Pubblichiamo l'intervento di Alessandro Roncaglia al convegno su “La
crisi finanziaria e i suoi sviluppi: gli insegnamenti di Hyman Minsky”,
Roma, 10 settembre 2012.
di Alessandro Roncaglia da Micromega
L’argomento
del convegno, il pensiero di Hyman Minsky e gli insegnamenti che ne
possiamo trarre per la crisi attuale, è in forte corrispondenza con gli
obiettivi dell'associazione Economia civile, che ha organizzato questo
incontro. I nostri riferimenti culturali indicano infatti chiaramente
che per economia civile non intendiamo il settore non profit considerato
come un terzo settore dell’economia in opposizione a Stato e mercato,
come fa una vasta letteratura cattolica, ma una concezione dell’economia
e della società tutta, che pur all’interno di un’economia
sostanzialmente di mercato (per quanto coesistente con un ruolo
rilevante del settore pubblico) pone a obiettivo centrale lo sviluppo
civile della società nel suo complesso, tramite un insieme di regole e
interventi pubblici ma anche tramite lo sviluppo e la difesa di una
cultura civica, che nel nostro paese è ancora troppo poco diffusa. Credo
di poter dire che Hyman sarebbe stato d’accordo con questa
impostazione. Ad essa infatti ha fornito un importante contributo
scientifico analizzando il modo di funzionare dell’economia
capitalistica e mettendone in luce l’intrinseca instabilità e la
propensione a cadere ripetutamente in situazioni di crisi. In questo
modo Hyman poteva indicare a quali politiche ricorrere per rendere meno
fragile l’economia e per sostenere l’occupazione, che costituiva per lui
un obiettivo centrale. Anzi, proprio alla piena occupazione erano
dirette le sue proposte di considerare il governo come datore di lavoro
di ultima istanza, che affiancasse il ruolo comunemente attribuito alla
banca centrale di prestatore di ultima istanza.
Provo a sintetizzare in tre punti il contributo di Hyman: incertezza, fragilità finanziaria, money manager capitalism. Nel suo primo importante libro, John Maynard Keynes,
del 1975, Hyman propone una interpretazione di Keynes diversa da quella
dominante della cosiddetta sintesi neoclassica di Hicks e Samuelson, ma
anche da quella prevalente tra i post-keynesiani allievi diretti di
Keynes a Cambridge, come Kahn e Joan Robinson. Minsky infatti nella sua
interpretazione attribuisce un ruolo importante all’incertezza, discussa
da Keynes nel suo Treatise on probability del 1921.
L’incertezza non è considerata una caratteristica indefinita,
contrapposta al rischio probabilistico; ma il caso generale di un
continuum che ha ai suoi estremi la certezza assoluta e l’incertezza
totale. Nella realtà ci troviamo comunemente in situazioni intermedie.
Così Keynes, quando parla di grado di confidenza nell’argomento,
sottolinea le differenze esistenti tra situazioni in cui l’incertezza è
più o meno grande: ad esempio le decisioni d’investimento che riguardano
un orizzonte temporale lungo vanno distinte da quelle sui livelli di
produzione che riguardano un orizzonte temporale decisamente più breve.
Questa
nozione di incertezza è alla base della teoria della liquidità di
Keynes, cioè la spinta a detenere attività liquide per fare fronte a
cambiamenti imprevisti nella situazione, ed è alla base della
descrizione dei mercati finanziari come fondati su convenzioni adottate
dagli operatori, cui ci si riferisce come al clima delle opinioni che
possono cambiare anche bruscamente di fronte a modifiche della
situazione.
Su questa base, e utilizzando in modo innovativo
l’analisi dei flussi di fondi della tradizione di Irving Fisher, Minsky
costruisce la sua teoria della fragilità finanziaria endogena: una
teoria che avrebbe dovuto fruttargli il Nobel, se il comitato di
Stoccolma fosse stato meno conservatore, meno orientato verso le teorie
liberiste, che sostengono il mito della mano invisibile del mercato
basandosi su assunti barocchi come quello di una economia a un solo bene
o dalla quale l’incertezza sia completamente assente. Per questa teoria
possiamo fare riferimento ai saggi raccolti nel libro Can “It” happen again? Essays on instability and finance,
del 1982; il riferimento del titolo è alla Grande Crisi del 1929; la
profezia di Hyman è appunto che una crisi di quelle dimensioni può
ripresentarsi, come appunto è avvenuto.
