di Dimitri Deliolanes da il manifesto
Grecia. Ministri europei e funzionari anonimi di Bruxelles
criticano Varoufakis. Ma l'economista, con un curriculum esemplare,
difende solo le scelte del governo e del popolo greco. Se si vuole
trovare un compromesso onorevole, è tempo di cancellare l'ipocrisia e
lavorare sui problemi reali
E così il problema sarebbe Yanis Varoufakis. Il quale si sarebbe
dimostrato nell’eurogruppo di Riga un «incompetente», un
«dilettante», un «giocatore d’azzardo». Strano però per un
professore di economia tra i più brillanti attualmente a livello
internazionale, che ha insegnato nelle migliori università
anglosassoni, compresa Cambridge, stimato e sostenuto dal nobel
Joseph Stiglitz e da James Galbraith.
Certo, se le critiche provengono dall’agronomo (dal curriculum falsificato) Jeroen Dijsselbloem e dal laureato in legge Wolfgang Schäuble, qualcosa di vero ci deve essere.
Convince in particolare l’accusa di «dogmatismo» lanciata
contro il greco dall’accomodante ministro delle Finanze tedesco, lo
stesso che da cinque anni ha imposto con pugno di ferro all’eurozona
una brillante politica economica, che assicura alti tassi di
crescita economica e – soprattutto – sociale. Lo sanno tutti, gli
spagnoli, i portoghesi, i greci e anche gli italiani, che nuotano
nell’abbondanza.
No, non è Schäuble il dogmatico del neoliberismo. E’
Varoufakis quello inflessibile, poiché si rifiuta ostinatamente
di regalare alle banche le prime case, di abbassare le pensioni ai
350 euro, di licenziare migliaia di statali e di svendere proprietà
pubbliche.
Una fermezza che assicura al suo governo altissimi tassi di
consenso tra la popolazione greca, come dimostra l’ultimo
sondaggio reso pubblico appena ieri. Nello stesso tempo però in cui
plaude alla fermezza contro l’austerità, la stragrande maggioranza
degli intervistati chiede a Varoufakis e a Tsipras di non rompere
con l’eurozona. Una posizione saggia, pienamente in linea con il
programma di Syriza. Un compromesso onorevole, ma per ottenerlo
bisogna essere in due.
Ora però le cose si complicano. Il giorno prima dell’eurogruppo che ha tentato di linciare Varoufakis, Tsipras si era incontrato con la Merkel in tutt’altro clima. La cancelliera aveva anche assicurato che la Grecia non avrebbe dovuto rimanere senza liquidità.
Cosa è successo? E’ noto che l’eurogruppo è il regno di Schäuble mentre la Merkel gioca su uno scacchiere più grande.
C’è un gioco delle parti, del tipo poliziotto buono e poliziotto
cattivo? Oppure anche a Berlino ci sono falchi e colombe? I primi
continuerebbero a giocare la carta della destabilizzazione del
governo Tsipras, assumendo anche il rischio di un incidente, sempre
più probabile man mano che passano le settimane e i mesi. I secondi
starebbero cercando di trovare una quadratura del cerchio –
tutta politica – per uscire dall’impasse.
Comunque sia, non è certo colpa di Varoufakis.
Il ministro delle Finanze greco lavora all’interno di un gruppo
operativo specificamente dedicato ai problemi con i creditori,
a capo del quale c’è il vice presidente del Consiglio Yannis
Dragasakis, esponente tra i più moderati e più esperti di Syriza.
Quindi ogni virgola dell’azione politica del ministro delle Finanze
riflette esattamente gli orientamenti del governo greco. Una sua
sostituzione è fuori discussione.
Anche se Schäuble (l’ha pure ammesso) si trovava molto più a suo
agio con i suoi predecessori: Giorgos Papakonstantinou,
condannato per falso, Yannis Stournaras, l’architetto dei conti
truccati per entrare nell’euro, Ghikas Hardouvelis, il banchiere
che portava i soldi in Svizzera.
Come andrà a finire? Non sono nella testa di Schäuble. Ma ho cercato lumi sul Corriere della Sera
di ieri e ho fatto una grande scoperta. In un’intera pagina fonti
(anonime) dei creditori accusano Tsipras di essere «falsamente di
sinistra» e «al servizio degli oligarchi». L’ho raccontato anche
in Grecia e ci siamo divertiti molto. Finché le polemiche contro
di lui saranno di questo tenore potrà stare tranquillo: sarà al
governo per un decennio e oltre.
domenica 26 aprile 2015
martedì 21 aprile 2015
Viaggio verso il cuore della Terra: il “nuovo secolo americano”
Viaggio
verso il cuore della Terra:
il
“nuovo secolo americano”
Medio Oriente e l’Asia Centrale erano tappe obbligate per fronteggiare il prossimo competitor strategico: la Cina.
Quei rapporti erano così limpidamente spudorati che in “Rebuilding America’s Defenses”, Pnac Report, September 2000, si poteva leggere tranquillamente che la consigliata strategia di riposizionamento strategico in Asia non sarebbe mai stata adottata in tempi utili «in assenza di qualche evento catastrofico e catalizzatore – come una nuova Pearl Harbor».
Dopo l’11/9 su impulso del Segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, fu messa a punto una tabella di marcia, rivelata nel 2007 dal generale Wesley Clark, che prevedeva la conquista in cinque anni di Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e per finire l’Iran. Lo scopo era chiarissimo fin da dieci anni prima delle Torri Gemelle. E’ sempre il generale Clark che racconta: «[...] nel 1991 Wolfowitz era il sottosegretario, ossia il numero tre del Pentagono. A quel tempo mi disse: “Abbiamo 5 o 10 anni per ripulire tutti questi regimi favorevoli all’ex Unione sovietica, la Siria, l’Iran, l’Iraq, prima che la prossima superpotenza emerga a sfidarci”». L’Amministrazione Bush ha iniziato il programma. Sono stati riscontrati degli ostacoli, Barack Obama l’ha rivisto facendolo diventare meno arrogantemente unilaterale e puntando a coinvolgere forze locali di opposizione, l’Onu e gli alleati (ed è solo per questo che si è preso il premio Nobel per la Pace) e l’ha aggiornato con lo Yemen, il Pakistan occidentale, l’America bolivariana e infine l’Africa, e in condizioni differenti, e con altri metodi, la stessa Europa.
Il fine è tenere sotto controllo l’Eurasia, perché come ricordava la classica “dottrina Brzezinski”, nel nostro supercontinente c’è il 75% delle risorse energetiche del pianeta, il 60% del prodotto interno lordo mondiale, ci sono le sei maggiori economie dopo gli Usa, i primi sei paesi dopo gli Usa per spese militari e tutte le potenze nucleari oltre gli Usa. Infine l’Eurasia comprende il 75% di tutta la popolazione mondiale tra cui le superpotenze demografiche di Cina e India. Zbigniew Brzezinski negli anni ottanta aveva già concretizzato le sue convinzioni trasformando l’Afghanistan in una trappola
dove gli Afgani erano l’esca e i Sovietici i topi. Il risultato furono due milioni morti e una tragedia umanitaria di proporzioni bibliche, nonostante che Brzezinski fosse Consigliere per la sicurezza di Carter, forse il presidente Usa che più sinceramente ha creduto nei diritti umani. Evidentemente ciò non è bastato a far assumere a questo concetto un carattere universale e non geopolitico. Ma la possibilità storica di intervenire in modo più deciso e assertivo in Eurasia si è aperta clamorosamente con il collasso dell’Unione Sovietica. Dopo il crollo del Gigante Rosso, l’Europa Orientale, i
Balcani, l’Asia Centrale e la zona del Caucaso Meridionale sono diventati all’improvviso un immenso terreno di conquista. I Paesi transcaucasici e centroasiatici non solo uscivano dal settantennale abbraccio del potere sovietico ma uscivano dalla bicentenaria soggezione al potere Russo. Uno spazio immenso di manovra come non si vedeva da duecento anni a quella parte, dove niente era stabilito in anticipo. Certo la Russia partiva per molti versi in vantaggio, ma per altri versi era la sfortunata erede di una bancarotta storica.
2. Il presidente democratico Clinton aveva ben chiari i punti fondamentali di questa strategia e l’intervento Nato contro la Serbia lo aveva testimoniato. Quell’intervento era stato deciso quando la crisi cecena aveva mostrato che la Russia faceva fatica a venire a capo anche solo di una guerra locale e limitata. Ma se i primi pilastri della geopolitica eurasiatica degli Usa erano quindi stati posti durante la seconda parte dell’era Clinton, soltanto con l’amministrazione Bush si era entrati nel vivo. L’ideologia, gli interessi personali o di lobby e anche le singole personalità hanno voce in capitolo negli eventi storici, ma ciò che è interessante capire è se le varie forze e
condizioni che insistono su un momento storico a un certo punto “commutano”, come si dice in matematica, ovvero danno luogo a un’equazione funzionale, cioè a quella combinazione che Hegel compendiava nel concetto di “astuzia della Storia”. La junta petrolera di Bush sembrava confermarlo, perché era stata messa in sella proprio per venire incontro a due ordini di motivi.
Il primo riguardava il relativo declino economico americano e la situazione di stagnazione dell’economia mondiale, con la conseguente necessità di mantenere il predominio anche, se non soprattutto, con strumenti extraeconomici. Fino all’inizio dell’amministrazione Bush, i capitali drenati dagli Usa sulla base della forza del Dollaro erano riusciti a sostenere relativamente la domanda e, soprattutto, a innescare una finanziarizzazione globale dell’economia sotto controllo americano e inglese e alle spese dei “Paesi in via di sviluppo” dai quali preferibilmente si traeva profitto con la gestione del debito. Lo scoppio della bolla borsistica clintoniana mise a nudo l’entità della crisi sistemica, rifacendo emergere il substrato di stagnazione. Il secondo motivo era il fatto che l’emergere di giganteschi competitor internazionali non permetteva di scaricare all’esterno come prima le enormi contraddizioni che si erano create. Il mondo capitalista occidentale doveva trovare i mezzi per assorbire le eccedenze di capitale
monetario e di mezzi di produzione o distruggerle nel modo più controllato possibile per ricavarne il massimo vantaggio strategico e senza esitare a utilizzare strumenti brutali servendosi inevitabilmente del potere dello Stato, “violenza concentrata e organizzata della società”, sotto forma di repressione interna e di aggressioni militari
esterne.
Queste dinamiche escludono il concetto di “impero” in quanto “potere sovranazionale”, che deve essere invece ricondotto al concetto di fase di “unica superpotenza rimasta".
Il cerchio teorico non quadra 1. Il lato empirico dell’analisi è dunque basato su fatti evidenti. Meno evidente è il suo status teorico. Se Giovanni Arrighi in “The Long Twentieth Century. Money, Power and the Origins of Our Times” esplorava i cicli sistemici monocentrismo-policentrismo del capitalismo mondiale, partendo da Marx ma oltrepassandolo, Samir Amin, ad esempio in “Oltre il capitalismo senile”, oppure nel saggio storico-teorico “Oltre la mondializzazione” o quello più teorico-metodologico “Le fiabe del capitale”, sosteneva che oggi saremmo in presenza di un sovrastante schieramento capitalistico (la Triade imperialista Usa, Europa, Giappone) senza nessuna potenza alternativa all’orizzonte, grazie al suo controllo dei cinque monopoli (controllo ribadito dalle guerre statunitensi, che assumevano quindi un carattere di fatto coloniale) e grazie alla centralizzazione di capitali che può far pensare solo a un imperialismo in condominio, seppur strutturato gerarchicamente.
