martedì 14 agosto 2012

Il Manifesto del silenzio

Continua il silenzio del mio ex giornale sulle raccolta firme in favore dei magistrati di Palermo, promossa dal Fattto Quotidiano. Il Manifesto tace. Sarà una questione di concorrenza? Forse il corazziere Valentino Parlato non vuole favorire un giornale concorrente, visto con un certo fastidio, causa la pruderie giustizialista di Travaglio e company e la loro “oggettiva” collocazione nel campo delle destre, dato che il pragmatismo stile british è roba borghese, ed è pur sempre il paravento di una falsa neutralità, quando non è lo strumento più o meno consapevole del populismo. A voler essere molto maliziosi si direbbe però più un malinteso realismo della politica. Stanno con Napolitano perché nelle loro infinita mediocrità si credono talmente presuntuosi da credere che l'unico modo di evitare la disgregazione sociale e istituzionale è affidarsi nelle mani del peggior presidente della storia italiana, assurto al ruolo di massimo fautore dell'ordine sociale, minacciato dall'antipolitica e da spinte irrazionaliste. Vogliamo forse tornare ad uno stato di natura caratterizzato della guerra permanente? Per carità no, mettiamoci la corazza e stringiamoci attorno all'ex stalinista, poi craxiano, poi mercatista giudizioso, attento a fare i conti della spesa, e a fustigare la eccessiva esuberanza italica, specie quella di chi lavora.
Ovviamente le mie sono solo dissertazioni agostane e illazioni di poco conto, ma il fatto in sé nella sua accecante omissione resta: nessun appoggio ai magistrati di Palermo e né una riga sugli attacchi a loro rivolti. E dire che di trattativa stato-mafia sono stati i primi a parlarne quelli del Manifesto.
Ad ogni modo si capisce perché siano e restino quelli del “è un giornale, un giornale, un giornale”, per altro fallito. Perché sono dei mediocri e basta e forse anche un po' ipocriti, ipocriti, ipocriti.

venerdì 10 agosto 2012

"La vera bestemmia":Slavoj Žižek sulle Pussy Riot



Le componenti delle Pussy Riot (la Rivolta della figa) accusate di blasfemia e di odio verso la religione? La risposta è semplice: la vera bestemmia è l’accusa dello stato in quanto tale configurando come reato di vilipendio della religione qualcosa che era chiaramente un atto politico di protesta contro la cricca dominante. Ricordiamo la vecchia battuta di Brecht tratta dall’Opera da tre soldi: “Cos’è la rapina di una banca rispetto alla fondazione di una nuova banca?”  Nel 2008, Wall Street ci ha dato la nuova versione: Cos’è è il furto di un paio di migliaia di dollari , per cui si va dritti in prigione, rispetto alle speculazioni finanziarie che privano decine di milioni di persone delle loro case e dei loro risparmi, e vengono poi ricompensate con aiuti di stato di grandezza sublime? Ora, abbiamo avuto un’altra versione dalla Russia, dal potere dello stato: Che cosa è una modesta provocazione oscena delle Pussy Riot in una chiesa rispetto all’ accusa contro Pussy Riot, questa gigantesca provocazione oscena dell’apparato statale, che irride ogni nozione di rispetto della  legge e dell’ordine?”
L’azione delle Pussy Riot era cinica? Ci sono due tipi di cinismo: il  cinismo amaro degli oppressi che smaschera l’ipocrisia di chi detiene il potere e il cinismo degli stessi oppressori che violano apertamente i  principi che  proclamano. Il cinismo delle Pussy Riot è del primo tipo, mentre il cinismo di chi è al potere – perché non chiamare la loro brutalità autoritaria un Prick Riot (Rivolta del cazzo) – appartiene al secondo genere, molto più inquietante.
Già nel 1905, Leon Trotsky definì la Russia zarista come “una combinazione viziosa della frusta asiatica e del mercato azionario europeo.” Questa definizione non vale forse ancora di più per la Russia di oggi? Non annuncia la nascita della nuova fase del capitalismo, il capitalismo con i valori asiatici (che, naturalmente, non ha nulla a che fare con l’Asia e tutto a che fare con le tendenze antidemocratiche del capitalismo globale di oggi).  Se intendiamo per cinismo il pragmatismo spietato del potere, che deride in segreto i propri principi, allora le Pussy Riot sono l’incarnazione dell’anti-cinismo. Il loro messaggio è questo: LE IDEE CONTANO. Si tratta di artiste concettuali nel senso più nobile della parola: artisti che incarnano un’Idea. Questo è il motivo per il quale indossano i passamontagna: maschere di de-individualizzazione, di anonimato liberatorio. Il messaggio dei loro passamontagna è che non importa chi di loro è stata arrestata – non sono persone, sono un’Idea. Ed è per questo che sono una minaccia: è facile imprigionare gli individui, ma provate a imprigionare un’Idea!
Il panico di chi detiene il potere – rivelato  dalla loro reazione brutale, ridicolmente eccessiva- è quindi pienamente giustificato. Più agiscono brutalmente, più le Pussy Riot diventeranno un importante simbolo. Già ora il risultato delle misure oppressive è che le Pussy Riot sono un nome familiare letteralmente in tutto il mondo.
È il sacro dovere di tutti noi evitare che le coraggiose persone che compongono le Pussy Riot  non debbano pagare sulla loro pelle il prezzo del loro diventare un simbolo globale.
Slavoj Žižek

pussy riot

Maria Alyokhina: “La nostra protesta ha sollevato la questione della fusione della Chiesa ortodossa russa e dei servizi di sicurezza” http://chtodelat.wordpress.com/2012/08/08/alyokhina/
P.S.: un punto di vista opposto a quello di Zizek è quello esposto su Counterpunch da Mike Whitney. Francamente lo ritengo poco condivisibile perchè confonde i piani di realtà. Il fatto che gli USA vogliano liberarsi di un Putin che ha reso la Russia di nuovo indipendente sul piano internazionale non implica che si possa ritenere tollerabile la repressione del dissenso. Chi in Russia critica Putin sarebbe di per sè un “utile idiota” che fa il gioco dell’imperialismo americano. Una logica che non mi ha mai convinto e che porta a volte a conclusioni orrende. E’ sicuramente vero che ci sono manovre occidentali per favorire “rivoluzioni arancioni” e sostenere l’opposizione liberal-liberista in Russia. Ma la situazione è assai complessa perchè il principale partito di opposizione rimane quello comunista di Ziuganov e vi sono movimenti di sinistra radicale lontani sia da qualsiasi nostalgia per il socialismo reale che dal neoliberismo filo-occidentale. Lo testimonia lo stesso sito da cui ho tratto il testo di Zizek. Come ha segnalato un autorevole studioso dell’URSS americano Stephen Cohen la maniera con cui i media occidentali hanno raccontato la Russia negli ultimi venti anni è piuttosto falsata. Comunque la si pensi su quel che accade in Russia in questo momento cinque mesi di carcerazione preventiva e il rischio di una condanna a 3 anni per una performance in una chiesa sono davvero troppi. Lo stesso Putin si è accorto che il sistema giudiziario russo forse ha esagerato. Il diritto al dissenso va difeso ovunque e ampliare gli spazi di libertà di espressione è sempre positivo. Contrapporre poi i casi di Bradley Manning e Julian Assange a quello delle Pussy Riot mi sembra insensato. Casomai c’è da segnalare che le ragazze punk fanno più notizia della repressione dei lavoratori che non si fila nessuno, come ci fanno notare proprio sul sito dei compagni delle Pussy Riot: Support Pussy Riot by all means. But support the Kazakh oil workers too.