Minsky descrive
l’economia come un sistema di flussi di attività e passività; in questo
schema d’analisi introduce la distinzione tra i) situazioni coperte, in
cui i flussi di entrata previsti più che coprono per tutti i periodi a
venire gli esborsi per gli interessi e gli ammortamenti sui debiti, ii)
situazioni speculative, in cui la copertura è assicurata per gli
interessi che man mano maturano ma non per l’intero ammontare delle rate
di ammortamento del debito, per cui l’agente economico sa già in
partenza che sarà costretto a ricorrere al mercato finanziario per
finanziare la propria posizione, e infine iii) le situazioni di Ponzi
finance, in cui il debito cresce nel tempo per l’impossibilità di fare
fronte agli oneri per interessi e ammortamenti, come avviene ad esempio
quando si specula sull’aumento di prezzo di un immobile ricorrendo a
sempre nuovi prestiti per pagare le rate del mutuo.
All’interno
di questo schema appare chiaro come per la stabilità dell’economia sia
decisiva la correttezza delle valutazioni degli operatori economici
sull’andamento futuro dei flussi di attività e passività, che sono
ovviamente incerti. Minsky richiama al riguardo la nozione keynesiana di
grado di fiducia, che è soggettiva: è l’operatore che si sente più o
meno sicuro delle sue valutazioni, nel nostro caso delle sue valutazioni
sull’andamento dei flussi di attività e passività e quindi sulla
solvibilità futura delle sue posizioni. Sulla base del proprio grado di
fiducia, l’operatore determina i margini di sicurezza da mantenere per
fare fronte a cambiamenti nella situazione e assicurare la solvibilità
delle proprie posizioni, che si tratti di posizioni coperte o
speculative o Ponzi.
Minsky rileva che quando l’economia va bene e
il clima delle opinioni migliora la quota delle operazioni speculative e
Ponzi tende a crescere, rendendo più fragile la situazione finanziaria
dell’economia. Inoltre in una fase di tranquillità il grado di fiducia
degli operatori nelle proprie valutazioni tende a crescere e i margini
di sicurezza vengono corrispondentemente ridotti. Gli stessi regolatori –
sempre sotto pressione da parte degli operatori del settore – tendono a
lasciare briglie sempre più sciolte al mercato. Ma se i tassi
d’interesse crescono e/o l’economia inizia ad andare meno bene, le
operazioni coperte possono diventare speculative e quelle speculative
operazioni Ponzi. Specie nel caso delle operazioni Ponzi, quando la
tendenza apparentemente inarrestabile all’aumento dei prezzi delle
attività si esaurisce – si pensi a quanto è accaduto nel mercato
immobiliare statunitense –, il clima delle opinioni muta bruscamente e
gli operatori non riescono più a finanziare le proprie posizioni
scoperte, portando a una liquidazione delle attività, quindi a un crollo
ulteriore dei prezzi, con una crisi di liquidità che si trasforma
rapidamente in una crisi di solvibilità, giungendo quindi a una crisi
che è assieme finanziaria ed economica.
Nella crisi in atto, i
riferimenti alla teoria di Minsky si sono moltiplicati. Si può discutere
se la crisi abbia seguito esattamente il percorso indicato da tale
teoria – Minsky concentrava l’attenzione su una catena di nessi di causa
ed effetto che collega il settore finanziario a quello industriale – ma
quel che è certo è che la teoria di Minsky fornisce elementi
fondamentali per comprendere la situazione e intervenire su di essa:
l’idea di una fragilità finanziaria che tende a crescere nei periodi
“normali” e che esplode in crisi sempre più violente man mano che in
base all’esperienza precedente gli operatori si persuadono che lo Stato
interverrà a salvare la situazione; l’idea, quindi, della necessità di
una regolamentazione dei mercati finanziari per impedire la crescita
continua della fragilità finanziaria; l’idea che la politica economica
debba prestare molta attenzione non solo all’andamento del reddito e
dell’inflazione ma anche ai prezzi degli asset, come tra gli altri ha
sostenuto negli anni precedente la crisi Kindleberger, che ha utilizzato
la teoria di Minsky per la sua celebre storia delle crisi.
