Non vogliamo che chi ci governa in questo momento continui a farci pagare il dazio senza darci nulla in cambio e a ricattarci con la scusa che l'Europa ce lo chiede, o che addirittura lo pretende. 
Questa gente sta ipotecando per sempre la nostra libertà e il nostro futuro, facendoci credere che non c'è alternativa alla miseria umana e morale che ci propone. 
Non vogliamo più Monti e la sua banda di miliardari supponenti. 
Non vogliamo più chi vuole convincerci che affamare i poveri e continuare a ingrassare i ricchi sia una necessità irrinunciabile, che stare sempre peggio è segno che la medicina sta funzionando, come i salassi della medicina degli evi bui dell'umanità. 
Non possiamo credere che l'unica scelta che abbiamo è suicidarci per guarire l'economia. Vogliamo la fine dei favoritismi, dei clientelismi, dei familismi, dell'oscurantismo del vaticano, delle mafie, del liberismo che intossica gli animi e ci rende sempre più miserabili. 
Non capiamo nulla di economia, ma capiamo benissimo che state sbagliando, perché se non è così allora stiamo vivendo un incubo dal quale vogliamo svegliarci il più in fretta possibile. 
Non cediamo ai ricatti, non crediamo alle vostre parole, e se non ci crediamo noi potete scommetterci che non ci crede la maggioranza delle persone. 
Monti, Fornero, Bersani, Berlusconi, Casini, Bonanni, Camusso, sparite per sempre dalle nostre vite.
Andatevene e lasciateci in pace. 