giovedì 9 agosto 2012

Sto con i magistrati di Palermo

Non credevo che un giorno avrei mai difeso dei magistrati. Quando ero giovane qualsiasi manifestazione legalitaria mi faceva venire l'orticaria anche se giusta, poiché da rivoluzionario quale mi consideravo, pensavo che magistrati e poliziotti fossero unicamente attributi del sistema borghese, votato alla difesa degli interessi delle classi dominanti, e che solo chi segue la propria coscienza al di sopra e aldilà di ogni regola scritta può essere protagonista della storia. Il divenire è fatto di violazioni delle regole costituite e “l'illegalità” è il motore della dialettica storica. In parte lo penso ancora, ma credo anche che la realtà sia di per sé schizofrenica e che occorra ragionare considerando la non omologia di determinati livelli di realtà e la loro sovrapposizione su diversi piani logici.
Quello che sta accadendo ai magistrati di Palermo è sconcertante, ma allo stesso tempo un rischiaramento netto della realtà. Adesso si vede a occhio nudo finalmente chi sono coloro che difendo lo status quo, un sistema politico corrotto e criminale che si chiude in se stesso a difesa di verità inconfessabili, e chi no. Non è solo questione di difendere i giudici di Palermo, loro fanno il loro mestiere, è questione di tracciare un discrimine netto fra chi sta con i gattopardi e chi invece vuole un cambiamento reale. Guarda caso coloro che sono dalla parte di Napolitano, a mio avviso il peggior presidente della storia repubblicana, sono gli stessi che hanno gettato la maschera sostenendo un governo iniquo e truffaldino come quello guidato da Monti. Qui non è in gioco solo l'onore fittizio di una cosa astratta come lo stato, qui è in gioco molto di più, è in gioco la possibilità stessa di immaginare una verità diversa da quella dettata dai Napolitano, dai Bersani, dai Monti e da vari utili idioti come un tal Valentino Parlato o il più noto Nichi Vendola. È in gioco la possibilità di mostrare agli italiani che esiste un altro pensiero, oltre quello di chi ci governa. Ovvio che il fronte promagistrati sarà variegato e conterrà al sui interno anche elementi molto contraddittori, ma  certamente conterrà più elementi di verità di un qualsiasi associato della banda dei montiani. Non ultimo la mafia è un'organizzazione criminale, farci accordi e guadagnare consensi attraverso essa è deplorevole. I morti ammazzati, compagni e servitori dello stato gridano vendetta.
Per questo sto con i giudici di Palermo (F.C.).


L'agitazione della figa riottosa

di Mike Whitney da ComeDonChisciotte via counterpunch
 
A marzo di quest’anno, tre ragazze dalla banda femminista punk-rock Pussy Riot  sono state arrestate con l'accusa di "atti di teppismo motivato da odio religioso o di ostilità" per aver  messo in scena una performance non autorizzata e profana nella Chiesa del Cristo Salvatore di Mosca.

Le tre donne  arrestate - Maria Alyokhina, Nadezhda Tolokonnikova e Ekaterina Samutsevitch- dicono  che la loro azione non aveva lo scopo di mettere in ridicolo la chiesa o di irridere i credenti, ma di voler attirare l'attenzione sulla repressione politica che esiste sotto la presidenza russa di  Vladimir Putin.

"Non volevamo offendere nessuno ... Le nostre motivazioni erano esclusivamente politiche", ha detto la Tolokonnikova. Il processo alle tre ragazze avviene a Mosca, dove un verdetto è atteso da un giorno all’altro. L'accusa chiede una condanna a tre anni in un carcere di minima sicurezza.

Il processo ha attirato l'attenzione di tutto il mondo e una serie di celebrità, tra cui Sting, Madonna e Danny Devito hanno parlato per conto delle imputate.   Ecco un estratto di un articolo della Reuters apparso Martedì mattina: 
"Lunedì la pop-singer Madonna ha chiesto alla Russia di non incarcerare le tre Pussy Riot per la loro protesta in una chiesa, mentre l'ex tycoon del petrolio Mikhail Khodorkovsky , dal carcere dove si trova, ha paragonato questo processo  ad una inquisizione medievale ". (Reuters)
È interessante notare cheil parere di Khodorkovsky  è stato inserito tra il  gran numero di articoli scritti su questo incidente, cosa  che suggerisce che la copertura dei media faccia parte di un programma ben più ampio,  per screditare Putin. Ricordiamoci che  "Nel mese di ottobre 2003, Khodorkovsky fu arrestato, portato a Mosca con l'accusa di vari reati di frode per evasione fiscale." E,  a maggio, 2005  i giudici hanno riconosciuto Khodorkovsky e Platon Lebedev colpevoli di sei capi d'accusa tra cui l'evasione fiscale e sono stati condannati a nove anni di carcere ciascuno.(BBC)
L'idea che un oligarca, calcolatore come Khodorkovsky  sia una vittima innocente di una caccia alle streghe è una sciocchezza politica fasulla propagandata dai media occidentali. Putin l’ha sintetizzata meglio quando ha detto: "Un ladro deve stare in carcere". Allora, che sta succedendo  veramente qui? Perché la Reuters usa una citazione di Khodorkovsky, un criminale condannato, come titolo per difendere una   banda punk-rock ?   
Immaginate se Tony Hayward, della BP, fosse stato buttato in galera per aver inquinato  il Golfo del Messico. Questo fatto lo qualificherebbe come esperto del sistema giudiziario americano?  Allora la Reuters dovrebbe consultare Hayward anche sulle violazioni dei diritti civili?
 Riusciamo a vedere quanto tutto ciò sia stupido?
 Ha senso solo se i media sono parte di una più grande strategia segreta per attaccare Putin. E direi, dopo aver letto almeno trenta  articoli sull'incidente alla chiesa del  Cristo Salvatore di Mosca, che è esattamente quello che sta succedendo.
Non si tratta di Pussy Riot e della loro traversia legale, né di femminismo o di libertà di parola.
 Sono  tutte manovre politiche per mettere Putin in cattiva luce. Questo è tutto.
Basta dare un'occhiata a Google News. Fino a Lunedi scorso, c'erano 2.453 articoli su Riot Pussy, e tutti in lode delle ragazze coraggiose che si sono messe contro Vladimir il Terribile e rischiano per questo sette anni . In pratica questo è il succo della storia. Si ripetono sempre le stesse cose noiose: "Pussy buone - Putin cattivo".
 Ora non sarebbe bene pensare che in un paese di religiosi-fanatici come gli Stati Uniti,  almeno un paio di giornalisti avrebbero difeso la posizione della chiesa o avrebbero dovuto trovare una colpa in quello che hanno fatto le ragazze?  Certamente, ma non ho trovato nessun articolo di questo genere, motivo per cui la copertura mediatica “puzza”.
Allora, facciamo un piccolo esperimento e scaviamo un po' più a fondo su  questo argomento :  Supponiamo che un banda punk-rock di ragazze faccia irruzione nella Cattedrale di St Patrick o in una Sinagoga ebraica nel centro di Manhattan e requisisca  l'altare per fare una performance rauca e blasfema che deride i credenti  e anche  Barack Obama.
I media le darebbero un appoggio come hanno fatto con Riot Pussy?
 No di certo. L'idea è assurda, giusto?  

