La sinistra ha enormi praterie in Italia con Renzi e con la collaborazione di Grillo. È quello che si dice.
Sbagli ne fanno tutti, ma in Italia per la sinistra non si tratta di sbagliare, si tratta come direbbe un qualche psicoanalista da discount di pulsione di morte. Si perché cos'altro se non il suicidio potrebbe spiegare un tale comportamento?
I motivi per cui non si superano gli steccati e l'ovvietà dell'essere autoreferenziali li conosciamo, ma il primo luogo direi che diversamente dalla sinistra spagnola o da quelle di altre realtà, capaci di dissociazioni creative, la sinistra italiana non riesce a metacomunicare. Riesce a vedere solo quello che viene proiettato dalle periferie mentali dei suoi sconfinati territori, ma non può guardarsi né giudicarsi dall'esterno. Per questo le varie anime non si mettono d'accordo, non possono fare una cosa sensata fintantoché il senso è il dito che non indica un bel niente. Stretta in una morsa mortale e incalzata dal dilagare della realtà vera che non riesce a comprendere né a dominare, non le rimane che il suicidio, effetto di una depressione cronica.
Per la sinistra ci vuole la purezza dell'idiota per capire, perché qualsiasi concetto appena un po' complicato finirebbe per avvitarla in una spirale senza fine né costrutto. Solo la purezza dello stolto e la visuale di chi non è dentro le sabbie mobili e conserva un briciolo di capacità metacomunicativa può salvarla. Oltreché ovviamente liberarsi dei paraculi attendisti e inciucisti.
Per questo credo che la soluzione sia quella di far rifondare la sinistra da chi è fuori dalla sinistra.
lunedì 8 dicembre 2014
venerdì 14 novembre 2014
Furto e menzogna delle riforme
Tonino D’Orazio
Dal Quirinale in giù,
passando da tutte le massime istituzioni della repubblica. I padri
costituzionali ci tennero a precisare all’art.1 che “L’Italia è
una repubblica democratica …”. Sapevano e avevano già
capito il vecchio vizio populista italiano e quindi che poteva
diventare una semplice repubblica, non necessariamente democratica.
Mi sa che ci siamo da un po’ di tempo. Molti fanno finta e
scherzano sul fatto che il potere appartiene al popolo e non ai
partiti o ai capibanda. Da re Giorgio che continua a minacciare il
Parlamento di andare via (tutti hanno capito che su quella sedia ci
vuole morire per avere storici funerali di stato) se quest’ultimo
non si sbriga a fare quello che lui ha deciso. Non vuole morire senza
aver abolito i cardini della Costituzione della quale pensavamo fosse
garante e non sensale.
Nemmeno per lui valgono
le risposte della Corte Costituzionale sull’illegittimità della
legge elettorale attuale, che conclude nel definire le ultime tre
legislature come illegali, “non rispettosi del dettame
costituzionale”, (e come lo doveva dire!), identica a quella che il
terzetto Renzi/Napolitano/Berlusconi vogliono riproporre, se non in
peggio almeno con gli stessi vizi, non solo di forma.
Furto è l’esproprio
del diritto dei cittadini a scegliere direttamente i propri
rappresentanti. E’ successo per la “riforma” delle province, la
falsa abolizione, che è cambiata solo per i cittadini poiché non
votano più. E’ la stessa riforma prevista per il Senato, cioè il
furto dell’esproprio del voto diretto. Potevano abolirlo
direttamente. L’esproprio esiste per il Parlamento complessivamente
poiché si possono votare solo persone già decise da gruppettari e
oligarchi, segretari di partito nelle segrete stanze, con accordi
segreti, come nella migliore scenografia massonica.
La menzogna sta da un
lato nel teatrino continuo che siamo costretti a seguire a reti
unificate e che annega in un mare di chiacchiere, di false se non
stupide dispute. Risulta, a una maggiore analisi, che gran parte di
quello che raccontano, sia il governo che i responsabili di partito o
qualche peones parlamentare, sia costantemente falso, perché
aleatorio un giorno sì e uno no. Nel PD continua un teatrino di una
finta opposizione interna che si traduce costantemente in voto di
sostegno a quello che “non vorrebbero”, e ce lo spiegano a noi
che possiamo solo guardarli inutilmente esterrefatti da questa
ricerca di condivisione. Ma la cosa è continua e incredibile, cioè
non credibile alla lunga.
Dall’altro assistiamo
al furto continuo nelle nostre tasche, nel nostro minimo vitale. In
un modo o nell’altro prendono almeno 30 euro al giorno a tutti e in
tutti i modi possibili (provare a calcolare per credere). Al concetto
del pagare le tasse per avere servizi ci troviamo a continue
tassazioni, dirette e indirette, e con una diminuzione proporzionale
e costante dei servizi. Questo fatto permette sia di mettere in
dubbio la validità culturale di pagare le tasse direttamente e sia,
evidentemente, la fuga del “si salvi chi può”, sottinteso o
esplicito così come è in atto. (Vedi meno entrate, aumento del nero
e dell’evasione).
In questi ultimi tre anni
non vi è stato assolutamente nessun vantaggio all’aumento delle
tasse. Complessivamente più di 30%. I servizi sono diminuiti di più
del 35%. Qualsiasi “riforma” è stata fatta solo per aspirate
soldi e risparmi, e far pagare i cittadini per cose con hanno più.
Flusso di denaro soprattutto da quelli meno abbienti per trasferirli
a quelli ricchi. Lo raccontano tutti, con una certa sfacciataggine,
tutti i giorni, ai poveri incollati davanti ai televisori. I soldi
per lavoratori e sociale si prendono all’Inps, cioè ai lavoratori
stessi e si ridistribuiscono tra poveri. Tutte le “riforme”
economiche sono state fatte per permettere ai parassiti e alle banche
di pompare avidamente soldi, finché dura. Obbligo di conti correnti
(la loro tenuta annua è in media di 320 euro, la più cara d’Europa,
dove la media è di 90 euro, giusto per ironia, in Lussemburgo è
gratis); obbligo di non poter ritirare più di 1.000 € a volta,
sapendo che milioni di pensioni e stipendi si aggirano tra 500 e
1.000 €; obbligo delle carte di credito per spese superiori a 30€
con relativa cresta, ma nel futuro prossimo, ci annunciano, è
prevista solo moneta elettronica in modo da prelevarveli direttamente
su smartphone; cambio continuo delle banconote per impedire che
qualcuno possa metterli “sotto la mattonella”. In nome della
tracciabilità e magari della privacy. Ve l’immaginate la malavita,
con giro d’affari miliardario, mettere i soldi sul libretto postale
per farsi controllare dallo Stato? Nemmeno i polli possono ridere. In
realtà è un sistema continuo di controllo sulle persone, sui
mediamente poveri, sui loro soldi nell’eventualità di doverli
decurtare o appropriarsene per legge. Stupisce qualcuno che siano
spariti dall’Italia 67 miliardi di euro tra giugno e agosto scorsi?
(Dati Banca d’Italia Privata) Da giugno, quando il FMI aveva
suggerito di decurtare del 10% i c/c con più di 100.000€. Era una
farsa o un avvertimento? Intanto l’esodo c’è stato, come sta
avvenendo da Svizzera su estero dopo gli accordi che entreranno in
vigore solo nel 2017 per “informazioni” sui loro correntisti
italiani e il nostro fisco. Hanno ancora un po’ di tempo per
trasferire il loro mal-denaro in paradisi fiscali, magari in
succursali bancarie gestite dagli stessi svizzeri. Altro che
trasparenza.
Oppure i tagli riformisti
del governo alle regioni e ai comuni, altro modo di far pagare ai
cittadini per interposte istituzioni, svalorizzandole gravemente,
avendo l’unica garanzia di pagare di più con minori servizi. In
genere sul socio-sanitario i servizi scompaiono sempre più
velocemente. L’altro furto sta nel privatizzare i servizi, e tutti
sanno che le privatizzazioni (anzi l’affabulazione
dell’esternalizzazione) costano di più, perché ci mangia gente (e
sono tanti! Decine di migliaia di parassiti) che non ha nulla a che
vedere con il lavoro e le finalità del servizio stesso e che serve
solo a tagliare posti di lavoro.
La menzogna sistematica
sulla “ripresa” che non solo non c’è, ma continuando così non
ci sarà mai. Le lacrime di coccodrillo di fronte al disastro del
lavoro giovanile, della disoccupazione, della povertà e della
precarietà. (Dati Fao: 680.000 bambini patiscono la fame in Italia).
Anche Bergoglio ha dovuto
difendere la chiesa dall’analisi politica, sconcertante, sulla
fatalità della situazione e ricomporre le responsabilità a chi
tocca. Difendere i poveri dalla guerra dei ricchi è chiaramente
comunista.
lunedì 10 novembre 2014
Se questo è un leader di sinistra
Micromega non dice nulla di nuovo, il problema è far divenire senso comune ciò che dice. Occorre arrivare al punto che ogni persona di questo paese deve sapere che se da il suo consenso a Renzi da il benestare anche al massacro ultraliberista che costui porta avanti. Non c'è molto altro da dire, la verità è sotto gli occhi di tutti e rimuovere la montagna che abbiamo di fronte richiede davvero una forte dissociazione dalla realtà.
di Angelo Cannatà da Micromega
“Renzi politico o della demagogia”. Potrebbe titolarsi così un libro sul Premier. Demagogia è parola forte, porta con sé – tra l’altro – i concetti di opportunismo e tradimento: il demagogo è, per definizione, anche colui che inganna. Renzi demagogo, opportunista, ingannatore: un attento lettore del Principe. Ma il leader del Pd – è questo il punto – può avere come modello il Segretario fiorentino? Posta la questione preliminare, andiamo al dunque.
