giovedì 7 giugno 2012

Perché il Pd non è un partito di sinistra


di Matteo Pucciarelli da Micromega

In Italia esistono tre destre: la destra di Berlusconi, che si traduce nel fare gli interessi di Berlusconi; la destra dei tecnocrati, che si traduce nel fare gli interessi di chi ha di più; e poi il Pd, che si traduce nel fare gli interessi di chi ha di più. Cosa cambia fra tecnocrati e Pd? Che i tecnocrati lo fanno con naturalezza, nel Pd lo si fa con lo zelo tipico di chi vuole emendarsi dalle colpe passate. In questo caso, aver militato in un partito denominato “comunista”. Il dirigente piddino ha perduto (volutamente, pervicacemente) ogni legame col proprio passato alla fondazione del Pd stesso. Con la scusa di disfarsi dei vecchi simboli – ricordate?, tutto quell’armamentario fatto di bandiere rosse, feste dell’Unità, la dizione “di sinistra”, le sezioni trasformate in circoli e così via – ha consentito a se stesso di fare il salto di qualità: abiura totale in cambio del fedele servizio alla Causa. Cioè levarsi dai coglioni il mondo del lavoro per sposare il mondo dei datori di lavoro. Scusate se è poco.
In ogni spunto e riflessione, il rappresentante medio del Pd (pochissime eccezioni, ma un nome va fatto: Enrico Rossi) riesce a esprimere – e spesso realizzare – posizioni chiaramente “moderate”. Ma furbescamente ammanta tutto ciò con la parolina magica: «riformismo». Tradotto, lo smantellamento dello Stato sociale. Però graduale. Spacciando per una cosa di sinistra – appunto – la gradualità in questa rincorsa verso un destino considerato ineluttabile. Vedi l’avvincente storia della riforma Fornero (articolo 18).
Si fa un gran parlare di coalizioni, alleanze, liste civiche. Sui programmi, silenzio totale. Siccome destra e sinistra esistono eccome, anche se Beppe Grillo dice di no, un elettore medio di sinistra (non il comandante Marcos) a un eventuale governo progressista chiederebbe: abolirete la legge Biagi? Farete tornare l’articolo 18 così com’era? Inchioderete i Marchionne di questo Paese alle proprie responsabilità? Metterete una patrimoniale vera? Riporterete a casa le truppe in Afghanistan e in Iraq? Garantirete a due persone dello stesso sesso la possibilità di sposarsi? Il testamento biologico sarà finalmente legge?
Chi conosce minimamente il Pd, così com’è composto e guidato oggi, sa che la risposta a queste sette semplicissime domande è «no». Ecco perché il Pd non è di sinistra. Ed ecco perché continuare a sperare in un ravvedimento di chi lo guida è tempo perso.
PS. Nel Pd una cosa bella c’è. Sono gran parte dei suoi militanti e simpatizzanti, che invece direbbero dei convinti “sì” a quelle sette – banalissime – richieste.

mercoledì 6 giugno 2012

Sostiene Cremaschi

Perfettamente d'accordo. Le discriminanti fondamentale sono l'Art. 18 e la controriforma Fornero delle pensioni.  Vogliamo sentire parole chiare da questi sindacalisti (fra i quali non conto i Bonanni, le Camusso e gli Angeletti, che difendono i diritti dei lavoratori come una faina difende un pollaio). 
Insomma Landini che si fa con pensioni e articolo 18?
Se avete intenzione di continuare a balbettare è meglio che vi rivolgiate ad un logopedista.(F.C.)
Cosa vuole la Fiom dalle forze politiche? Leggendo i giornali, risulta un insieme di richieste confuse e generiche, fatte apposta - direbbe un malizioso - per far andare tutti d’accordo. Domanda secca: se la Fiom incontra Bersani gli chiede di non votare la controriforma sull’articolo 18? E se la Fiom parla di prossime elezioni, chiede che uno dei primi punti del programma da sostenere sia la cancellazione, non la attenuazione, della controriforma Fornero sulle pensioni assieme a quella del lavoro? Il fiscal compact si accetta o si respinge? Il pareggio di bilancio in Costituzione resta così o viene rimesso in discussione? "

Adesso si mette a fare politica in proprio, mentre la Cgil lascia passare l’attacco all’articolo 18. No, non ci siamo proprio.
"Così la Fiom, anziché essere quel modello sindacale positivo, che ha suscitato tante speranze nel mondo del lavoro, rischia di essere parte della crisi della Cgil e persino di aggravarla. Le lotte eroiche dei metalmeccanici di questi ultimi anni non meritano di finire nel teatrino della politica italiana."
Fonte: Il Fatto Quotidiano

APPELLO PER UN’EUROPA DEMOCRATICA. Sosteniamo la sinistra radicale greca – Etienne Balibar, Rossana Rossanda, Michel Vakaloulis