Per
comprendere la situazione in cui ci troviamo dobbiamo tenere conto anche
dell’evolversi nel tempo della natura stessa del capitalismo. Al
riguardo possiamo fare riferimento a un altro scritto di Minsky,
pubblicato nel 1990 nella raccolta di saggi in onore di Paolo Sylos
Labini, intitolato “Schumpeter e la finanza” (Minsky, come Sylos, era
stato allievo di Schumpeter). In questo lavoro, e prima ancora in alcune
conferenze che ho avuto il privilegio di ascoltare negli anni ’80 alla
International Summer School for Advanced Economic Studies di Trieste,
Hyman ha sottolineato che alle fasi storiche del capitalismo
commerciale, di quello finanziario e di quello manageriale è seguita,
negli ultimi decenni, quella che ha battezzato la fase del capitalismo
dei gestori di fondi finanziari (money manager capitalism). Si tratta di
una fase in cui i mercati finanziari dominano l’economia reale: i
manager finanziari, che gestiscono stock di ricchezza enormi comprando e
vendendo continuamente attività per guadagnare su variazioni di prezzo
anche minime, hanno un orizzonte temporale brevissimo.
L’economia
manageriale è superata in quanto i manager delle grandi corporations
non possono più contare su un potere sostanziale di fronte a una platea
di piccoli azionisti, ma debbono fronteggiare operatori finanziari che
possono creare (o cedere) pacchetti azionari di dimensioni
significative, sufficienti a scalare i consigli di amministrazione.
Diversamente dagli imprenditori che guidano un’impresa cercando di fare
profitti sulla differenza tra ricavi e costi lungo l’intero arco di vita
di un impianto industriale, i manager finanziari puntano a trarre
profitti dalla differenza di prezzo di un asset ora e domani, o tra
un’ora, o tra pochi minuti. Questo rende l’economia meno efficace sul
piano della crescita della produttività o in relazione a problemi di
sostenibilità ecologica e sociale data la minore attenzione prestata ai
problemi di lungo periodo, più instabile di fronte ai cambiamenti del
clima delle opinioni, più difficile da controllare con gli strumenti
tradizionali di politica economica. Keynes diceva, nella Teoria generale,
che sarebbe stata una situazione ben difficile quella in cui fosse
stata la coda della finanza a muovere il cane dell’economia reale; ed è
proprio quanto avviene non occasionalmente, ma sistematicamente, nel
money manager capitalism descritto da Minsky. Un aspetto del money
manager capitalism sottolineato da Minsky concerne le elevate
retribuzioni dei manager, che vengono comunemente assimilate a salari
mentre dovrebbero essere assimilate ai profitti: non solo per
comprendere il tipo di incentivi cui queste retribuzioni danno luogo, ma
anche e soprattutto per comprendere meglio l’evoluzione in atto
nell’economia, per quanto riguarda l’andamento della distribuzione del
reddito ma soprattutto l’evoluzione dei rapporti di potere e della
struttura sociale.
Vi sono molti altri elementi utili nella
teoria di Minsky sui quali ora non mi è possibile ora soffermarmi, come
ad esempio l’importanza che viene attribuita alla distribuzione del
reddito, in particolare all’andamento dei profitti e quindi agli
elementi che li determinano. Per quest’aspetto Minsky richiama Kalecki,
di cui invece critica la teoria monetaria troppo rudimentale. Se teniamo
conto di questi elementi, possiamo vedere che quella di Minsky non è
una teoria della finanza, ma una concezione generale del funzionamento
dell’economia, che include aspetti finanziari e reali nel gioco delle
loro interrelazioni. Inoltre possiamo sottolineare che la teoria di
Minsky è articolata in modo non rigido, secondo il metodo delle catene
causali brevi che Keynes riteneva il più adatto per un mondo in cui a
ogni nesso di causa ed effetto non possiamo attribuire il carattere di
necessità assoluta.