Grillo, Renzi e il furto di futuro



di Tonino Perna da soggettopoliticonuovo

I due politici fanno dello scontro tra giovani e vecchi il loro cavallo di battaglia. Ma quali sono le ragioni che hanno portato a questa frattura intergenerazionale?
La rapida ascesa di Matteo Renzi sulla scena politica nazionale ha stupito molti: in soli due anni è passato dalla corsa per la poltrona di sindaco di Firenze a quella di leader del Pd. Ancora più incredibile è stata l’ascesa di Beppe Grillo, da brillante comico a leader carismatico del terzo partito italiano, stando a sondaggi recenti.
Il suo successo è ormai oggetto di studi – di sociologi, politologi e giornalisti – che nei prossimi mesi riempiranno gli scaffali delle librerie italiane.
Cosa hanno in comune due leader così diversi, per anagrafe ed esperienze di vita e di lavoro? Quasi niente, meno un dato di grande rilevanza: l’obiettivo dello svecchiamento della classe politica, il ricambio generazionale. Il primo slogan fortunato di Renzi fu, per l’appunto, questo: dobbiamo «rottamare» la classe politica, a partire da quella del Pd. Grillo ha impostato fin dall’inizio la sua propaganda politica contro la gerontocrazia, la vecchia generazione (di cui lui fa parte) che non vuole mollare le poltrone e blocca l’accesso dei giovani alle leve di comando del nostro paese. Non a caso la sua più grande platea potenziale di voti sono i giovani sotto i 40 anni.
Malgrado Grillo e Renzi si becchino pesantemente, per ovvie ragioni di concorrenza sullo stesso terreno, sono accomunati da una stessa strategia politica: dare uno sbocco politico all’insofferenza ed alla disperazione giovanile in questa lunga fase di crisi e ristrutturazione del modello sociale capitalistico. Questo è un dato di fatto che merita una profonda riflessione.
Tutta la società occidentale è da anni arrivata alla fine del modello di sviluppo della seconda metà del ’900. Un modello che aveva permesso, fra l’altro, un alto tasso di mobilità sociale ascendente e un avanzamento, sia pure relativo, negli standard di vita e di consumo dei ceti medi e popolari. Il modello aveva cominciato a lanciare i primi segni di crisi da sovraproduzione già alla fine degli anni ’70 del secolo scorso. Ed è stato proprio in quegli anni, con l’avvento dell’era Thatcher-Reagan, che si è cominciato a smantellare il welfare e a dare fiato alla crescita economica, grazie a un poderoso processo di indebitamento: dello Stato in primis, ma anche delle famiglie e delle imprese. Per averne un’idea concreta basti pensare che oggi negli Usa l’indebitamento complessivo è pari a tre volte e mezzo il Pil, mentre in Italia è oltre due volte e mezzo. Contemporaneamente iniziava una fase di decentramento produttivo, di deindustrializzazione, che prima ha coinvolto gli Usa e poi l’Ue, mentre cresceva soprattutto il terziario parassitario e quello legato al mondo della finanza e del marketing. Tutto ciò ha comportato una progressiva riduzione nella qualità della domanda di lavoro e, soprattutto, uno scarto crescente tra produzione di diplomati e laureati e domanda di lavoro. Questo processo ha comportato un progressivo blocco dell’ascensore sociale e poi una sua discesa, ancora in atto. In altri termini: per i ceti popolari e medi è finita l’ascesa sociale, il passaggio dal lavoro manuale a quello intellettuale, dalla condizione operaia a quella impiegatizia o professionale, ed è iniziata la discesa. Le nuove generazioni si sono trovate davanti una società bloccata e gestita dai “vecchi”. Non solo. Le nuove generazioni hanno preso coscienza del fatto che loro malgrado si trovano a dover pagare un debito pubblico e un debito ecologico di cui non hanno alcuna responsabilità.
Questo è un dato che accomuna tutto l’Occidente e che in Italia si presenta in forme particolarmente gravi per via della mancanza cronica di una politica industriale ed economica all’altezza della nuova sfida: l’emergere di nuove potenze economiche, in primis la Cina, che ha prodotto una nuova divisione internazionale del lavoro. Di fronte a questo nuovo scenario internazionale il pensare che stimolare la domanda dei beni di consumo o avviare nuovi lavori pubblici possa risolvere la questione è pura illusione. È un intero modello socio-economico che va ripensato a partire da una delle chiavi principali che lo guidano: l’anticipazione del futuro.
Che si tratti della produzione agricola o di quella zootecnica, dell’uso delle risorse energetiche o di quelle ittiche e forestale, questo modello di sviluppo tende a far aumentare la produttività nell’unità di tempo attraverso l’anticipazione del futuro. Cioè ad ottenere oggi una massimizzazione della produzione – che si tratti di una mucca o di un terreno agricolo, di un pollo o di un pozzo di petrolio, ecc. – a danno della qualità del prodotto, di danni ambientali collaterali, e soprattutto di una perdita della risorsa nel futuro. In primo luogo, attraverso il debito pubblico e privato abbiamo anticipato il futuro, consumando oggi risorse che non avevamo.
È questa la base materiale del furto di futuro che abbiamo operato rispetto alle nuove generazioni. Ed è questa la base materiale dello scontro tra generazioni che è in atto e che s’intreccia con la lotta di classe condotta dal capitale contro la forza-lavoro, come ha ben mostrato Luciano Gallino nel suo ultimo saggio. Anticipazione del futuro e lotta di classe condotta dal capitale globale hanno prodotto una desertificazione sociale, una disgregazione che porta alla lotta tra poveri e tra lavoratori unitamente allo scontro intergenerazionale, che diverrà sempre più duro e cinico.
Mi domando: basta un ricambio generazionale per cambiare questo folle modello di vita e di consumi? E poi mi chiedo: quelli che appartengono alla mia generazione sono tutti colpevoli?
Queste sono le domande cruciali del nostro tempo a cui chi vuole costruire un’alternativa di sinistra dovrebbe rispondere proponendo una via d’uscita dalla crisi che dia risposte immediate e concrete alle nuove generazioni, andando al di là dei facili e pericolosi slogan del duetto Grillo-Renzi che invitano alla guerra intergenerazionale.

Fonte: Il Manifesto 12/09/2012

 

martedì 11 settembre 2012

Perchè il “bazooka” di Draghi non convince

di Vladimiro Giacchè, da Micromega 

Alla fine, Draghi il bazooka l’ha usato davvero. Dichiarando che la BCE è disposta a intervenire “illimitatamente” sul mercato secondario dei titoli di Stato (di durata sino a 3 anni), in modo da ridurne i rendimenti a livelli accettabili.

Il solo annuncio di questo intervento, il 6 settembre, ha fatto precipitare i rendimenti sui titoli di Stato italiani e spagnoli e infiammato le borse di tutta Europa. Tanto da indurre il quotidiano tedesco Die Welt a titolare mestamente: “I mercati finanziari festeggiano la morte della Bundesbank”. Parlare di morte è esagerato. Non è affatto sbagliato, invece, parlare di sonora sconfitta.

Di fatto, la linea oltranzistica della Bundesbank, che lasciava gli Stati in difficoltà dell’eurozona in balia dei mercati, è stata battuta. A quanto pare, con il consenso dello stesso governo tedesco. Probabilmente anche a motivo delle stime che hanno cominciato a circolare a Berlino sui costi della fine per l’euro per la Germania (su Pubblico ne abbiamo parlato oltre un mese fa).