Per alcuni versi Samir Amin è più aderente agli schemi marxisti poiché propone lo scenario di un sistema capitalistico tutto sommato unificato, la cui “senilità” (leggi “contraddizioni interne epocali”) lo rendono avido di risorse naturali e finanziarie, dipendente dal controllo di nuovi spazi geografici e quindi, alla fine, oppressore del
Sud del mondo oltre che del proprio proletariato. Un capitalismo dove l’esclusione prevale sulle possibilità di inclusione e che ormai ha bisogno di chiudere sempre più gli spazi democratici. Giovanni Arrighi vede al contrario il peso dei processi di accumulazione capitalistica spostarsi con decisione verso l’Oriente asiatico e il suo epicentro: la Cina. Tuttavia la possibilità di un nuovo ciclo sistemico di accumulazione è sottoposta a una serie di interrogativi a partire dalla constatazione che si è in presenza di una situazione
complicata che vede gli Usa potentissimi sul piano militare, diplomatico, politico e culturale e la Cina potentissima su quello economico e finanziario. Una prolungata divergenza di fattori inedita.
2. Nello schema di Amin la lotta di classe fa la sua ricomparsa sotto la forma composita di lotta dei popoli oppressi del Sud del Mondo, delle classi subalterne dei paesi emergenti e in posizione quasi ma non totalmente paritetica, delle classi dominate del Nord del Mondo, in un quadro teorico però ormai differente dal vecchio “terzomondismo”.
In Arrighi le contraddizioni principali nel sistema capitalistico sono dovute al feroce conflitto (sostanzialmente di potere) tra differenti segmenti e schieramenti capitalistici, alleati in determinate fasi con differenti poteri territoriali, conflitto che è insito nella logica stessa del capitalismo. In questo quadro le lotte delle classi subordinate non
hanno stroricamente un ruolo univoco. Se all’inizio della crisi del precedente ciclo sistemico, cioè durante la Lunga Depressione 1873-1896, esse hanno ricevuto l’impronta dalla lotta intercapitalistica, e si sono politicizzate in direzioni differenti
parallelamente alla politicizzazione di quel conflitto, viceversa nella crisi sistemica attuale sono state esse stesse a condizionare il conflitto intercapitalistico e l’agenda di gestione della crisi.
Arrighi attenua il legame tra i meccanismi di riproduzione allargata del capitale e l’industrialismo. Da qui un’attenzione particolare sul ruolo svolto dalla finanza, al di là delle sole funzioni di debito pubblico e di credito, nazionale o internazionale, analizzate
da Marx.
Samir Amin invece è più legato all’analisi marxista del capitalismo come essenzialmente coincidente con l’industrialismo, la cui logica è spiegata dal concetto, per l’appunto, di “modo di produzione”, ovviamente nel senso marxiano che è innanzitutto quello di sistema di rapporti sociali di produzione. Per Amin la finanziarizzazione del capitale è quindi indice della senilità del capitalismo, della sua intrinseca tendenza alla centralizzazione e alla sovraccumulazione. Tendenza che le lotte popolari potrebbero limitare, limitando l’estrazione di profitto.
Le analisi di Arrighi e quelle di Amin divergono quindi su punti importanti. Questa divergenza può essere però considerata insanabile solo se ci si pone da un punto di vista fondazionale, assiomatico. Penso invece che lo schema interpretativo di Arrighi, se sufficientemente sviluppato, possa sussumere gran parte di quello di Amin, inserendolo nei loci storici e geografici che esso di fatto descrive. Se non ci si emancipa dal punto di vista fondazionale sarà difficile fare analisi e proposte convincenti.
Bisogna affrontare questo compito avendo il coraggio di lasciare alle spalle la sicurezza fornita dai prontuari marxisti, sia ortodossi che eterodossi, evitando le trappole identitarie. Una richiesta pesante, anche in termini emotivi. In termini sociali e ideologici qualcosa di peggio che proclamarsi Protestante nel bel mezzo del Concilio di
Trento. Staccarsi dal concetto, non laico ma teo-teleologico, di “lotta di classe” o di “lotta dei popoli oppressi” è come rompere gli ormeggi e infilarsi in un mare in burrasca pieno di Scille e di Cariddi (socialismi indentitaristici, nazionalismi, spiritualismi e culturalismi di varia e spesso lugubre provenienza; oppure, brutalmente, vendersi al miglior offerente capitalista, opzione quanto mai affollata).
Ma dall’inizio del Millennio a oggi le cose sono cambiate in modo talmente profondo che non è più possibile nascondersi, tirarsi indietro o far finta di niente.
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domenica 19 aprile 2015
La politica al bar dello sport 4
Si fa tanto per parlare. Ma se succedesse che la "coalizione sociale" con tanto di "altro" e altrismo rubasse una buona fetta di elettorato Pd e tirasse la volata al M5S?
A pensarci bene non sarebba male. In fondo in un governo a cinque stelle la sinistra "coalizzata" potrebbe far pesare la sua consistenza, senza inciuciare per carità.
E d'altro canto Grillo e grillini potrebbero continuare a rivendicare la loro diversità e le loro utopie russoviane di democrazia diretta senza farsi rimproverare dai aver tradito la causa.
E se magari si mettessero d'acordo da subito?
Diciamocelo, per noi menti laiche e senza tanti problemi di marchio sarebbe una bella partita.
A pensarci bene non sarebba male. In fondo in un governo a cinque stelle la sinistra "coalizzata" potrebbe far pesare la sua consistenza, senza inciuciare per carità.
E d'altro canto Grillo e grillini potrebbero continuare a rivendicare la loro diversità e le loro utopie russoviane di democrazia diretta senza farsi rimproverare dai aver tradito la causa.
E se magari si mettessero d'acordo da subito?
Diciamocelo, per noi menti laiche e senza tanti problemi di marchio sarebbe una bella partita.
Cos'è il TTIP
da stop-ttipp
Che cos’è il TTIP?
Il TTIP è un trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico, ossia con l’intento dichiarato di abbattere dazi e dogane tra Europa e Stati Uniti rendendo il commercio più fluido e penetrante tra le due sponde dell’oceano.
L’idea sembrerebbe buona. Perché qualcuno lo definisce “pericoloso”?
Condividiamo la definizione perché, in realtà questo trattato, che viene negoziato in segreto tra Commissione UE e Governo USA, vuole costruire un blocco geopolitico offensivo nei confronti di Paesi emergenti come Cina, India e Brasile creando un mercato interno tra noi e gli Stati Uniti le cui regole, caratteristiche e priorità non verranno più determinate dai nostri Governi e sistemi democratici, ma modellate da organismi tecnici sovranazionali sulle esigenze dei grandi gruppi transnazionali.
I soliti “tecnici” che “rubano” il potere alla politica.
Infatti. Il Trattato prevede l’introduzione di due organismi tecnici potenzialmente molto potenti e fuori da ogni controllo da parte degli Stati e quindi dei cittadini. Il primo, un meccanismo di protezione degli investimenti (Investor-State Dispute Settlement – ISDS), consentirebbe alle imprese italiane o USA di citare gli opposti governi qualora democraticamente introducessero normative, anche importanti per i propri cittadini, che ledessero i loro interessi passati, presenti e futuri.
Le aziende citerebbero gli Stati in tribunale.
Non solo; le vertenze non verrebbero giudicate da tribunali ordinari che ragionano in virtù di tutta la normativa vigente, come è già possibile oggi, ma da un consesso riservato di avvocati commerciali superspecializzati che giudicherebbero solo sulla base del trattato stesso se uno Stato – magari introducendo una regola a salvaguardia del clima, o della salute – sta creando un danno a un’impresa. Se venisse trovato colpevole, quello stato o comune, o regione, potrebbe essere costretto a ritirare il provvedimento o ad indennizzare l’impresa. Pensiamo ad un caso come quello dell’Ilva a Taranto, o della diossina a Seveso, e l’ingiustizia è servita.
Una giustizia “privatizzata”, insomma.
Non è l’unica questione. Un altro organismo di cui viene prevista l’introduzione è il Regulatory Cooperation Council: un organo dove esperti nominati della Commissione UE e del ministero USA competente valuterebbero l’impatto commerciale di ogni marchio, regola, etichetta, ma anche contratto di lavoro o standard di sicurezza operativi a livello nazionale, federale o europeo. A sua discrezione sarebbero ascoltati imprese, sindacati e società civile. A sua discrezione sarebbe valutato il rapporto costi/benefici di ogni misura e il livello di conciliazione e uniformità tra USA e UE da raggiungere, e quindi la loro effettiva introduzione o mantenimento. Un’assurdità antidemocratica che va bloccata, a mio avviso, il prima possibile.
Per chi è allora vantaggioso il TTIP?
Il ministero per lo Sviluppo economico ha commissionato a Prometeia s.p.a. una prima valutazione d’impatto mirata all’Italia, alla base di molte notizie di stampa e interrogazioni parlamentari. Scorrendo dati e previsioni apprendiamo che i primi benefici delle liberalizzazioni si manifesterebbero nell’arco di tre anni dall’entrata in vigore dell’accordo: il 2018, al più presto. Il TTIP porterebbe, entro i tre anni considerati, da un guadagno pari a zero in uno scenario cauto, ad uno +0,5% di PIL in uno scenario ottimistico: 5,6 miliardi di euro e 30mila posti di lavoro grazie a un +5% dell’export per il sistema moda, la meccanica per trasporti, un po’ meno da cibi e bevande e da uno scarso +2% per prodotti petroliferi, prodotti per costruzioni, beni di consumo e agricoltura. L’Organizzazione mondiale del Commercio ci dice che le imprese italiane che esportano sono oltre 210mila, ma è la top ten che si porta a casa il 72% delle esportazioni nazionali (ICE – Sintesi Rapporto 2012-2013: “L’Italia nell’economia internazionale”). Secondo l’ICE, in tutto nel 2012 le esportazioni di beni e servizi dell’Italia sono cresciute in volume del 2,3%, leggermente al di sotto del commercio mondiale. La loro incidenza sul PIL ha sfiorato il 30% in virtù dell’austerity e della crisi dei consumi che hanno depresso il prodotto interno. L’Italia è dunque riuscita a rosicchiare spazi di mercato internazionale contenendo i propri prezzi, senza generare domanda interna né nuova occupazione. Quindi prima di chiudere i conti potremmo trovarci invasi da prodotti USA a prezzi stracciati che porterebbero danni all’economia diffusa, e soprattutto all’occupazione, molto più ingenti di questi presunti guadagni per i soliti noti. Danni potenziali che né la ricerca condotta da Prometeia né il nostro Governo al momento hanno quantificato o tenuto in considerazione.
È vero che, nonostante l’enorme importanza della questione, il Parlamento europeo non abbia accesso a tutte le informazioni sul modo in cui si svolgono gli incontri e sullo stato di avanzamento delle trattative?
Il Parlamento europeo, dopo aver votato nel 2013 il mandato a negoziare esclusivo alla Commissione – come richiede il Trattato di Lisbona – potrà soltanto porre dei quesiti circostanziati, cui la Commissione può rispondere ma nel rispetto della riservatezza obbligatoria in tutti i negoziati commerciali bilaterali, sempre secondo il Trattato, e poi avrà diritto di voto finale “prendi o lascia”, quando il negoziato sarà completato. Nel frattempo non ha diritto né di accesso né di intervento sul testo. I Governi stessi dell’Unione, se vorranno avere visione delle proposte USA, dovranno – a quanto sembra al momento – accedere a sale di sola lettura approntate nelle ambasciate USA (non si capisce se in quelle di tutti gli Stati UE o solo a Bruxelles, e non potranno nemmeno prendere appunti o farne copia. Un assurdo, considerata la tecnicità e complessità dei testi negoziali.
Quali effetti potrà produrre l’accordo se verrà approvato nella sua forma attuale?
Tutti i settori di produzione e consumo come cibo, farmaci, energia, chimica, ma anche i nostri diritti connessi all’accesso a servizi essenziali di alto valore commerciale come la scuola, la sanità, l’acqua, previdenza e pensioni, sarebbero tutti esposti a ulteriori privatizzazioni e alla potenziale acquisizione da parte delle imprese e dei gruppi economico-finanziari più attrezzati, e dunque più competitivi. Senza pensare che misure protettive, come i contratti di lavoro, misure di salvaguardia o protezione sociale o ambientale, potrebbero essere spazzati via a patto di affidarsi allo studio legale giusto e ben accreditato.
Il TTIP produrrà dei rischi per i cittadini?