Di qui la mia convinzione, discussa a lungo
con Hyman, che si potesse trovare un ponte tra Keynes e Sraffa – o, più
precisamente, tra il Keynes come lo interpretava lui e lo Sraffa come lo
interpretavo io, certo non tra il Keynes racchiuso nel breve periodo di
Marshall o meglio di Richard Kahn o esteso al lungo periodo alla
maniera della scuola di Cambridge di Kaldor, Joan Robinson o Pasinetti e
lo Sraffa interpretato alla Garegnani come analisi delle posizioni di
lungo periodo. Su questo tema abbiamo discusso parecchio durante le
successive riunioni della scuola estiva di Trieste, organizzata da
Parrinello con Garegnani e Kregel per raccogliere assieme i
rappresentanti dei vari filoni di ricerca non neoclassici. Con Hyman
avevamo anche pensato alla possibilità di scrivere un Manifesto
keynesian-sraffiano sulle linee che ho appena accennato, ma purtroppo
poi non se ne è fatto nulla. I temi aperti riguardavano, per quanto
posso ricostruire ora, non la teoria dei mercati finanziari o la teoria
del valore, ma la teoria del pricing e della distribuzione del reddito, a
partire dal ruolo della nozione di saggio uniforme del profitto al
quale Hyman obiettava e dalla nozione di nessi non soltanto ex post ma
anche ex ante tra investimenti, profitti, saldo del bilancio pubblico e
della bilancia dei pagamenti che a me sembrava e sembra difficile da
sostenere.
Quali insegnamenti possiamo trarre dalla teoria di Minsky per la situazione di oggi?
L’insegnamento
principale, credo, è che i problemi che abbiamo di fronte non
riguardano semplicemente qualche errore nella conduzione della politica
economica e la necessità di qualche modifica regolamentare relativamente
modesta nel settore delle attività finanziarie. La crisi che abbiamo di
fronte non è una semplice crisi da scoppio di una bolla immobiliare,
seguita da una seconda crisi dei debiti sovrani e aperta al rischio di
successive crisi che potrebbero riguardare le carte di credito o qualche
mercato dei derivati e quindi qualche grande banca internazionale. La
crisi che abbiamo di fronte ha caratteristiche di base comuni, pur
assumendo connotati diversi nelle sue fasi successive: riguarda
innanzitutto la fragilità dell’economia finanziarizzata, o come diceva
Hyman la fragilità del money manager capitalism. I rimedi dobbiamo
trovarli in questo contesto, in riforme istituzionali che ridimensionino
il ruolo della finanza a quello di una coda che non sia in grado di far
ballare il cane dell’insieme delle attività reali. Non si tratta, certo
non solo, di far aumentare la capitalizzazione delle banche sulla base
di valutazioni dei rischi condotte utilizzando modelli sofisticati ma
con fondamenta assai dubbie, come è nella tradizione delle regole di
Basilea. Si tratta piuttosto di riportare sotto controllo tutti i
settori della finanza, limitandone le dimensioni e il potere di ricatto
insito nel too big to fail.
Varie misure utili a
muoversi in questa direzione sono già in discussione, come la Tobin tax
sulle transazioni finanziarie, limiti alla dimensione delle istituzioni
finanziarie per assicurare che un loro eventuale fallimento non crei
problemi sistemici, vincoli ai tipi di operazioni permesse alle
istituzioni finanziarie che raccolgono depositi dal pubblico, limiti
drastici alla leva finanziaria per tutti gli operatori finanziari.
Rinvio al riguardo a un recente lavoro di Elisabetta Montanaro e Mario
Tonveronachi, presentato due giorni fa a un convegno organizzato dalla
Ford Foundation. Queste misure vanno realizzate in tempi rapidi, se non
vogliamo essere travolti da una successione di emergenze.
Hyman,
come Sylos Labini, considerava come un impegno civile l’attività di
ricerca nel campo dell’economia: un’attività di ricerca che va quindi
condotta in modo aperto, tramite la discussione e il confronto, e non
cercando di imporre la propria posizione sulle altre tramite la forza
del potere politico, come invece purtroppo sta accadendo in questo
periodo tramite meccanismi di valutazione della ricerca decisamente non
neutrali tra i diversi orientamenti e le diverse aree della ricerca
economica.
Morena Luciani: un mondo nuovo oltre il patriarcato
Le società matriarcali possono suggerirci soluzioni per affrontare conflitti e problemi della nostra cultura ? Ne parliamo con l’antropologa e artista Morena Luciani, presidente dell’associazione Laima di Torino che ha organizzato, lo scorso marzo, il convegno internazionale “Culture Indigene di Pace. Donne e uomini oltre il conflitto”.