Allora, dove è la differenza ? 
E’ Putin la differenza.
I media stanno a caccia di Putin.  E -un'altra cosa – in America  le ragazze sarebbero state scortate come lo sono state premurosamente  a Mosca o le avrebbero colpite con il taser, con spruzzi di  pepe, bastonate e trascinate in catene da un piccolo esercito della polizia di NY ?
Tutti conoscono la risposta esatta.
Oggi probabilmente sarebbero tutte ancora in ospedale. Non si scherza con NYPD! Ai media non piace segnalare le violazioni delle libertà civili in patria.   Preferiscono puntare il dito contro gli altri.
Ecco perché ci sono  2500 articoli che difendono le povere  Pussy Riot abusate ma non c’è una parola su Bradley Manning, Julien Assange o sulle migliaia di manifestanti di Occupy che sono stati gasati, presi a pugni e incarcerati durante le proteste dello scorso anno.
Le idee di queste persone non appaiono in prima pagina né come campioni dei diritti civili, come Khodorkovsky,  perché non sono ricchi e potenti e non hanno un servizio di propaganda per difendersi.  Sono invisibili. A proposito, avete mai sentito se le Pussy Riot, le tre stelle nascenti,  sono state sbarcate fuori da un penitenziario in una remota isola dove sono arrivate su una lancia o se sono state tenute sveglie per settimane ascoltando musica a pieno volume o spogliate e lasciate nude in una cella frigorifera, o alimentate a forza con un tubo di plastica spinto verso l'alto senza anestesia, e costrette a rannicchiarsi in ginocchio per  dodici ore di fila?
 Avete sentito parlare di questo?  Naturalmente, no.  Perché il "tiranno" Putin non tortura la gente che ha arrestato.
 Solo gli Stati Uniti trattano i loro prigionieri in questo modo,  e questa è un'altra ragione per cui i media devono parlare tanto di questa storia delle Pussy.  Dovrebbero parlare del trattamento terribile che subiscono i prigionieri in custodia statunitense, non tirare pietre contro Putin.  E questo vale il doppio per i procedimenti legali.
Che cosa hanno da criticare i giornalisti americani sul cosiddetto "processo spettacolo"  di Mosca, quando dei sospetti terroristi incarcerati a  Guantanamo non c’è nessuna prova?   Ci avete pensato?
A Guantanamo non hanno nessun  diritto , non hanno diritto a comparire davanti a un giudice, non hanno diritto ad una giuria di loro pari, non hanno diritto di dimostrare la propria innocenza.                                    Zero libertà nella "terra degli uomini liberi".
Ma i giornalisti ben informati che seguono il processo Pussy non  pensano  che vale la pena di parlarne nemmeno per un  paragone.  Non è che vi sembrerà un po' strano?
Ora  c’è una clip di Spencer Ackerman per la rivista Foreign Policy: 
 
"Pussy Riot  è - per prendere in prestito le parole di Clash per un secondo - l'unica band che conta.   Quello che decideranno i giudici quasi non ha importanza.  Le tre ragazze di Pussy Riot  - un  esplosivo, odioso incrocio tra una band  e un gruppo di dissidenti russi anonimi - hanno, in un certo senso, già vinto il loro processo farsa  a Mosca. Ogni giorno che va avanti il loro processo per "atti di teppismo motivato da odio religioso", richiamano l'attenzione internazionale per la repressione paranoica nella Russia di Vladimir Putin. "
 ...Le tre ragazze non hanno fatto solo vergognare  Putin e incriminato il suo gangsterismo, ma hanno svincolato lel aspirazioni di una cultura di protesta globale. " (" Il  Punk è  di nuovo una minaccia " -Spencer Ackerman, Politica Estera).
Urrà per le "Pussy Riot" !       Boo per  "Vladimir Putin"!
Mai letto tante stupidaggini tutte insieme ?   Le Pussy  Riot  non sono Martin Luther King. (Mi dispiace darti la notizia, Spence.) Sono "utili idioti" in uno schema per buttare fango contro Putin.
Sapevate che Putin è probabilmente il leader politico più popolare nel mondo di oggi?  E 'vero. Ha appena conseguito una schiacciante vittoria nelle elezioni presidenziali facendo un pieno del 63,6 % di voti, più di ogni presidente americano nella storia recente.  E, a differenza delle elezioni negli USA, le schede non sono state conteggiate da macchine di proprietà dei “corporate”  delle quali i proprietari possiedono un codice che non permette nessuna indagine pubblica sui risultati.
No, quella era una vera e propria elezione, dove persone di carne e sangue hanno votato e le loro schede sono state contate veramente.
Secondo Russia Today:  "L'organizzazione complessiva del processo elettorale e tutto  il sistema di monitoraggio hanno avuto un feedback positivo da parte della maggior parte degli osservatori indipendenti russi e internazionali." 
 