Tom Jenkins della Confederazione sindacale europea (ETUC), nell’incontro con la Commissione del 14 gennaio scorso, ha ricordato che gli Stati Uniti non hanno ratificato diverse convenzioni e impegni internazionali ILO e ONU in materia di diritti del lavoro, diritti umani e ambiente. Questo rende, ad esempio, il loro costo del lavoro più basso e il comportamento delle imprese nazionali più disinvolto e competitivo, in termini puramente economici, anche se più irresponsabile. A sorvegliare gli impatti ambientali e sociali del TTIP, ha rassicurato la Commissione, come nei più recenti accordi di liberalizzazione siglati dall’UE, ci sarà un apposito capitolo dedicato allo Sviluppo sostenibile che metterà in piedi un meccanismo di monitoraggio specifico, partecipato da sindacati e società civile d’ambo le regioni.
È il primo caso del genere? O c’è qualche “antenato”?
Un meccanismo simile è entrato in vigore da meno di un anno tra UE e Korea, con la quale l’Europa ha sottoscritto un trattato di liberalizzazione commerciale molto simile anche strutturalmente al TTIP, facendo finta di non ricordare che come gli USA la Korea si è sottratta a gran parte delle convenzioni ILO e ONU. Imprese, sindacati e ONG che fanno parte dell’analogo organo creato per monitorare la sostenibilità sociale e ambientale del trattato UE-Korea, hanno protestato con la Commissione affinché avvii una procedura di infrazione contro la Korea per comportamento antisindacale, e ancora aspettano una risposta (http://goo.gl/82OLmh). Perché dovremmo pensare che gli USA, molto più potenti e contrattualmente forti si dovrebbero piegare alle nostre esigenze, considerando che sono tra i pochi Paesi che non si sono mai piegati a impegni obbligatori a salvaguardia della salute, o dell’ambiente come il Protocollo di Kyoto appena archiviato anche grazie alla loro ferma opposizione?
Il TTIP può produrre danni per la salute?
Faccio un solo esempio, basato sulla storia. Nel 1988 l’UE ha vietato l’importazione di carni bovine trattate con certi ormoni della crescita cancerogeni. Per questo è stata obbligata a pagare a USA e Canada dal Tribunale delle dispute dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) oltre 250 milioni di dollari l’anno di sanzioni commerciali nonostante le evidenze scientifiche e le tante vittime. Solo nel 2013 la ritorsione è finita quando l’Europa si è impegnata ad acquistare dai due concorrenti carne di alta qualità fino a 48.200 tonnellate l’anno, alla faccia del libero commercio. Sarà una coincidenza, ma in un documento congiunto dell’ottobre 2012 BusinessEurope e US Chamber of Commerce, le due più potenti lobby d’impresa delle due sponde dell’oceano, avevano chiesto ai propri Governi proprio di avviare una “cooperazione sui meccanismi di regolazione”, che consentisse alle imprese di contribuire alla loro stessa stesura (http://goo.gl/HlqhTc).
Esistono alternative al TTIP? A cosa potrebbero aspirare i cittadini del mondo afflitti dall’attuale crisi economica?
Da molti anni non solo movimenti, associazioni, reti sindacali ma anche istituzioni internazionali come FAO e UNCTAD, le agenzie ONU che lavorano su Agricoltura, Commercio e Sviluppo, richiamano l’attenzione sul fatto che rafforzare i mercati locali, con programmazioni territoriali regionali e locali più attente basate su quanto ci resta delle risorse essenziali alla vita e quanti bisogni essenziali dobbiamo soddisfare per far vivere dignitosamente più abitanti della terra possibili, potrebbe aiutarci ad uscire dalla crisi economica, ambientale, ma soprattutto sociale che stiamo vivendo, prevedibilmente, da tanti anni. Stiamo facendo finta di niente, continuando a percorrere strade, come quella della iperliberalizzazione forzata stile TTIP, che fanno male non solo al pianeta e alle comunità umane, ma allo stesso commercio che è in contrazione dal 2009 e non si sta più espandendo. Da quando la piena occupazione europea e statunitense, che con redditi veri e capienti sosteneva produzione e consumi globali, sono diventate un miraggio, anche la crescita dei popolatissimi Paesi emergenti, che hanno fatto la propria fortuna grazie alla commercializzazione del loro capitale ambientale e umano a prezzi stracciati e ad alti costi ambientali e sociali, non è riuscita più a sostenere il paradigma della crescita infinita che si è rivelato per quello che era: falso e insensato. I poveri, che crescono a vista d’occhio e devono lavorare oltre le 10 ore al giorno per un pugno di spiccioli, consumano prodotti poveri e sempre meno; i ricchi, che sono sempre più ricchi ma anche sempre meno, consumano tanto e malissimo, e non creano benessere diffuso. Abbiamo la grande opportunità di voltare pagina, e di tentare di dare a questo pianeta ancora un po’ di futuro, rimettendo al centro della politica i beni comuni e i diritti. Col TTIP, al contrario, ci chiuderemo le poche finestre di possibilità ancora aperte. Con la Campagna Stop TTIP, che raccoglie solo in Italia oltre 60 tra associazioni, sindacati, enti pubblici, cittadini e comunità, vogliamo fermare questa deriva e diffondere tutte le alternative possibili e più efficaci delle vecchie ricette fallimentari che continuiamo a subire.
Intervista a Monica Di Sisto, giornalista, è vicepresidente dell’Associazione Fairwatch, che si occupa di commercio internazionale e di clima da oltre 10 anni. Insegna Modelli di sviluppo economico alla Pontificia Università Gregoriana di Roma. Con Fairwatch è tra i promotori della campagna nazionale Stop TTIP.
Realizzata da http://www.paginatre.it nel settembre2014
Alcuni materiali di approfondimento si possono scaricare qui: http://stop-ttip-italia.net/i-materiali/
Che cos’è il TTIP?
Il TTIP è un trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico, ossia con l’intento dichiarato di abbattere dazi e dogane tra Europa e Stati Uniti rendendo il commercio più fluido e penetrante tra le due sponde dell’oceano.
L’idea sembrerebbe buona. Perché qualcuno lo definisce “pericoloso”?
Condividiamo la definizione perché, in realtà questo trattato, che viene negoziato in segreto tra Commissione UE e Governo USA, vuole costruire un blocco geopolitico offensivo nei confronti di Paesi emergenti come Cina, India e Brasile creando un mercato interno tra noi e gli Stati Uniti le cui regole, caratteristiche e priorità non verranno più determinate dai nostri Governi e sistemi democratici, ma modellate da organismi tecnici sovranazionali sulle esigenze dei grandi gruppi transnazionali.
I soliti “tecnici” che “rubano” il potere alla politica.
Infatti. Il Trattato prevede l’introduzione di due organismi tecnici potenzialmente molto potenti e fuori da ogni controllo da parte degli Stati e quindi dei cittadini. Il primo, un meccanismo di protezione degli investimenti (Investor-State Dispute Settlement – ISDS), consentirebbe alle imprese italiane o USA di citare gli opposti governi qualora democraticamente introducessero normative, anche importanti per i propri cittadini, che ledessero i loro interessi passati, presenti e futuri.
Le aziende citerebbero gli Stati in tribunale.
Non solo; le vertenze non verrebbero giudicate da tribunali ordinari che ragionano in virtù di tutta la normativa vigente, come è già possibile oggi, ma da un consesso riservato di avvocati commerciali superspecializzati che giudicherebbero solo sulla base del trattato stesso se uno Stato – magari introducendo una regola a salvaguardia del clima, o della salute – sta creando un danno a un’impresa. Se venisse trovato colpevole, quello stato o comune, o regione, potrebbe essere costretto a ritirare il provvedimento o ad indennizzare l’impresa. Pensiamo ad un caso come quello dell’Ilva a Taranto, o della diossina a Seveso, e l’ingiustizia è servita.
Una giustizia “privatizzata”, insomma.
Non è l’unica questione. Un altro organismo di cui viene prevista l’introduzione è il Regulatory Cooperation Council: un organo dove esperti nominati della Commissione UE e del ministero USA competente valuterebbero l’impatto commerciale di ogni marchio, regola, etichetta, ma anche contratto di lavoro o standard di sicurezza operativi a livello nazionale, federale o europeo. A sua discrezione sarebbero ascoltati imprese, sindacati e società civile. A sua discrezione sarebbe valutato il rapporto costi/benefici di ogni misura e il livello di conciliazione e uniformità tra USA e UE da raggiungere, e quindi la loro effettiva introduzione o mantenimento. Un’assurdità antidemocratica che va bloccata, a mio avviso, il prima possibile.
Per chi è allora vantaggioso il TTIP?
Il ministero per lo Sviluppo economico ha commissionato a Prometeia s.p.a. una prima valutazione d’impatto mirata all’Italia, alla base di molte notizie di stampa e interrogazioni parlamentari. Scorrendo dati e previsioni apprendiamo che i primi benefici delle liberalizzazioni si manifesterebbero nell’arco di tre anni dall’entrata in vigore dell’accordo: il 2018, al più presto. Il TTIP porterebbe, entro i tre anni considerati, da un guadagno pari a zero in uno scenario cauto, ad uno +0,5% di PIL in uno scenario ottimistico: 5,6 miliardi di euro e 30mila posti di lavoro grazie a un +5% dell’export per il sistema moda, la meccanica per trasporti, un po’ meno da cibi e bevande e da uno scarso +2% per prodotti petroliferi, prodotti per costruzioni, beni di consumo e agricoltura. L’Organizzazione mondiale del Commercio ci dice che le imprese italiane che esportano sono oltre 210mila, ma è la top ten che si porta a casa il 72% delle esportazioni nazionali (ICE – Sintesi Rapporto 2012-2013: “L’Italia nell’economia internazionale”). Secondo l’ICE, in tutto nel 2012 le esportazioni di beni e servizi dell’Italia sono cresciute in volume del 2,3%, leggermente al di sotto del commercio mondiale. La loro incidenza sul PIL ha sfiorato il 30% in virtù dell’austerity e della crisi dei consumi che hanno depresso il prodotto interno. L’Italia è dunque riuscita a rosicchiare spazi di mercato internazionale contenendo i propri prezzi, senza generare domanda interna né nuova occupazione. Quindi prima di chiudere i conti potremmo trovarci invasi da prodotti USA a prezzi stracciati che porterebbero danni all’economia diffusa, e soprattutto all’occupazione, molto più ingenti di questi presunti guadagni per i soliti noti. Danni potenziali che né la ricerca condotta da Prometeia né il nostro Governo al momento hanno quantificato o tenuto in considerazione.
È vero che, nonostante l’enorme importanza della questione, il Parlamento europeo non abbia accesso a tutte le informazioni sul modo in cui si svolgono gli incontri e sullo stato di avanzamento delle trattative?
Il Parlamento europeo, dopo aver votato nel 2013 il mandato a negoziare esclusivo alla Commissione – come richiede il Trattato di Lisbona – potrà soltanto porre dei quesiti circostanziati, cui la Commissione può rispondere ma nel rispetto della riservatezza obbligatoria in tutti i negoziati commerciali bilaterali, sempre secondo il Trattato, e poi avrà diritto di voto finale “prendi o lascia”, quando il negoziato sarà completato. Nel frattempo non ha diritto né di accesso né di intervento sul testo. I Governi stessi dell’Unione, se vorranno avere visione delle proposte USA, dovranno – a quanto sembra al momento – accedere a sale di sola lettura approntate nelle ambasciate USA (non si capisce se in quelle di tutti gli Stati UE o solo a Bruxelles, e non potranno nemmeno prendere appunti o farne copia. Un assurdo, considerata la tecnicità e complessità dei testi negoziali.
Quali effetti potrà produrre l’accordo se verrà approvato nella sua forma attuale?
Tutti i settori di produzione e consumo come cibo, farmaci, energia, chimica, ma anche i nostri diritti connessi all’accesso a servizi essenziali di alto valore commerciale come la scuola, la sanità, l’acqua, previdenza e pensioni, sarebbero tutti esposti a ulteriori privatizzazioni e alla potenziale acquisizione da parte delle imprese e dei gruppi economico-finanziari più attrezzati, e dunque più competitivi. Senza pensare che misure protettive, come i contratti di lavoro, misure di salvaguardia o protezione sociale o ambientale, potrebbero essere spazzati via a patto di affidarsi allo studio legale giusto e ben accreditato.