Da circa cinquemila anni il paradigma patriarcale rappresenta il potere egemonico che ha regolato tutta la società umana ma nelle culture matrifocali uomo e donna hanno pari diritti e dignità. Le culture incentrate sul matriarcato ci insegnano un modo diverso di vivere e lo sciamanesimo, su cui l’antropologa ha incentrato il suo ultimo libro Donne Sciamane (Ed.Venexia), non è una pratica esotica ed estranea alla nostra cultura ma può insegnarci molto su come riappropriarci delle radici che ci collegano alla natura.
Nel marzo scorso, dopo lunghe
trattative con il governo cinese sei riuscita il insieme ad altre donne a
far arrivare in Italia le donne Moso per il convegno Culture indigene di pace. Chi sono?
Ake Dama e Najin Lacong sono giunte a
noi dalla lontana Cina, come esponenti della comunità matriarcale dei
Moso. Purtroppo sono una minoranza etnica ed è stato piuttosto difficile
riuscire a ottenere il visto. Io e Francesca Rosati Freeman ci abbiamo
lavorato intensamente per sei mesi…un convegno sui popoli di pace
matriarcali senza le donne Moso avrebbe perso di significato.
Cosa possono insegnarci le culture basate su modelli matriarcali?
In primo luogo a superare i paradossi
della famiglia mononucleare imposta dalla nostra società sessista e
patriarcale. Le culture matriarcali insegnano che esistono comunità
umane fondate sulla collaborazione e sulla pace, sull’assenza di ruoli
fissi, sulla libertà sessuale. Le donne sganciano le relazioni amorose
dai doveri familiari e non dipendono economicamente dagli uomini. Se una
relazione si interrompe, non si creano situazioni dolorose per bambini
e bambine. L’economia, come sostiene Genevieve Vaughan, è del dono, nel
senso che c’è la condivisione e non lo sfruttamento delle risorse, né
umane, né naturali. E’ un altro paradigma, un’altra visione del mondo.
Le donne Moso raccontavano che ultimamente il turismo presso le loro
terre era aumentato e che quindi le guest-house vicino al lago
sarebbero state favorite per la loro posizione e si sarebbero creati
dislivelli economici all’interno della comunità. Per evitare questo, le
famiglie proprietarie delle case in posizioni più favorevoli, mandavano i
turisti anche presso i loro vicini. Sono società sacrali che ci
insegnano l’equilibrio. Quello tra donne e uomini, bambine e bambini,
animali, piante e come dice il pensiero buddhista, tutti gli esseri
senzienti.
A quali conclusioni sei giunta dopo il convegno?
Diciamo che ora uso con più convinzione
il termine “matriarcale”. La Madre, la Matrice, è in primo luogo la
Madre Cosmica. Mettere al centro le Madri, quelle terrene come noi e
quelle simboliche è assolutamente necessario per uscire dalla spirale
violenta e gerarchica a cui il patriarcato ci ha abituato da circa 5000
anni. Questo lavoro che potremmo chiamare processo di ri-connessione
elementale è già in atto, c’è un grande fermento in tutto il mondo,
anche in Italia, visto il successo del convegno e per fortuna ci sono
anche molti uomini che si stanno aprendo a questa visione delle cose.
Su facebook sei Morena Luciani Russo e ho visto altre donne aggiungere un altro cognome a quello abituale perché?
Stiamo aggiungendo il cognome materno,
visto che in questo paese non è ancora un diritto riconosciuto.
Personalmente sento come una ferita non avere il cognome di colei che
attraverso il suo corpo mi ha dato la vita e ancor più mi fa male il
fatto che i miei figli non abbiano anche il mio cognome vicino a quello
dei loro padri. Ho due figli da due papà diversi ed è come se per la
legge non fossero fratelli. Non è assurdo? Sono entrambi nati dal mio
ventre. Ora in Italia, come ha spiegato bene al convegno Iole Natoli, è
possibile richiedere attraverso una serie di procedure di aggiungere il
cognome materno e lo farò al più presto, ma forse dentro di me c’è
qualcosa che spera in una legge più giusta, perché se lo facessi sarei
comunque obbligata ad avere il cognome che risale a mio nonno e al
lignaggio maschile. Una volta ho discusso di questo problema con
Luciana Percovich e lei sosteneva che un vero cognome materno potrebbe
essere il nome proprio di una nostra nonna o bisnonna. Io penso che
questa sia un’idea grandiosa, ma certo è ancora utopistico, visto che
non si riesce nemmeno ad ottenere una legge che per diritto assegni
entrambi i cognomi ai figli.