In effetti, da quando nell’occhio del ciclone erano entrate Spagna e Italia lo scenario di una vera e propria disintegrazione dell’euro era diventato sempre più probabile. Non a caso, tra gli effetti dell’annuncio di Draghi c’è stato anche l’apprezzamento dell’euro sul dollaro. Che, tra parentesi, rappresenta un ulteriore smacco per la Bundesbank: evidentemente, infatti, i mercati non ritengono che la mossa di Draghi comporti fiammate inflazionistiche (in questo caso, infatti, l’euro avrebbe dovuto perdere valore).

Con l’annuncio di Draghi si è frenata la deriva dell’euro verso la disgregazione. E si è avviata la trasformazione della BCE in …banca centrale. In tutto il mondo, in effetti, le banche centrali rappresentano prestatori di ultima istanza anche nei confronti degli Stati, mentre la BCE sinora lo era solo nei confronti delle banche. Basti dire che dal 2008/9 il 60% dei nuovi titoli di Stato statunitensi e britannici è stato acquistato dalle rispettive banche centrali. Che in questo modo hanno ridotto moltissimo gli interessi pagati su quei titoli.

Tutto bene, quindi? Non proprio. E per diversi motivi. Proviamo a metterli in fila.

1) L’annuncio di Draghi contiene anche la precisazione che gli acquisti di titoli di Stato saranno “sterilizzati” (con vendite da parte della BCE di titoli in misura equivalente o consentendo alle banche di effettuare depositi remunerati presso la BCE), ossia che la BCE non stamperà moneta. Questo potrebbe limitare l’efficacia degli acquisti della BCE se essi dovessero risultare particolarmente ingenti. E potrebbe indurre la speculazione a ‘testare’ questo limite.

2) La riduzione dei rendimenti sui nostri titoli di Stato e dello spread tra essi e i titoli tedeschi di pari durata è sicuramente un fatto positivo, perché riduce il peso degli interessi sul nostro debito, e più in generale il costo di raccolta del capitale per le banche e le imprese italiane. Ma questo non risolve i problemi della nostra economia, che sono stati aggravati dalle manovre di correzione del bilancio pubblico effettuate dal luglio 2011 in poi. Secondo l’OCSE l’Italia finirà l’anno con un -2,4% di pil, e secondo alcune stime nel 2013 potrebbe andare anche peggio. Anche perché l’impatto delle manovre è progressivo: di 77 miliardi per il 2012, di 100 miliardi per il 2013 e addirittura di 114 per l’anno successivo. Una stretta del genere sulla finanza pubblica non può non comportare un calo marcato e prolungato della domanda interna e quindi dell’attività economica. Con il risultato, tra l’altro, di peggiorare il rapporto tra debito e pil.

3) E a questo si collega un altro aspetto critico del programma di acquisto di titoli di Stato da parte della BCE: il fatto che esso è condizionato a una formale richiesta di aiuto dello Stato interessato al Fondo di stabilità (il nuovo nome del Fondo Salva-Stati), la sigla di un protocollo e la verifica da parte di Commissione Europea, BCE e Fondo Monetario Internazionale del rispetto delle condizioni definite nel protocollo.

Qui ci sono due ordini di problemi. In primo luogo, non è chiaro cosa potrebbe succedere se i ricorsi contro il Fondo di stabilità pendenti davanti alla Corte costituzionale tedesca vincessero. Ma lo sapremo presto: la Corte deciderà il 12 settembre. Il problema più serio però è un altro. Cosa potrebbe succedere al paese che, avendo già in corso programmi di austerity, dovesse richiedere l’aiuto al Fondo di Stabilità e alla BCE? Ovviamente dovrebbe aggiungere alle misure già in atto ulteriori misure. Ma quali? Stando alle dichiarazioni degli ultimi mesi di qualche ministro particolarmente loquace, tra i candidati più probabili c’è la libertà di licenziamento nel pubblico impiego. Se così fosse, milioni di lavoratori italiani potrebbero scoprire presto che il bazooka di Draghi è puntato contro di loro.