da soggettopoliticonuovo
 
Tutti sanno che, nell’evolversi degli avvenimenti che in tre anni hanno spinto la Grecia nell’abisso, le responsabilità dei partiti al potere dal 1974 sono schiaccianti. Nuova Democrazia e Pasok hanno perpetuato corruzione e privilegi, ne hanno beneficiato e fatto ampiamente beneficiare fornitori e creditori della Grecia, mentre le istituzioni comunitarie guardavano altrove. Potremmo stupirci del fatto che la Ue o l’Fmi, trasformati in baluardi di virtù e di rigore, si impegnino a riportare al potere questi stessi partiti che non hanno più nessun credito, denunciando il «pericolo rosso» incarnato da Syriza, minacciando di tagliare i viveri se le elezioni del 17 giugno confermeranno il rigetto del Memorandum come il 6 maggio scorso.
Non soltanto questa ingerenza è in flagrante contraddizione con le regole democratiche più elementari, ma le sue conseguenze sarebbero drammatiche per il nostro avvenire comune. Ci sarebbe una ragione sufficiente per rifiutare, in quanto cittadini europei, di lasciar soffocare la volontà del popolo greco. Ma la situazione è ancora più grave. Da due anni i dirigenti dell’Unione europea, in stretta concertazione con l’Fmi, lavorano per spossessare il popolo greco della sovranità. Con il pretesto del risanamento delle finanze pubbliche e di modernizzare l’economia impongono un’austerità che soffoca l’attività economica, riduce alla miseria la maggioranza della popolazione, smantella il diritto del lavoro. Questo programma di risanamento sul modello neoliberista sfocia nella liquidazione dell’apparato produttivo e nella disoccupazione di massa. Per imporlo, c’è stato bisogno addirittura di uno stato d’emergenza senza equivalenti in Europa occidentale dalla fine della seconda guerra mondiale: il bilancio dello Stato è dettato dalla troika, il parlamento greco è ridotto a una camera di registrazione, la Costituzione più volte aggirata. La decadenza del principio di sovranità popolare va di pari passo con l’umiliazione di un intero paese. In Grecia è stato toccato il fondo, ma questa deriva non riguarda solo la Grecia. Sono tutti i popoli delle nazioni che la costituiscono ad essere considerati dall’Unione europea alla stregua di entità trascurabili, quando si tratta di imporre un’austerità contraria ad ogni razionalità economica, di combinare gli interventi dell’Fmi e della Bce a favore del sistema bancario, o di imporre dei governi di tecnocrati non eletti.
I risultati del 6 maggio scorso non lasciano nessun dubbio sul rigetto massiccio della politica imposta dalla troika. Di fronte alla prospettiva di una vittoria di Syriza è stata scatenata una campagna di disinformazione e di intimidazione sia all’interno del paese che a livello europeo. Questa campagna mira ad escludere Syriza dal contesto degli interlocutori politici degni di fiducia. Tutti i mezzi sono buoni per squalificarla, a cominciare dall’etichetta di «estremista» che gli è stata appiccicata e dal parallelismo che viene fatto con i neo-nazisti di Alba dorata. A Syriza sono state addebitate tutte le tare: imbroglio e doppio linguaggio, irresponsabilità e infantilismo rivendicativo. Stando a questa propaganda odiosa, Syriza metterebbe in pericolo le libertà, l’economia mondiale e la costruzione europea. La responsabilità congiunta degli elettori greci e dei nostri dirigenti sarebbe di sbarrargli la strada. Brandendo la minaccia di un’esclusione dall’euro e di altri ricatti economici, si sta organizzando una manipolazione del voto popolare.
Noi, firmatari di questo testo, non possiamo tacere di fronte a questo tentativo di spossessare un popolo europeo della propria sovranità. Bisogna che cessino immediatamente sia la campagna di stigmatizzazione di Syriza sia i ricatti relativi all’esclusione dall’eurozona. Tocca al popolo greco decidere del proprio destino, respingendo ogni diktat. Lo affermiamo a nostra volta: è tempo che l’Europa capisca il segnale inviato da Atene il 6 maggio scorso. È ora di abbandonare una politica che porta alla rovina la società e mette i popoli sotto tutela con lo scopo di salvare le banche. È urgente mettere un termine alla deriva suicida di una costruzione politica ed economica che affida il governo agli esperti e istituisce l’onnipotenza degli operatori finanziari. Ci vuole un’Europa che sia opera dei propri cittadini, al servizio dei loro interessi.
In ogni paese due Europe, politicamente e moralmente antitetiche, si affrontano: quella che mira a spossessare gli esseri umani a vantaggio dei banchieri e quella che afferma il diritto a una vita degna di essere vissuta e si dà collettivamente i mezzi per realizzarlo. Ciò che vogliamo quindi con gli elettori, i militanti e i dirigenti di Syriza non è la scomparsa dell’Europa ma la sua rifondazione. È l’ultraliberismo che favorisce la crescita dei nazionalismi e dell’estrema destra. I veri salvatori dell’idea europea sono i partigiani dell’apertura e della partecipazione dei cittadini, i difensori di un’Europa dove la sovranità popolare non è abolita ma estesa e condivisa. Ad Atene è in gioco l’avvenire della democrazia in Europa e dell’Europa stessa. Per una sorprendente ironia della storia, i greci impoveriti e stigmatizzati si ritrovano in prima linea nella nostra lotta per l’avvenire comune. Ascoltiamoli, sosteniamoli, difendiamoli! *tutte le firme su www.left.gr

Fonte: Il Manifesto 06/06/2012 


Basta scuse, basta Pd


I ricatti - o con noi o andiamo da soli – poi i pretesti come quello ultimo dell'Agicom. Questo Di Pietro e Vendola, che hanno adottato la tattica furbetta di scaricare la colpa sul bambino cattivo: “è colpa tua se non giochiamo insieme, noi ci abbiamo provato, ma sei tu che non hai voluto”. Quella dell'Agicom è l'ennesima storia all'italiana di lottizzazione di nomine istituzionali, niente di nuovo, sono cose che avvengono tutti i giorni (non è un modo di dire) e alle quali mi dispiace dirlo non è immune nessuno, neanche Vendola e nemmeno Rifondazione. Con l'Agicom hanno trovato la scusa buona per fingersi indignati. Laddove si hanno responsabilità di governo, la meschinità dei singoli si mescola ad una malintesa realpolitik che porta inevitabilmente tutti a sedersi al tavolo dove si mangia. Ne sanno qualcosa i transfughi del Pd e di altri partiti che si sono imbarcati nel partito di Vendola e persino in quello di Ferrero, pregustando future spartizioni. Ad ogni modo se nessuno è perfetto è chiaro come la luce del sole che una coalizione con il Pd sarebbe il tracollo di ogni buona intenzione e, aggiungerei io, una iattura bella e buona, visto lo spettacolo che stanno dando. 
Se si vuole cambiare l'Italia forse è meglio smettere di essere italiani, lasciando perdere giochetti da grandi strateghi da Bar dello Sport e cominciare a fare sul serio: dire agli italiani cosa si vuol fare veramente, in base a quale programma e con quali soggetti politici.
Attendiamo speranzosi.