Nel marzo scorso, dopo il convegno, è uscito il tuo libro Donne Sciamane (Ed.Venexia). Perché gli antropologi parlano poco di sciamanesimo femminile?
Come spiego nel libro bisogna
considerare il problema sotto due aspetti: quello interpreatativo e
quello storico. Gli antropologi che si sono inizialmente occupati di
sciamanesimo erano perlopiù uomini e hanno quindi focalizzato i loro
studi sulle caratteristiche maschili, come la malattia iniziatica o il
volo magico, un po’ perchè le donne difficilmente rivelavano il loro
sapere sacro agli uomini, un po’ perchè nella maggior parte delle
società analizzate le donne non “apparivano”, non avevano potere
politico. Quindi si è preferito chiamarle guaritrici, curandere ecc.,
mentre gli uomini che esercitavano il potere spirituale erano Sciamani,
consiglieri dei capi, se non in alcuni casi capi essi stessi. Poi
bisogna considerare che lo sciamanesimo è stato considerato come la
prima “religione” dell’umanità e pertanto messo in relazione con la
preistoria e con quell’idea di mondo preistorico che archeologi,
paleontologi e antropologi hanno costruito per noi. Banalmente è lo
stesso immaginario che ha pervaso per anni film e cartoni animati, quel
quadretto in cui gli uomini con la clava erano i cacciatori di grandi
prede e le donne tutte dedite alla sopravvivenza morivano giovani a
causa delle numerose gravidanze. In questa visione del mondo, gli
sciamani erano parte integrante dei gruppi di cacciatori e quindi gli
aspetti rituali, artistici, politici della società erano del tutto in
mano agli individui di sesso maschile.
Ma questa teoria interpretativa è ad
oggi del tutto screditata e i più antichi scheletri riesumati con
paraphernalia e oggetti rituali risultano appartenere a donne! Nel libro
ho cercato di analizzare tutti gli elementi che hanno cancellato la
spiritualità femminile all’interno della storia.
Nella nostra cultura la donna
vive scissa dal proprio corpo e questo si manifesta con dolorose
patologie e con l’adesione a modelli imposti da una mentalità
maschilista. Cosa ci insegna lo sciamanesimo sul corpo femminile?
Ci insegna che la spiritualità è nel
nostro corpo, a partire dal nostro ciclo mestruale che ci predispone
biologicamente a vivere “qui e là”, sperimentando ogni mese, fin da
quando siamo ragazzine stati di coscienza non ordinari…la famosa
“intuizione femminile”, che all’interno del mondo patriarcale è
diventata conoscenza di tipo B. Come spiegano studiose come Camilla
Power e Judy Grahn il ciclo rosso è il fondamento di tutta la ritualità
umana, è il tempo, la matematica e il “tempio”. E poi c’è l’altro
aspetto, il parto. La capacità di dare la vita è una diretta connessione
con il mondo del mistero. In molte culture, tra cui alcuni popoli
aborigeni dell’Australia, le donne non avevano bisogno di rituali o
malattie inziatiche per diventare sciamane, il parto era già considerato
una via preferenziale.
Tu sei anche un’artista e nel
tuo libro parli ampiamente del rapporto tra arte e fenomeni estatici,
che rapporto c’è tra sciamanesimo e creazione artistica?
E’ una domanda complessa, dovrei
scrivere un libro solo su questo argomento, ma per usare una metafora,
potrei dire che arte e sciamanesimo sono amanti sin dai primordi
dell’umanità. La teoria fosfenica elaborata da Lewis-Williams, Dowson e
Clottes che mette in relazione l’arte rupestre con gli stati sciamanici
di conoscenza e gli studi delle neuroscienze, ha comportato un cambio di
paradigma in questo campo. Se poi a questa si aggiungono gli studi di
archeomitologia della Gimbutas e le analisi storico-sociologiche della
Eisler, il quadro della preistoria e dell’arte cambia completamente.