 
 Naturalmente, i media statunitensi sostengono che il voto è stato truccato, ma questo perché l’uva è troppo alta.
La verità è che Putin è preso a calci in culo. Ma questo che cosa prova?  Dimostra che il popolo russo è troppo ingenuo o che i media occidentali diffondendo solo notizie false.
Allora, qual è quella buona?
Anche le elezioni dimostrano che la maggior parte dei russi non condividono le  opinioni delle Pussy Riot su Putin. La maggior parte delle persone non vuole  "far fare i bagagli a Putin ", come hanno detto le ragazze nella loro cosiddetta "preghiera di protesta". E questo è comprensibile, anche perché Putin ha fatto aumentare  il tenore di vita alla maggior parte dei russi. Ha ridotto la povertà,  l'alfabetizzazione è migliorata, e ha ridotto della metà il numero di persone che vivono in estrema povertà.
La vita è meglio sotto Putin.   Non perfetta, ma migliore ...  a meno che tu non sia un oligarca del petrolio, allora no.

Poi le cose sono abbastanza tristi. I media si sono ostinati  contro Putin da qualche tempo, da quando cioè ha contestato l'idea di un  mondo che dovrebbe essere controllato da "un solo centro di autorità". (In un discorso a Monaco nel febbraio 2007).
Ai pezzi grossi di Washington non piace questo genere di discorsi.  Li turba perché  a loro non piace il modo in cui Putin critica la politica estera americana.  Ecco perché hanno mandato i loro giornalisti - cani da attacco -  a incriminare Putin come un "delinquente della KGB" o un "despota autocratico", perché vogliono rimetterlo al posto suo.
Ciò che Washington vuole veramente è un cambiamento di regime. Vogliono un fantoccio simile a Karzai per sostituire Putin in modo che possano mettere le mani  (sporche) su tutto il favoloso petrolio e gas naturale.
Questo è quello che vuole veramente. Pussy Riot è solo un altro passo lungo il percorso.

Mike Whitney vive nello stato di Washington. E 'un collaboratore di Hopeless: Barack Obama and the Politics of Illusion.. Può essere raggiunto a fergiewhitney@msn.com

sabato 4 agosto 2012

La politica al Bar dello Sport 3


Capisco che la soluzione non è semplice, ma credo che occorra cercare in tutti i modi la via dell’unità. Il caso è urgente e come recita il Manifesto dei beni comuni “ non c’è tempo”. Eppure come direbbe il buon Brecht, tanto per stare ai luoghi comuni culturali maggiormente noti, “è la semplicità che è difficile a farsi”. Sarebbe bello se si trovasse un comun denominatore fra tutte le forze che si oppongono ad una politica di aggressione dei diritti del lavoro e delle sue tutele, oltreché del bene comune, ma c’è sempre qualcosa nella politica dei buoni che va in un senso centrifugo anziché centripeto. La scomposizione sociale, con la produzione di differenti embrioni di pensiero e di visioni multiformi di società, costituisce una ricchezza in periodi di espansione del ciclo produttivo e permette una sintesi certo di migliore qualità del prodotto sociale e politico, ma nella fase in cui siamo, dove si deve conciliare la difesa del reddito con la crescita economica e con la salvaguardia delle risorse naturali, in un contesto di grave precarietà degli equilibri sociali ed ambientali, l’unità nell'emergenza e nella ricerca di soluzioni generali, è l’unica medicina possibile.
Cosa ci riserva il futuro politico? A ben guardare almeno due blocchi di consistenza imprevedibile nel fronte delle opposizioni al liberismo più sfegatato: il primo composto presumibilmente da Di Pietro, Ferrero, parti del sindacato non giallo e i movimenti come ALBA e chissà cos’altro e l’altro quello delle liste civiche, capitanante dai sindaci con De Magistris in testa. Ragionando secondo i criteri statistici da Bar dello Sport, queste formazioni potrebbero potenzialmente incamerare un 10-15 % del consenso elettorale. Se consideriamo più o meno la stessa percentuale anche a Grillo, potremmo raggiungere un 30% di consensi per un’area virtualmente antiliberista o meno marcatamente liberista (ammesso e non concesso che Grillo si possa inscrivere al club dei fautori di una politica economica non allineata). Tutto ciò escludendo la sciagurata ipotesi delle liste civiche come stampella del Pd e di SEL (quest'ultimo a quanto pare definitivamente uscito dalla compagine dei buoni). Sull’altro fronte si collocano le destre montiane, tatcheriane o semplicemente paracule. In pole position abbiamo l’alleanza Pd/Vendola con la fiche di Casini da usare come rilancio dopo le elezioni, che potrebbe attestarsi sul 20-25%.  Segue il blocco degli astensionisti al 20-25% anch'esso e della destra cialtrona berlusconiana o post berlusconiana con un 15-20%. E qui abbiamo una grossa incognita, perché se buona parte dei ceti sociali di riferimento di questa parte politica non si ritiene sufficientemente tutelata e garantita da Casini, potrebbe ricompattarsi attorno ad un asse ricostituito Pdl-Lega e altre briciole, a meno di un offerta più allettante alla Montezemolo, concedendo percentuali decisamente maggiori al partito di Berlusconi. Difficile, considerando la crisi che stanno attraversando berlusconiani e bossiani, ma dall'imbecillità di una bella fetta di italiani c'è da aspettarsi di tutto. Credo che nella loro profonda cialtronaggine e disonestà intellettuale, certi ceti sociali parassitari e para-delinquenziali italiani, malgrado il disastro berlusconiano, avrebbero ancora lo stomaco per una scelta siffatta, considerata come quella più garantista dal punto di vista degli interessi di determinate categorie, anche a costo di dover pagare lo scotto del dilettantismo politico e dell'ingovernabilità dello stato. Comunque lo scontro fra due destre: quella di Bersani e quella dei berlusconiani con le frattaglie della lega, potrebbe addirittura risultare provvidenziale per i benecomunisti e per la sinistra, lasciando un ampio margine ad una terza coalizione alla loro sinistra.
Sarebbe facile a questo punto dire che se si trovasse un accordo fra Grillo e la sinistra antiliberista con Di Pietro, si avrebbero grosse chance di vittoria, considerando che molti dei militanti di SEL e del Pd, con una compagine convincente e dai grandi numeri in campo, potrebbero cambiare bandiera e che molti indecisi e astensionisti potrebbero convincersi a scommettere sul cambiamento. Ma come si dice dalle mie parti: “troppa grazia Sant’Antonio”.