martedì 5 giugno 2012

I teorici dei listoni che vogliono riscrivere la geografia della sinistra


da soggettopoliticonuovo

Le parole di Scalfari, i rimbrotti di Mauro, i progetti dei prof. alla Ginsborg e la discriminante dell’appoggio al governo Monti che taglia in due persino il partito di CDB
Roma. Roberto Saviano non si candida, Ezio Mauro spiega nello spazio pubblico della riunione quotidiana che la lista di Rep. “è una scemenza e un’ossessione della destra” però c’è il Fondatore a far diventare vero il verosimile. In un’intervista al Fatto quotidiano Eugenio Scalfari ribadiva voglia e natura delle ambizioni politiche di quell’area giornalistico-politica e soprattutto il convincimento che Saviano in politica necesse se Bersani vuole davvero vincere le elezioni. Scalfari diceva anche un’altra cosa: che il perno della politica del Pd è stato il sostegno a Monti e che pertanto la compatibilità con una ipotetica lista Landini, pronta alla  battaglia contro la  riforma della previdenza e per la restaurazione dell’articolo 18 nella vecchia formulazione, è tutta da verificare. Scalfari insomma resta montiano e pensa che anche il Pd debba continuare ad esserlo. Del resto Monti sarà l’ospite d’onore della festa di Rep con intervista pubblica del Fondatore e del Direttore il 16 giugno. Questo passaggio è significativo perché in realtà l’arcipelago liste che agita Bersani e il Pd è attraversato da questa faglia ed è il montismo l’unica discriminante forte tra l’eventuale opzione politica di Rep e le altre. “Se la maggioranza di Monti si splitta in due è solo per la contrapposizione elettorale, non ci sono differenze rispetto alla fase attuale, noi vogliamo occupare lo spazio che lasciano libero, non regalarlo a Grillo” teorizzano gli ex girotondini di Paul Ginsborg oggi Alba, Associazione Lavoro Beni Comuni e Ambiente.
Sono i benicomunisti, quelli che si sono battuti per il referendum sull’acqua – quello è il bene comune numero uno – nuova parola di una sinistra che si definisce antiliberista, alteromondista, guarda come è ovvio a Occupy Wall Street e che dice di voler combattere contro il fiscal compact e i rigorismi europei. “La mia adesione al manifesto di Alba nasce da una profonda sfiducia non nei partiti politici ma nel personale politico”, dice al Foglio Luciano Gallino, autore di un saggio molto frequentato dai bene comunisti”.
“La nostra priorità politica sono i beni comuni e la democrazia partecipata. Per il resto siamo antiliberisti e altero mondisti” spiega Antonio Lucarelli che è il primo assessore comunale italiano ai Beni Comuni, a Napoli, giunta De Magistris, e colloca il movimento “più in zona Mélenchon che non Hollande”. “Ci chiamano professori, ma nel nostro movimento i professori sono solo l’un per cento” dice al Foglio Massimo Torelli di Firenze, quarantenne, amministrativo in una società di informatica che vuole essere definito, lo spiega per iscritto, “uno che aveva la tessera di partito (il Pci) nel secolo scorso”.  I testimonial più in vista però effettivamente sono professori: Luciano Gallino, Marco Revelli, Paul Ginsborg, Stefano Rodotà che tuttavia è lanciato da Scalfari come più vicino alla linea Rep, unica candidatura esplicita fatta dal Fondatore nell’intervista al Fatto. Segno che le intersezioni abbondano nonostante la discriminante Monti/non Monti. Che Alba diventi davvero una lista non è certo. Gallino, per esempio, non si canidederebbe mai ma se lo augura: “Certo, servono apparentamenti con partiti o altre liste. Il Pd? Per la verità abbiamo idee diverse”, meglio aspettare la maturazione della foto di Vasto. Già. Troppo incerto il quadro, su questo ha ragione Bersani, dicono. Il ceto medio riflessivo lo deciderà democraticamente nelle varie assemblee che hanno un loro regolamento stringente, “interventi di sette minuti al massimo” scrive Marco Revelli sul sito “nuovosoggettopolitico.it” , insieme al nome e al logo sul quale sono al lavoro due agenzie di Parigi, “perché gli italiani all’estero ci seguono molto” spiegano gli attivisti. In questo senso per loro l’apparentamento con il Pd non è affatto scontato, anzi. La sfida è sempre morettiana nel senso di Nanni versione 2002, “con questi leader non vinceremo mai”, società civile, spinte dal basso. Questo è naturalmente il tratto comune. Sandra Bonsanti, animatrice di punta di Libertà e Giustizia ribadisce al Foglio che per statuto LeG non può diventare una lista. “Però i singoli fanno quello che vogliono. Gustavo Zagrebelsky raccoglie spinte forti in rete per una discesa in politica”, racconta. “Ma non credo che abbia intenzione di fare davvero politica in modo diretto, dovete chiederlo a lui”. Le esitazioni di Libertà e Giustizia sono un po’ come lo schermirsi un tantino risentito di Saviano: sottintendono una visione della leadership politica come peccato a meno che non sia dettata dall’emergenza e in effetti è la stessa Bonsanti a dire ( e lo ha anche scritto in un comunicato) che “la casa brucia”.
I benicomunisti tengono moltissimo al primato su Rep.: dicono che loro si sono mossi prima, il 28 aprile a Firenze già parlavano di liste e impegno. Ma il mondo di Carlo De Benedetti specie alla voce Saviano  riscuote rispetto e ammirazione e ispira corteggiamenti. Ora con la precisazione montiana le relazioni sono da ricalibrare. Quanto al Pd, Fassina e Orfini bocciano la lista Rep. un giorno sì e l’altro pure, registrano le smentite di Ezio Mauro, si allarmano per Scalfari e piuttosto offrono ospitalità. Il modello indipendenti di sinistra? Sempre meglio della lista Saviano apparentata nella loro prospettiva. Bersani temporeggia, spia il contesto internazionale, legge le considerazioni finali del governatore Ignazio Visco e intanto dopo aver rinviato la direzione causa terremoto convoca l’assemblea nazionale dei segretari di circolo il 23 giugno. Occupy il territorio, prima dei neogirotondini che saranno snob, ma hai visto mai.

Fonte: Il Foglio 04/06/2012

lunedì 4 giugno 2012

DDL Fornero: L’altro terremoto sul lavoro. Sotto attacco i diritti fondamentali: serve una risposta immediata. Sotto le macerie del terremoto è finito anche l’articolo 18.


da soggettopoliticonuovo

Ieri, mentre lo sguardo del Paese era rivolto, naturalmente, al dramma delle popolazioni emiliane e in particolare delle lavoratrici e dei lavoratori di quel territorio, il Governo Monti – con quattro voti di fiducia che hanno legato le mani ad un Senato comunque in gran parte accondiscendente – ha portato a casa la riforma del lavoro cara alla Bce, quella che cancella conquiste fondamentali del movimento operaio italiano e precarizza ulteriormente il mercato del lavoro. Ora il testo passerà alla Camera e subito dopo arriverà al voto il Fiscal Compact ( il provvedimento che prevede un taglio del bilancio di 50 miliardi all’anno per i prossimi 20 anni).
Mai come ora è necessaria una risposta forte, di cui l’indizione dello sciopero generale da parte della CGIL ci sembra elemento naturale.
Ci impegneremo da subito a costruire in ogni sede, insieme a tutti i soggetti sociali e sindacali contrari a questa controriforma, una risposta forte e partecipata, per bloccare il “terremoto sociale” che il Governo (con il consenso del 90% del parlamento) sta provocando.

ALBA- soggetto politico nuovo – Alleanza per il lavoro, beni comuni e ambiente.
Comitato esecutivo – 1 giugno 2012

domenica 3 giugno 2012

Destra alla destra, sinistra alla sinistra.