1. Renzi ingannatore. Traditore. Il suo “Enrico stai sereno”, poco prima di pugnalare Letta, non è da meno per efferatezza (psicologica, certo, non è più tempo di omicidi politici), dell’azione di Oliverotto da Fermo che uccise lo zio Fogliani, e tutti i notabili che “li andorono drieto”. Inoltre: cos’è se non un inganno, un tradimento quel rifiutarsi ostinato (sorridente, ma brutale) di guardare nel dolore, nell’abisso di sofferenza della gente comune, mentre duetta amorevolmente con Confindustria? Insomma: da che parte deve stare, sui temi del lavoro, dell’economia, della politica, nelle questioni sociali, culturali, civili, un leader di sinistra? 2. Renzi opportunista. Trasformista. Prende i voti da Berlusconi e Verdini, ma anche da Grillo. Nella tradizione dei due forni. Vero. Ma con un’avvertenza – altrimenti siamo alle note “asettiche” e inutili di Stefano Folli – : i patti col Caimano (quelli veri) sono oscuri, segreti, indicibili; stipulati con un pregiudicato che sconta una pena e non ha una visione affidabile, democratica della cosa pubblica. Renzi vuole trattare col Condannato (ricattandolo, tra l’altro: “stai ai patti altrimenti mi alleo con Grillo”) la legge elettorale, la riforma della Costituzione e l’elezione del Presidente della Repubblica. Vogliamo continuare a chiamarla “politica dei due forni” o prendiamo atto che il cinismo assoluto ne cambia i connotati rendendola perversa, ai limiti, davvero, della sopportabilità? L’eccesso di opportunismo e segretezza e decisionismo autoritario e spavalderia, eccetera, non muta la qualità di una democrazia? 3. Renzi demagogo. E’ l’aspetto paradossalmente più inquietante, nonostante il già detto, perché ai cittadini meno avvertiti sfugge la demagogia di Renzi: gli riesce, per carattere, di camuffarla bene – nei salotti televisivi – la merce contraffatta. Eppure è visibile. Basta uno sforzo. Piccolissimo. Insomma: è possibile davvero guidare un partito di sinistra e governare in nome della sinistra deridendo la forza-lavoro e il sindacato che la rappresenta, cancellando dal proprio orizzonte concettuale la giustizia sociale? Dove sta la coerenza tra il nome e la cosa? Tra i principi e la realtà? Tra i valori e l’azione politica? Norberto Bobbio: ciò che distingue la destra dalla sinistra è “il diverso atteggiamento di fronte all’idea di eguaglianza.” (Destra e sinistra, Donzelli, p. 71). Che c’entra Renzi col principio-cardine individuato da Bobbio?
E’ sotto gli occhi di tutti: il segretario del Pd compie la più rigorosa operazione di destra che si ricordi negli ultimi 70 anni: abolisce il concetto di eguaglianza dal programma – e dalla visione – della più importante forza riformista del Paese. Uno scandalo. Insopportabile. Per chi non l’avesse capito: l’abile demagogo taglia i diritti e ne sbandiera l’estensione; promuove la precarietà e ne proclama la fine; parla di lavoro e pensa al Capitale; usa il manganello e “sta” (dice) con gli operai. Questo è l’uomo. Contesta l’accusa di thatcherismo e di fatto l’incarna, distruggendo le conquiste politiche e sociali dei decenni più maturi della nostra democrazia.
Come non vederlo: colloca il partito nell’area del socialismo europeo, ma difende in ogni circostanza – “ce lo impone la crisi” – le posizioni delle destre europee. Questo è l’uomo. Da posizioni ultraliberiste distrugge lo Stato Sociale. Siamo in presenza del capolavoro politico della borghesia imprenditrice orientata a destra: si fa rappresentare dal leader della sinistra. E’ l’odierna anomalia italiana. Più acuta e lancinante – se è possibile – di quella del Condannato che lavora alla riforma della Costituzione.
D’altronde, mentre gli operai (in carne e ossa) erano a piazza San Giovanni, il demagogo, da Firenze, consentiva al finanziere Davide Serra di cimentarsi sulla necessità di limitare il diritto di sciopero. Non significa niente che, alla fine, abbia preso le distanze. Doveva smarcarsi. Si può volere la marcia su Roma e fingere d’ostacolarla. Conta che da quella fucina di idee – si fa per dire – sia emersa la proposta oscena; che sia proprio Renzi a disperdere e cancellare, nel Partito della Nazione, valori e principi che col nazionalismo non hanno nulla a che fare.
Renzi rappresenta il nuovo? Forse: a) se nuovo significa scavalcare il Novecento, tornare a rapporti sociali denunciati da Marx, a un lavoro da schiavi senza diritti e dignità (Grundrisse); b) se nuovo significa svilire il dialogo (discutiamo pure, ma la mia posizione non muta e decido io). Che dialogo è se manca “il mettersi in discussione”? (Socrate); c) se nuovo significa rifiuto della mediazione: “il governo non tratta col sindacato”; d) se nuovo significa licenziare senza giusta causa: negare Rawls: la giustizia “è il primo requisito delle istituzioni sociali, come la verità lo è dei sistemi di pensiero”.
E’ inutile farsi illusioni: Renzi sta col Caimano ed è più pericoloso del suo socio. Questo concentrato di cinismo, opportunismo, demagogia, populismo; questa capacità, sorprendente, di tradire uomini e tradire idee non è un bene per il Paese. Col Condannato sceglierà il nuovo Presidente. Urge per la sinistra, quella vera, smettere di litigare e unirsi intorno a un leader credibile (per storia, carattere, tradizione, impegno politico). Piazza San Giovanni ha dimostrato che esiste lo spazio per una nuova azione politica. Mondo del lavoro e precari. Occupati, disoccupati, nuove povertà. Tutti insieme. E’ un’impresa degna d’essere tentata. Post scriptum. Suscita meraviglia che Papa Francesco sia più a sinistra del segretario del Pd (“l’attenzione ai deboli e ai poveri è nel Vangelo”). In realtà – se escludiamo la trascendenza – Il Manifesto e il Vangelo hanno molto in comune: “sono forze ispiratrici ancora operanti secondo il ‘pragmatismo solidale’ di Richard Rorty” (MicroMega, 4/98). Il punto è che Renzi non si ispira né a Marx né a Cristo. Ha come modello Giuda: “Gesù stai sereno”.
sabato 8 novembre 2014
Oltre l’euro, dentro l’euro: una nuova moneta fiscale per vincere la crisi
Un appello di Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Luciano Gallino, Enrico Grazzini e Stefano Sylos Labini per uscire dalla trappola della liquidità e del debito: “Lo Stato italiano emetta gratuitamente Certificati di Credito Fiscale (CCF) ad uso differito a favore di lavoratori e imprese, una quasi moneta nazionale parallela all’euro”. Obiettivo? Aumentare la capacità di spesa dell’economia senza però creare nuovo debito.
di Marco Cattaneo e Enrico Grazzini da Micromega
Per uscire dalla crisi lo stato italiano dovrebbe recuperare almeno parzialmente la sua sovranità monetaria. Gli italiani stanno scoprendo sulla loro pelle che lo stato non può fare nulla per uscire dalla crisi se non ha una sua moneta: l'euro è infatti una moneta straniera concepita e creata a somiglianza del marco tedesco, e quindi intrinsecamente deflazionistica.
Senza moneta nazionale, siamo ingabbiati in una doppia trappola, quella della liquidità e quella del debito. Siamo dipendenti dall'euro, dalle decisioni della Germania, il principale azionista dell'Unione Europea e della Banca Centrale Europea: ma né la UE né la BCE ci tireranno fuori dalla crisi, anzi!
Per uscire dalla trappola della liquidità e del debito, Biagio Bossone, Luciano Gallino, Stefano Sylos Labini e gli autori di questo articolo hanno lanciato un appello aperto perché lo stato italiano emetta gratuitamente Certificati di Credito Fiscale (CCF) ad uso differito a favore di lavoratori e imprese[1]. In tal modo lo Stato creerebbe una “quasi moneta” nazionale, parallela all’euro. L’obiettivo è di aumentare la capacità di spesa dell’economia senza però creare nuovo debito, rispettando cioè i parametri (rigidi e assurdi) imposti dalla moneta unica, in attesa di potere riformare radicalmente il sistema monetario europeo senza più essere sotto il pesante ricatto della crisi economica incombente[2].
Riteniamo infatti che un'uscita unilaterale dall'euro, propugnata da economisti come Alberto Bagnai e altri, è difficilmente praticabile, e avrebbe comunque esiti molto incerti, per non dire pericolosi e negativi. L'emissione massiccia (fino a 200 miliardi di euro) di nuova moneta fiscale potrebbe invece rilanciare l'economia italiana che dall'inizio della crisi ha perso 11 punti di PIL e ha conosciuto una caduta della produzione industriale del 25%. Un disastro di proporzioni inaudite che a causa della politica deflazionistica dell'Europa di Juncker-Merkel-Gabriel rischia di prolungarsi all'infinito e di approfondirsi ulteriormente.
Con una logica analoga a quella dell'helicopter money (denaro gettato dall'elicottero), di cui insigni economisti discutono da decenni, i CCF dovrebbero essere emessi dallo stato e distribuiti gratuitamente all'economia reale, cioè ai lavoratori e alle aziende, senza passare dal sistema bancario[3]. Il governo Renzi schiacciato dalle politiche deflazionistiche della UE
Siamo entrati nell'era della post-democrazia: la democrazia è svuotata e comanda solo una elite ristretta, l'1% della popolazione. La finanza ha un ruolo dominante[4]. Ma la post-democrazia in Italia e nei paesi mediterranei dell'eurozona è ancora peggiore. L'economia è diretta, su base formalmente legale, da organi sovranazionali mai eletti, come la Commissione UE e la BCE, e in effetti da stati esteri egemoni sulle istituzioni sovranazionali, come la Germania. I centri di potere sono fuori dai confini (e dalla giurisdizione) nazionali. L'Italia, senza alcun potere monetario, rischia di diventare, o è diventata, una semicolonia.
Il governo Renzi cerca faticosamente – e inutilmente – di ottenere dei piccoli sconti dalla Commissione Europea che intende continuare a stringere i bilanci pubblici fino a soffocare l'economia dei paesi del sud Europa. Il premier, stretto dai pesanti vincoli imposti dalla UE e dalla BCE, al di là della retorica nuovista e modernista, e al di là delle schermaglie con il presidente europeo Jean-Claude Juncker, è costretto ad attuare una politica apertamente anti-sindacale ed esattamente opposta a quella di una sinistra riformatrice e realmente moderna. Altrimenti dovrebbe rompere i trattati vigenti.