Il TTIP produrrà dei rischi per i cittadini?
Tom Jenkins della Confederazione sindacale europea (ETUC), nell’incontro con la Commissione del 14 gennaio scorso, ha ricordato che gli Stati Uniti non hanno ratificato diverse convenzioni e impegni internazionali ILO e ONU in materia di diritti del lavoro, diritti umani e ambiente. Questo rende, ad esempio, il loro costo del lavoro più basso e il comportamento delle imprese nazionali più disinvolto e competitivo, in termini puramente economici, anche se più irresponsabile. A sorvegliare gli impatti ambientali e sociali del TTIP, ha rassicurato la Commissione, come nei più recenti accordi di liberalizzazione siglati dall’UE, ci sarà un apposito capitolo dedicato allo Sviluppo sostenibile che metterà in piedi un meccanismo di monitoraggio specifico, partecipato da sindacati e società civile d’ambo le regioni.
È il primo caso del genere? O c’è qualche “antenato”?
Un meccanismo simile è entrato in vigore da meno di un anno tra UE e Korea, con la quale l’Europa ha sottoscritto un trattato di liberalizzazione commerciale molto simile anche strutturalmente al TTIP, facendo finta di non ricordare che come gli USA la Korea si è sottratta a gran parte delle convenzioni ILO e ONU. Imprese, sindacati e ONG che fanno parte dell’analogo organo creato per monitorare la sostenibilità sociale e ambientale del trattato UE-Korea, hanno protestato con la Commissione affinché avvii una procedura di infrazione contro la Korea per comportamento antisindacale, e ancora aspettano una risposta (http://goo.gl/82OLmh). Perché dovremmo pensare che gli USA, molto più potenti e contrattualmente forti si dovrebbero piegare alle nostre esigenze, considerando che sono tra i pochi Paesi che non si sono mai piegati a impegni obbligatori a salvaguardia della salute, o dell’ambiente come il Protocollo di Kyoto appena archiviato anche grazie alla loro ferma opposizione?
Il TTIP può produrre danni per la salute?
Faccio un solo esempio, basato sulla storia. Nel 1988 l’UE ha vietato l’importazione di carni bovine trattate con certi ormoni della crescita cancerogeni. Per questo è stata obbligata a pagare a USA e Canada dal Tribunale delle dispute dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) oltre 250 milioni di dollari l’anno di sanzioni commerciali nonostante le evidenze scientifiche e le tante vittime. Solo nel 2013 la ritorsione è finita quando l’Europa si è impegnata ad acquistare dai due concorrenti carne di alta qualità fino a 48.200 tonnellate l’anno, alla faccia del libero commercio. Sarà una coincidenza, ma in un documento congiunto dell’ottobre 2012 BusinessEurope e US Chamber of Commerce, le due più potenti lobby d’impresa delle due sponde dell’oceano, avevano chiesto ai propri Governi proprio di avviare una “cooperazione sui meccanismi di regolazione”, che consentisse alle imprese di contribuire alla loro stessa stesura (http://goo.gl/HlqhTc).
Esistono alternative al TTIP? A cosa potrebbero aspirare i cittadini del mondo afflitti dall’attuale crisi economica?
Da molti anni non solo movimenti, associazioni, reti sindacali ma anche istituzioni internazionali come FAO e UNCTAD, le agenzie ONU che lavorano su Agricoltura, Commercio e Sviluppo, richiamano l’attenzione sul fatto che rafforzare i mercati locali, con programmazioni territoriali regionali e locali più attente basate su quanto ci resta delle risorse essenziali alla vita e quanti bisogni essenziali dobbiamo soddisfare per far vivere dignitosamente più abitanti della terra possibili, potrebbe aiutarci ad uscire dalla crisi economica, ambientale, ma soprattutto sociale che stiamo vivendo, prevedibilmente, da tanti anni. Stiamo facendo finta di niente, continuando a percorrere strade, come quella della iperliberalizzazione forzata stile TTIP, che fanno male non solo al pianeta e alle comunità umane, ma allo stesso commercio che è in contrazione dal 2009 e non si sta più espandendo. Da quando la piena occupazione europea e statunitense, che con redditi veri e capienti sosteneva produzione e consumi globali, sono diventate un miraggio, anche la crescita dei popolatissimi Paesi emergenti, che hanno fatto la propria fortuna grazie alla commercializzazione del loro capitale ambientale e umano a prezzi stracciati e ad alti costi ambientali e sociali, non è riuscita più a sostenere il paradigma della crescita infinita che si è rivelato per quello che era: falso e insensato. I poveri, che crescono a vista d’occhio e devono lavorare oltre le 10 ore al giorno per un pugno di spiccioli, consumano prodotti poveri e sempre meno; i ricchi, che sono sempre più ricchi ma anche sempre meno, consumano tanto e malissimo, e non creano benessere diffuso. Abbiamo la grande opportunità di voltare pagina, e di tentare di dare a questo pianeta ancora un po’ di futuro, rimettendo al centro della politica i beni comuni e i diritti. Col TTIP, al contrario, ci chiuderemo le poche finestre di possibilità ancora aperte. Con la Campagna Stop TTIP, che raccoglie solo in Italia oltre 60 tra associazioni, sindacati, enti pubblici, cittadini e comunità, vogliamo fermare questa deriva e diffondere tutte le alternative possibili e più efficaci delle vecchie ricette fallimentari che continuiamo a subire.
Intervista a Monica Di Sisto, giornalista, è vicepresidente dell’Associazione Fairwatch, che si occupa di commercio internazionale e di clima da oltre 10 anni. Insegna Modelli di sviluppo economico alla Pontificia Università Gregoriana di Roma. Con Fairwatch è tra i promotori della campagna nazionale Stop TTIP.
Realizzata da http://www.paginatre.it nel settembre2014
Alcuni materiali di approfondimento si possono scaricare qui: http://stop-ttip-italia.net/i-materiali/
lunedì 13 aprile 2015
Il futuro lavoro che non c’è
di Tonino D’Orazio
La tecnologia avanza così rapidamente da lasciare fortemente indietro la domanda di lavoro. E’ la terza rivoluzione industriale in atto, quella delle nuove tecnologie di produzione, sempre più quella del “non luogo”, dell’informale, della non necessaria sede fisica umana.
Abbiamo davanti, tutti giorni, l’evidenza di come la robotica e l’automazione stiano spostando i lavoratori fuori dai posti di lavoro, dappertutto. Dalle fabbriche automatizzate ai robottini che puliscono pavimenti e prati. Alla robotica casalinga, a quella industriale, anche pesante. Fino a modificare l’architettura industriale o casalinga.
In realtà la base produttiva delle economie emergenti dell’Asia ha usufruito, negli ultimi decenni, dello spostamento di quella delle vecchie potenze industriali dell’Europa occidentale e del Nord America, sfruttando il costo ridicolo, per i nostri parametri, della loro manodopera.
Allora il dibattito non può più essere sul costo del lavoro, ma forse tutto sulla ridistribuzione della ricchezza prodotta e sui tempi e qualità di vita.
Tra l’altro non vi è neppure nessuna garanzia, per esempio, che il settore dei servizi, (a forte valenza umana), anche commerciali, possa continuare a compensare le perdite di posti di lavoro conseguenti nell’industria. Anche migliaia di posti di lavoro poveri come nei call center, oltre a quelli in vari “non luoghi” mondiali, iniziano ad essere rimpiazzati con sofisticati software di “riconoscimento vocale” e di “traduzione simultanea”. Alla fine, non lontana come si crede, la tecnologia sostituirà lavori di produzione e di servizi anche nei mercati emergenti.
Allo stesso modo, nel prossimo decennio, Foxconn, che produce iPhone e altri prodotti elettronici di consumo, prevede di sostituire gran parte della sua forza lavoro cinese con oltre 1 milioni di robot, che a questo punto possono essere ubicati ovunque sul pianeta, senza rischi di contestazioni. Con molta probabilità ri-centralizzandoli nel proprio paese per la non più necessaria delocalizzazione attuale per il costo del lavoro, cioè della vita umana.
La necessità della “mano” umana sta sparendo sia dalla cultura del lavoro che dalla produzione. Infatti, la fabbrica del futuro potrebbe essere di 1.000 robot e un lavoratore, meglio, un tecnico. La robotica è più veloce, più produttiva, lavora 24 ore al giorno, senza diritti e senza alcune défaillances umane.
I robot riparano sé stessi. I nostri stessi PC sono capaci di riparare sé stessi, in parte, altrimenti Bill Gates sarebbe povero. Tutti sanno che possono anche essere riparati a distanza salvo i pezzi fusi o danneggiati fisicamente. Il vostro meccanico non ascolta più il motore della vostra macchina, lo osculta tramite un computer che gli racconta in dettaglio tutti gli eventuali danni.
Le innovazioni tecnologiche interesseranno l’istruzione, l’assistenza sanitaria, il governo, e anche il trasporto. Pensate alle metropolitane di oggi già senza conducenti. Ad esempio, avremo ancora bisogno di tanti insegnanti nei decenni a venire, se la professione attuale è in grado di produrre sempre più sofisticati e freddi corsi online che milioni di studenti possono utilizzare, già oggi? La Pubblica Amministrazione si sta trasformando per il modo in cui molti servizi vengono forniti al pubblico telematicamente e si avvia di fatto ad una perdita costante di posti di lavoro. Avanza il “fai da te”, “lavora per me”. Nuovo esempio ne sono i punti “paga da te” nei supermercati, cioè lavora per pagare. Oppure le banche on line, rendendo di fatto obsoleta, oltre che la moneta, anche la vita privata.
Nei prossimi anni, i progressi tecnologici in robotica e automazione aumenteranno la produttività e l’efficienza, il che implica notevoli vantaggi economici, per le aziende. Salvo una stupida, dannosa e non necessaria superproduzione. E i lavoratori? E le generazioni di giovani già nel gap di questa fase ?
Bisogna ricordare bene la nostra storia, quella del lavoro e quella dei lavoratori. Quella delle soluzioni trovate allora, agli inizi del ‘900 e immaginare possibili traslazioni. Ma bisogna fare presto, noi siamo molto in ritardo mentre loro, i capitalisti, avanzano velocemente stabilendo e fissando già tutti i loro interessi, da oggi al futuro prossimo e tutti gli strumenti non democratici da realizzare (in atto) per non essere contrastati.
Certamente mai la parola capitalista è stata più appropriata perché vi sono alcune condizioni per lo sviluppo delle tecnologie future. Esse tendono ad essere ad alta intensità di capitale, favorendo cioè coloro che già dispongono di ampie risorse finanziarie. Sono a professionalità alta e favoriscono coloro che già hanno un elevato livello di competenza tecnica. Richiedono un sempre più basso numero di lavoratori riducendo così il numero totale di posti di lavoro non qualificati e semi-qualificati nell’economia. Pochi ben qualificati saranno dentro la “produzione”, gli altri fuori. Vi sarà sicuramente un grande futuro per le professioni psicologiche per il recupero dalla dipendenza o dalla esclusione dalle macchine. Nulla di diverso dalla Seconda industrializzazione, quella dell’inizio del XX° secolo, nella costanza dei principi capitalistici. Solo che allora i lavoratori avevano inventato la vera globalizzazione solidale del loro mondo tramite varie Internazionali. Oggi sono sconfitti e disarticolati dal cappio della produttività e da quello nazional-occidentale neoliberista che li fa correre nella speranza di un futuro lavorativo decente che per molti di loro e dei loro figli non c’è e non ci sarà. In nessun posto nel mondo. Eppure allora erano riusciti ad abolire il lavoro minorile; a rendere più umani l’orario e le condizioni di lavoro; ad aumentare il tempo libero e la formazione; a costruire una rete di sicurezza sociale per proteggere i lavoratori vulnerabili e stabilizzare la spesso fragile macroeconomia; a tentare di sconfiggere l’analfabetismo (quello attuale è cibernetico); a dare forte dignità e diritto al lavoro. E’ vero che ci avevano messo cento anni. Tocca ricominciare. Il salariato è solo un capitale da far fruttare, come qualunque altro materiale, se non ridiventa un potenziale essere umano.