L'appello alle primarie di Flores D'Arcais e di altri intellettuali, mi pare ingenuo e velleitario. L'intento sarà senz'altro dei migliori, ma credere che in questo modo si possa mettere all'angolo il Pd e indurlo ad un'inversione di rotta è pura illusione.
Gli scenari ipotizzabili di questa strategia sarebbero sostanzialmente due: il primo vede una coalizione con il Pd dentro e il compromesso su una linea di stampo hollandiano, apparentemente antitetica a quella tedesca, che non può che essere la ripetizione all'infinito del mantra della crescita, della richiesta degli eurobond, di una politica meno recessiva e bla, bla, bla. In pratica poco più di niente rispetto a quello che ci stanno propinando i tecnici montiani. Certo ci sarebbe magari qualche blanda concessione sulla legalità (non troppo per non spaventare D'Alema e Penati) e sui diritti (senza esagerare però), sempre bilanciata dal buonsenso dei vari Letta, Fioroni e dalle varie anime cattoliche del Pd, che guai a offenderle, a cui poi per sovramercato bisognerà pagare il dazio su una politica che tenga ben dritto il timone su una politica improntata al pareggio di bilancio e ai “conti in ordine”. Insomma una scoreggia in un mare in tempesta. Il secondo scenario vede un Pd costretto in una coalizione improntata ad una linea più marcatamente antiliberista: messa in discussione del patto di stabilità e delle politiche di austerità, creazione di una vera banca europea, revoca del fiscal compact, richiesta inequivoca di diritti irrinunciabili, come il matrimonio gay e l'eutanasia, lotta senza quartiere alla corruzione ecc ecc. Tutto ciò indurrebbe un'implosione all'interno del Pd, tirato per la giacca dai vari think thank liberisti, ai quali svariati esponenti del Pd si pregiano di appartenere e lo scisma della cosiddetta componente “liberale” e “moderata” di questo partito, che andrebbe ad ingrossare le fila delle varie formazioni politiche e liste civiche rappresentate da gente come Montezemolo, Marcegaglia e compari. Il tutto ovviamente con grosse ripercussioni sulla governabilità, creando forte instabilità politica e un'enorme spazio per spinte populiste e per la destra peggiore.
La mia modestissima visione, che mi vanto di condividere con una decina di milioni di italiani almeno, vede uno scenario affatto diverso. Un destra rappresentata da Pd, che di fatto col voto al governo Monti si qualifica come tale, insieme ad altre componenti industriali e casiniane, in grado di attrarre tutta la destra sociale italiana, compresa quella berlusconiana e leghista, contrapposta a una “sinistra” rappresentata da movimenti, liste civiche, partiti, in grado di attrarre invece milioni di potenziali elettori potenzialmente astensionisti o grilliani, sulla base di un messaggio chiaro e di un programma politico senza ambiguità e sbavature. Questo scenario avrebbe il pregio di prefigurare una polarizzazione fra due schieramenti principali, con una minoranza di berlusconiani, fascisti e consimili ridotti al ruolo di comparse, la cui sottrazione al computo delle percentuali di voto renderebbe ancora più probabile una vittoria della sinistra. 
Certo le possibilità di perdere sono molte, ma perderemmo con onore e con la possibilità di una rivincita su basi più solide e con l'affermazione definitiva di un'idea di stato sociale e di bene comune difficile da ignorare.
Nel caso invocato da Flores a mio avviso avremmo già perso in partenza.

sabato 2 giugno 2012

Le piaghe del Vaticano


di Alberto Statera, da Micromega

Fa davvero rabbia pensare a quanti dei nostri soldi vanno a finire in tasca a questi tonacati con le mani in pasta. Avete visto le scenografie stile corea a Milano? Soldi nostri, per glorificare chi e che cosa?


Una Vatican Connection, i cui fili uniscono in una trama ferrea le inverecondie politico-affaristiche della prima e della seconda Repubblica italiana. Senza dover tornare troppo indietro fino a Sindona, all’Ambrosiano, alla P2 o al riciclaggio nel Torrione di Niccolò V della tangente Enimont, madre di tutte le tangenti della prima Repubblica, basta ripercorrere le vicende che hanno segnato i tre lustri del berlusconismo per tracciare un compendio quasi completo degli scandali italici transitati in qualche modo nel Cortile di San Damaso. Dalla Protezione Civile ai Grandi Eventi, dai Furbetti del Quartierino capitanati dal pio legionario di Cristo Antonio Fazio, intimo del cardinal Gian Battista Re, alla P3 e alla P4; dal San Raffaele di don Verzé al grumo di interessi immobiliari di Propaganda Fide. In una folla di cardinali e faccendieri, ministri e affaristi, Gentiluomini di Sua Santità e bancarottieri, opuisdeisti e massoni, cilici e compassi.

«Ma perché — arriva a chiedersi un prete di base come don Paolo Farinella — il Vaticano appoggia sempre i corrotti, i corruttori, i ladri e i manipolatori di coscienze? Perché si affida a Gianni Letta, coordinatore della rete di corruttela?». Sì, Gianni Letta, che il Segretario di Stato Tarcisio Bertone definisce «il nostro ambasciatore presso lo Stato italiano», e la sua corte di disinvolti grand commis, di generali felloni e di spudorati faccendieri. Non solo il ben noto Luigi Bisignani (che ha da poco patteggiato un anno e sette mesi di reclusione per lo scandalo P4), il quale si occupò del lavaggio della maxitangente Enimont e curava il conto “Omissis” di Giulio Andreotti allo Ior, ma anche l’altra eminenza grigia dell’ultimo decennio: il signore degli appalti truccati Angelo Balducci, il Gentiluomo di Sua Santità versato non solo nella corruttela del denaro e del potere, ma anche in quella indotta dalle sue abitudini sessuali, che ha rivelato persino l’onta di un giro di prostituzione maschile all’interno delle mura leonine, quelle che difesero San Pietro dai musulmani. «Angelo — gli sussurrava al telefono (registrato dai magistrati — ndr) il corista vaticano che gli procurava la “merce” tra i seminaristi — non ti dico altro: è alto due metri per 97 chili, 33 anni, completamente attivo»; «Ho un tedesco appena arrivato o vuoi stare col norvegese?».