L'Europa e la BCE pretendono le (contro) riforme di struttura: abbassamento del costo del lavoro, riduzione del welfare, privatizzazioni dei beni pubblici, riforme istituzionali, riduzione del bilancio pubblico, ecc. E Renzi prosegue, anche se con apparente contrarietà, precisamente la politica di austerità dettata dall'Unione Europea e dall'euro: va avanti con i tagli al costo del lavoro e al welfare – sanità, istruzione, enti locali, ecc – e con l'aumento delle tasse, in sostanza sulla stessa linea del rigore suicida avviata da Monti e Letta.
Lucidamente, Renzi ha avviato con Berlusconi controriforme della Costituzione ed elettorali in senso autoritario e antidemocratico. Renzi sembra perfettamente consapevole che è impossibile fare le sue controriforme sociali senza “riformare” in senso autoritario e decisionista le istituzioni rappresentative nate nel dopoguerra dalle forze democratiche che avevano partecipato alla Resistenza contro il fascismo e il nazismo. La BCE boccia le banche italiane e salva le banche tedesche e francesi
Il vero problema di Renzi è che la situazione economica e sociale peggiora sempre di più. L'ultimo colpo all'economia italiana è stato dato dalle pagelle che la BCE ha distribuito alle banche europee, penalizzando in particolare quelle italiane. L'Unione Bancaria Europea è cominciata condannando le banche italiane, mentre le banche del nord Europa – che operano con leve finanziarie elevatissime, pari anche a circa 30 volte il loro capitale, e che si dedicano più di quelle italiane al trading speculativo – sono state stranamente risparmiate. Germania promossa, Italia bocciata.
Le banche italiane dovranno ricapitalizzarsi ricorrendo ampiamente al capitale estero: e così, dopo che gran parte del sistema industriale nazionale – Fiat, Pirelli, Telecom, ecc – è migrato o sta migrando all'estero, nel sacro nome dell'Europa anche le nostre banche e il nostro risparmio stanno cadendo in mani straniere. I casi MPS e anche Unicredit sono la prova evidente della internazionalizzazione (subordinata) delle banche italiane. L'economia italiana si sta smembrando e le banche italiane sono prede importanti.
La BCE sta favorendo la creazione di Banche Troppo Grandi per Fallire, cioè sta esattamente creando le condizioni per la prossima grande crisi finanziaria in Europa (e la probabile rottura dell'euro). Infatti è chiaro che, a dispetto degli stress test, senza un comune fondo pubblico europeo – sul quale il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble ha posto il veto – qualsiasi grande banca europea in difficoltà non potrebbe essere salvata, e crollerebbe trascinando in rovina l'intero sistema bancario e l'eurosistema.
Occorre allora che i governi, in quanto eletti democraticamente dai cittadini – a differenza degli organi esecutivi della UE e della BCE – intervengano decisamente a favore degli interessi della comunità nazionale.
Stato democratico e moneta dovrebbero essere fratelli e rappresentare elementi inseparabili: i cittadini/contribuenti e i loro rappresentanti dovrebbero decidere come controllare l'emissione e la distribuzione della moneta. Ma la realtà è molto diversa: gli stati non controllano, o controllano in maniera solo molto parziale, la moneta. Bank of England spiega che il denaro è creato dal nulla dalle banche
La situazione attuale è che il sistema bancario privato crea “moneta dal nulla”, e che la banca centrale e lo Stato hanno solo poteri residuali nel campo decisivo della moneta e del credito. Nelle economie moderne il 95 per cento della moneta è creata dalle banche con scrittura elettronica sotto forma di creazione di depositi. Le banconote emesse dalla banca centrale e le monete di conio rappresentano meno del 5% della moneta attualmente utilizzata.
Quindi non sono gli Stati e neppure le banche centrali. a creare la maggior parte del denaro che ci permette di effettuare transazioni e pagamenti. Sono le banche a creare denaro dal nulla, creando prestiti, cioè generando debiti. Il mondo conta ormai 100 triliardi di debiti, una somma insostenibile che non potrà mai essere ripagata. La causa di questa montagna crescente di debiti è che il 95% della moneta viene emessa dalle banche con il computer sotto forma di debito.
La moneta-fiat - ovvero la moneta che non ha un valore intrinseco, come invece hanno per esempio le monete d'oro, e che quindi è un classico bene comune, in quanto può avere valore solo se viene condivisa e se rappresenta la fiducia della comunità – è diventata un bene privato delle banche per il profitto delle banche stesse.
Queste semplici verità, ben conosciute dagli economisti, sono tanto incontrovertibili e clamorose quanto poco note al largo pubblico. E non nascono da teorie cospirative o dalla mente di qualche economista paranoico. La spiegazione di come viene creata la moneta è ufficializzata da un recente bollettino trimestrale della Bank of England intitolato “Money creation in the modern economy”[5].
“Nelle economie moderne la maggior parte della moneta acquista la forma di depositi bancari. Tuttavia il fenomeno della creazione di depositi bancari è spesso frainteso: il mezzo principale di creare depositi consiste infatti nella produzione di prestiti (cioè di crediti/debiti, ndr) da parte delle banche commerciali. Ogni volta che una banca fa un prestito, simultaneamente crea un deposito nel conto della banca del debitore, e perciò crea moneta”.
Così continua a spiegare la Banca d'Inghilterra: “La realtà di come la moneta viene creata attualmente differisce dalla descrizione che si trova normalmente nei testi di economia: infatti la banca crea (dal nulla, ndr) i depositi, mentre normalmente si pensa che riceva dei depositi legati al risparmio delle famiglie, e che solo successivamente faccia dei prestiti. Normalmente la banca centrale non fissa l'ammontare della moneta in circolazione e non è neppure vera la teoria del moltiplicatore, per cui la moneta emessa dalla banca centrale genera una moltiplicazione di depositi e prestiti.
Insomma neppure le banche centrali riescono a controllare la circolazione monetaria: piuttosto basano la loro politica monetaria sulla fissazione del prezzo delle riserve bancarie, cioè sul tasso primario di interesse. Le crisi cicliche della moneta privata
Più si deregolamenta il mercato finanziario, più il mercato mostra i suoi limiti. Nel mercato deregolamentato la circolazione della moneta diventa caotica e soggetta a cicli di sovrabbondanza e di penuria. L'offerta di moneta da parte delle banche è infatti pro-ciclica: più l'economia funziona, più vengono accesi crediti e più crescono i prezzi, soprattutto degli asset finanziari e immobiliari; si formano allora bolle speculative. Quando i primi debiti cessano di essere ripagati, quando si verificano i primi fallimenti, improvvisamente il rubinetto delle banche commerciali cessa di fare fluire la moneta nell'economia e arriva allora la crisi. E con la crisi arriva anche la deflazione: i prezzi stagnano o calano mentre merce rimane invenduta e la produzione si ferma. La disoccupazione impedisce la ripresa dei consumi e della domanda finale.
L'attuale caso europeo di “trappola della liquidità” è esemplare. La BCE cerca di dare ossigeno monetario al sistema – con i limiti imposti dal governo tedesco - ma le banche trattengono la liquidità e non fanno prestiti, in particolare alle piccole e medie imprese. Le banche sono cariche di sofferenze, a causa della crisi economica. Inoltre preferiscono investire nei titoli di stato o nella finanza per ottenere remunerazioni elevate piuttosto che rischiare prestando soldi all'economia reale. La moneta non circola, la domanda manca, le aziende chiudono e l'economia langue o va in recessione Stato, moneta e democrazia
Tutto questo avviene perché gli Stati, in particolare gli stati dell'Eurozona, non hanno più il controllo della moneta. Uno stato senza moneta è però uno Stato non sovrano: infatti solo controllando la moneta si può mettere in moto la spesa pubblica, ovvero la spesa necessaria per le istituzioni i servizi ai cittadini. Se invece sono le banche private a creare e a controllare il denaro, allora lo Stato diventa inesorabilmente servo delle banche e della loro moneta. Ecco perché non c'è vera democrazia senza gestione nazionale della moneta da parte dello stato e senza il controllo della società civile.
Quando uno stato per finanziarsi dipende dal sistema finanziario nazionale o, peggio, dai mercati finanziari internazionali perché non crea e non controlla la sua moneta, allora diventa uno Stato subordinato e sostanzialmente eterodiretto, uno stato costretto a servire i suoi creditori. I suoi cittadini pagano le tasse per ripagare il debito alla finanza e non possono godere dei servizi pubblici che avrebbero il diritto e la possibilità di godere. E' esattamente ciò che avviene in Italia e nei paesi europei attualmente, in particolare nei paesi del sud Europa.
Occorre sottolineare che non c'è nessun stato che conta nel mondo che non stampi la sua moneta e non abbia la sua banca centrale per proteggere e governare la moneta nazionale. I grandi stati e gli stati emergenti – come USA, Giappone, Gran Bretagna, Cina, India, Russia, Brasile, Corea, Svizzera, Israele, ecc. si basano sulla loro moneta nazionale.