Ballarò, il mercato dei fantasmi

Il 40 % a pari merito per il Pd e Il Pdl, un 20 % ripartito nell'ordine fra IDV, Lega, Sinistra Ecologia e Libertà e via di seguito. In un anno intero solo 26 secondi di citazione ai poveri radicali (chissà perché la cosa non mi turba più di tanto). Sono le percentuali di presenza televisiva dei partiti al mercato di Ballarò, uno delle trasmissioni di "informazione" più seguite della RAI. 
Ballarò è solo uno dei tanti esempi della lottizzazione televisiva, roba da far impallidire persino il manuale Cencelli. In questo modo ci sorbiamo da anni una disinformazione televisiva che ci mostra un mondo virtuale popolato da personaggi ormai disincarnati, riflessi fantasmatici di una realtà che continua a dominarci e a influenzare il nostro immaginario e le nostre scelte come i tuoni e i fulmini evocatori di poteri temibili e imperscrutabili in tempi remoti. La realtà vera fa capolino ogni tanto in TV quando prorompe con la sua gravità e virulenza, ma viene subito addomesticata e ridotta a mera rappresentazione iconografica, senza che ne capisca davvero il senso. I fatti, quelli che vengono riferiti, sono abilmente filtrati e rinominati dagli stregoni di turno, che ne stravolgono il senso e li sterilizzano a dovere. Qualcuno, a parte i ben informati, ha capito davvero qualcosa della trattativa stato mafia? Qualcuno sa davvero cosa hanno combinato Bisignani o Dell'Utri, tanto da guadagnarsi l'onore delle cronache? Persino di Falcone e Bosellino non si sa un granché, tranne che sono eroi dell'antimafia osannati da tutti, anche da quelli che ne parlavano male quando erano ancora vivi. Non parliamo poi dell'economia, che per la sua inappellabilità potrebbe essere accomunata alla metereologia. Oggi piove. Lo spread è a 500. Punto.
I fatti, quelli importanti, per essere ricordati devono diventare memoria collettiva ed essere il sale di una conoscenza che porta al cambiamento, poiché la conoscenza dei fatti e della storia è la premessa per una scelta consapevole e non soggetta agli umori del momento. Altrimenti, quando vengono fuori, diventano  oggetti di consumo, usa e getta.
I fatti fortunatamente scorrono nel cyberspace, le buone idee per cambiare questa realtà anche, ma formano troppi rigagnoli, annaffiano il terreno, ma non fanno grosso danno. Ci vuole un fiume in piena.

lunedì 10 settembre 2012

Crisi e teorie economiche, cambia il vento?

A cinque anni dallo scoppio della crisi il bilancio sull'efficacia delle contromisure che sono state adottate appare completamente negativo. C'è però una ragione di ottimismo: il dibattito tra gli economisti si è riaperto. Anticipiamo l'intervento che terrà Roberto Petrini al convegno “La crisi finanziaria e i suoi sviluppi: gli insegnamenti di Hyman Minsky” organizzato dalla Fondazione A.J. Zaninoni e da “Economia Civile” (10 settembre, ore 16.00 Sala delle Colonne, Camera dei Deputati piazza Poli 19, Roma)

di Roberto Petrini da Micromega
Pochi giorni fa, la più grande crisi economica dopo il 1929, ha compiuto cinque anni. Sono passati esattamente cinque anni infatti da quel 31 luglio del 2007 quando due hedge fund di Bear Stearns dichiararono bancarotta: pochi giorni dopo, il 9 agosto, ci fu il primo crollo di Wall Street. Il resto è storia nota: una enorme crisi, misurabile in una straordinaria contrazione del prodotto e una gigantesca perdita di posti di lavoro, che si è ribaltata dagli Stati Uniti all’Europa.

Si può tentare un bilancio sulle cause, sugli effetti, sull’efficacia delle contromisure, sulle implicazioni per la teoria economica. Il bilancio appare naturalmente negativo su tutti i fronti. Tranne uno: il dibattito tra gli economisti si è riaperto, il conformismo si è spezzato e si cerca un nuovo paradigma.

E’ evidente come la crisi abbia avuto come causa scatenante aspetti reali dell’economia: negli Usa la polarizzazione dei redditi ha reso necessario un sostegno della domanda basato sui debiti (mutui subprime, carte di debito e crediti al consumo). In Europa la polarizzazione dei redditi tra Stati più competitivi con bilance commerciali in surplus e stati poco competitivi e in perenne deficit, ha gonfiato i debiti dei paesi mediterranei detenuti all’estero provocando il “botto” del 2009-2010.

Qual è stato il segno comune delle due crisi? La risposta è: la finanza. L’economia di carta è plasticamente rappresentata dai 600 trilioni di titoli derivati che galleggiano sul pianeta e dai 52 mila miliardi di dollari di titoli di Stato emessi nel mondo (8.000 solo in Europa).
Ma veniamo agli aspetti teorici.