Questo Balducci, presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici prima dell’arresto e dell’espulsione dai Gentiluomini di cui faceva parte già dal 1995, dieci anni prima di Gianni Letta, titolare di un conto assai movimentato allo Ior, assurge definitivamente a fiduciario vaticano in occasione del Giubileo dell’anno 2000 al seguito del cardinale Crescenzio Sepe, oggi arcivescovo di Napoli, indagato per corruzione, che lo nomina supervisore delle ristrutturazioni e delle manutenzioni dell’immenso patrimonio immobiliare di Propaganda Fide. Un centro di potere e di affari opachi senza eguale. Ne fa una sorta di agenzia immobiliare per i potenti a condizioni di favore. Se un ministro come Pietro Lunardi vuole fare un business sicuro, Balducci gli procura un palazzetto di mille metri quadrati in via dei Prefetti a prezzo d’affezione. A chi non compra, Propaganda Fide fornisce appartamenti nelle zone storiche di Roma e Diego Anemone, l’imprenditore protagonista tra l’altro dello scandalo degli appalti del G8 della Maddalena (che comprò l’appartamento del ministro Scajola “a sua insaputa”), costato agli italiani alcune centinaia di milioni di euro, introdotto da anni in Vaticano da Balducci tramite monsignor Francesco Camaldo, ex segretario del cardinale Ugo Poletti e capo del cerimoniale pontificio, li ristruttura gratis et amore Dei.

Intorno a lui, un sabba di prelati piuttosto sinistri. Da don Piero Vergari, priore della Basilica di Sant’Apollinare (dove fu sepolto il boss della banda della Magliana Enrico De Pedis) indagato per il rapimento di Emanuela Orlandi, a don Evaldo Biasini, economo dei missionari del Preziosissimo Sangue e gestore della cassaforte nera di Anemone e Balducci.
È in una reggia concessa da Propaganda Fide, residenza di Bruno Vespa e di Augusta Iannini nei pressi di piazza di Spagna, che nel luglio 2010 il cardinal Bertone, ospite con Berlusconi, Gianni Letta e Cesare Geronzi, cerca di convincere Pier Ferdinando Casini a salvare il governo del Cavaliere e con lui gli interessi della Chiesa. Sulla terrazza che guarda Roma c’è anche l’allora governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, che forse capisce un po’ tardivamente di cosa si tratta e, con una scusa, lascia il convivio appena può. Gli altri commensali sono più intimi. Col segretario di Stato vaticano, che celebrò le nozze di una delle sue figlie, Geronzi si da del tu.

Letta è Gentiluomo di Sua Santità, un’armata di uomini in frac e collare d’oro, già denominati Cavalieri di Spada e Cappa, utili per «tante nascoste mansioni», come disse papa Ratzinger ricevendoli e non cogliendo l’allusione che, visti i fatti, in italiano non risulta molto commendevole. L’ordine riunisce i massimi dignitari laici della “famiglia pontificia”, per gran parte italiani, un centinaio, non di rado inseguiti dalla giustizia, come già capitò al massone Umberto Ortolani, gentiluomo — si fa per dire — del Papa e al tempo stesso capo della Loggia massonica P2 in condominio con Licio Gelli. Tre di loro figurano oggi nel solo scandalo degli appalti per i Grandi Eventi. Gli stranieri non elevano peraltro il tasso di moralità del club, visto che vi figura, tra gli altri, Herbert Batliner, il re delle fiduciarie offshore, coinvolto nella storia della Banca Rasini, di cui fu direttore Luigi Berlusconi, papà dell’ex premier, definita lo sportello della mafia e del Vaticano. E poi rilevata da Gianpiero Fiorani, l’ex banchiere che faceva costosi presenti alla consorte dell’ex pio governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio e, a suo dire, finanziava in nero il cardinale Castillo Lara, i Legionari di Cristo e la Lega di Bossi impantanata nello scandalo Credieuronord. Quanto a Guido Bertolaso, per anni pilastro vanaglorioso del sistema Letta-Bisignani- Balducci, pare che non figuri nella lista dei pii uomini in frac, ma non aveva comunque problemi, con tutti gli appalti che gestiva senza controlli, a ottenere dal collaboratore Memores Domini del cardinal Sepe il quartierino in via Giulia, ideale per i suoi massaggi alla schiena. Anche lui è uno di famiglia: la sorella Marta è nel Campus biomedico dell’Opus Dei, il fratello Emanuele nel Consiglio regionale per l’Austria della prelatura.

Dagli appalti del G8 della Maddalena alla corruzione internazionale di Finmeccanica. «Ieri sera ho parlato con Bertone, mi ha chiamato lui al telefono», spara il massone Valterino Lavitola, sedicente giornalista ed editore, curatore di dossier diffamatori e faccendiere personale di Berlusconi e dei suoi traffici di letto e di affari sporchi, oggi in galera, al suo sodale “Ciccio” Colucci, ex socialista, questore berlusconiano della Camera. Sostiene che vogliono farlo sottosegretario o commissario straordinario per il terremoto in Abruzzo. Dice che la Santanché «è invisa in Vaticano» e che il Segretario di Stato si sta spendendo per questo a suo favore con il gentiluomo Letta. «Assurdità che rasenta il ridicolo», replica la Segreteria di Stato quando esce l’intercettazione. Ma tutto ormai sembra possibile là oltre il portone di bronzo se è vero che, caduto Berlusconi, la seconda autorità religiosa dopo il Papa propone a Mario Monti come sottosegretario nel governo “strano” dei tecnici Marco Simeon, un giovanotto suo pupillo fin da quando era Arcivescovo Metropolita di Genova. Quando anni fa Capitalia si fonde nell’Unicredito di Alessandro Profumo, il Vaticano si allarma. Geronzi corre allora all’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede per rassicurare la Conferenza Episcopale e si prende il figlio del benzinaio sanremese come super-consulente. Sarà poi Simeon, nel frattempo diventato responsabile di Rai Vaticano dopo aver soponsorizzato l’opusdeista Lorenza Lei alla direzione generale, a organizzare il siluramento del cardinale Carlo Maria Viganò, che andava denunciando «una situazione inimmaginabile » di «corruzione ampiamente diffusa » negli appalti e nelle forniture vaticane. Un malaffare «a tutti noto in Curia». Ma il giovanotto è talmente sicuro di sé che poche settimane fa in un’intervista al “Fatto Quotidiano” ha fornito una risposta alquanto ambigua quando gli hanno chiesto se, come dicono incontrollati pettegolezzi, lui del Segretario di Stato è in realtà il figlio.