Anche la Germania ha la ...sua moneta: l'euro! La moneta unica impedisce le svalutazioni monetarie dei paesi deboli e le rivalutazioni di quelli forti, esasperando gli squilibri commerciali e finanziari all’interno dell’Eurozona, a favore dei paesi più forti, ovvero dei paesi con la bilancia commerciale in attivo, come la Germania. La Germania, grazie all'euro, non ha mai smesso di governare la sua moneta. Le proposte di PositiveMoney: la moneta come bene comune
In una prospettiva di riforma radicale del sistema monetario e finanziario, occorrerebbe che la moneta diventasse finalmente un bene comune gestito dallo stato democratico, rappresentante legittimo della comunità nazionale. Sul piano teorico sta avanzando proprio questa prospettiva. Attualmente organizzazioni come PostiveMoney[6] chiedono che:
1) la moneta venga creata e gestita da una Autorità tecnica neutrale indipendente. 2) gli organi rappresentativi dello stato eletti e controllati dai cittadini dovrebbero stabilire in maniera trasparente a chi e per quali fini sarà dedicata la moneta: potrebbe essere distribuita direttamente ai cittadini e al sistema produttivo, o essere utilizzata per diminuire le tasse, per aumentare la spesa pubblica, per diminuire il debito pubblico 3) le banche commerciali dovrebbero mantenere il 100% dei depositi della clientela presso la banca centrale e fungere da intermediari puri. Le banche d'affari dovrebbero essere completamente separate dalle banche commerciali. Lo Stato dovrebbe emettere nuova moneta fiscale a favore del lavoro e delle imprese
E' ovvio che riforme radicali del sistema finanziario sono difficili e richiedono tempo. Ma è possibile fare subito dei passi in avanti. Innanzitutto è indispensabile e urgente rilanciare la domanda, immettere nuova liquidità nel sistema per rilanciare i consumi e gli investimenti privati e pubblici. Occorre diminuire il peso fiscale senza sacrificare la spesa pubblica per i servizi ai cittadini.
Proponiamo allora che lo Stato italiano emetta gratuitamente a favore dei lavoratori (occupati, disoccupati e pensionati) e delle imprese CCF ad utilizzo differito, validi cioè a partire da due anni dopo l’emissione per pagare qualsiasi tipo di impegno finanziario verso la pubblica amministrazione: tasse, contributi, tariffe, multe, ecc. Il governo italiano emetterebbe CCF per 90-100 miliardi il primo anno, da incrementare, se necessario, nei due anni successivi fino a un massimo di 200 miliardi annui, almeno fino a quando non si verifichi una consistente ripresa della domanda e dell’occupazione[7].
I CCF sarebbero scambiabili sul mercato finanziario analogamente a qualunque altro titolo emesso dallo Stato. Essendo il valore dei CCF garantito dallo Stato, i CCF potrebbero essere utilizzati direttamente come mezzi di pagamento nel mercato interno. Aumenterebbero enormemente e immediatamente la capacità di spesa dei consumatori e delle aziende.
Questa proposta è compatibile con le regole e i vincoli posti dal sistema dell’euro, perché la BCE ha il monopolio sull'emissione di moneta ma ovviamente non sulla creazione di quasi-moneta (come i depositi bancari e i titoli di stato). Ogni stato sovrano ha il diritto di offrire legittimamente sconti fiscali, e quindi anche i CCF. Inoltre i CCF non costituiscono titoli di debito, cioè non devono essere pagati in euro dallo stato, ma rappresentano “solo” dei crediti fiscali.
Il nuovo strumento creato dallo Stato non genererebbe nuovo debito pubblico. Infatti il calo delle entrate pubbliche che si verificherebbe ceteris paribus alla scadenza dei CCF – cioè dopo due anni dalla loro emissione – verrebbe più che compensato dall’aumento dei ricavi fiscali prodotto dal forte recupero del PIL, a sua volta generato dall'incremento di domanda dovuto all'utilizzo dei CCF.
Considerando che la caduta della produzione industriale è stata pari al 25%, e che le risorse produttive (capitale e lavoro) sono oggi fortemente sottoutilizzate, esistono ampi margini di recupero. Il moltiplicatore fiscale sul PIL sarebbe certamente superiore a uno (per ogni euro di CCF emesso il PIL potrebbe aumentare almeno di 1,3 euro). A causa dell'output gap sarebbe possibile immettere nuova liquidità senza aumentare l’inflazione a livelli eccessivi (anzi, impedendo la caduta in una situazione di deflazione cronica).
A puro titolo di esempio, si supponga di assegnare gratuitamente, in tre anni, a partire dal primo gennaio 2015, circa 70 miliardi di CCF ai lavoratori sia dipendenti che autonomi in funzione inversa del loro livello di reddito, così da stimolare la spesa per il consumo; e di assegnare circa 80 miliardi ai datori di lavoro del sistema privato.
Quest’ultimo importo abbatterebbe del 18% circa il costo del lavoro, una percentuale equivalente alla differenza di competitività dell’economia italiana nei confronti della Germania. Si eviterebbe così che l’espansione della domanda interna produca squilibri nei saldi commerciali con l'estero: l'aumento delle importazioni sarebbe infatti bilanciato dalla crescita delle esportazioni derivato dalla diminuzione del costo del lavoro e dall'aumento conseguente di competitività.
Altri 50 miliardi circa di CCF dovrebbero essere utilizzati per finanziare iniziative pubbliche, per esempio per assicurare forme di reddito garantito, per sostenere iniziative ambientali e infrastrutturali, per l'imprenditoria al Sud, per la formazione e per l'occupazione giovanile e femminile, per gli interventi di prevenzione e riparazione dei danni ambientali, ecc.
Grazie alla crescita del PIL, il deficit e il debito pubblico diventerebbero più facilmente sostenibili, con beneficio anche per i creditori nazionali e internazionali. Soprattutto aumenterebbe l'occupazione: l'aumento dell'occupazione avrebbe non solo un enorme significato sociale ma sarebbe il segnale definitivo di uscita dalla crisi. NOTE
[1] Risolviamo la crisi dell'Italia: adesso! Uscire dalla depressione con l’emissione di “moneta statale” a circolazione interna Manifesto / appello a cura di: Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Luciano Gallino, Enrico Grazzini, Stefano Sylos Labini, riprodotto (anche in pdf) da http://www.syloslabini.info/online/risolviamo-la-crisi-dellitalia-adesso/ [2] Cattaneo Marco, Zibordi Giovanni “Soluzione per l'euro. 200 miliardi per rimettere in moto l'economia italiana - creare mometa, ridurre le tasse e rilanciare la domanda” con prefazione di Warren Mosler e introduzione di Biagio Bossone, Hoepli, marzo 2014 [3] Vedi Biagio Bossone “ To G-20 Leaders: Urgent Need to Boost Demand in the Eurozone” www.economonitor.com/blog/ , ottobre 2014; Bossone cita Henry Simon, Irving Fisher, John Maynard Keynes, Abba Lerner, Milton Friedman e Ben Bernanke tra gli economisti promotori di soluzioni helicopter money [4] Colin Crouch “Postdemocrazia” Laterza, 2001; e “Quanto capitalismo può sopportare la società” Laterza, 2014 [5] Bank of England “Money creation in the modern economy”, di M. McLeay, A. Radia e R. Thomas, Quarterly Bulletin 2014 Q1. [6] Vedi www.positivemoney.org; vedi anche Andrea Baranes “Le banche e il potere di creare moneta”, Sbilanciamoci.info, maggio 2014 [7] Manifesto / appello “Risolviamo la crisi dell'Italia: adesso! Uscire dalla depressione con l’emissione di moneta statale a circolazione interna” già citato
Obama finish
di Tonino D'Orazio
Figura e potere sbiadito
della fotocopia in nero del neocapitalismo americano. Non ricordo
quale altro presidente, tra l’altro questo è un Nobel per la pace,
abbia acceso più focolai di guerra nel mondo sotto la sua
responsabilità.
E’ anche vero che il
sistema elettorale della democrazia, detta la migliore del mondo, è
una trappola al fine di impedire al presidente di governare il paese.
Il suo potere può essere capovolto ogni due anni, malgrado la sua
rielezione o estremamente limitata se non ha la maggioranza nei due
rami del parlamento. Anzi, malgrado questo, abbiamo visto la
resistenza dei democratici stessi sulla riforma, che doveva essere
epocale, della sanità. Da una mediazione all’altra non ne è
uscito un granché. Adesso, dopo la perdita del Senato e del
Congresso (già nel 2010) inizia una nuova coabitazione, diciamo
l’obbligo alla “coalizione se non alla coabitazione”. Non
cambia assolutamente nulla per il mondo.
Le promesse sono utili
solo nelle campagne elettorali. Lo sappiamo benissimo anche noi,
almeno alcuni di noi. Il problema di molte promesse, o posizioni
politiche, interferiscono purtroppo direttamente sul mondo intero,
noi compresi.
Le tematiche
sull’immigrazione negli Usa ha preso un binario morto già con lui
e le promesse non sono state mantenute; praticamente neri e ispano
non sono andati a votare. I repubblicani vogliono il rafforzamento
poliziesco, se non militare, alle frontiere. Grande occasione
mancata.
I progetti ambientali
sostenibili non sono decollati. Alle destre, anche europee, non
interessano affatto. Il petrolio, anzi l’oro nero, rimane
l’obiettivo principale. Anche in Italia. Il gigantesco progetto
dell’oleodotto (denominato Keystone XL), che dovrebbe portare le
sabbie bituminose del Canada alle raffinerie del golfo del Messico,
sul quale Obama e alcuni democratici avevano qualche dubbio, verrà
sicuramente sbloccato dai repubblicani. La riduzione del 30% dei gas
CO2 prevista entro il 2030 non è mai piaciuta loro. Che il mondo si
arrangi.
Il tetto del debito
pubblico, bestia nera dei repubblicani, era stato rialzato, dopo un
accordo col patema dell’ultimo giorno (bella tecnica di ricatto!),
fino a marzo 2015 grazie alla defezione organizzata di una ventina di
repubblicani, pur di uscire dallo stallo. Il ricatto al presidente
era troppo evidente. Ma questi ultimi non hanno mai smesso di
chiedere tagli alla sanità, al sociale e all’insegnamento, oltre
che alla funzione pubblica in generale. Anche la riforma fiscale, che
obbligava le imprese a dichiarare in patria i benefici tassabili
delle multinazionali, avrà vita breve. I repubblicani sono per il
libero mercato mondiale assoluto. Quindi, per noi, i repubblicani
accelereranno l’irreversibile trattato segreto di libero scambio
sia con l’Europa dei burocrati e delle destre (TTIP) sia con undici
paesi dell’est asiatico (TPP). Accerchiando da un lato la Russia
con il consenso di una Europa servile, e dall’altro lato la Cina;
l’Africa è in ginocchio, poi penseranno all’America Latina.