Capitalismo che ritroviamo fra l’altro proprio nell’aumento della nuova ricchezza prodotta e incanalata, che, se non ridistribuita, (e il capitale non ha mai voluto farlo se non costretto), sarà fautore di sempre più evidenti disuguaglianze e tensioni sociali. Che ritroviamo nell’abolizione progressiva delle conquiste fondamentali del precedente mondo del lavoro. Disuguaglianza crescente che diventa un ostacolo alla domanda, alla crescita, allo stesso consumo, alimentare, sanitario, culturale e dei servizi. Disuguaglianza che bisognerà, prima o poi, mantenere con la forza. Tutte le premesse sono in atto, a ben guardare.
Come mantenere l’aspetto umano, forse umanistico, di fronte a ciò che avanza senza regole e profondamente distruttivo per la stragrande maggioranza del genere umano se non del suo stesso ecosistema? Ribadendo fortemente il concetto di uguaglianza e di diritto alla vita dignitosa di tutti. E quindi di pari opportunità. Del potere dello stato e del popolo. Lo si può fare con la diminuzione dell’orario di lavoro per tutti ridistribuendolo e dando spazio a più tempo libero e formazione. Lasciando perdere la competitività esacerbata, individuale e di ceto, pianificando e programmando le vere necessità. Trovando il modo equo di ridistribuzione della ricchezza prodotta con le nuove tecnologie, risarcendo il lavoratore della perdita del diritto al lavoro.
Del resto proprio il fatto che lo sviluppo tecnico e tecnologico si ponga socialmente quale problema e non, invece, come miglioramento delle condizioni di vita delle classi lavoratrici, offre la misura della natura ristretta e meschina di questo sistema economico giunto alla sua senescenza, ma pronta a rigenerarsi.
Quanto siamo lontani dal vicino futuro che avanza senza di noi ??
La tecnologia avanza così rapidamente da lasciare fortemente indietro la domanda di lavoro. E’ la terza rivoluzione industriale in atto, quella delle nuove tecnologie di produzione, sempre più quella del “non luogo”, dell’informale, della non necessaria sede fisica umana.
Abbiamo davanti, tutti giorni, l’evidenza di come la robotica e l’automazione stiano spostando i lavoratori fuori dai posti di lavoro, dappertutto. Dalle fabbriche automatizzate ai robottini che puliscono pavimenti e prati. Alla robotica casalinga, a quella industriale, anche pesante. Fino a modificare l’architettura industriale o casalinga.
In realtà la base produttiva delle economie emergenti dell’Asia ha usufruito, negli ultimi decenni, dello spostamento di quella delle vecchie potenze industriali dell’Europa occidentale e del Nord America, sfruttando il costo ridicolo, per i nostri parametri, della loro manodopera.
Allora il dibattito non può più essere sul costo del lavoro, ma forse tutto sulla ridistribuzione della ricchezza prodotta e sui tempi e qualità di vita.
Tra l’altro non vi è neppure nessuna garanzia, per esempio, che il settore dei servizi, (a forte valenza umana), anche commerciali, possa continuare a compensare le perdite di posti di lavoro conseguenti nell’industria. Anche migliaia di posti di lavoro poveri come nei call center, oltre a quelli in vari “non luoghi” mondiali, iniziano ad essere rimpiazzati con sofisticati software di “riconoscimento vocale” e di “traduzione simultanea”. Alla fine, non lontana come si crede, la tecnologia sostituirà lavori di produzione e di servizi anche nei mercati emergenti.
Allo stesso modo, nel prossimo decennio, Foxconn, che produce iPhone e altri prodotti elettronici di consumo, prevede di sostituire gran parte della sua forza lavoro cinese con oltre 1 milioni di robot, che a questo punto possono essere ubicati ovunque sul pianeta, senza rischi di contestazioni. Con molta probabilità ri-centralizzandoli nel proprio paese per la non più necessaria delocalizzazione attuale per il costo del lavoro, cioè della vita umana.
La necessità della “mano” umana sta sparendo sia dalla cultura del lavoro che dalla produzione. Infatti, la fabbrica del futuro potrebbe essere di 1.000 robot e un lavoratore, meglio, un tecnico. La robotica è più veloce, più produttiva, lavora 24 ore al giorno, senza diritti e senza alcune défaillances umane.
I robot riparano sé stessi. I nostri stessi PC sono capaci di riparare sé stessi, in parte, altrimenti Bill Gates sarebbe povero. Tutti sanno che possono anche essere riparati a distanza salvo i pezzi fusi o danneggiati fisicamente. Il vostro meccanico non ascolta più il motore della vostra macchina, lo osculta tramite un computer che gli racconta in dettaglio tutti gli eventuali danni.
Le innovazioni tecnologiche interesseranno l’istruzione, l’assistenza sanitaria, il governo, e anche il trasporto. Pensate alle metropolitane di oggi già senza conducenti. Ad esempio, avremo ancora bisogno di tanti insegnanti nei decenni a venire, se la professione attuale è in grado di produrre sempre più sofisticati e freddi corsi online che milioni di studenti possono utilizzare, già oggi? La Pubblica Amministrazione si sta trasformando per il modo in cui molti servizi vengono forniti al pubblico telematicamente e si avvia di fatto ad una perdita costante di posti di lavoro. Avanza il “fai da te”, “lavora per me”. Nuovo esempio ne sono i punti “paga da te” nei supermercati, cioè lavora per pagare. Oppure le banche on line, rendendo di fatto obsoleta, oltre che la moneta, anche la vita privata.
Nei prossimi anni, i progressi tecnologici in robotica e automazione aumenteranno la produttività e l’efficienza, il che implica notevoli vantaggi economici, per le aziende. Salvo una stupida, dannosa e non necessaria superproduzione. E i lavoratori? E le generazioni di giovani già nel gap di questa fase ?
Bisogna ricordare bene la nostra storia, quella del lavoro e quella dei lavoratori. Quella delle soluzioni trovate allora, agli inizi del ‘900 e immaginare possibili traslazioni. Ma bisogna fare presto, noi siamo molto in ritardo mentre loro, i capitalisti, avanzano velocemente stabilendo e fissando già tutti i loro interessi, da oggi al futuro prossimo e tutti gli strumenti non democratici da realizzare (in atto) per non essere contrastati.
Certamente mai la parola capitalista è stata più appropriata perché vi sono alcune condizioni per lo sviluppo delle tecnologie future. Esse tendono ad essere ad alta intensità di capitale, favorendo cioè coloro che già dispongono di ampie risorse finanziarie. Sono a professionalità alta e favoriscono coloro che già hanno un elevato livello di competenza tecnica. Richiedono un sempre più basso numero di lavoratori riducendo così il numero totale di posti di lavoro non qualificati e semi-qualificati nell’economia. Pochi ben qualificati saranno dentro la “produzione”, gli altri fuori. Vi sarà sicuramente un grande futuro per le professioni psicologiche per il recupero dalla dipendenza o dalla esclusione dalle macchine. Nulla di diverso dalla Seconda industrializzazione, quella dell’inizio del XX° secolo, nella costanza dei principi capitalistici. Solo che allora i lavoratori avevano inventato la vera globalizzazione solidale del loro mondo tramite varie Internazionali. Oggi sono sconfitti e disarticolati dal cappio della produttività e da quello nazional-occidentale neoliberista che li fa correre nella speranza di un futuro lavorativo decente che per molti di loro e dei loro figli non c’è e non ci sarà. In nessun posto nel mondo. Eppure allora erano riusciti ad abolire il lavoro minorile; a rendere più umani l’orario e le condizioni di lavoro; ad aumentare il tempo libero e la formazione; a costruire una rete di sicurezza sociale per proteggere i lavoratori vulnerabili e stabilizzare la spesso fragile macroeconomia; a tentare di sconfiggere l’analfabetismo (quello attuale è cibernetico); a dare forte dignità e diritto al lavoro. E’ vero che ci avevano messo cento anni. Tocca ricominciare. Il salariato è solo un capitale da far fruttare, come qualunque altro materiale, se non ridiventa un potenziale essere umano.
Capitalismo che ritroviamo fra l’altro proprio nell’aumento della nuova ricchezza prodotta e incanalata, che, se non ridistribuita, (e il capitale non ha mai voluto farlo se non costretto), sarà fautore di sempre più evidenti disuguaglianze e tensioni sociali. Che ritroviamo nell’abolizione progressiva delle conquiste fondamentali del precedente mondo del lavoro. Disuguaglianza crescente che diventa un ostacolo alla domanda, alla crescita, allo stesso consumo, alimentare, sanitario, culturale e dei servizi. Disuguaglianza che bisognerà, prima o poi, mantenere con la forza. Tutte le premesse sono in atto, a ben guardare.
Come mantenere l’aspetto umano, forse umanistico, di fronte a ciò che avanza senza regole e profondamente distruttivo per la stragrande maggioranza del genere umano se non del suo stesso ecosistema? Ribadendo fortemente il concetto di uguaglianza e di diritto alla vita dignitosa di tutti. E quindi di pari opportunità. Del potere dello stato e del popolo. Lo si può fare con la diminuzione dell’orario di lavoro per tutti ridistribuendolo e dando spazio a più tempo libero e formazione. Lasciando perdere la competitività esacerbata, individuale e di ceto, pianificando e programmando le vere necessità. Trovando il modo equo di ridistribuzione della ricchezza prodotta con le nuove tecnologie, risarcendo il lavoratore della perdita del diritto al lavoro.
Del resto proprio il fatto che lo sviluppo tecnico e tecnologico si ponga socialmente quale problema e non, invece, come miglioramento delle condizioni di vita delle classi lavoratrici, offre la misura della natura ristretta e meschina di questo sistema economico giunto alla sua senescenza, ma pronta a rigenerarsi.
Quanto siamo lontani dal vicino futuro che avanza senza di noi ??
domenica 12 aprile 2015
Grillo, Rousseau e la volontà popolare
da Blasting News
Gianroberto Casaleggio, il cosiddetto "guru" del M5S ha annunciato che a breve farà il suo esordio la nuova piattaforma del movimento denominata Rousseau, una piattaforma web che avrebbe il compito di mettere insieme proposte, dibattiti su argomenti salienti e votazioni di mozioni e di rappresentanti del movimento. Un calderone fluido che dovrebbe ribollire di istinti e intelligenze sparse, capaci di coagularsi in una sorta di prototipo di organismo di autogoverno, nell'attesa di materializzarsi in un futuro non troppo remoto, nel mondo reale, dove le decisioni dei singoli influiscono per davvero sulla politica degli stati. Un'utopia insomma, ma portata avanti con molto senso pratico.
Il nome Rousseau, in omaggio al filosofo francese autore del "Contratto Sociale" non è scelto a caso.
Neanche a dirlo si tratta di un'operazione di marketing basata sul presupposto del mito fondativo, che dalla politica all'arte, passando per le arti marziali, sembra un requisito essenziale per chiunque voglia fondare un movimento nuovo. Nessun fenomeno epocale può immaginarsi privo di quell'evento fondante che ne costituisce le radici e la legittimazione storica e culturale. Pur tuttavia considerarlo solo un espediente propagandistico sarebbe fare un torto all'impegno fattivo del M5S e alla sua capacità di porsi come unica e vera opposizione ai vari regimi, benedetti dai mercati e dai suoi rappresentanti, che si sono succeduti negli ultimi 20 anni in Italia.
Il significato di volontà popolare si cala perfettamente dentro un vuoto e uno smarrimento culturale, costellato di icone esauste e ormai inservibili, che rappresentano ancora categorie ritenute superate o inutilizzabili come quelle di destra/sinistra.