La matrice teorica nell’ambito della quale la crisi si è potuta incubare, sviluppare ed esplodere, in assenza di sensibili allarmi preventivi, è stata – come ha spiegato Alessandro Roncaglia nel libro “Economisti che sbagliano. Le radici culturali della crisi” – quella del liberismo. Nella prima metà degli Anni Duemila i maggiori economisti mainstream americani da Robert Lucas al banchiere centrale Alan Greenspan descrivevano una economia destinata ad un futuro stabile e di “grande moderazione”. L’Europa pensava di aver raggiunto la stabilità con il rigore di Maastricht, con la presunta convergenza di tassi d’interesse e inflazione e con la prospettiva di un salvifico mercato unico che avrebbe evitato gli shocks asimmetrici. Tutti avevano una sconfinata fiducia nelle capacità del mercato di autoregolarsi, senza necessità di interventi esterni.
Malafede? Ideologia? Errori da matita blu? Si può dar credito alla felice osservazione di Minsky – riabilitato da Martin Wolf sul Financial Times già dal novembre del 2008 – contenuta in “Keynes e l’instabilità del capitalismo”:

“Se per trent’anni la storia non genera fenomeni che pur vagamente somiglino a una crisi finanziaria o a una profonda depressione, può facilmente farsi strada l’ipotesi che, in realtà, crisi e depressioni siano solo miti, anomalie del passato”.
Invece la crisi c’è stata e sulla sbarra oggi ci sono le disuguaglianze economiche, la chimera del Dio Mercato in grado di consegnarci il migliore dei mondi possibili e il sistema della turbofinanza radicale in grado di spalmare il rischio per il pianeta e assicurarlo contro ogni instabilità o fallimento.

Negli ultimi tempi, a far data dalla supremazia del pensiero liberista in economia cominciata negli Anni Ottanta, l’egemonia è stata completa: basti pensare, come esempio, all’aggregato di potere culturale e finanziario rappresentato, fino a qualche tempo fa, da Standard and Poor’s, McGraw-Hill e Business Week, agenzia di rating, casa editrice di testi universitari di economia e periodico di informazione economica.

Oggi il vento è cambiato – e forse è questo è l’unico aspetto positivo di questa crisi.
Negli Stati Uniti, sebbene non manchino le critiche, Obama ha rimesso lo Stato al centro dell’azione politica. Si elencano: l’intervento di salvataggio del sistema finanziario e industriale, gli stimoli all’economia, la riforma sanitaria, il blocco della riduzione delle tasse, l’aumento del tetto al debito pubblico, il ruolo determinate della Fed come prestatore di ultima istanza. Negli Usa la crisi è nata ma si può dire che è stata combattuta in modo appropriato: basta guardare i dati del Pil.

Sul piano dei valori che sottendono all’economia non si può evitare di ricordare la suggestiva enciclica di Benedetto XVI, Caritas in veritate, uscita poco dopo lo scoppio della crisi, che invita a mitigare il profitto con il concetto di bene comune e scaglia anatemi contro la finanza predatoria.

La crisi europea ha provocato un profondo ripensamento nel linguaggio e nel pubblico dibattito. Solo un paio di anni fa il Sole 24 Ore, ospitava in prima pagina un editoriale di Luigi Zingales che si intitolava “Speculatori, vil razza dannata (ma utile)”. Un altro articolo di un altro editorialista recitava: “Come molti economisti, anch’io credo nel ruolo positivo della speculazione in mercati concorrenziali e trasparenti”.

Oggi la stessa Europa sembra aver cambiato paradigma: lo spread non è più il termometro dello stato canaglia, ma frutto evidente della speculazione. Tant’è che lo si vuole raffreddare attraverso interventi della Bce e si è creato – con la modifica dell’articolo 136 del Trattato – un fondo per la “stabilità della zona euro” che per statuto può intervenire sul secondario e sul primario dei titoli di Stato. Evidentemente non si considera più sacro il verdetto dei mercati che il governatore della Bce Draghi ha definito “irrazionali” e che il premier Mario Monti ha così descritto: “I mercati non vanno demonizzati ma neanche ‘angelizzati’ perché non esprimono sempre la reale situazione dei paesi”. Accantonato il mito dell’efficienza assoluta dei mercati oggi anche la cancelliera Merkel non usa mezzi termini e li ha bollati come “nemici del popolo”. C’è addirittura il rischio che il vento cambi in modo troppo violento o scomposto? 