venerdì 3 agosto 2012

Una dirigente di Sel rivela il piano segreto di Vendola: “Diciamo la verità agli elettori sul patto con Casini”

di  Massimo Malerba da violapost 

Ancora grane per Nichi Vendola. Il maldestro tentativo di sdoganare Casini e Buttiglione, naufragato per il momento grazie alla rivolta dei militanti di Sinistra e Libertà sul web, comincia infatti a produrre gravi lacerazioni dentro il partito.  E a nulla sono servite le bizantine precisazioni di Vendola se oggi Fulvia Bandoli, componente del coordinamento nazionale del partito e figura di spicco di Sel (una, insomma, che sa di cosa parla), lancia accuse pesantissime nei confronti del governatore della Puglia, rivelando quale sia l’operazione tattica  che Vendola e Bersani intendono mettere in campo. Ingannando gli elettori. Aspettando ulteriori precisazioni di Vendola, vi proponiamo l’illuminante intervento di Fulvia Bandoli che ringraziamo per la chiarezza:


“Il Patto con l’Udc come dice ogni giorno Bersani e come sta scritto nella carta degli intenti del Pd si farebbe dopo il voto…il patto tra centrosinistra e moderati darebbe vita al governo dopo Monti questo è il punto in discussione o non è ancora chiaro? E siccome agli elettori va detta la verità anche sul governo che si propone perché non è un dettaglio bisognerebbe dire che alle elezioni si presenta una coalizione per ora fatta da pd e sel ma che il governo sarà fatto anche con un patto di maggioranza con i moderati. Questa è la differenza sostanziale che ho io rispetto a Vendola, io credo che il centro sinistra debba provare a vincere e a governare da solo, come ha fatto la sinistra in Francia, come abbiamo fatto in tanti comuni, dove come a Milano pareva che non avessimo nessuna possibilità, una alternativa per me è così…..il patto di legislatura con l’Udc non mi convince. E mi scuso con quei compagni che dicono che io non avrei capito…A me pare di avere capito. se poi ho capito male me ne scuso e con questo termino questa lunga discussione.”
Qui il link della conversazione

giovedì 2 agosto 2012

Ma l'euro è davvero fallito?

di Sergio Cesarotto da il Manifesto

I mercati si sono ieri ripresi e gli spread di nuovo calati sotto i 500 punti. Questo in seguito alle foto di Merkel e Hollande – che tanto ci ricordano Merkosy – che giuravano che l’euro sopravvivrà, e le coeve dichiarazioni di Draghi che la Bce farà di tutto per salvare la moneta unica. In costoro v’è da credere, così come non deve preoccupare l’opposizione della Bundesbank che super-MarioD, si dice, sta cercando di ammorbidire. Costoro non vogliono infatti far cadere l’euro, ma semplicemente tenere i popoli europei sulla griglia dell’austerità, per cui 450 punti di spread vanno benissimo. Un po’ troppi per Monti, a cui andrebbero bene 200, sufficienti per continuare le politiche di attacco a diritti sociali e lavorativi salvando la faccia.

Una sinistra autorevole pretenderebbe che la Bce ripristinasse i 25 punti pre-crisi. Senza dimenticare che questo costituirebbe solo il primo passaggio verso la risoluzione della crisi, la quale richiede un radicale ridisegno dell’impianto europeo. L’euforia dei mass media di regime per l’ennesimo evitato crollo dell’euro altro non è che l’ulteriore esempio della disinformazione denunciata dall’appello di martedì scorso su questo giornale. Poiché, inoltre, nulla di concreto è stato deciso, in quanto linea degli annunci appare bastevole a non far scappare di mano la situazione, si ricomincerà presto col balletto degli spread.

Che questo cuocere i popoli europei a fuoco lento, questo continuo stop and go, sia voluto è confermato dalle opinioni che qualche giorno fa The Guardian riportava di uno dei più influenti economisti del dopoguerra, l’ultra-liberista canadese e premio Nobel (conferito dalla Banca di Svezia) Robert Mundell. Paradossalmente la teoria della «aree valutarie ottimali» di Mundell viene richiamata proprio da coloro che denunciano l’assurdità di una unione monetaria fra paesi troppo disomogenei (un contributo all’e-book di Micromega Oltre l’austerità discute questa tesi). Avendo forse questo in mente, Draghi ha pochi giorni fa paragonato l’euro a un calabrone che deve ancora imparare a volare. Mundell guarda con sufficienza a tale interpretazione: in verità l’euro sta funzionando benissimo. Esso non è nato per unificare una Europa solidale in una comune crescita sostenibile, ma per fare piazza pulita dello stato sociale, diritti sindacali, regolazioni dei mercati e della finanza, e tutela artistica e ambientale, tutto quello che, a suo dire, gli ha reso la vita difficile durante i soggiorni nella propria magnifica antica villa in Toscana.

Che dunque l’euro abbia condotto a una crisi epocale va benissimo. Tutto subito non si poteva ottenere. La liberalizzazione dei movimenti di capitale cum moneta unica ha portato a boom fittizi nella periferia europea, ora indebitati verso i paesi forti. Questo consente ora di far passare misure di contrazione fiscale e di riduzione dei diritti sociali e sindacali prima inimmaginabili. Questo naturalmente vale anche come ammonimento per i lavoratori dei paesi forti: che in Germania sindacato e sinistra non si azzardino a ridiscutere quanto loro stessi hanno implementato alla fine del secolo scorso.

Allora tutto torna. L’euro, come afferma Mundell, è il Reagan europeo. L’irresolutezza europea, e quella italiana di Monti, è voluta: si impedisce alla situazione di esplodere, mantenendola sul filo dell’abisso per terrorizzare le popolazioni e assestare il colpo definitivo alle conquiste del secolo scorso. Rimane solo da domandarsi quando la parte maggioritaria della sinistra italiana farà la necessaria autocritica per avere, in buona o cattiva fede, assecondato questi disegni e, soprattutto, cosa dovrà mai accadere perché ritenga la misura colma? Se non ora, quando?