Aggirando così gli accordi non sempre convenienti all’impero, data
la spinta di nuovi colossi mondiali, del World Trade Organization, e
istaurando aree riservate di dominio, un po’ come il Commonwealth
dell’impero inglese a tutt’oggi.
In quanto alla riforma
della sanità, “Obamacare”, sarà di difficile abrogazione,
poiché dovrebbe firmarla il presidente stesso, ma sarà sicuramente
sgretolato piano piano non rifinanziandolo, nella stessa strategia
europea di tutti al minimo. Anche per le nomine importanti, esercito
e giustizia, assisteremo al solito balletto di compromissione. Per
due anni sarà la stessa funzione di coalizione da partito unico.
L’immobilismo. Solo le guerre e i loro affari continueranno sempre
di più.
In una campagna dominata
dalla finanza più che dall’economia, Obama ha messo davanti alcuni
elementi positivi del suo mandato: crescita in rialzo; tasso di
disoccupazione inferiore al 2008 (5,8%); nuovi impieghi quadruplicati
in confronto alla gestione del presidente precedente; una sanità,
anche se minima, che ha coperto qualche milione di americani poveri
ma non ripagato dal voto, …
E quindi? Gran parte
della classe media, che in genere vota ma sta scomparendo,
evidentemente non ne ha ricevuto benefici, anzi. Il salario medio
delle famiglie rimane al disotto di quello precedente la crisi per
più dell’8%. Molti elettori stimano che il loro impiego sia meno
protetto, che possono essere licenziati in qualsiasi momento e che
non possono più avere accesso alle pensioni come prima. Ditemi se
non è una pericolosa ideologia dilagante e organizzata attraverso il
mondo.
Per tornare alle
questioni internazionali, nessuno si pone il problema dei focolai di
guerra esistenti, a parte Bergoglio, dove guarda caso c’è sempre
presente la mano nord americana/inglese (e anche le loro armi), e che
i rischi si sono estesi a livello globale. Basti pensare alla
strategia spregiudicata di Obama nella crisi ucraina con il tentativo
di portare la Nato sino ai confini tangibili della Russia, con il
rischio di provocazioni pericolose, soprattutto per l’Europa,
adesso rimasta sola con il cerino in mano delle inutili sanzioni.
Queste incertezze, Ebola, attacchi islamici, reingaggio in Irak,
tensione afgana, Isis creatura sfuggita di mano e decapitazioni,
crisi varie internazionali che non si risolvono, hanno forse avuto un
effetto ansiogeno sul popolo nord americano?
L’altra bestia nera
rimane l’Iran e il suo supposto potenziale atomico. La vittoria dei
repubblicani ridà fiato ai principi guerrafondai anche di Israele (e
di Erdogan), che pure Obama era riuscito a tenere, un po’, buoni,
lasciando correre, aiutando finanziariamente i nuovi insediamenti in
territorio palestinese occupato, e non condannando il genocidio
continuo di Gaza. Che ingenuità questa Mongherini sulla nascita
dello stato palestinese! La destra, chiara e nitida, è la destra
democraticamente fascistoide uguale in tutto il mondo. Le armi
principali sono proprio le sanzioni economiche se non il blocco
militare dei “nemici” e la guerra dei ricchi contro i poveri.
E come volevasi
dimostrare è quella che Obama ha perso, ammesso che lo abbia mai
combattuta nei fatti. Ammesso che un presidente degli Usa conti
veramente qualcosa in casa, se non l’oleogramma a colori di se
stesso.
lunedì 3 novembre 2014
La Leopolda e la piazza rossa
di Tonino D'Orazio
A
parte il nome suggestivamente boccaccesco, quasi un bel sinonimo del
sesso femminile, la Leopolda rappresenta l’antagonista vera dello
scontro con la Cgil e il popolo di piazza San Giovanni. La spaccatura
tra una sinistra vera e una subdola di facciata. Popolo questa volta
particolarmente numeroso ma soprattutto composto anche di molti
azionisti della ditta PD&C. E’ un po’ come se
l’amministratore delegato snobbasse i propri azionisti tra l’altro
derubandoli. Nella norma: succede così anche alle imprese quotate in
borsa.
La
protervia dell’amministratore delegato con tracce di comportamento
da piccolo bulletto, e vi parla uno che nella sua vita ne ha sempre
rintracciato facilmente, nella scuola, le caratteristiche
comportamentali e, in genere. il codazzo di ragazzine ammirate che si
trascinano dietro, è pari a quella di Tronchetti Provera che con il
3% del capitale e alcuni “amici” stranieri ha gestito, affossato
e svenduto il colosso Telecom. L’analogia con Renzi, la sua ditta e
i suoi amici della troika sembra eccezionale se non fatale.
Ma
torniamo all’antagonismo tra la Leopolda e la piazza, con la sua
demonizzazione da parte di Renzie, il giorno prima della
manifestazione, a reti unificate e da tutti i cosiddetti giornalisti
milionari e sedicenti “professionisti” di sinistra. Anche loro
contro la piazza rossa, sottilmente. La7 e l’ex penta-stellato
Mentana, non ha osato più fare la diretta. Le minacce sono nell’aria
e Rainews24 passa la diretta e le interviste dalla piazza al circo
(parola azzeccata per cordata di amici) della Leopolda, in modo
“equilibrato”. La minaccia di Renzi ai suoi? “Chi è nella
piazza è contro di me, del governo e del PD”. Che sono tutte la
stessa cosa. Quando si dice bulletto.
La
partecipazione così numerosa sancisce una nuova spaccatura tra la
sinistra vera rappresentata dal mondo del lavoro in carne ed ossa e
la Leopolda che ormai rifiuta di chiamarsi di sinistra, che vira a
destra, e che forse non ne pretende più i voti perché spera di
rubarli all’amico dell’accordo segreto del Nazzareno. Ecco perché
non “ha paura che si crei qualcosa a sinistra”, anzi sembra
auspicarlo.
Ma
a questo punto, anche se pezzi di Sel (e M5S) migrano in tempo verso
lidi che pensano più sicuri perché il capo ha detto come farà una
legge elettorale da asso piglia tutto, cos’aspetta la sinistra vera
e pur visibilmente esistente in questo paese ad unificarsi. Si
potrebbe dire: se non ora, quando? Chi si ritiene di sinistra
organizzi la sinistra, non è più tempo di moine se si vuol dare
continuità politica a questa piazza rossa. Già Cofferati sbagliò
una volta, scappando dalle sue responsabilità e dalle speranze
suscitate e riportò tutti, o quasi, a credere che i DS (e poi la
ditta PD) erano ancora di sinistra, mentre il verme dell’ambiguità
era già nella mela, evidenziato nel cambio continuo del nome.
Cos’aspetta
la sinistra a riprendersi l’Emilia Romagna prima che se la prende
prossimamente, come Genova tra poco, il Movimento 5 Stelle o una
destra incarognita?
La
piazza sta dimostrando che il pifferaio è nudo e che il continuo
gioco delle tre carte, o il cerino acceso in mano alle regioni e agli
enti locali, è scoperto. Ma anche che la sinistra ha bisogno di
rappresentanza vera, politica, visto che i lavoratori, i disoccupati,
i precari, i pensionati ci credono e sono presenti. Pensate, anche
quelli iscritti all’Ugl e dissidenti cisl e uil. Ricordando che i
lavoratori sono uguali dappertutto con le loro difficoltà e
sofferenze, non dovute al fato o alla disgrazia ma a politiche vere
contro di loro, in questa guerra di inizio secolo come per analogia
lo era quella dell’inizio del secolo scorso. Ci misero tempo, ma
anche allora riuscirono ad individuare nel partito socialista (vero),
un partito loro, lo strumento di riscatto. Ci volle un Mussolini e il
fascismo per farli desistere con la forza. Oggi ci sono i democrats
che, insieme alla destra (e quasi non stupisce nessuno), li sta
affossando, un po’ alla volta. Non è finita e non se ne vede
ancora il fondo.
Dispiace
che non vi siano bandiere del Movimento 5 Stelle (mentre vi erano
molte “falce e martello”), reso mediaticamente silenzioso, ma
unica vera opposizione in Parlamento, piaccia o no. Tra l’altro pur
sensibili al mondo del lavoro, anche perché è un movimento di
giovani e in stragrande maggioranza, come da statistica, di precari e
nomadi senza futuro. Chi minimizza non capisce che questa è la loro
vera forza. Su argomenti e obiettivi precisi come il lavoro nessuno
dovrebbe essere contro di loro. Se la storia della sinistra ci ha
insegnato la forza dell’unità sugli obiettivi, così come la cerca
giustamente la Cgil a tutti i costi anche davanti al diniego continuo
di Cisl e Uil, qualcosa oltre alla demonizzazione, si dovrà pur
fare.
Allora
il sindacato riacquisti una funzione prettamente più politica, con
la sua autonomia di rappresentanza, prima che, oltre l’erba, anche
la terra gli venga tolta sotto i piedi. Per esempio, prossima tappa,
l’abolizione non frontale dello sciopero, vecchio arnese che fa
perdere lavoro e competitività al paese (Squinzi dixit). La Cisl e
la Uil penso si siano accorti che il sindacato istituzionale verrà
bocciato tramite l’assenza di commesse sociali (Caaf, Patronati,
formazione), già preannunciati, (ideologicamente con il “ne faremo
a meno”) con l’impossibilità di salvare i mobili, anche se sono
pronti a minacciare a chiacchiere e firmare di nuovo tutto e in
bianco.
Lo
scontro di Renzi contro i sindacati sono, e saranno sempre più, di
bombardamento culturale sul vecchio da rottamare e su responsabilità
da addebitare loro, anche se alcune ci sono (non che sia la panacea
ma l’ultimo vero sciopero generale è avvenuto 28 anni fa), pur
sapendo che le leggi le hanno fatte i partiti, in particolare la sua
ditta in modo subdolo, a danno dei diritti del genere umano chiamato
lavoratori e famiglia, usurpandone la rappresentatività.