venerdì 7 settembre 2012

Slavoj Žižek: La politica di Batman

di  Slavoj Žižek da controlacrisi



Il nuovo film della serie di Batman, Il cavaliere oscuro – Il ritorno, dimostra che i grandi successi di Hollywood sono indicatori precisi della situazione ideologica delle nostre società. La storia: a Gotham City otto anni dopo gli avvenimenti del Cavaliere oscuro – il secondo episodio della trilogia diretta da Christopher Nolan – regnano la legge e l’ordine. Grazie ai poteri straordinari concessi dalla legge anticrimine voluta da Harvey Dent, il commissario Gordon ha quasi sradicato la malavita organizzata. Si sente colpevole per aver insabbiato i crimini commessi da Dent e vuole confessare pubblicamente. Poi decide che la città non è pronta per la verità. Non più attivo come Batman, Bruce Wayne vive isolato in una grande casa. 

giovedì 6 settembre 2012

Scherzano con Grillo

di  Marco Travaglio (da ComeDonChisciotte)
 
Può darsi che Grillo, come sempre, abbia esagerato quando ha detto che partiti e media al seguito, insultandolo ogni giorno con una campagna di "odio", istigano a delinquere contro di lui qualcuno che potrebbe passare "dal tiro al bersaglio metaforico a quello reale, come negli anni di piombo". Certo ha sbagliato le parole: anche lui usa l'insulto come arma di lotta politica; e tirare in ballo l'odio - come fecero B. e i suoi giannizzeri, attribuendo a chi lo criticava la qualifica di "mandante morale" dell'attentato della statuetta - non è solo un déjà vu: è un'assurdità, visto che almeno i sentimenti dovrebbero restare fuori dalla dialettica politica.

Ma le reazioni del mondo politico e giornalistico (sempre più simili, tanto da sembrare ormai un tutt'uno) è penosa. Francesco Merlo, su Repubblica, arriva a scrivere che, siccome Grillo è un comico, non va preso sul serio. Forse non gli è ancora giunta notizia che Grillo è il fondatore e il promotore del Movimento 5Stelle che alle ultime amministrative, con candidati tutt'altro che comici (semmai giovani), ha raccolto l'8,2% ed è ormai nei sondaggi il terzo partito d'Italia (con circa il 15%).

Resta poi da capire perché dovremmo prendere sul serio i politici di professione che hanno trascinato l'Italia alla bancarotta. Scrivere, infine, che "persino se lo trovassimo steso per terra, penseremmo: guarda cosa deve fare per tirare a campare un povero professionista del ridicolo" fa semplicemente accapponare la pelle.

Perché non si può affatto escludere che qualcuno prima o poi sogni di (o addirittura lavori per) mettere "Grillo steso a terra".

Forse una ripassatina alla storia patria non guasterebbe: si scoprirebbe che nei momenti di passaggio - come nel 1992, al tramonto della Prima Repubblica, e come oggi, al tramonto della Seconda - si muovono dietro le quinte forze oscure. E forse nemmeno tanto: mafie, servizi più o meno deviati, logge più o meno spurie, insomma gli stessi soggetti che nel '92 tentarono di infiltrare la Lega, che a quel tempo, per il Sistema, possedeva la stessa carica dirompente che oggi possiede il movimento di Grillo. Fu allora che il presidente Cossiga suggerì, per eliminare Bossi, di "infilargli una bustina di droga in macchina".

Le mafie e le loro quinte colonne nelle istituzioni votano e fanno votare. E, se non trovano interlocutori affidabili, sparano - magari travestite da Falange Armata - per farli uscire allo scoperto e trattare. Grillo, da questo punto di vista, è totalmente inaffidabile. "Per fare politica in Italia devi essere ricattabile", disse un giorno Giuliano Ferrara col consueto cinismo.

Ecco: Grillo ha tanti difetti, ma non è ricattabile, avvicinabile, trattabile. L'idea che il suo movimento condizioni la politica dei prossimi anni non può che allarmare i criminali d'alto bordo adusi alle trattative e ai patti sottobanco con politici di lungo corso, molto ricattabili, avvicinabili e trattabili (anzi, spesso già ricattati, avvicinati e trattati). In Parlamento, specie a destra e al centro, ma anche nel centrosinistra, le mafie hanno i loro interlocutori. In 5 Stelle, anche per motivi anagrafici, no.