Cosa rimane dopo la fine della rappresentazione epica dello scontro di classe? Cosa rimane dopo che la più grande religione laica degli ultimi due secoli, il marxismo, appare anch'essa secolarizzata e non più in grado di dare fede e speranza o fornire strumenti concettuali utili a costruire un nuovo futuro e una nuova visione della società? A ben guardare questo sarebbe il classico passo indietro leniniano per farne due avanti, un passo sostenuto da principi solidi e forze genuine che non assomiglia per niente ad altri tentativi patetici come quello di Craxi, che andò a ripescare un pallido Proudhon nell'empireo dei santi socialisti utopistici, mettendolo insieme a Garibaldi, per darsi una parvenza di sostanza e ardimento che facesse sbiadire il più prosaico aspetto delle ruberie e degli scandali. Rousseau è un vecchio arnese, superato dalla scienza marxista e dalla dialettica, ma visto il fallimento di quest'ultime, torna in auge.
A questo punto cosa c'è di meglio, superato il concetto di classe, inadatto a dare risposte e a risolvere aporie fastidiose, che non la volontà popolare? Un concetto che mette insieme pulsioni diverse, visioni spesso contrastanti e profili sociali non omologati a principi statici come quelli della classe. Il popolo è tutto e niente allo stesso tempo, siamo noi, ma anche qualcosa di diverso da noi, il popolo, l'unico soggetto generalista dal quale è possibile distillare una sapienza e una prassi decisionale legittimata dalla maggioranza.
Tralascio le aporie che lo stesso Rousseau aveva messo in evidenza quando si tratta di passare dalla cessione di sovranità dell'uno per consentire il bene di tutti, al governo vero e proprio di uno stato, che prevede ruoli e funzioni, almeno per motivi pratici, non direttamente riconducibili al volere generale (vi immaginate decidere sulla politica estera?). A tal proposito la funzione di un "direttorio" è imprescindibile, finendo per sminuire il potere di un'assemblea rappresentativa della volontà di tutti. Contraddizioni che non sono risolvibili, ma non importa, Rousseau ora è lo spirito dei tempi, ed è perfettamente fungibile in un contesto che richiede innovazione di prassi e linguaggi senza vincolare troppo ad un credo.
Certo il popolo rischia di inquinare con la sua maleducazione e la sua ingnoranza plebea la purezza del principio, ma in fondo Grillo e Casaleggio non sono dei fanatici della purezza né dei principi, loro sono oltre, sono al di là e forse anche un po' al di qua di tutti noi.
Gianroberto Casaleggio, il cosiddetto "guru" del M5S ha annunciato che a breve farà il suo esordio la nuova piattaforma del movimento denominata Rousseau, una piattaforma web che avrebbe il compito di mettere insieme proposte, dibattiti su argomenti salienti e votazioni di mozioni e di rappresentanti del movimento. Un calderone fluido che dovrebbe ribollire di istinti e intelligenze sparse, capaci di coagularsi in una sorta di prototipo di organismo di autogoverno, nell'attesa di materializzarsi in un futuro non troppo remoto, nel mondo reale, dove le decisioni dei singoli influiscono per davvero sulla politica degli stati. Un'utopia insomma, ma portata avanti con molto senso pratico.
Il nome Rousseau, in omaggio al filosofo francese autore del "Contratto Sociale" non è scelto a caso.
Neanche a dirlo si tratta di un'operazione di marketing basata sul presupposto del mito fondativo, che dalla politica all'arte, passando per le arti marziali, sembra un requisito essenziale per chiunque voglia fondare un movimento nuovo. Nessun fenomeno epocale può immaginarsi privo di quell'evento fondante che ne costituisce le radici e la legittimazione storica e culturale. Pur tuttavia considerarlo solo un espediente propagandistico sarebbe fare un torto all'impegno fattivo del M5S e alla sua capacità di porsi come unica e vera opposizione ai vari regimi, benedetti dai mercati e dai suoi rappresentanti, che si sono succeduti negli ultimi 20 anni in Italia.
Il significato di volontà popolare si cala perfettamente dentro un vuoto e uno smarrimento culturale, costellato di icone esauste e ormai inservibili, che rappresentano ancora categorie ritenute superate o inutilizzabili come quelle di destra/sinistra.
Cosa rimane dopo la fine della rappresentazione epica dello scontro di classe? Cosa rimane dopo che la più grande religione laica degli ultimi due secoli, il marxismo, appare anch'essa secolarizzata e non più in grado di dare fede e speranza o fornire strumenti concettuali utili a costruire un nuovo futuro e una nuova visione della società? A ben guardare questo sarebbe il classico passo indietro leniniano per farne due avanti, un passo sostenuto da principi solidi e forze genuine che non assomiglia per niente ad altri tentativi patetici come quello di Craxi, che andò a ripescare un pallido Proudhon nell'empireo dei santi socialisti utopistici, mettendolo insieme a Garibaldi, per darsi una parvenza di sostanza e ardimento che facesse sbiadire il più prosaico aspetto delle ruberie e degli scandali. Rousseau è un vecchio arnese, superato dalla scienza marxista e dalla dialettica, ma visto il fallimento di quest'ultime, torna in auge.
A questo punto cosa c'è di meglio, superato il concetto di classe, inadatto a dare risposte e a risolvere aporie fastidiose, che non la volontà popolare? Un concetto che mette insieme pulsioni diverse, visioni spesso contrastanti e profili sociali non omologati a principi statici come quelli della classe. Il popolo è tutto e niente allo stesso tempo, siamo noi, ma anche qualcosa di diverso da noi, il popolo, l'unico soggetto generalista dal quale è possibile distillare una sapienza e una prassi decisionale legittimata dalla maggioranza.
Tralascio le aporie che lo stesso Rousseau aveva messo in evidenza quando si tratta di passare dalla cessione di sovranità dell'uno per consentire il bene di tutti, al governo vero e proprio di uno stato, che prevede ruoli e funzioni, almeno per motivi pratici, non direttamente riconducibili al volere generale (vi immaginate decidere sulla politica estera?). A tal proposito la funzione di un "direttorio" è imprescindibile, finendo per sminuire il potere di un'assemblea rappresentativa della volontà di tutti. Contraddizioni che non sono risolvibili, ma non importa, Rousseau ora è lo spirito dei tempi, ed è perfettamente fungibile in un contesto che richiede innovazione di prassi e linguaggi senza vincolare troppo ad un credo.
Certo il popolo rischia di inquinare con la sua maleducazione e la sua ingnoranza plebea la purezza del principio, ma in fondo Grillo e Casaleggio non sono dei fanatici della purezza né dei principi, loro sono oltre, sono al di là e forse anche un po' al di qua di tutti noi.
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sabato 11 aprile 2015
Il destino di una coalizione
La coalizione politica e sociale che si ripropone di creare un'alternativa ad un'Europa liberista e tiranna, dovrebbe creare uno spazio di discussione il più ampio possibile, dove si pongano da subito le premesse di un superamento di un regime nazionale corrotto dentro una dimensione sovranazionale dominata da una logica mercantile spietata ammantata di buon senso. Se non si fa questo, evitando inutili giri di parole che fanno trapelare soltanto confusione di idee e scarso coraggio, sarà il solito gioco delle parti che non condurrà a nulla di buono.
La sola maniera di semplificare la politica e attraverso la semplicità renderla intellegibile e al tempo stesso modificabile, è esprimersi in maniera semplice, saltando le logiche che legano un partito alle logiche di partito, un movimento alle logiche di un movimento e un sindacato alle logiche di un sindacato. Se non si vuole che tali logiche siano di inciampo bisogna andare oltre e rivolgersi direttamente ai soggetti sociali in campo, proponendo loro un patto politico solido.
La chiave sta tutta nell'offrire un'alterantiva non mediata, né linguisticamente, né politicamente, che si ponga da subito come alternativa reale e come scommessa per il futuro.
Facciamo questo ora e forse ce la faremo.
La sola maniera di semplificare la politica e attraverso la semplicità renderla intellegibile e al tempo stesso modificabile, è esprimersi in maniera semplice, saltando le logiche che legano un partito alle logiche di partito, un movimento alle logiche di un movimento e un sindacato alle logiche di un sindacato. Se non si vuole che tali logiche siano di inciampo bisogna andare oltre e rivolgersi direttamente ai soggetti sociali in campo, proponendo loro un patto politico solido.
La chiave sta tutta nell'offrire un'alterantiva non mediata, né linguisticamente, né politicamente, che si ponga da subito come alternativa reale e come scommessa per il futuro.
Facciamo questo ora e forse ce la faremo.
mercoledì 8 aprile 2015
La follia israeliana e la pax americana
di Tonino D’Orazio
Che Israele fosse il paese più pericoloso e guerrafondaio del medio oriente non vi era nessun dubbio. Eccetto per i fanatici amici del sionismo.
Che il Mossad, servizio segreto israeliano operasse indisturbato in vari paesi del mondo è più che risaputo, soprattutto dopo una eccellente, storica e mediatica caccia ai nazisti scappati, durante e dopo la seconda guerra mondiale, soprattutto nelle Americhe, anche del nord. Che siano rimasti senza colpevoli svariati assassinii politici nel mondo, compreso probabilmente l’uccisione in Svezia di Olaf Palme, insieme alla Cia, o le motivazioni faciloni e i mandanti dell’ultima strage di Utoya, del nazi-razzista e islamofobo Breiwik, in Norvegia, paese notoriamente “nemico” di Israele perché “troppo multiculturale”, tanto che già allora (2012) stava per riconoscere lo Stato della Palestina, non dovrebbe più stupire.
Che questo potente paese nucleare, che fa il buono e il cattivo tempo in tutta l’area, attacca, occupa, in nome della sua “sicurezza”; che viene lasciato fare, che sostituisce nell’area sia l’Onu che gli americani del nord, che è sempre più la stessa cosa, sulla scia del debito morale e del pentimento tedesco della Shoa esteso a tutti i bianchi; che riceve denaro facile dalla propria diaspora mondiale più per gli armamenti che per il beneficio della sua popolazione; che rifiuta di partecipare al Tribunale Penale Internazionale, e si capisce perché, mentre noi continuiamo a fare finta di niente sui vari genocidi perpetrati, passati e attuali; che tiene prigioniero in un immenso lager l’intera popolazione palestinese, dopo averla massacrata e resa economicamente schiava e dipendente, in modo evidente e diretto la Striscia di Gaza che resiste; che costruisce muri da apartheid più lunghi di quelli di Berlino; che rifiuta i controlli dell’Agenzia nucleare mondiale negando in modo ridicolo il possesso della bomba atomica, nell’ipocrisia totale del mondo occidentale sulle vere armi di distruzione di massa, ma ordinando all’Agenzia stessa di occuparsi dei suoi “nemici”, altrimenti ci pensa lui a bombardarli; che si occupa di pontificare su tutto, come padroni impuniti del mondo (visita senza invito di Netanyahu in qualsiasi paese, vedi addirittura Francia; ultimamente sfottò di Obama al Congresso statunitense, mettendo a nudo quanto conti poco un presidente e quanto contino invece i fascisti repubblicani e le loro lobbie, soprattutto degli armamenti e delle banche …); critica feroce e ironica, ma con velate minacce di ritorsioni, a tutti quei paesi che vogliono riconoscere lo Stato Palestinese, in barba ai pavidi occidentali (parlamento italiano compreso) del famoso “due popoli, due stati” che dura senza sbocco da 50 anni, mentre gli israeliani hanno occupato strutturalmente tutto, compreso pezzi della Siria e prossimamente della Giordania (il Libano gli è riuscito ancora poco); che bombarda chi gli pare e quando gli pare come diritto proveniente direttamente dalla giustizia di Dio che sembra non essere lo stesso di quello musulmano o cristiano; bene, dicevo, mentre si sistema diplomaticamente e apparentemente il cruciale problema del nucleare civile iraniano, il suo primo ministro lancia l’allarme e convoca il proprio “gabinetto di sicurezza”, cioè il consiglio di guerra.