Ma
l’attore non ha paura della parte, ormai gioca a tutto spiano, con
un codazzo servile, il ruolo mediatico del Capitan Fracassa davanti
ad un pubblico sempre affascinato dalla commedia dell’arte, dalle
menzogne, dalle chiacchiere, dalle frasi spot tipicamente
commerciali, dalle prevaricazioni e finalmente sempre illuso e
disilluso nelle speranze.
Nella
pianificazione generale dell’abbattimento del welfare e dei diritti
sociali, a medio e lungo termine, non dobbiamo dimenticare che i
padroni avranno le mani libere solo dopo l’abolizione, o
l’indebolimento in un modo o l’altro, delle organizzazioni
sindacali. E’ un obiettivo tipico delle destre estreme dette
fasciste ma anche delle nuove destre “democratiche” che sono la
loro medesima controfigura “accettabile”. Ma che ci sia sempre
meno democrazia e partecipazione e sempre più leaderismo e
oligarchie di potere e strapotere, éra Napolitano/Berlusconi e a
seguire, dovrebbe essere capito, assodato e rifiutato da tempo.
I
lavoratori non possono aspettare ancora per molto che qualcuno li
rappresenti politicamente nelle sedi istituzionali. Il sindacato,
zoccolo duro della Costituzione e della democrazia può aspettare
ancora il suo deterioramento e lo sgretolamento continuo al quale è
sottoposto? Può ancora inseguire chi li piglia a pesci in faccia?
Quale è il suo grado di autonomia e di rappresentanza oggi se non ha
più né sostegno né controparte politica?
E
se dopo la manifestazione non succede nulla, e se dopo lo sciopero
generale non succede nulla, quale sarà il grado di attesa e per che
cosa? Basta un Landini per dire “Da qui andremo anche allo sciopero
generale, se serve, e anche oltre lo sciopero generale”? Che vuol
dire?
La
Cgil dovrà pur decidere se la manifestazione, lo sciopero generale
(che minacciato e puntualmente eluso) sono solo simboli rimasti e
considerati rituali, come l’art.18, anche dall’opinione pubblica
come vecchi arnesi sindacali del secolo scorso, oppure come
difenderli da un attacco così violento della destra, ditta PD&C.
compresa, o almeno come difendere i propri delegati sul posto di
lavoro, diventati senza protezione e sicuramente tra i primi prossimi
licenziati. Cosa fare dello sgretolamento della sua naturale base
organizzata e dei propri iscritti, costretti a ridiventare
semi-clandestini. Come difendere l’Inps, strumento di reale welfare
che rappresenta i tanti cittadini-lavoratori “azionisti” che vi
hanno versato soldi e vita che servono a tutti e che non hanno nulla
da dire, commissariata da una politica vorace, con un governo che di
volta in volta vi fa la cresta per mantenere le sue promesse da tre
carte. Si ricominci intanto dalla solidarietà e dal mutuo soccorso,
ma da una attenzione vera anche sui propri soldi.
Non
esiste autonomia senza profondo impegno politico della propria
rappresentanza. Non si vive al di fuori delle istituzioni
repubblicane in grande e autonoma solitudine. Per altri significa
istituzionalizzazione, per la Cgil è impossibile, per la sua natura
e la sua storia. Ma adesso che le cose sono più chiare perché
esiste una sinistra sociale di piazza e di popolo e una loggia
oligarchica e salottiera di destra dall’altra, non si può rimanere
fermi. Non ce ne possiamo fare una ragione e, come dice la Camusso,
Renzi e i suoi adepti, non possono “stare sereni”.
venerdì 24 ottobre 2014
L'aporia del Grillo
di Franco Cilli
Da secoli a mio modesto parere ci
troviamo di fronte ad un'aporia che ci paralizza: come battere il
potere senza diventare un potere da battere.
La sinistra (chiamiamo così per
comodità una categoria derivata da una cultura egualitarista) è
l'incarnazione di questa aporia, ma essendo figlia, come il marxismo,
dell'idealismo ottocentesco è profondamente attaccata al nominalismo
e alla concordanza degli oggetti con le idee. Ergo per la sinistra
assolvere alla sua funzione ha sempre significato sostituire la
realtà (quella del capitalismo) con un'altra realtà pensata con supposta coerenza logica e perseguita con forza, una realtà che, si badi bene
non è una realtà mediata, ma è quella realtà e nessun altra. Di
qui l'errore di fondo: la realtà come così come l'ho pensata necessita solo di essere attuata. La
realtà, quella vera però se ne infischia dei modi in cui viene
rappresentata e non si piega nemmeno ai presupposti etici che allo
svolgere “naturale”delle cose si vorrebbero associare. La realtà
se ne infischia anche dello storicismo, potendosi volgere in un
verso o in un altro per fattori imponderabili e non razionalmente
definibili.
Marx in fondo aveva tentato di farcelo
capire, quando ci diceva che è il ruolo sociale che determina
l'essere, intendeva dire che ciò determina una frammentazione del
soggetto sociale e il risultato è una riaggregazione in base ad
interessi della propria classe sociale di appartenenza, ognuna
disposta a lottare contro le altre per accaparrarsi lo spazio vitale.
Facile per il capitalismo, categoria profondamente individualista,
creare l'arena del gioco e dettare le regole. Anche se una parte dei
giocatori non accetta le regole difficilmente potrà mettere
d'accordo tutti gli altri competitors, fra l'altro ben foraggiati dal
padrone di casa. In parole povere questo significa che se vuoi un
mondo più giusto devi fare i conti con molteplici generatori di
senso, spesso opposti al tuo.
Come piegare la realtà al senso di
giustizia in presenza di interessi materiali e di mille soggetti
sociali fra di loro difficilmente omologabili? Marx ha inventato la
classe di tutte le la classi, che è una scommessa, una forma di
riduzionismo ontologico e al tempo stesso un idealismo alla rovescia.
Il proletariato doveva rappresentare l'elemento unificatore di una
realtà virtualmente non ricomponibile. Questo ha prodotto cose
buone, ma anche molti disastri, e ha convinto parecchia gente che non
esiste modo di uscire da questa eterna aporia, perché come in Matrix
finisce un ciclo per poi per poi ricominciare tutto daccapo con lo
stesso procedimento dialettico. Da qui il nichilismo, niente vale la
pena, niente ha senso.
Grillo è l'unico che a modo suo sta
cercando di rompere questa spirale terrificante, rispolverando il
vecchio, ma sempre valido populismo, che significa affidarsi ad una
categoria capace di rappresentare un insieme indistinto, e proprio
per questo in grado di sfuggire alla trappola della dialettica. Se
abbraccio la generalità dei soggetti, l'unico ostacolo sarà quel il
vecchio mondo ancora legato ai capricci della dialettica. Per
nobilitarlo si potrebbe dire un rimasticatura della volontà generale
di quel pazzo psicopatico di Rousseau. È
per questo che lui mette insieme razzistoidi paraleghisti, casalinghe
xenofobe, proletari delle periferie incazzati, imprenditori piccoli e meno piccoli anch'essi incazzati, esuli della sinistra con propensioni ecologiste ed
ecumeniche, ultralegalitari, critici dei metodi del potere e
complottisti di vario colore.
Grillo
ha dismesso ogni intenzione pedagogica, ogni coerenza etica e ogni
purezza teorica. Quello che conta è fare da specchio alla volontà
generale ed agire di conseguenza, perché la volontà generale in
fondo è il riflesso di ciò che io sono e di ciò che io voglio.
Insomma
se la sinistra non riesce a sfuggire alle aporie, piaccia o non
piaccia questa resterà l'unica alternativa in campo.
domenica 12 ottobre 2014
Noi e l'Isis
di Tonino D’Orazio
Ha ragione Bergoglio e
non solo. Siamo nella terza guerra mondiale. Il Nobel della pace
Obama, in tono trionfante ci ha spiegato che di nuovo i nord
americani sono in guerra alla testa di un’alleanza di ben 40
nazioni. Contro chi? Una creatura loro, l’Isis. Fantomatico gruppo
che decapita, facendoci urlare alla vendetta, all’impiccagione, ed
essere in realtà utilizzati per altri scopi.
Intanto con questa scusa
gli americani sono riusciti a distruggere i pozzi petroliferi della
Siria e il gasdotto proveniente dall’Iran. Cosa pensavano i
siriani, di essersela scampata? E tutti quei civili sfollati, cosa
fuggono, le bombe intelligenti americane o la religione islamica? Lo
strumento utile, in barba alla Russia tenuta all’angolo, questa
volta è l’Isis, già etichettata con facilità come terrorista,
manco fossero a casa loro. L’altra volta, per massacrare l’Iraq
di Saddam ci furono le fantomatiche “armi di distruzione di massa”.
Poi ci fu l’amico della famiglia Bush, Bin Laden, e l’altro
fantomatico Al Qaida. Accusato della distruzione delle torri gemelle
di New York, ormai messo severamente e scientificamente in dubbio
anche dai “non complottisti”. Di Al Qaida, a ben riflettere, vi
sono stati fuori area solo alcuni attentati, direi cinicamente, nel
filo temporale dell’occupazione dei vari stati petroliferi. A meno
che la vita dei bianchi occidentali valga mille, o dieci mila, di
quelle arabe.
Ma chi sono e cosa
vogliono? Resistono all’occupazione e al depredamento del loro
paese attaccando tutti, anche i “collaboratoristi”? Sfidano gli
invasori? Strani ricordi. Sono utili ad un nuovo massacro dei curdi
(i curdi del nord iracheno si sono dichiarati autonomi, con i loro
pozzi petroliferi) aiutati dal silenzio storico dei turchi islamisti
di Erdogan, quando si tratta di massacro di quella etnia, che
mostrano solo i muscoli aspettando di invadere parte della Siria? Non
lo sapremo mai, né dai notiziari televisivi né dai giornali, tutti
allineati. Chi sono? Sono soltanto dei “cattivi” che scorazzano,
decapitano uno o due persone per farci diventare forcaioli e sfottono
gli americani facendole vestire di arancione, magari come i
“prigionieri senza nome” torturati legalmente a Guantanamo.