mercoledì 1 agosto 2012

Vendola: liberismo e muerte


Per quanto mi riguarda, se Vendola si allea con Bersani e con Casini, si chiama fuori non solo dalla sinistra, ma anche dal comune buonsenso. L'alleanza con il Pd, sulla base di una Carta di Intenti che nella sua sconcertante banalità cela l'aspetto più orribile di questo partito, e cioè la scelta liberista imposta all'Europa dagli stessi fautori della crisi che stiamo attraversando, se davverso si realizzasse, sarebbe non una scelta semplicemente sbagliata, bensì il segno evidente di una profonda disonestà intellettuale. 
Lo abbiamo detto in tutti i modi possibili: non ci si può alleare con i complici di quello, che anche agli occhi di uno sprovveduto, è un inganno colossale, ordito allo scopo di servirsi della crisi come di un grimaldello buono per scardinare tutte le conquiste del secolo breve e per instaurare un Nuovo Ordine Mondiale (Rockfeller dixit). Come concilierà Vendola la sua strampalata narrazione antiliberista con il tatcherismo dei montiani? Userà l'ambiguità che lo contraddistingue per convincerci che l'alleanza con il Pd è l'unico ponte che separa una sisnitra sterile e massimalista da una sinistra fattiva e di governo?
Vendola gioca alla roulette russa a sua insaputa: se gli va bene gli daranno il Ministero delle pari opportunità e quello dell'ambiente, se gli va male lui e il suo movimento avranno cessato di esistere,  e forse non sarà un gran male.

domenica 29 luglio 2012

Trattativa, parla il pentito Mutolo: "Stato e mafia sempre a braccetto"


Ho ritenuto valesse la pena di postare questo articolo apparso sul Fatto Quotidiano di oggi, perché, pur nel lessico sgangherato di un mafioso poco avvezzo alle raffinatezze della cultura, riesce a dare un'idea di una parte importante della storia dell'Italia dell'ultimo ventennio, molto meglio di qualsiasi trattato o dissertazione accademica.

E' stato l'autista di Riina: "Dopo l'arresto sono andati a casa sua, c'erano cose che inguaiavano i politici, hanno fatto finta di nulla. Senza di noi non ci sarebbe stata la Dc e nemmeno Berlusconi. Ingroia lo mandano in Guatemala, lui sa che è meglio così"


di Silvia Truzzi da ilfattoquotidiano

processo interna nuova
Il nome di un morto e la sua strada, “tutt’assieme” come direbbe lui. Gaspare Mutolo, pentito di mafia, ha una personale mappa di Palermo: è un cimitero senza pace. Oggi la città dell’odio la dipinge ad olio, ed è soprattutto mare. In mezzo vent’anni di collaborazione con le istituzioni: il salto nel vuoto, dall’altra di una barricata con pochissimi eroi e troppi farabutti (tanti travestiti da uomini dello Stato), l’ha fatta con e per Giovanni Falcone. È lui il pentito che Borsellino stava interrogando nei dintorni di Roma, quando ricevette la famosa convocazione dal ministro.
Mutolo, come succede che un mafioso si pente?
Perché vengono traditi i sentimenti e non si ha più paura. A Buscetta gli avevano ucciso due figli, il genero, il cognato. A Mannoia il fratello: se uno è rispettato, non gli toccano nessuno. Appena Mannoia si vede toccato il fratello, parla con Falcone. Ma nemmeno terminò che noi mafiosi sapevamo che stava collaborando: avevamo le nostre fonti. Ma è successo qualcosa, è la prima volta in assoluto che la mafia uccide tre donne: sorella, madre e zia. Avevamo avuto anche qualche lamentela perché era con Giovanni Bontade, il fratello di Stefano, era stata uccisa anche la moglie.
Fa una differenza?
Sì: il palermitano ha una venerazione per la donna, è diverso dal catanese o dal trapanese: noi palermitani per la donna abbiamo un sentimento diverso proprio. Quando è stato deciso l’omicidio Falcone? Falcone lo seguivamo da vicino, era temuto e ammirato dai mafiosi. Aveva il coraggio dell’intelligenza. Diverso da tutti. Dell’omicidio di Falcone noi ne parliamo già durante il maxiprocesso: avevano scoperto il suo villino vicino a Valdese, c’era uno che aveva una pizzeria che ci raccontava gli spostamenti. Volevamo ucciderlo in una strada sterrata e boscosa. Santapaola aveva mandato addirittura un lanciamissili Katyusha: era “il regalo per il giudice Falcone”. Ma era molto scortato, non se ne fece nulla.
Lei lo sapeva che Falcone sarebbe stato ucciso?
Logico. Dopo che fu confermata la sentenza del maxi processo – io ero in carcere – i mafiosi cominciano a dire: ora ci dobbiamo rompere le corna a tutti, ai politici e ai magistrati. Non avevano mantenuto le promesse. Infatti muore Lima, infatti muore Falcone.
E lei perché si pentì?
Per delusione che avevo con Riina decido di parlare con Falcone: nel dicembre del ‘91 gli mandai un messaggio attraverso un avvocato: “Dicci a Falcone che Mutolo gli vuole parlare”. Lo ammiravo e lo volevo aiutare. Venne il 15, gli dissi: “Voglio collaborare. E comincerò a parlare dal suo ufficio e dalla Cassazione, fino in Parlamento.
Lo avvisò del pericolo?
Gli dissi che i mafiosi erano preoccupati perché non c’era più Carnevale. Carnevale era la nostra roccaforte in Cassazione (il giudice Carnevale fu assolto dalle accuse in Cassazione, dove, dopo una sospensione, ancora esercita le funzioni, ndr). È incredibile che faccia ancora il giudice.
E Borsellino?
Venne il 1 luglio del ‘92 la prima volta, insieme al giudice Aliquò. L’incontro doveva essere segreto: a Mannoia, mentre collaborava gli hanno ammazzato tutta la famiglia.
Poi arrivò la telefonata.
Mi disse: “Vado dal ministro”. Finalmente, poco tempo fa, Mancino l’ha ammesso: lo poteva fare vent’anni fa che non c’erano tutte queste chiacchiere, di aver stretto la mano a Borsellino. Comunque poi Borsellino torna da me. Ed era preoccupato che già sapevano del nostro incontro, era una cosa segretissima. Per lui era stato uno choc.
Lei non aveva paura di Riina?
Se avevo paura m’impiccavo da solo. Borsellino diceva: chi ha paura muore tutti i giorni.
Che rapporti aveva con Riina, prima?
C’imparai la dama. Ce lo voglio dire perché così anche lui si può ricordare dei momenti belli. Riina mi ha dato tanto e mi ha voluto bene tanto. Mi ha fatto regalare 50mila lire a testa da tutti i mafiosi per il mio matrimonio: ho fatto a mezzo con il compare d’anello. Lo fece sia per farmi avere soldi che per informare che lui ci teneva a me. In carcere una volta lo aiutai, che a lui ci era venuta la diarrea. Tutta la notte l’ho vegliato.
La trattativa è vera?
C’è, è stato rinviato Totò. E io non me la bevo che non sono andati a casa di Riina dopo che l’hanno preso. Se mi dicono: o tu cambi opinione o ti mandiamo alla fucilazione, io vado alla fucilazione. Perché è impossibile che non abbiano perquisito. Sono andati in casa di Riina, hanno trovato cose che inguaivano i politici e hanno fatto finta di nulla.
C’erano rapporti tra la mafia e le istituzioni?
Nel ‘71 il capomafia di Bagheria, Antonino Mineo, gli disse a Franco Restivo, ministro dell’Interno: dicci al tuo compare che se vuole mandare al confino noi palermitani, il primo che ci deve andare sei tu. Se no facciamo la pelle a te e a lui. Questi erano i rapporti: convivenza e connivenza, i contatti tra mafia e forze dell’ordine, mafia e politica ci sono sempre stati. Ci sono stati personaggi cui hanno pulito i cartellini penali per fargli fare i sindaci. La Sicilia è una fonte di guadagno e di voti, senza non ci sarebbe stata la dicci, Andreotti e nemmeno Berlusconi, che tramite Dell’Utri era legato a molti mafiosi. Io a Berlusconi lo ammiro, ci sa fare. Non m’interessa del bunga bunga, perché c’era già a Palermo molti anni prima.
Cioé?
A questi uomini politici ci piace la bella vita. Nel ‘74 mi trovai in casa dell’onorevole Matta, della diccì: aveva una villa a Partanna Mondello, la mia zona. Sotto c’era un night club, con le luci, un giradischi, una distilleria di liquori con centinaia di bottiglie. E una parete intera di vestiti di lamè e di scarpe: servivano per le “signore”.
Torniamo a oggi: lei ha detto “ci vorrebbero cinque Ciancimino per ripulire Palermo”.
Massimo Ciancimino dice cose importanti. È assurdo che si sia bruciato con il pizzino che nomina Gianni de Gennaro. Quella porcata l’ha combinata o gliela hanno fatta combinare? Mentre Ciancimino si trovava a Bologna, lo so da persona fidata, hanno fermato due persone che si aggiravano attorno alla sua casa: erano due dei servizi segreti. Io credo che volevano fermarlo. Come a Ingroia.
Cioè?
Adesso a Ingroia lo mandano in Guatemala: lui dice che ha accettato e ci vuole andare. Ma secondo me lui sa che è meglio così, perché ormai è un grande conoscitore della mafia: che deve fare, deve diventare un altro Borsellino o un altro Falcone? Speriamo che le cose cambino, anche se finché ci sono uomini come Dell’Utri e Mannino (assolto per concorso esterno, di nuovo indagato per trattativa) a decidere le cose politiche, non ci sono speranze. La Sicilia è bella, io sono sicuro che mi farò uccidere là, ci voglio tornare.
Quante persone ha ucciso?
Tante. Ma c’era sempre una giustificazione.
Non è pentito?
Forse nemmeno era giusto uccidere queste persone, è una cosa che capisco ora. Ma sempre c’era una giustificazione. Non è cosa di cui avevo colpa. Una volta ho ucciso un tale, Imperiale, a pugnalate (che è diverso da uccidere con la pistola.) Quando mi sono guardato allo specchio ero una maschera di sangue. Non lo dimenticherò mai.
Lei ora è un pittore, e una volta ha detto: “Quando dipingo mi dimentico chi sono”. È difficile avere il suo passato?
Io ho rifiutato il mio passato: per dimenticarlo che debbo fare, mi devo suicidare? Ho fatto quello che pensavo giusto. Oggi accendo la musica, dipingo il mare. A volte mi commuovo perché so che sto dipingendo Mondello. Mi sento un altro e vorrei essere quello, ma non posso cambiare il passato. Finché sarò in vita sarò sempre l’assassino che ha fatto quello che ha fatto.
Si ricorda lo sguardo di qualcuno degli uomini che ha ucciso?
Gaspare Mutolo, che ha parlato per tre ore senza fermarsi, sorride amaramente per un tempo lungo. E poi dice: “lo sguardo di chi muore sempre quello è. Pensi: è arrivato il mio momento. Quello sguardo l’ho avuto tante volte anch’io.