Non si sente più garantito da suoi abituali protettori occidentali. Insomma, l’accordo Usa-Iran (gli altri non contano) “minaccia la sopravvivenza di Israele”. Insomma è appena stato rieletto su questa disseminata paura populista ed ecco che gli altri gli smontano il giocattolo della prepotenza e mettono all’angolo la sua presunzione e il suo paese. Non è solo, addirittura si profila un innaturale accordo con i sauditi. Oltre alla possibilità che i repubblicani non votino l’accordo al Congresso, anche se avrebbero difficoltà con le lobbies-business pronte a invadere il mercato iraniano, se già non ci sono. I fascisti sostengono i fascisti. Meglio, Ted Cruz, candidato alla presidenza degli Stati Uniti, ovviamente repubblicano, propone che Israele annetti la Giudea-Samaria. Un vero amico da far votare dalla lobbie ebraica, anche perché da ispano non potrebbe farcela.
In più il fatto che Teheran manterrà un solo impianto di “basso arricchimento” (per scopi pacifici) e lo stop alle sanzioni, a giudizio di Netanyahu, legittimerebbe il programma nucleare iraniano e aumenterebbe “aggressione e terrore“. Un po’ come il bue che dice cornuto all’asino. Il falco farà sicuramente una richiesta senza contropartita, cioè il riconoscimento dello stato attuale di Israele ignorando giustamente quello della Palestina.
E’ la vendetta di Obama? L’Arabia Saudita, sempre più strano alleato, sta mettendo in ginocchio, con la vendita del petrolio mondiale (da 100 a 45$ al barile in sei mesi), e con la diminuzione delle entrate finanziarie ai petrolieri nord americani e inglesi, venditori, ma anche degli altri paesi produttori.
Si sta vendicando della disfatta subita da lui e dai democratici alle ultime elezioni del midterm? Sta rendendo pan per focaccia allo strafottente Netanyahu e alle lobbies repubblicane? Sta recuperando i musulmani Usa? Si sta giocando le ultime carte da diplomatico-pacifista dopo essere stato il presidente americano della storia che ha più morti sulla coscienza, che ha innestato più guerre, anche economiche (vedi ancora Argentina e Venezuela, petroliferi recalcitranti), nel suo mandato pur essendo Nobel della pace? Vedi disgelo con Cuba e ora con lo storico nemico Iran? Sta rilanciando il business americano nelle due area? Sta tagliando l’Iran dall’amicizia, mai veramente dismessa, con la Russia, continuando ad assediare quest’ultima a sud? Sta interrompendo il flusso di petrolio verso la Cina, vera potenza dilagante e nemica economica? Sta bloccando la nascita di una nuova Banca Mondiale dei paesi Brics, senza la moneta dollaro, pronta dal 1° luglio? Alla quale potrebbe approvvigionarsi, dopo la Spagna, anche la Grecia o quei paesi renitenti alla ideologia feroce e massonica dell’austerità della Troika di Bruxelles o del Fmi?
E’ un accordo enorme per le strategie nord americane, visto che in fondo le sanzioni non sono servite a molto in verità. Il problema è capire come la follia di Israele possa interrompere la strategia imperiale nord americana in quell’area, già resa nevralgica e in guerra civile da loro stessi. Il Pakistan (frontiera della nuova potenza economica ed autonoma indiana inserita nei Brics,) con 200 mln di abitanti, atomico e domato, l’Afganistan (32 mln di ab.) domato, l’Irak (34 mln di ab; alcuni sono spariti nello slancio di democratizzazione americana) occupato per sempre, la Siria (24 mln. Di ab.) volutamente inguaiata con gli amici dell’Isis e che non resisterà molto ad implodere, i paesi ex Unione Sovietica confinanti con la Russia, grandi amici. Mancava l’Iran (75 mln di ab), da inondare adesso di dollari, vista la gioia mediatica della popolazione che sembra bloccare la rigidità degli Ayatolla al potere, oltre che per interrompere la nuova strategia di Putin rivolta ad est dopo quella bloccata a ovest, con l’Europa, con chiave di volta l’Ukraina. Insomma un’area di più di quattrocento milioni di “consumatori” che nuotano sul petrolio, dopo aver già sistemato il nord Africa, basta vedere l’acquisto di centinaia di nuovi F-16 da parte di quest’ultimi, per “difendersi” dall’Isis disseminato dappertutto, come le metastasi. Se questi ultimi sono pilotati dall’Iran, come ci si dice, dovrebbero “rallentare” le “conquiste saladiniane, se non sparire. Invece è presumibile che una volta creata l’utile tempesta questa continui per moto proprio con qualche mecenate interessato e pilota.
Insomma l’accordo è strategico per l’impero nord americano, basta tacitare Israele con un po’ di soldi in più, e bloccare velleitari tentativi di bombardamenti. Un capolavoro diplomatico sotto l’insegna della pace, dimenticando che sull’area vi sono centinaia di bombe atomiche amiche.
Che Israele fosse il paese più pericoloso e guerrafondaio del medio oriente non vi era nessun dubbio. Eccetto per i fanatici amici del sionismo.
Che il Mossad, servizio segreto israeliano operasse indisturbato in vari paesi del mondo è più che risaputo, soprattutto dopo una eccellente, storica e mediatica caccia ai nazisti scappati, durante e dopo la seconda guerra mondiale, soprattutto nelle Americhe, anche del nord. Che siano rimasti senza colpevoli svariati assassinii politici nel mondo, compreso probabilmente l’uccisione in Svezia di Olaf Palme, insieme alla Cia, o le motivazioni faciloni e i mandanti dell’ultima strage di Utoya, del nazi-razzista e islamofobo Breiwik, in Norvegia, paese notoriamente “nemico” di Israele perché “troppo multiculturale”, tanto che già allora (2012) stava per riconoscere lo Stato della Palestina, non dovrebbe più stupire.
Che questo potente paese nucleare, che fa il buono e il cattivo tempo in tutta l’area, attacca, occupa, in nome della sua “sicurezza”; che viene lasciato fare, che sostituisce nell’area sia l’Onu che gli americani del nord, che è sempre più la stessa cosa, sulla scia del debito morale e del pentimento tedesco della Shoa esteso a tutti i bianchi; che riceve denaro facile dalla propria diaspora mondiale più per gli armamenti che per il beneficio della sua popolazione; che rifiuta di partecipare al Tribunale Penale Internazionale, e si capisce perché, mentre noi continuiamo a fare finta di niente sui vari genocidi perpetrati, passati e attuali; che tiene prigioniero in un immenso lager l’intera popolazione palestinese, dopo averla massacrata e resa economicamente schiava e dipendente, in modo evidente e diretto la Striscia di Gaza che resiste; che costruisce muri da apartheid più lunghi di quelli di Berlino; che rifiuta i controlli dell’Agenzia nucleare mondiale negando in modo ridicolo il possesso della bomba atomica, nell’ipocrisia totale del mondo occidentale sulle vere armi di distruzione di massa, ma ordinando all’Agenzia stessa di occuparsi dei suoi “nemici”, altrimenti ci pensa lui a bombardarli; che si occupa di pontificare su tutto, come padroni impuniti del mondo (visita senza invito di Netanyahu in qualsiasi paese, vedi addirittura Francia; ultimamente sfottò di Obama al Congresso statunitense, mettendo a nudo quanto conti poco un presidente e quanto contino invece i fascisti repubblicani e le loro lobbie, soprattutto degli armamenti e delle banche …); critica feroce e ironica, ma con velate minacce di ritorsioni, a tutti quei paesi che vogliono riconoscere lo Stato Palestinese, in barba ai pavidi occidentali (parlamento italiano compreso) del famoso “due popoli, due stati” che dura senza sbocco da 50 anni, mentre gli israeliani hanno occupato strutturalmente tutto, compreso pezzi della Siria e prossimamente della Giordania (il Libano gli è riuscito ancora poco); che bombarda chi gli pare e quando gli pare come diritto proveniente direttamente dalla giustizia di Dio che sembra non essere lo stesso di quello musulmano o cristiano; bene, dicevo, mentre si sistema diplomaticamente e apparentemente il cruciale problema del nucleare civile iraniano, il suo primo ministro lancia l’allarme e convoca il proprio “gabinetto di sicurezza”, cioè il consiglio di guerra.
Non si sente più garantito da suoi abituali protettori occidentali. Insomma, l’accordo Usa-Iran (gli altri non contano) “minaccia la sopravvivenza di Israele”. Insomma è appena stato rieletto su questa disseminata paura populista ed ecco che gli altri gli smontano il giocattolo della prepotenza e mettono all’angolo la sua presunzione e il suo paese. Non è solo, addirittura si profila un innaturale accordo con i sauditi. Oltre alla possibilità che i repubblicani non votino l’accordo al Congresso, anche se avrebbero difficoltà con le lobbies-business pronte a invadere il mercato iraniano, se già non ci sono. I fascisti sostengono i fascisti. Meglio, Ted Cruz, candidato alla presidenza degli Stati Uniti, ovviamente repubblicano, propone che Israele annetti la Giudea-Samaria. Un vero amico da far votare dalla lobbie ebraica, anche perché da ispano non potrebbe farcela.
In più il fatto che Teheran manterrà un solo impianto di “basso arricchimento” (per scopi pacifici) e lo stop alle sanzioni, a giudizio di Netanyahu, legittimerebbe il programma nucleare iraniano e aumenterebbe “aggressione e terrore“. Un po’ come il bue che dice cornuto all’asino. Il falco farà sicuramente una richiesta senza contropartita, cioè il riconoscimento dello stato attuale di Israele ignorando giustamente quello della Palestina.
E’ la vendetta di Obama? L’Arabia Saudita, sempre più strano alleato, sta mettendo in ginocchio, con la vendita del petrolio mondiale (da 100 a 45$ al barile in sei mesi), e con la diminuzione delle entrate finanziarie ai petrolieri nord americani e inglesi, venditori, ma anche degli altri paesi produttori.
Si sta vendicando della disfatta subita da lui e dai democratici alle ultime elezioni del midterm? Sta rendendo pan per focaccia allo strafottente Netanyahu e alle lobbies repubblicane? Sta recuperando i musulmani Usa? Si sta giocando le ultime carte da diplomatico-pacifista dopo essere stato il presidente americano della storia che ha più morti sulla coscienza, che ha innestato più guerre, anche economiche (vedi ancora Argentina e Venezuela, petroliferi recalcitranti), nel suo mandato pur essendo Nobel della pace? Vedi disgelo con Cuba e ora con lo storico nemico Iran? Sta rilanciando il business americano nelle due area? Sta tagliando l’Iran dall’amicizia, mai veramente dismessa, con la Russia, continuando ad assediare quest’ultima a sud? Sta interrompendo il flusso di petrolio verso la Cina, vera potenza dilagante e nemica economica? Sta bloccando la nascita di una nuova Banca Mondiale dei paesi Brics, senza la moneta dollaro, pronta dal 1° luglio? Alla quale potrebbe approvvigionarsi, dopo la Spagna, anche la Grecia o quei paesi renitenti alla ideologia feroce e massonica dell’austerità della Troika di Bruxelles o del Fmi?
E’ un accordo enorme per le strategie nord americane, visto che in fondo le sanzioni non sono servite a molto in verità. Il problema è capire come la follia di Israele possa interrompere la strategia imperiale nord americana in quell’area, già resa nevralgica e in guerra civile da loro stessi. Il Pakistan (frontiera della nuova potenza economica ed autonoma indiana inserita nei Brics,) con 200 mln di abitanti, atomico e domato, l’Afganistan (32 mln di ab.) domato, l’Irak (34 mln di ab; alcuni sono spariti nello slancio di democratizzazione americana) occupato per sempre, la Siria (24 mln. Di ab.) volutamente inguaiata con gli amici dell’Isis e che non resisterà molto ad implodere, i paesi ex Unione Sovietica confinanti con la Russia, grandi amici. Mancava l’Iran (75 mln di ab), da inondare adesso di dollari, vista la gioia mediatica della popolazione che sembra bloccare la rigidità degli Ayatolla al potere, oltre che per interrompere la nuova strategia di Putin rivolta ad est dopo quella bloccata a ovest, con l’Europa, con chiave di volta l’Ukraina. Insomma un’area di più di quattrocento milioni di “consumatori” che nuotano sul petrolio, dopo aver già sistemato il nord Africa, basta vedere l’acquisto di centinaia di nuovi F-16 da parte di quest’ultimi, per “difendersi” dall’Isis disseminato dappertutto, come le metastasi. Se questi ultimi sono pilotati dall’Iran, come ci si dice, dovrebbero “rallentare” le “conquiste saladiniane, se non sparire. Invece è presumibile che una volta creata l’utile tempesta questa continui per moto proprio con qualche mecenate interessato e pilota.