Adesso decapitano anche le donne. A quando i bambini? Sembra un film
costruito a tappe con un crescendo tipico dei thriller. Non sapremo
mai dove sono esattamente e quanti sono, anche se volessimo seguire
localizzando i bombardamenti gratuiti. Sembra abbiano solo carri
armati, in genere facili prede dell’aviazione sofisticata, eppure
avanzano quasi senza resistenza, malgrado i “bombardamenti”
americani mirati. Possibile? Eppure avanzano contro i curdi. Sembra
incredibile che si nascondano dentro i pozzi di petrolio o sotto le
tubature dei gasdotti. Certamente, 40 paesi alleati di uno che dirige
e fa pagare dazio agli altri non sono mica poco. Solo Bergoglio
inveisce contro la terza guerra mondiale in atto. E qualcuno dice
ancora che i bombardieri F-35 non servono, invece ci saranno utili
nel futuro prossimo. Come possiamo aiutare gli amici americani senza
quegli aerei?
Si sentono tutti
minacciati da questi specialisti addestrati dai nord americani. Come
dice la H. Clinton:”Sono nostri e ci sono sfuggiti di mano”.
Credibile? Saranno mica ancora “nostri” e stanno svolgendo il
compitino a loro affidato? Insomma i Talebani non servono più, Al
Qaida nemmeno, nell’immaginario collettivo dei bianchi (o
filo-occidentali) forcaioli e guerrafondai bisognava creare un altro
nemico. Putin è ancora un osso duro. I musulmani sono ossa più
tenere, basta anche metterli gli uni contro gli altri. Eccolo allora
nasce la creatura Isis, da non confondere con una nuova tassa
renziana nascosta dalla parola e dal gioco delle tre carte per
impoverire i già poveri.
Ma l’immaginario
western non finisce qui. Sia Cameron (GB) per l’Iraq che Hollande
(Fr) per l’Algeria, annunciano che daranno la caccia all’uomo
fino a prendere “il” colpevole della decapitazione, perché,
malgrado tutto, i loro servizi segreti li hanno riconosciuti. Avranno
presto bisogno di un colpevole.
Ma dobbiamo tremare un
po’ anche noi, viste le minacce di attentati profferite per le
metropolitane, o i luoghi pubblici dei 40 paesi in guerra contro una
tribù, anche se ben armata e con sofisticate armi certamente non di
loro produzione. Cosa pensare di tutte queste minacce che durano
ormai da più di 10 anni e in realtà mai avvenute? Sono bravi i
servizi segreti oppure sono minacce fasulle alimentate per tenere
buone e obbedienti le popolazioni?
Perché preoccuparmi di
disoccupazione e drammaticità sociale quando ho un “nemico” che
vuole uccidermi? Sarò al posto giusto e al momento giusto fuori
dall’eventuale attentato? Devo evitare metropolitane, bus e
aeroporti? Sono drammatiche preoccupazioni virtuali, intrisi di una
paura reale e ben costruita per esserla.
Ma un’altra guerra,
sottile e invadente sta venendo avanti. Di nuovo quella del petrolio.
Un'eventuale caduta del barile a 60 $, sarebbe un evento devastante
per parecchie economie recalcitranti. Qualche analista ipotizza che
sia proprio Mosca il bersaglio principale di una strategia che
l’Arabia Saudita potrebbe aver concordato con gli Stati Uniti. Così
Putin dovrà venderci il gas al prezzo che diciamo noi e tenersi le
sanzioni. Ma c’è anche il Venezuela nel mirino, oltre che
l’Argentina (che non vuole pagare arretrati e tassi di interesse
agli strozzini internazionali) e il Brasile (in fase pre-elettorale e
partecipe della combriccola Brics recalcitrante all’impero), se non
la stessa Nigeria. Perché poi gli stati uniti hanno scelto di
raggiungere e superare l’Arabia Saudita a livello di esportazioni
petrolifere? Sono rivali o diventati il gatto e la volpe contro
tutti? E’ ipotizzabile la rapida e lucrosa costruzione di 1.000
petroliere per rifornire l’Europa, dopo aver impostato con i
nazi-fascisti ucraini il “litigio” con Mosca?
Siamo in grande amicizia,
o servitù, con una piovra mostruosa convinta di volere e dovere
imperare sul mondo. Ha capito che da sola non ce la può fare, deve
aprire troppi fronti, allora tocca un po’, sotto l’egida dell’Onu
o meno, dare una mano. Siamo felici e contenti di dargliela. Dio mi
salvi dagli amici.
Elogio del pensiero semplice
di Franco Cilli
Questa è l'era del pensiero semplice.
Il pensiero semplice in realtà, pur se sostenuto da un'architettura
complessa, ha sempre prevalso in tutte le ere del nostro mondo, ma
oggi si palesa di fronte a noi come un'illuminazione improvvisa, la
proiezione di una coscienza digitalizzata.
Antropologi accorti, studiosi di
società complesse e dotati di un'articolazione di pensiero che
dirama e degrada in ogni direzione, hanno scoperto che ad esempio il
successo del fondamentalismo islamico, anche in giovani colti e ben
integrati nelle nostre società, risiede nella rappresentazione
elementare del mondo: noi i puri contro loro gli impuri. Forse è un
bisogno comune a tutti noi, quello di sedare l'ansia attraverso messaggi semplici e rassicuranti, in un mondo che appare sempre percorso da
schegge impazzite di senso, che colpiscono, ma non creano identità e
ti lasciano in preda all'ansia, sul crinale dell'abisso
dell'esistenza.
Le dicotomie funzionano, lo sanno gli esperti di
propaganda, lo sanno i Berlusconi, io nuovo, io impolitico, io
capace, io imprenditore, io gran lavoratore, io che vi prometto
felicità; loro i politici, il vecchio, gli scansafatiche, i grigi e
i tetri dispensatori di infelicità e negatori della speranza. Lo
sanno i Renzi: io il giovane, il nuovo (ancora), il simpatico, il
veloce, l'efficiente, cantore di un nuovo rinascimento e di una grandeur
perduta; loro il vecchio (ancora), la personificazione
dell'inefficienza e della ruggine del sistema, il vuoto e la maschera
dell'uguaglianza che cela solo ingiustizie. Mancava la sinistra
all'appello, sempre affezionata ad una complessità incoercibile, mai
disposta alla semplificazione, che è ancora più complessa
nell'apparire e nel declamare che non nella sostanza. Ora la
sinistra sta scoprendo la semplicità, non come valore, e neanche
come nuovo riduzionismo, ma come ordigno tattico ineludibile. La
comunicazione è importante, è importante semplificare per far
arrivare il messaggio a strutture cognitive complesse che anelano
alla semplicità, è importante per scatenare la passione, per
rinfocolare l'istinto identitario. Noi contro loro. Noi gli egualitari, i giusti, noi del bene comune, della solidarietà, dell'ambiente del welfare universale; loro i vampiri, i banchieri, gli sfruttatori, i sacerdoti del mercato contro le garanzie a buon mercato, i massacratori dell'ambiente e delle libertà, e tutto solo per far ingrassare ancora di più chi è già assurdamente opulento. Funziona. Certo la complessità resta,
perché da essa deve promanare la semplicità, perché la semplicità
deve solo trainare la complessità consentendole di sopravvivere in
un modo che riduce tutto a messaggi binari.
Questo mi è parso di capire negli
interventi ultimi di Revelli e di Perna, e questo è quello che un
sempliciotto come me dice da sempre.Vedremo.
martedì 7 ottobre 2014
Finalmente la destra
di Tonino D’Orazio
Finalmente anche in
Italia è arrivata la destra a viso scoperto. La ditta PD&Company
si è schierata apertamente contro i lavoratori aprendo addirittura
uno scontro tra “popolo” e organizzazioni sindacali. Tra chi
rappresenta 18 cittadini italiani su cento elettori (e non è nemmeno
detto) e chi ne rappresenta realmente, iscrizioni alla mano, più di
30. Non vi sono più alibi di rappresentanza. Dispiace per quelli che
in Cgil ci avevano creduto, non si possono prendere pesci in faccia
continuamente dagli amici. Di guance ne abbiamo solo due. E qui il
problema è che non basta una manifestazione o uno sciopero.
L’aspetto culturale negativo e di scontro è definitivo, lungo e
troppo profondo.
Persino Cisl e Uil fanno
finta di arrabbiarsi. Non contano più e non possono più
sottoscrivere accordi in bianco passando dalla porta di servizio.
Però possono tenere a bada la Cgil sulla questione “unitaria a
tutti i costi” altrimenti “non si vince”. Solo un assioma.
Renzie lo sa, come tutti ormai.
La megalomania del
dirigente capo della ditta PD&C. sta raggiungendo apici di
tracotanza mai visti, con il vero volto di chi non ha bisogno di
nessuno, può fare quello che vuole, se non di una truppa allineata e
coperta con un gruppettino che fa finta, a parole, di recalcitrare,
quindi in realtà utili allo scopo e al maquillage. Ma poi la ditta è
la ditta e il capo è il capo. Non importa se manca la mano d’opera,
basta che ci siano i soldi.
Strano questo gruppetto,
ex di tanti partiti da loro prodotti ogni 8 anni (cattiveria:per
rinnovare i due mandati. Cfr. date prego), con grande esperienza
storica e politica, terrorizzata dalla prossima non elezione, e
alienata nel seguire linee politiche del ragazzino, a loro
estremamente se non personalmente sfavorevoli. Renzi oltre ad aver
rottamato loro ha rottamato anche il partito. Un senatore che
abolisce il Senato (e quindi sé stesso), regalandolo a cordate varie
di secondo o terzo livello “elettivo”, non è mai esistito, né
nella storia delle democrazie borghesi né in nessun altro paese a
cultura occidentale con equilibrio di poteri. (A meno che sia una
finta esoterica, un giochetto da “prima lettura”). Né mai
parlamentari, deputati o senatori, che rinunciano al mandato degli
elettori, anche se assegnato alla loro coscienza, con una cessione di
rappresentanza ad un paio di capetti e alla loro corte. Tali, fatti e
dati alla mano, possono essere considerati sia Berlusconi che Renzi.