L’arte non aveva quasi nulla a che vedere con la caccia o con primi
rozzi tentativi di esprimere un bisogno estetico innato. L’arte era al
centro dei culti di celebrazione della vita, era il ponte tra i mondi e
nel rapporto dialettico tra vita morte e rigenerazione le donne
svolgevano un ruolo fondamentale. Erano sciamane, guaritrici e artiste.
Dal tuo libro:
<<…sono state messe al
bando tutte le sostanze di origine naturale che espandono lo stato
ordinario della coscienza, mentre l’alcool, che crea dipendenza e
alimenta personalità egoiche e violente, è assolutamente
legalizzato>>. Molte sostanze psicoattive naturali sono illegali
ma molte persone fanno uso di stupefacenti deleteri per il sistema
nervoso e per la salute. Ancora una volta cosa ci insegna lo
sciamanesimo?
Insegna a mettersi in connessione con la
Vita, quella con V maiuscola. E’ da 5000 anni che viviamo in una
cultura necrofila, che ha messo al bando il potere femminile, quello
spirituale e quello politico. Le cose sono andate di pari passo. Le
piante psicoattive sono state utilizzate da noi donne sin dagli albori
della civiltà, sono piante di grande potere curativo e nelle culture
sciamaniche di ogni dove, sono considerate sacre. Non creano dipendenza,
ma “conoscenza” e ristabiliscono un equilibrio tra corpo, mente e
spirito, così come tra donna-uomo-Natura…proprio quello che manca a
questa società malata e piena di ego, che privilegia appunto sostanze
pericolose e ne fa un uso ludico e sconsiderato. Per noi donne la
domanda è: “vogliamo lasciare i nostri figli e le nostre figlie in preda
allo spettro della droga o vogliamo tornare ad occuparci di questo
argomento?”.
L’argomento eutanasia suscita
sempre accesi dibattiti e non si riesce, nel nostro paese, a formulare
una legge che possa lasciare libera scelta rispetto alle terapie
mediche. Nel tuo libro si descrive la donna sciamana come colei che
accompagna nella nascita e nella morte. Chi era l’Accoppatrice?
E’ una figura curiosa della tradizione
sarda, una delle poche tradizioni italiane che ha conservato qualcosa
della sua antica matrice matriarcale. Quando una persona era in preda
all’agonia e non riusciva a morire, dopo vari tentativi e l’estrema
unzione da parte del prete, i parenti chiamavano l’Accabbadora, una
donna esperta di cose “magiche”, che sapeva dare morte immediata e
traghettare l’anima dei morti nell’aldilà. Se teniamo conto che
l’Accabbadora era anche una levatrice e una guaritrice, ci troviamo di
fronte ad una figura di evidenti caratteristiche sciamaniche. Riguardo
all’eutanasia, posso dire che è stata allontanata dal mondo cattolico
occidentale, perchè, in certo senso, spezza il “patto di vita stretto
con Dio”, ma i popoli matricentrici dell’Antica Europa, di cui la
Sardegna nel suo sincretismo porta ancora qualche testimonianza, non
avevano questa visione delle cose, la morte faceva parte del ciclo
vitale e non veniva “allontanata”. Le tombe erano piene di simboli di
rigenerazione e in molti casi, le ossa dei propri antenati e delle
proprie antenate venivano sepolte sotto il pavimento della cucina.
Rashida Manjoo relatore speciale
dell’ ONU per la violenza contro le donne ha definito femminicidio
cio’che sta accadendo nel nostro paese. Cosa ne pensi?
Penso che sia il termine giusto e che
sia assolutamente necessario da parte delle legge italiana e dei media,
dare un nome appropriato a questa tragedia. Dall’inizio dell’anno si
contano 73 omicidi di donne, tutte ammazzate da parte di mariti e
compagni, perchè avevano in qualche modo “reclamato” in maniera diretta o
indiretta il loro bisogno di libertà. Il problema è complesso, io sento
però che questa crescita di episodi violenza sulle donne, sia il colpo
di coda del patriarcato…il potere femminile si sta espandendo sulla
terra e c’è qualcosa nella mente patriarcale che cerca di fermarlo.
Come associazione Laima stiamo preparando un grande progetto di
educazione alla partnership, perchè crediamo che sia veramente
importante ri-educarci tutti e tutte ad una visione diversa della cose e
delle relazioni.