Si può pure ironizzare sull'allarme di Grillo: ma sempre ricordando che, quando parla, tuona, insulta (ma propone pure, anche se nessuno si confronta mai sul merito delle sue proposte), lo fa senz'alcuno scudo tra la sua faccia e la gente. I politici che, soprattutto a sinistra, gli danno del populista, barbaro, fascista, nazista, assassino e altre carinerie (le ultime sono un compenso in nero, subito smentito, e un appello - falso pure quello - a picchiare i marocchini: a proposito di "macchina del fango"), lo fanno ben scortati e nascosti dietro plotoni di uomini armati.

Eppure anche i politici più a rischio lo sono infinitamente meno di Grillo. Dargli una martellata in testa è la cosa più facile del mondo. E anche infilargli una busta di droga in macchina: anche perché la macchina è la sua, non un'autoblu con autista e gorilla.
 

Fonte: www.ilfattoquotidiano.it
 

lunedì 3 settembre 2012

Hanno ucciso il mio paese

Hanno ucciso il mio paese. 
Quando percorro la riviera adriatica in macchina o col treno posso vedere chiaramente le ferite mortali inferte al corpo del mio paese. Un’intera costa seppellita sotto il cemento. Per anni durante buona parte della mia infanzia, prima di capire cosa fosse successo, ho creduto che quella immensa colata di cemento fosse una cosa normale, quasi naturale, come le montagne e i fiumi. Non lo è affatto, il cemento ha divorato inutilmente un habitat bellissimo, che tutta l'Europa ci invidiava. Negli anni cinquanta prima della devastazione nelle spiagge della mia regione venivano  turisti da tutto il Nord Europa, gente alla costante ricerca della bellezza. Da quando il cemento ha fatto la sua comparsa su quelle  spiagge, la loro ricerca è continuata altrove. Qualcuno adesso ha il coraggio di dire che quel massacro è una sorta di eccellenza italiana. Se andate in Francia, soprattutto a Nord, potrete vedere chilometri e chilometri di costa inalterata e selvaggia, senza un caseggiato o un qualsiasi baracchino di gelati. D’accordo anche loro hanno Nizza e la costa azzurra, ma niente a che vedere con lo sfacelo italico. Non è solo la costa, tutta l’Italia è sommersa dal cemento. Le periferie urbane sono orrende, soffocate dai palazzi, nemmeno il più piccolo interstizio di luce e di verde, e l’edilizia italiana è, in termini estetici, la più brutta al mondo. Almeno su questo Sgarbi ha ragione. Dico cose scontate, lo so, ma è bene fare un ripasso ogni tanto, in modo che tutte le volte che li sentiamo parlare certi personaggi, i responsabili della catastrofe, lo stimolo condizionato agisca e ci faccia percepire chiaramente la loro la vera natura: pescecani che sguazzano in un mare putrido in cerca della preda. 
I responsabili di questo scempio hanno nomi e cognomi: sono i democristiani per primi, che hanno avuto la capacità di stipulare patti trasversali con tutti i ceti sociali in cambio di consenso elettorale: voti in cambio di lavoro e libertà di fare strame del territorio per realizzare profitti enormi. Per controllare interi pezzi della nazione non si sono fatti scrupoli di governare fianco a fianco con le mafie, a volte delegando ad esse il governo di intere regioni. I riottosi fra i politici, i funzionari dello stato e i cittadini comuni sono stati ridotti al silenzio con le minacce e quando queste non bastavano ci hanno pensato le lupare. Il grosso del sistema ad ogni modo ha retto per anni e lo scempio delle cavallette divoratrici di paesaggi e di natura è continuato indisturbato. Ai democristiani si sono accodati tutti gli altri. Ognuno con il suo pezzo di Italia e di natura da rivendicare come bottino, noncuranti né della distruzione né dell’inquinamento (vedi l’ILVA, Marghera e tanti altri esempi). L’importante che il patto con i ceti sociali reggesse e il sistema andasse avanti. Malgrado la situazione sia cambiata e i soldi pubblici siano meno, quelli che ci sono costituiscono ancora un bottino allettante per politici e mafie, ma chissà fino a quando. A pensarci non c’è problema, i patti si rinnovano, adeguandosi ai cambiamenti sociali e politici. I vecchi democristiani sono sempre pronti a fare da garanti e se ai devastatori si aggiunge un Vendola, meglio ancora, ci si copre di più a sinistra, basta dargli un contentino e così si mettono insieme diavolo e acqua santa e anche il potere delle tonache vaticane, che da secoli tengono questo paese sotto il loro tallone, è garantito. Possono tranquillamente continuare con i trucchetti delle madonne piangenti e con i loro santi e santini da portare in processione per nutrire l’ignoranza delle masse e rinfocolare un po’ di sanfedismo identitario e possono con altrettanta tranquillità, continuare ad ipotecare  i nostri diritti in nome del loro credo. 
Tutte queste persone andrebbero processate e condannate per strage di civiltà e di bellezza e invece si ripropongono continuamente come i soli salvatori della patria, gli unici che hanno saggezza e polso fermo contro una crisi i cui responsabili alla fine saremmo noi cittadini comuni, che abbiamo vissuto "al disopra delle nostre possibilità”. Ci danno a bere che saggezza e responsabilità si coniugano necessariamente con la spoliazione delle classi povere e incentivi per i ricchi e per le banche. Che bello. Un po' come negli USA dove una propaganda tanto sfacciata quanto pervasiva e fagocitatrice di neuroni, ha convinto molti poveri che la il loro più grande nemico è il socialismo e che la sanità pubblica è cosa da nazisti.
L'Italia, per chi ha viaggiato un po' è (era) fuori da ogni retorica uno dei paesi più belli al mondo, ci è voluto l'impegno e la perseveranza di una classe politica di dottor Stranamore all'amatriciana per provocare una devastazione dagli effetti così drammatici. Il mix perfetto costituito da una sinistra suicida,  un capitalismo straccione, un potere clientelare dei partiti e un' idiozia plebea abilmente alimentata dalle televisioni, ha consentito 20 anni di fascismo, 40 di Democrazia Cristiana e 20 di berlusconismo, oltre che di potere indisturbato di “menti raffinatissime” (e paracule), e ha fatto si che un museo a cielo aperto come l'Italia divenisse nel tempo un fogna a cielo aperto dove cercare tesori nascosti.
Non è colpa del sistema, come ho detto i colpevoli hanno nomi e cognomi, li conosciamo, potremmo nominarli uno per uno. Ma noi siamo buoni, non vogliamo vendette, lasceremo loro anche le pensioni dorate che si sono accaparrati a nostre spese, purché spariscano e non si facciano vedere più in giro. 
Di bruttezza in giro ce n'è già abbastanza.