Quest’ultimo una vera e evidente fotocopia dell’altro, ma
efficace nell’abolire punti centrali della Costituzione e
nell’asservire i poteri dello stato. Stessi metodi, stessa corte,
stessa immagine, stessa altezza. Apre e chiude tutti i telegiornali e
talk-show. Con la benedizione di un ultra novantenne reazionario, che
Dio e i banchieri l’abbiano in gloria.
Qual’è il dato
positivo di questo smarcamento della ditta PD&C dopo essersi
tolta la maschera di “sinistra” e aver ribadito che i sindacati
non servono, cioè le reali organizzazioni dei lavoratori pur con le
loro difficoltà? Difficoltà dovute più ai sistemi legislativi e
giuslavoristi “innovativi” risultati fasulli che dalla loro
coerenza. Più volte Renzie ha ribadito che “se ne può fare a
meno”, come Marchionne. Quando l’aveva suggerito Grillo era
successa una demonizzazione isterica di tutto il resto dell’arco
costituzionale e dei sindacati stessi. Renzi giocherà sicuramente ad
incontrarli all’ultimo momento ma per chiedere loro altro e ancora
di più. Lo stato di asservimento dei lavoratori non è ancora finito
e forze ideologiche esterne non hanno ancora terminato lo sporco
lavoro.
Paradossalmente questa
chiarezza di una destra compatta da anni nel governare questo paese
verso la povertà dei suoi cittadini, e a nome loro, presuppone la
possibilità di spazio e apertura per la rinascita di una vera
sinistra, anche se, tenuto conto della pressione internazionale del
neocapitalismo totalitario, con obiettivi minimi di socialismo e di
appartenenza alla classe dei lavoratori, senza se e senza ma.
Lasciamo perdere la diatriba stupida che ci ha occupato per anni nel
definire cos’è oggi la sinistra. Basta fare il contrario di ciò
che ha fatto in questi anni il neoliberismo, per quanto banale e
semplice sembri. Rilanciando sicuramente, a vera tutela dei
lavoratori tutti, l’investimento pubblico con un piano di
reindustrializzazione per lo sviluppo del paese, imprenditori
compresi. Anche per loro, almeno per i più seri, sarebbe una
salvezza, invece di fallire, di vendere o di prendere soldi dallo
stato e scappare, in un modo o in un altro, all’estero. Questa
paradossale speranza richiede anche che vadano via tutti quelli che
hanno distrutto la sinistra con le loro bizze, a volte stupidità
personalistiche, e che si ricominci con altri di buona volontà. Non
raccogliendo nemmeno le briciole scartate, presto o tardi, dalla
ditta Pd&C e sapendo che con piccole percentuali non si va da
nessuna parte. Sapendo altresì che tutte le prossime leggi
elettorali, Costituzione o no, avranno il marchio che assoderà il
“tutti per uno” e il premio anticostituzionale dall’ovetto
Kinder. Il capo, anelito di tutti i popoli democratici.
Ironia ideologica, non
solo i proletari di tutto il mondo non si sono uniti, pur di fronte a
un padronato ferocemente unito e micidiale in guerra contro di loro,
ma hanno portato loro in dote, con una innocenza stupefacente, una
serie di falsi mediatori. Per anni.
Ironia anche della storia
popolare del nostro paese. Solo la propaganda e il melodramma
funzionano sempre, con strumenti (esempio la televisione) che oggi
possiamo paragonare ad “armi di distruzione di massa” culturale.
Come il film, dove la realtà e il tempo non contano ma solo ciò che
appare. Fatta salva paradossalmente la questione dittatura, ma
pensare che se Mussolini avesse voluto le elezioni sarebbe
sicuramente stato eletto “democraticamente” a furor di popolo non
è escluso. E’ un paese il nostro che procede per ventenni, più o
meno, e vi ci si affeziona. Dopo il fascismo un traboccante ventennio
monocolore democristiano. Poi un altro, più o meno ventennio di
centrosinistra con i socialisti che si spostavano sempre più al
centro fino ad essere inglobati nel disastro di “mani pulite”,
poi un pesante ventennio berlusconiano con una distruzione mai vista
dei diritti del lavoro. Perché non dovrebbe esserci un altro
ventennio popolare-operaio per Renzi inglobato (o inglobante) sempre
dalla destra? Ormai la preoccupazione di Berlusconi è che Renzi gli
freghi i voti con il suo programma piduista non ancora concluso.
La risposta in verità ce
l’ha sempre la sinistra, ma fa finta di non saperlo. E’ sempre
occupata a tutt’altro, anche a chiedersi introspettivamente come è
fatta e chi è. Tempo scaduto o opportunità, possibilità, di
ripresa, anche se non per ora?
mercoledì 1 ottobre 2014
Precariato e Art. 18
di Tonino D’Orazio
L'affondo in prosopopea
di Renzi, rende tutti perplessi. "Noi non cancelliamo
semplicemente l'art 18, ma tutti i co.co.co, co.co.pro, cancelliamo
il precariato e tutte quelle forme di collaborazione che hanno fatto
del precariato la forma prevalente del lavoro. Questo diritto che c'è
arriva da un giudice, noi vogliamo cancellare questo. Non voglio che
la scelta di licenziare o assumere sia in mano ad un giudice,
deve essere in mano all'imprenditore.” Finalmente cade la maschera
sua e del PD. Il lavoro non è più un diritto garantito dalla
Costituzione e dalle leggi dello stato tramite la magistratura, è
una semplice merce da bancarella. Cita:” "Il lavoro non è un
diritto in Italia, il lavoro è un dovere”. A dire il vero ci
eravamo già accorti che l’Italia non è più una Repubblica
fondata sul lavoro. Poi la giusta e incredibile chiacchiera:
“L'importante è che lo Stato non lasci a casa nessuno". "Io
non tratto con la minoranza del partito ma con i lavoratori" e
dice basta a una sinistra "opportunista e inchiodata al 25%",
che fa dell'articolo 18 una "battaglia ideologica". Sembra
non capire, oppure sì, i grandi benefici le opportunità, per i
padroni, dell’infame (visti i risultati) legge Biagi. Non gliela
faranno smontare facilmente, anzi potranno licenziare a piacimento (e
con il contributo dello stato) 8 milioni di lavoratori “garantiti”
dall’art.18 e riprenderne 6/7 milioni a progetto. Il resto
svilupperà le lacrime di coccodrillo di politici e di talk show,
sull’aumento della disoccupazione in Italia. Come ad ogni riforma
annuale del mercato del lavoro.
Dopo aver aperto al
“confronto” (ma non a tutti i costi) con i sindacati nel discorso
d'apertura della direzione del suo personale partito, (anzi l’ha
chiamato finalmente “ditta”), Renzi ha definito "inaccettabile
che non si dica che in questi anni hanno avuto una responsabilità
drammatica" perché "hanno rappresentato una sola parte. Se
non lo diciamo noi, facciamo un danno al sindacato". E’ la
buffonata finale: i sindacati dei lavoratori dovevano rappresentare
anche i padroni! Mentre questi, con i loro vari capi ideologici, Fmi,
Bce, UE, Berlusconi, i fascisti di Fini, gli ex-socialisti passati a
destra ecc, distruggevano il patrimonio giuridico ed economico del
mondo del lavoro italiano (e non solo), impoverivano milioni di
lavoratori e pensionati, e precarizzavano senza futuro la vita di
milioni di giovani. Forse le organizzazioni sindacali sono state
troppo accondiscendenti, trovando sempre tavoli e concertazioni che
li riportavano indietro di decenni, passo dopo passo, fino ad
arrivare oggi al ritorno ai primi del ‘900. Infatti i prossimi
tavoli riguarderanno quel poco che c’è rimasto in tre punti: una
legge sulla rappresentanza sindacale, (ne vedremo delle belle con
lacci e laccioli), la contrattazione di secondo livello (che
abbatterà il CCNNLL e ci avvierà al sistema americano, contratto
fabbrica per fabbrica; competitività tra fabbriche) e il salario
minimo (abbassando quello troppo alto dei “lavoratori
privilegiati”, tutti giù)". Per i pensionati c’è già la
proposta del FMI.
Renzie ironicamente dà a
se stesso un consiglio valido per i sindacati: “"Le mediazioni
vanno bene, il compromesso va bene, ma non si fanno a tutti i costi i
compromessi”.
La Cgil si dichiara
pronta ad "accettare la sfida", apprezzando "i toni
diversi dal passato" del premier. Scherziamo? Quali toni
diversi? Quale “passato” se in cinque mesi non ha fatto altro che
dichiarare che “può fare a meno” di tutti (anche del parlamento)
grazie all’amico Berlusconi che notoriamente, da piduista, sa che
la forza del sindacato deve essere distrutta per avere le mani
totalmente libere. Come si può prevedere una “grande
manifestazione” disinnescandola con tentativi di consultazioni
sapendo che la legge sulla riforma del lavoro sarà già approvata
personalmente da Renzie e dal fedele amico Berlusconi. Infatti Cisl e
Uil si sono già smarcati, come sempre. Uno dimettendosi, l’altro
trovando la proposta “interessante”.
Dopo l’abbattimento
dell’art.18 , in fase avanzata, il FMI ha già ordinato la prossima
mossa: ridurre le pensioni. Quelle che sono già le più povere
dell’UE. Tutti alla fame. Indipendentemente dall’aumento e dai
prossimi rincari annunciati come energia (+ 1,9%) e gas (+ 6,8%) con
l’avanzare della stagione fredda. Grazie Obama, Merkel e
Mongherini. Ci hanno fatto già pagare l’embargo e le “sanzioni”
alla Russia. Loro ideologicamente decidono e sparlano e noi paghiamo.
Infatti sembrano i pupari
della nostra storia, della nostra Costituzione, della nostra economia
e della nostra cultura pacifica. Le utilizzano a piacimento
personale, scaraventandoci, come dice Bergoglio in una terza guerra
mondiale diffusa e in una povertà ormai endemica. Con il nostro
plauso alienato.
L’abbattimento
dell’art.18, anche se non serve, lo hanno deciso altri, per pura
ideologia. L’Italia è cavia della disarticolazione della
giurisprudenza del lavoro e della sua dignità. Ovviamente facendola
fare alla “sinistra”.
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