Il destino di Gotti Tedeschi, cacciato la scorsa settimana dallo Ior con immeritata ignominia, era comunque segnato fin da quando Geronzi, manifestandogli sommo disprezzo, disse di lui in un’intervista al Corriere della Sera: «È un personaggio ritenuto preparato che si è particolarmente esercitato nella demografia », riferendosi ai cinque figli dell’ormai ex banchiere del Papa, che si era opposto al salvataggio del San Raffaele di don Verzé da parte dello Ior, affossando il progetto di un grande polo sanitario vaticano coltivato con determinazione dal cardinal Bertone. E comunque i segreti inconfessabili della prima e della seconda Repubblica e del papato, sigillati nel caveau dello Ior non erano più considerati abbastanza blindati.
Vi risparmieremo i dettagli del romanzo criminale intrecciato al potere politico di don Verzé, che tra l’altro utilizzava l’ex capo dei Servizi segreti italiani Nicolò Pollari per minacciare attentati ai suoi nemici, e anche gli sviluppi quotidiani dello scandalo di cui è protagonista il Memores Domini Roberto Formigoni, con il suo coté di cardinali di Curia, da cui fortunatamente ha tempestivamente preso le distanze l’arcivescovo di Milano Angelo Scola. Ma con la certezza che «appena suona la moneta nella cassa, l’anima salta fuori dal purgatorio», come diceva il predicatore medievale Tetzel, che durante il papato di Giulio II vendeva lettere di indulgenza per la remissione dei peccati in cambio di denaro sonante. Che non olet nella stanze
del vicario di Cristo.


Fonte: Repubblica 31 Maggio 2012

F. A. Hayek. Ecco l'ispiratore di Monti e della Fornero



E’ probabile che molti nostri lettori abbiano visto su Youtube il famoso rap “Fear the boom and bust“, una rivisitazione moderna dello scontro intellettuale tra Keynes e F.A. Hayek. A chi non l’ha ancora visto, consigliamo di farlo e di guardare anche il seguito. Sebbene siano stati prodotti da chi apertamente parteggia per le tesi dell’economista austriaco, i due rap sono molto godibili. Ovviamente Hayek “vince” lo scontro intellettuale, ma a ben vedere neppure nella fiction riesce a rispondere in modo convincente alla domanda di Keynes: “Cosa faresti per i disoccupati? Staresti seduto ad aspettare che il mercato di autoriequilibri?”

Ma nella realtà come andò a finire il tanto celebrato duello? La verità è che non ebbe mai luogo. Ce lo spiega Alessandro Roncaglia analizzando, per la Rai, la vita e le opere di Hayek. Nella realtà infatti Keynes non ingaggiò nessuno scontro, nonostante Hayek avesse scritto saggi e libri contro le sue teorie. Diede invece mandato a Piero Sraffa di confutare le tesi dell’economista austriaco. Sraffa – ci racconta Roncaglia – ebbe talmente successo nel compito che Hayek smise di occuparsi di teoria economica per dedicarsi alla filosofia economica. Ovviamente non leggerete mai questa storia nei libri celebrativi su Hayek.
Se, dopo aver ascoltato la pur ottima esposizione di Roncaglia, non vi sarà chiaro qualcosa delle teorie di Hayek, non crucciatevi. Robert Skidelsky racconta che quando l’economista austriaco espose le sue tesi a Cambridge fu accolto dal silenzio. Per rompere il ghiaccio Richard Kahn domandò: “Nella sua visione, se io domani uscissi e comprassi un soprabito, aumenterei la disoccupazione?”. Hayek si girò verso la lavagna piena di triangoli e rispose “Sì, ma sarebbe necessaria una lunga argomentazione matematica per dimostrarlo”.


venerdì 1 giugno 2012

Libertà di licenziare, ecco i senatori che hanno votato per la demolizione dell’Articolo 18 – I nomi


E' con questa gente che dovremmo allearci per creare un'alternativa politica ? Alternativa si, ma a questi ceffi e al loro sistema di potere. Vendola, Di Pietro, movimentisti vecchi e nuovi, Liste Civiche varie ed eventuali, tenetelo a mente, perché non dobbiate poi lamentarvi del successo di Grillo

da violapost
 
In poco meno di due minuti, tanto è durata la votazione elettronica, ieri al Senato hanno demolito il più importante baluardo di civiltà del lavoro in Italia, frutto di decenni di lotte e conquiste: l’articolo 18.
244 senatori (Pd, Pdl, Terzo Polo) hanno approvato la cosiddetta  riforma del lavoro di Elsa Fornero che introduce, di fatto, la libertà di licenziare per motivi economici, salvo casi di “manifesta insussistenza” (cioè mai) a fronte di un modesto indennizzo al lavoratore; il più grande regalo alla Banca Centrale Europea e al Fondo Monetario che da tempo chiedono al governo Monti (e prima a Berlusconi) di intervenire in tal senso.Con questo provvedimento, l’Italia diventa il primo Paese europeo a non disporre di una tutela (né reintegro, né forti risarcimenti) in caso di licenziamento senza giusta causa. Per fare un esempio, nel modello tedesco, il reintegro è previsto persino nelle aziende con 10 dipendenti.
Ovviamente, dopo l’approvazione del testo, gioisce la Fornero che non sta più nella pelle dalla gioia (foto a destra). A votare contro soltanto Idv e Lega. Adesso l’iter parlamentare prevede che il testo passi alla Camera per la definitiva approvazione. Da Anna Finocchiaro a Rutelli, da Gasparri a Giovanardi fino all’ex tesoriere della Margherita Luigi Lusi, ecco i nomi di chi ha votato per la demolizione dell’articolo 18:

1) Marilena Adamo (PD)
2) Benedetto Adragna (PD)
3) Mauro Agostini (PD)
4) Maria Alberti Casellati (PDL)
5) Bruno Alicata (PDL)
6) Laura Allegrini (PDL)
7) Silvana Amati (PD)
8 ) Paolo Amato (PDL)
9) Francesco Maria Amoruso (PDL)
10) Alfonso Andria (PD)
11) Maria Antezza (PD)
12) Teresa Armato (PD)
13) Franco Asciutti (PDL)
14) Giuseppe Astore (MISTO)
15) Augello (PDL)
16) Antonio Azzollini (PDL)
17) Emanuela Baio (Terzo Polo – API/FI)
18) Massimo Baldini (PDL)
19) Giuliano Barbolini (PD)
20) Paolo Barelli (PDL)
21) Mariangela Bastico (PD)
22) Domenico Benedetti Valentini (PDL)
23) Filippo Berselli (PDL)
23) Maria Teresa Bertuzzi (PD)
24) Giampaolo Bettamio (PDL)
25) Francesco Bevilacqua (PDL)
26) Dorina Bianchi (PDL)
27) Enzo Bianco (PD)
28) Laura Bianconi (PDL)
29) Franca Biondelli (PD)
30) Tamara Blazina (PD)
31) Giacinto Boldrini (PDL)
32) Sandro Bondi (PDL)
33) Anna Cinzia Bonfrisco (PDL)
34) Giorgio Bornacin (PDL)
35) Gabriele Boscetto (PDL)
36) Daniele Bosone (PD)
37) Franco Bruno (Terzo Polo – API/FI)
38) Filippo Bubbico (PD)
39) Sebastiano Burgaretta Aparo (PDL)
40) Alessio Butti (PDL)
41) Antonello Cabras (PD)
42) Raffaele Calabrò (PDL)
43) Giacomo Caliendo (PDL)
44) Battista Caligiuri (PDL)
45) Giulio Camber (PDL)
46) Franco Cardiello (PDL)
47) Anna Maria Carloni (PD)
48) Gianrico Carofiglio (PD)
49) Alerio Carrara (Gruppo Coesione Nazionale)
50) Antonino Caruso (PDL)
51) Felice Casson (PD)
52) Maria Giuseppa Castiglione (Gruppo Coesione nazionale)
53) Maurizio Castro (PDL)
54) Stefano Ceccanti (PD)
55) Mauro Ceruti (PD)
56) Franca Chiaromonte (PD)
57) Carlo Chiurazzi (PD)
58) Angelo Maria Cicolani (PDL)
59) Emilio Colombo (UDC…)
60) Riccardo Conti (PDL)
61) Barbara Contini (Terzo Polo Api/Fli)
62) Gennaro Coronella (PDL)
63) Lionello Cosentino (PD)
64) Rosario Costa (PDL)
65) Vladimiro Crisafulli (PD)
66) Cesare Cursi (PDL)
67) Mauro Cutrufo (PDL)
68) Antonio D’Alì (PDL)
69) Gianpiero D’Alia (UDC..)
70) Gerardo D’Ambrosio (PD)
71) Luigi D’Ambrosio Lettieri (PDL)
72) Candido De Angelis (Terzo Polo Api/FLI)
73) Cristiano De Eccher (PDL)
74) Diana De Feo (PDL)
75) Sergio De Gregorio (PDL)
76) Stefano De Lillo (PDL)
77) De Luca Cristina (Terzo Polo)
78) De Luca Vincenzo (PD)
79) Luigi De Sena (PD)
80) Antonio Del Pennino (MISTO)
81) Mauro Del Vecchio (PD)
82) Silvia Della Monica (PD)
83) Roberto Della Seta (PD)
84) Mariano Delogu (PDL)
85) Ulisse Di Giacomo (PDL)
86) Roberto Di Giovan Paolo (PD)
87) Fabrizio Di Stefano (PD)
88) Egidio Digilio (TERZO POLO)
89) Lamberto Dini (PDL)
90) Lucio D’Ubaldo (PD)
91) Giuseppe Esposito (PDL)
92) Raffaele Fantetti (PDL)
93) Claudio Fazzone (PDL)
94) Mario Ferrara (COESIONE NAZIONALE)
95) Filippi Marco (PD)
96) Anna Finocchiaro (PD)
97) Annarita Fioroni (PD)
98) Giuseppe Firrarello (PDL)
99) Maurizio Fistarol (PD)
100) Salvo Fleres (COESIONE NAZIONALE)
101) Andrea Fluttero (PDL)
102) Marco Follini (PD)
103) Cinzia Fontana (PD)
104) Antonio Fosson (UDC..)
105) Franco Vittoria (PD)
106) Vincenzo Galioto (UDC..)
107) Cosimo Gallo (PDL)
108) Maria Alessandra Gallone (PDL)
109) Guido Galperti (PD)
110) Garavaglia Mariapia (PD)
111) Costantino Garraffa (PD)
112) Maurizio Gasparri (PDL)
113) Antonio Gentile (PDL)
114) Maria Ida Germontani (TERZO POLO)
115) Rita Ghedini (PDL)
116) Enzo Giorgio Ghigo (PDL)
117) Paolo Giaretta (PD)
118) Carlo Giovanardi (PDL)
119) Pasquale Giuliano (PDL)
120) Domenico Gramazio (PDL)
121) Manuela Granaiola (PD)
122) Luigi Grillo (PDL)
123) Gustavino (UDC..)
124) Pietro Ichino (PD)
125) Maria Fortuna Incostante (PD)
126) Cosimo Izzo (PDL)
127) Silvestro Ladu (PDL)
128) Nicola Latorre (PD)
129) Cosimo Latronico (PDL)
130) Raffaele Lauro (PDL)
131) Maria Leddi (PD)
132) Giovanni Legnini (PD)
133) Vanni Lenna (PDL)
134) Simonetta Licastro Scardino (PDL)
135) Massimo Livi Bacci (PD)
136) Giuseppe Lumia (PD)
137) Luigi Lusi (MISTO)
138) Marina Magistrelli (PD)
139) Lucio Malan (PDL)
140) Alfredo Mantica (PDL)
141) Andrea Marcucci (PD)
142) Francesca Maria Marinaro (PD)
143) Franco Marini (PD)
144) Marino Ignazio (PD)
145) Marino Mauro Maria (PD)
146) Alberto Maritati (PD)
147) Altero Matteoli (PDL)
148) Salvatore Mazzaracchio (PDL)
149) Daniela Mazzuconi (PD)
150) Giuseppe Menardi (GRUPPO COESIONE NAZIONALE)
151) Vidmer Mercatali (PD)
152) Alfredo Messina (PDL)
153) Claudio Micheloni (PD)
154) Riccardo Milana (TERZO POLI API/FLI)
155) Giuseppe Milone (PDL)
156) Claudio Molinari (TERZO POLI API/FLI)
157) Francesco Monaco (PD)
158) Colomba Mongiello (PD)
159) Enrico Morando (PD)
160) Carmelo Morra (PDL)
161) Fabrizio Morri (PD)
162) Franco Mugnai (PDL)
163) Adriano Musi (PD)
164) Enrico Musso (UDC..)
165) Domenico Nania (PDL)
166) Magda Negri (PD)
167) Paolo Nerozzi (PD)
168) Vincenzo Nespoli (PDL)
169) Pasquale Nessa (PDL)
170) Franco Orsi (PDL)
171) Nitto Palma (PDL)
172) Elio Massimo Palmizio (COESIONE NAZIONALE)
173) Antonino Papania (PD)
174) Achille Passoni (PD)
175) Carlo Pegorer (PD)
176) Marco Perduca (PD)
177) Flavio Pertoldi (PD)
178) Oskar Peterlini (UDC..)
179) Lorenzo Piccioni (PDL)
180) Filippo Piccone (PDL)
181) Gilberto Pichetto Fratin  (PDL)
182) Leana Pignedoli (PD)
183) Roberta Pinotti (PD)
184) Beppe Pisanu (PDL)
185) Salvatore Piscitelli (COESIONE NAZIONALE)
186) Giovanni Pistorio (MISTO)
187) Adriana Poli Bortone (COESIONE NAZIONALE)
188) Francesco Pontone (PDL)
189) Donatella Poretti (PD)
190) Guido Possa (PDL)
191) Giovanni Procacci (PD)
192) Gaetano Quagliariello (PDL)
193) Luigi Ramponi (PDL)
194) Raffaele Ranucci (PD)
195) Maria Rizzotti (PDL)
196) Giorgio Roilo (PD)
197) Rossi Paolo (PD)
198) Antonio Rusconi (PD)
199) Giacinto Russo (TERZO POLO)
200) Francesco Rutelli (TERZO POLO API/FLI)
201) Michele Saccomanno (PDL)
202) Maurzio Saia (COESIONE NAZIONALE)
203) Filippo Saltamartini (PDL)
204) Fedele Sanciu (PDL)
205) Gian Carlo Sangalli (PD)
206) Francesco Sanna (PD)
207) Giuseppe Saro (PDL)
208) Carlo Sarro (PDL)
209) Luciana Sbarbati (PD)
210) Giampiero Scanu (PD)
211) Aldo Scarabosio (PDL)
212) Salvatore Sciascia (PDL)
213) Serafini Anna Maria (PD)
214) Serafini Giancarlo (PDL)
215) Achille Serra (UDC..)
216) Cosimo Sibilia (PDL)
217) Silvio Emiio Sircana (PD)
218) Albertina Soliani (PD)
219) Ada Spadoni Urbani (PDL)
220) Vincenzo Speziali (PDL)
221) Marco Stradiotto (PD)
222) Nino Strano (TERZO POLO )
223) Paolo Tancredi (PDL)
224) Alberto Tedesco (MISTO)
225) Oreste Tofani (PDL)
226) Salvatore Tomaselli (PD)
227) Antonio Tomassini (PDL)
228) Giorgio Tonini (PD)
229) Achille Totaro (PDL)
230) Tiziano Treu (PD)
231) Giuseppe Valditara (TERZO POLO)
232) Guseppe Valentino (PDL)
233) Simona Vicari (PDL)
234) Guido Viceconte (PDL)
235) Pasquale Viespoli (COESIONE NAZIONALE)
236) Riccardo Villari (COESIONE NAZIONALE)
237) Luigi Vimercati (PD)
238) Vincenzo Vita (PD)
239) Valter Vitali (PD)
240) Carlo Vizzini (UDC..)
241) Luigi Zanda (PD)
242) Valter Zanetta (PDL)
243) Tomaso Zanoletti (PDL)
244) Sergio Zavoli (PD)