Insomma l’accordo è strategico per l’impero nord americano, basta tacitare Israele con un po’ di soldi in più, e bloccare velleitari tentativi di bombardamenti. Un capolavoro diplomatico sotto l’insegna della pace, dimenticando che sull’area vi sono centinaia di bombe atomiche amiche.
lunedì 6 aprile 2015
Il lavoro assente
Il jobs act è
un'aberrazione, di questo possiamo esserne certi, ma anche il
consumismo e la perdita del valore in se delle cose è
un'aberrazione.
Il lavoro ha un valore in sé? Un errore logico direbbe qualcuno. Il valore in sé fa venire in mente la cosa in sé kantiana, un'entità inafferrabile ed inconoscibile, ma che esprime un'essenza con un significato e una funzione manifesta. Eppure cosa potrebbe avere più valore di un qualcosa che sfugge a una quantificazione numerica della sua essenza, principio cardine dell'alienazione di un oggetto (merce) dal suo valore d'uso?
Al di là delle parafrasi filosofiche vorrei dire molto semplicemente che oggi si è smarrito il senso di un lavoro come valore a sé stante e come auto-valorizzazione che prescinde dal prodotto stesso del lavoro. Per chi pensava che lavorare fosse una benedizione e vedeva se stesso riflesso nel proprio lavoro, non c'era nulla di mediato nel lavorare, c'era il lavoro e basta: dignità per sé e per la propria famiglia, reddito, futuro. Col passare del tempo e l'affermarsi del consumo come disincanto della civiltà e necessità dell'economia, il lavoro è divenuto una pausa ingombrante frapposto al tempo di consumo e al desiderio.
Non possiamo semplicemente pensare ad una riconquista dei diritti e alla fine di questo inferno liberista se non superiamo l'idea del lavoro come tassa sul consumo, come prigione del corpo e inibizione dell'istinto. Occorre abbinare alla richiesta dei diritti una dichiarazione di disponibilità ad un lavoro utile al bene comune, e occorre ripensare la teoria dei bisogni. Non possiamo più giustificare l'assenteismo.
Dobbiamo impossessarci del lavoro per non dover più essere costretti a liberarcene.
Il lavoro ha un valore in sé? Un errore logico direbbe qualcuno. Il valore in sé fa venire in mente la cosa in sé kantiana, un'entità inafferrabile ed inconoscibile, ma che esprime un'essenza con un significato e una funzione manifesta. Eppure cosa potrebbe avere più valore di un qualcosa che sfugge a una quantificazione numerica della sua essenza, principio cardine dell'alienazione di un oggetto (merce) dal suo valore d'uso?
Al di là delle parafrasi filosofiche vorrei dire molto semplicemente che oggi si è smarrito il senso di un lavoro come valore a sé stante e come auto-valorizzazione che prescinde dal prodotto stesso del lavoro. Per chi pensava che lavorare fosse una benedizione e vedeva se stesso riflesso nel proprio lavoro, non c'era nulla di mediato nel lavorare, c'era il lavoro e basta: dignità per sé e per la propria famiglia, reddito, futuro. Col passare del tempo e l'affermarsi del consumo come disincanto della civiltà e necessità dell'economia, il lavoro è divenuto una pausa ingombrante frapposto al tempo di consumo e al desiderio.
Non possiamo semplicemente pensare ad una riconquista dei diritti e alla fine di questo inferno liberista se non superiamo l'idea del lavoro come tassa sul consumo, come prigione del corpo e inibizione dell'istinto. Occorre abbinare alla richiesta dei diritti una dichiarazione di disponibilità ad un lavoro utile al bene comune, e occorre ripensare la teoria dei bisogni. Non possiamo più giustificare l'assenteismo.
Dobbiamo impossessarci del lavoro per non dover più essere costretti a liberarcene.
sabato 4 aprile 2015
Pensieri notturni 9
La sfortuna e la fortuna di noi italiani è che siamo personaggi da commedia...all'italiana.
Come fai a prenderti sul serio e a prendere sul serio la vita quando impari che l'unica cosa che esiste è lo scherno, lo sfottò, la dissacrazione cialtronesca, il disincanto del giullare e il fatalismo del pezzente?
Dicono: "cresci cazzo!". Ma come fai a crescere se già solo la parola crescere ti suscita ilarità?
Per altri versi invece è una fortuna essere dei commedianti immaturi, perché quelli cresciuti prendono molto sul serio questioni come la guerra e non mi pare una gran buona cosa.
A noi anche la guerra fa ridere.
Come fai a prenderti sul serio e a prendere sul serio la vita quando impari che l'unica cosa che esiste è lo scherno, lo sfottò, la dissacrazione cialtronesca, il disincanto del giullare e il fatalismo del pezzente?
Dicono: "cresci cazzo!". Ma come fai a crescere se già solo la parola crescere ti suscita ilarità?
Per altri versi invece è una fortuna essere dei commedianti immaturi, perché quelli cresciuti prendono molto sul serio questioni come la guerra e non mi pare una gran buona cosa.
A noi anche la guerra fa ridere.
mercoledì 1 aprile 2015
I migliori amici della destra liberista
di Tonino D’Orazio
O se volete
dell’austerità per i poveri. A conti fatti sono i socialisti
europei e i democrat di questo periodo storico.
Il primo ministro
francese Valls, dopo la scoppola ricevuta nelle regionali francesi
(Départementales) terminate al secondo turno domenica 29 marzo, ha
dichiarato che la linea governativa non sarebbe affatto cambiata.
Anzi ha ribadito che il governo andrà avanti sulla diminuzione dei
diritti sociali e del lavoro. In fondo, in Europa solo queste due
questioni si chiamano “riforme”.
I centristi e la destra
francese (l’UMP e l’UDI) raggruppati da Sarkosy, conquistano 66
regioni, togliendone 30 ai socialisti che ne conservano 31. L’estrema
destra (FN) manca di poco la vittoria in due regioni e conquista un
numero record di consiglieri regionali, una sessantina.
Cosa succede in Francia?
Intanto il FN di Marine Le Pen è aumentato dappertutto, anche dove
era già forte, penetrando tutti i ceti sociali, soprattutto
popolari. Il 26% dei francesi ha votato per il FN senza nemmeno aver
bisogno di conoscere candidati e programmi (ricordate il M5S?), si
può oggi credere ad uno zoccolo elettorale duro intorno al 25% che
gli permetterebbe di essere il primo partito nelle prossime elezioni
del 2017.
L’altro concetto è
quello della porosità degli elettori tra la destra repubblicana e
l’estrema destra. E’ lo stesso concetto del renzismo quando si
sposta dal centro verso destra. Al ballottaggio tra un candidato
socialista e uno frondista l’elettore di destra si rifiuta di
scegliere (per metà) oppure vota direttamente FN (il 25%). Segno di
una cultura di destra sempre più prevalente. Insomma meglio la copia
diretta che la fotocopia mediata.
Sia Hollande che Valls
fanno finta di niente. Il primo, il mite, si ostina nel suo ruolo di
presidente delle buone notizie e ad aspettare la ripresa come si
aspetta Godot, o noi della fine del tunnel che sappiamo che non ci
sarà, rischiando di tagliarsi definitivamente, non solo dalla
sinistra, ma anche dal paese.
L’altro, Valls, pur
costatando che: “I francesi, con il loro voto, e anche con la
loro astensione, [50%], hanno rappresentato di nuovo le loro attese e
le loro esigenze, la loro collera, la loro fatica di fronte a una
vita quotidiana troppo difficile: la disoccupazione, le tasse, la
vita troppo cara. Ho ascoltato questo messaggio”, (Ecco un
altro che ascolta. Ma sicuramente la colpa di tutto questo elenco da
sfottò è del Patrigno Eterno), dichiara che la linea politica di
prima delle elezioni del governo non cambierà, né il primo
ministro. Anima in pace, nessuno si muova.
Rilancia il concetto di
nuove misure per l’investimento pubblico e privato. Un colpo al
cerchio e uno alla botte. Sappiamo che il colpo migliore andrà come
sempre al privato. Meglio rassicurarli che continueranno sicuramente
l’alleggerimento dello Stato. Difende di nuovo la legge Macon,
perché “libera le energie” e soprattutto la prossima legge
“riformatrice” sul “dialogo sociale”, un po’ come “ascolto
le parti sociali ma vado avanti”, giusto per divertire i sindacati
(18), già parecchio divisi.
La legge Macon? Lavoro di
domenica e di notte. Potenziamento dell’utilizzo degli autobus
diminuendo i treni con decine di impieghi per autisti (sic).
Regolamentazione delle professioni di notai e uscieri in libero
mercato e pensione obbligatoria a 70 anni. Libero accesso ai dati
delle Camere di Commercio e al registro delle Società. Diminuzione
fino all’abolizione della camera di compensazione per i conflitti
del lavoro (Camere Prud’homme) dove i sindacati eleggevano il
mediatore. Semplifica le norme per l’azionariato e la
partecipazione dei lavoratori al capitale delle loro imprese, però
abolisce il “premio sui profitti” che obbligava l’impresa, che
aumentava i dividenti per due anni consecutivi, a ridistribuirli ai
salariati. Da 5 a 10 miliardi di privatizzazioni di beni comuni. 4 di
questi saranno ridistribuiti alle imprese fortemente indebitate.
(Forse non possono regalare direttamente le privatizzate).
Allentamento sui criteri di licenziamenti collettivi per
tranquillizzare i datoriali. Facilitazioni finanziarie per ottenere
la patente di guida con la privatizzazione del servizio. Si pensa che
in Francia circolino almeno 5 milioni senza patente. Le imprese
potranno prestarsi i soldi tra di loro. Le indennità date ai
salariati dovranno essere proporzionate alla grandezza delle imprese;
cioè saranno meno elevate se l’impresa è piccola. Infine la
ciliegina: l’esercito potrà affittare il materiale bellico alle
società private che avranno ricomprato il materiale dal Ministero
della Difesa; una cartolarizzazione tremontina tipo immobili Inps.
Pensate che la destra
francese fa opposizione dura, anche se poi lascia l’Aula per farla
passare con il voto del primo turno. Forse per loro non basta, ma è
una bella furbata prima delle elezioni regionali.
Il tutto per la “crescita
del paese”. Una linea inderogabile, viste le difficoltà di
bilancio della Francia di fronte alla Troika di Bruxelles (Suona
meglio che anonimo e segreto “Gruppo di Bruxelles”; come Troika
le loro aspirazioni erano state scoperte e denudate da Tsipras).
Anche nel PS francese ci
sono minoranze che dicono no a questa legge “gran sacco”, ma poi
votano sì sul voto di fiducia posto dal governo. Ci mancherebbe.
Farebbero più bella figura a stare zitti e tenersi le responsabilità
che comunque hanno e che i francesi hanno appena ricordato loro.
Ma possono sopravvivere
e, mal che vada, allearsi direttamente con la destra o il centro, se
dovesse sorgere un partito di opposizione, anche se il FN, a
disturbare la “costruzione europea” neoliberista. Abbiamo già
visto il teatrino unitario sull’austerità in vari paesi europei.
Bastano le leggi elettorali ad hoc. Oppure le trans migrazioni
italiane così utili, ancora oggi, a F.I.
Insomma il socialismo
blairiano, lanciato nel settembre 1995 con la sua rivoluzione
culturale "Ispiriamoci alla Thatcher: programma chiaro, basta
coi potentati, un solo leader …”, seguito poi da Schroeder in
Germania, è andato oltre quello che ci diceva Simone Weil: “Il
partito socialdemocratico è lo strumento della borghesia per
utilizzare ai propri fini la forza politica dei lavoratori. E questi
ultimi non se ne accorgono”, ben traducendo il termine marxista di
alienazione.
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