Riabilitazione psichiatrica e Kung-fu (repost, 30 Gennaio 2011)

da doppiamente

Come mi ha spiegato un mio amico cinese, se non ho capito male, Kung-fu nella lingua dei mandarini significa “fare qualcosa” in un senso molto generale. Ecco fare qualcosa di assolutamente generico è un po' il mantra della riabilitazione psichiatrica. Altro che Spivak, Ciompi o la Terapia Psicologica Integrata di Brenner, quando nei Centri di Salute Mentale (CSM) si decide di fare qualcosa che abbia una parvenza di riabilitazione, la scena è una sorta di brain storming per menti vacue, dove ognuno partorisce una sua idea indipendentemente dall'osservanza di protocolli, tecniche sperimentate, linee guida ecc. Si alza qualcuno e dice: propongo la montagna terapia, mio cugino mi ha detto che va molto soprattutto nei CSM della pianura padana, ci sono anche pubblicazioni in merito...Un altro se ne viene fuori con gli scacchi, vuoi mettere la stimolazione cognitiva, l'infermiera obesa, tira fuori il corso di tombolo, una cosa fantastica, da fare subito dopo il corso di cucina. Tutto bello ed entusiasmante soprattutto per la primaria che ogni giorno ti pungola perché bisogna trovare i pazienti per fare il tale corso altrimenti non si va sui giornali locali. Hai voglia a dirle che non sono loro a doversi adattare alle nostre esigenze, semmai dovrebbe essere il contrario.
Naturalmente molti corsi sono disertati dai pazienti e molti altri sono frequentati di malavoglia e solo perché c'è un rapporto di soggezione fra medici e certi pazienti. La riabilitazione, quella seria e quella meno seria si scontra quasi sempre con la volontà del paziente, che nella maggior parte dei casi preferisce passare il tempo a fumare e a desiderare qualche donna o uomo che mai si sognerebbe di toccarli nemmeno con un canna appuntita. La volontà come tutti sanno è una delle proprietà umane che viene intaccata per prima nelle malattie gravi come le psicosi schizofreniche, allora occorrerebbe riabilitare per prima la volontà se si vuole avere qualche possibilità di successo. Come fare? Kung-fu.
A essere sinceri una volta ho organizzato un torneo fra CSM della regione dove giocavano pazienti, medici e infermieri e ho notato enormi benefici, sia nei medici che nei pazienti. Molti ragazzi che non socializzavano più con nessuno, si sono fatti prendere dall'entusiasmo e hanno cominciato a insultarsi allegramente fra di loro, ragionando anche di tecniche di gioco. Altri che non avevano mai visto una doccia, dai e dai alla fine sono riusciti a superare il pudore e la timidezza e a farsi la doccia insieme agli altri. Significa che il calcetto è una terapia riabilitativa valida di per sé? Non credo, ma comincio a pensare che in ogni caso funzioni più del Serenase per certi pazienti. Kung-fu.
Certo applicare i dettami di Spivak forse sarebbe meglio, ma dalle nostre parti gli amministratori non amano i nomi slavofoni o che suonano tali, non si sa mai, quella è gente strana. L'unica sacerdotessa del metodo Spivak che avevamo è dovuta scappare a gambe levate dall'Abruzzo e tornarsene il Emilia. Eppoi non siamo la Svizzera qui, non c'è il setting adatto, non ci sono strutture, personale ecc. Inoltre La dottrina parla di “assi della casa e del lavoro” attorno ai quali ruota la riabilitazione stessa. Chi gliela da la casa e il lavoro agli psicotici? Non rimane che una cosa.
Kung-fu.
 