Sulla rete spunta fuori il Grillo razzista



da globalist.it

«In mezzo alla strada non è possibile: oggi con i telefonini fanno succedere un casino, l'immagine di quel telefonino è andata a un miliardo di musulmani!!! Sono coglioni!». Non è la solita lezione sui nuovi media quella che Grillo impartisce ai carabinieri nello spezzone di un suo spettacolo che sta facendo il giro del mondo via web. Si tratta di vere e proprie istruzioni per l'abuso di marocchini che l'ex comico "regala" alla Benemerita per evitare di provocare scalpore nell'opinione pubblica, soprattutto in quella islamica.

Ora non è più un mistero per nessuno che il marchio di Casaleggio & associati stia strizzando l'occhio al senso comune razzistoide in libera uscita dalla Lega ma l'episodio cui pare alludere Grillo è quello del pestaggio di un mahgrebino mezzo nudo e fuori di sé pestato da due carabinieri il doppio di lui. Era a Sassuolo nel febbraio del 2006 (il giudice archivierà). Anche lo spettacolo è del 2006 quando Grillo iniziava la crociata liberticida contro i giornali di partito.

«Se i marocchini vengono qui e rispettano le regole, se no fuori dai coglioni! (il pubblico si spella le dita dall'applaudire)... Però vuoi dare una passatina a un marocchino che rompe i coglioni? Lo prendi, lo carichi in macchina, senza che ti veda nessuno, lo porti un po' in caserma e gli dai due schiaffetti». Solo due schiaffetti ma "occhio non veda così che cuore non dolga". Qualche mese dopo, il sito del popolare ex testimonial di yogurt provò ad appropriarsi del caso Aldrovandi. Patrizia Moretti e Lino, i genitori del diciottenne ucciso da quattro agenti in un violentissimo "controllo" di polizia, furono invitati più volte alle kermesse del popolo a cinque stelle.

Chi è il vero Grillo? Il dibattito in rete è più acceso che mai. I grillini di stretta osservanza invitano a non decontestualizzare. La stessa motivazione del giudice che archiviò l'indagine sui due carabinieri a cui il marocchino diede delle «panciate sui piedi». E Patrizia Moretti, interpellata da Globalist, dice di sentirsi «ferita da queste parole di Grillo. Non ho visto tutto il resto dello spettacolo ma suggerire gli "schiaffi" al riparo dai telefonini è una cosa che mi fa davvero male!».