Ecco come esulta la Fornero subito dopo il voto

Honi soit qui mal y pense. Lettera aperta di Gianroberto Casaleggio al Corriere della Sera


da corriere.it via ComeDonChisciotte

 

Lettera aperta di Gianroberto Casaleggio al Corriere della Sera

Caro direttore,
le scrivo in merito al mio ruolo nel MoVimento 5 Stelle. Nel 2003 ho lasciato la mia posizione di amministratore delegato in Webegg di Telecom Italia, un gruppo multimediale che si occupava di consulenza e di applicazioni internet, e ho fondato con altri soci la Casaleggio Associati, una società di strategie di Rete. Internet è un tema che mi appassiona e di cui mi occupo dalla metà degli anni 90. Ho cercato di comprenderne le implicazioni sia nel contesto sociale che in quello politico che in quello della comunicazione.

Io credo sinceramente che la Rete stia cambiando ogni aspetto della società e cerco di prevederne gli effetti. Ho scritto molti articoli e alcuni libri sulla Rete. Nel 2004 Beppe Grillo ne lesse uno: «Il Web è morto, viva il Web», rintracciò il mio cellulare e mi chiamò. Lo incontrai alla fine di un suo spettacolo a Livorno e condividemmo gran parte delle idee.

In seguito progettammo insieme il blog beppegrillo.it, proponemmo la rete dei Meetup (gruppi che si incontrano sul territorio grazie alla Rete), organizzammo insieme i Vday di Bologna e di Torino, l'evento Woodstock a 5 Stelle a Cesena e altri incontri nazionali, come a Milano dove, il 4 ottobre 2009, giorno di San Francesco, al teatro Smeraldo prese vita il MoVimento 5 Stelle. A chi si chiede chi c'è dietro Grillo o si riferisce a «un'oscura società di marketing» voglio chiarire che non sono mai stato «dietro» a Beppe Grillo, ma al suo fianco.

Sono in sostanza cofondatore di questo movimento insieme a lui. Con Beppe Grillo ho scritto il «Non Statuto», pietra angolare del MoVimento 5 Stelle prima che questo nascesse, insieme abbiamo definito le regole per la certificazione delle liste e organizzato la raccolta delle firme per l'iniziativa di legge popolare «Parlamento Pulito» e le proposte referendarie sull'editoria con l'abolizione della legge Gasparri e dei finanziamenti pubblici. Inoltre abbiamo scritto un libro sul MoVimento 5 Stelle dal titolo «Siamo in guerra» firmato da entrambi. In questi anni ho incontrato più volte rappresentanti di liste che si candidavano alle elezioni amministrative, per il tempo che mi consentiva la mia attività, per offrire consigli sulla comunicazione elettorale.

Non sono mai entrato nell'ambito dei programmi delle liste, né ho mai imposto alcunché. A chi mi ha chiesto un consiglio l'ho sempre dato, ma in questo non ci trovo nulla di oscuro. Mi hanno attribuito dei legami con i cosiddetti poteri forti, dalla massoneria, al Bilderberg, alla Goldman Sachs con cui non ho mai avuto nessun rapporto, neppure casuale. Dietro Gianroberto Casaleggio c'è solo Gianroberto Casaleggio. Un comune cittadino che con il suo lavoro e i suoi (pochi) mezzi cerca, senza alcun contributo pubblico o privato, forse illudendosi, talvolta forse anche sbagliando, di migliorare la società in cui vive. Sono stato definito il «piccolo fratello» di Beppe Grillo, con riferimento al Grande fratello del romanzo «1984» di George Orwell. È evidente che non lo sono. La definizione contiene però una parte di verità. Grillo per me è come un fratello, un uomo per bene che da questa avventura ha tutto da perdere a livello personale. Per il resto, «Honi soit qui mal y pense». 


Gianroberto Casaleggio