La violenza della malattia. Il Dr House e la psichiatria (repost)


hand on fire 
Tempo fa ho visto un episodio del Dr House, che in preda ad allucinazioni visive terrificanti (vedeva la ragazza morta del suo migliore amico), credendo di essere diventato psicotico, malgrado la consapevolezza di malattia non si associ alla psicosi, si provoca un coma insulinico per scacciare il fantasma che lo perseguita e guarire così dai sintomi di quella malattia così come si guarisce da una polmonite.
House è l’esempio perfetto del pragmatismo che utilizza tutti i mezzi a disposizione per risolvere un problema nella maniera più efficace senza troppe complicazioni di tipo ideologico o deontologico.
Il gesto di House, al di là dell’aspetto fantasioso e troppo rigidamente consequenziale delle sue deduzioni, da l’idea di come sia impossibile considerare determinati fenomeni in campo medico, al di fuori di un contesto sociale e culturale che ne definiscono non tanto l’attendibilità in termini scientifici, quanto l’alone emotivo e i contenuti di potere che essi esprimono.
Il ruolo dei medici e degli psichiatri dei primi del novecento riflette un’asimmetria all’interno del corpo sociale, dove il “tecnico” deputato alla cura, nella fattispecie il medico alienista, era anche depositario di un potere assoluto sui malati delle classi inferiori. Un potere che si esercitava col diritto di abusare del malato e sperimentare su di lui qualsiasi cura. Il primato della medicina era anche il predominio sulle vite dei matti appartenenti ai ceti bassi, che rivestivano il ruolo ambivalente di malati e perturbatori sociali al tempo stesso. Elementi infetti da tenere isolati dal resto della società.
L’errore più grande è quello di associare le pratiche che i medici usavano ai ruoli e alle finalità di una società classista e razzista ed anche a un milieu intriso di terrore e di intimidazioni. Presi di per sé le terapie somatiche quando non sono eccessivamente brutali rivestono un ruolo neutrale. Certo il coma insulinico è brutale, ma anche gli interventi chirurgici o la chemioterapia lo sono, eppure nessuno si sognerebbe di proibire né gli uni né l’altra.
Intendiamoci non voglio affermare l’idea che bisognerebbe rivalutare il coma insulinico o l’ETC ( su quest'ultimo ci sarebbe molto da dire), voglio solo affermare che la violenza della psichiatria è stata e continua in casi sporadici ancora oggi, a essere principalmente una violenza istituzionale e sociale, che deve essere disgiunta dalle pratiche da essa adottate, almeno da quelle che non hanno un valore punitivo ma esclusivamente terapeutico. Per queste ultime vale il principio dell’efficacia provata con i criteri della scienza e non quello della ripulsa scatenata dalle immagini cruente che essi evocano. Il loro contenuto di violenza e di abuso è commisurato unicamente alla loro inutilità e all’arbitrarietà con cui vengono usate.
Purtroppo quando si parla di psichiatria si finisce per considerare un solo aspetto di questa, ed è quello riguardante la seconda parte della biografia di chi è affetto da malattie mentali, quello cioè inerente alla stratificazione della malattia e alle modificazioni irreversibili che essa provoca nella personalità dell’individuo.
Basaglia si è occupato di questo secondo tempo, ed ha ritenuto giustamente che nella fase di cronicità della malattia mentale, l’aspetto preponderante è il recupero della libertà e della dignità dell’individuo, poiché il problema a quel punto è unicamente quello di fare in modo che il malato e la società in cui egli è cresciuto, riescano a convivere nella maniera migliore possibile con ciò che l’individuo stesso è diventato. Lo stigma sociale e l’istituzionalizzazione inoltre, erano considerati essi stessi fattori favorenti l’instaurarsi di processi di cronicizzazione della malattia, da qui l'abolizione dei manicomi.
Si dirà che ciò che uno diventa è anche il frutto del contesto sociale in cui vive, e quindi diventa prioritario cambiare alla radice quello stesso contesto, ma tutto ciò è riduttivo e ci riporta alle sciagurate tesi della malattia mentale come prodotto della divisione in classi della società. L’atteggiamento della società nei confronti della malattia mentale e l'ordinamento sociale su cui essa si regge, condizionano il destino delle persone in maniera decisiva, ma raramente  sono causa diretta di malattia.
I basagliani odierni sono in larga parte ignari dei progressi della ricerca in campo medico-scientifico e sono tremendamente sospettosi verso qualsiasi fenomeno o atteggiamento in odore di organicismo. Se consideriamo la psichiatria come in ogni altra branca medica, non possiamo non tener conto che esiste una fase acuta della malattia e una fase cronica. L’aspetto terziario della malattia coinvolge processi di natura sociale e politica, e qui occorre certamente intervenire, ma l’aspetto primario richiama principalmente l’essenza biologica dell’umano, un’essenza che contiene in fieri la possibilità di ammalarsi a prescindere dalle appartenenze di classe e dal contesto sociale in cui vivi. Non possiamo ignorare quest’aspetto a meno di non voler considerare la cura del malato psichiatrico una ritualità che potrà essere addolcita dall’umanità di psichiatri democratici, ma non porterà mai a nessun reale progresso.
La violenza della malattia non è inferiore alla violenza delle istituzioni, anche se è una violenza neutrale.(F.C.)