lunedì 11 marzo 2013

Occupy Grillo

A questo punto l'unica cosa che rimane da fare è occupare il M5S. Visto che tale movimento come riassume in maniera brillante Carlo Freccero si trova avviluppato in un'impasse dal quale difficilmente verrà fuori, e visto che lo stesso è l'espressione di istanze dal basso ed è il massimo esempio di democrazia diretta(?) che abbiamo in Italia, consideriamolo un contenitore senza copyright dove far valere il principio della democrazia partecipativa e di una logica discorsiva che trascenda le appartenenze politiche. Strano a dirsi, ma il M5S sembrerebbe ormai una sorta di religione civile che funge da perimetro per qualsiasi istanza sociale e politica, dove possono e devono per forza di cose convivere cultori della tradizione ed eretici di ogni fatta in attesa di un nuovo papa e di un nuovo verbo.
Grillo parla solo di sprechi, come se quegli spiccioli che smuove la casta fossero il vero problema e non un modello di relazioni economiche e un paradigma economico che ci hanno imposto privandoci di reddito, di lavoro e di libertà. Altro che auto blu e rimborsi ai partiti. Ecco, infiltriamo questo movimento e facciamogli capire che il moralismo per smuovere le pance degli italiani non basta e ci vuole ben altro, e magari ricordiamogli che esiste anche un problema di cittadinanza universale che riguarda tutti, migranti compresi. Grillo perderà parte dei consensi trasversali che si è guadagnato finora, ma ci guadagnerà nei contenuti e comunque l'agenda politica non potrà più essere quella dei Monti e delle varie Troike. 


domenica 10 marzo 2013

Les italiens expliqués aux enfants

di Pierluigi Sullo da democraziakmzero


Nel 1988, Jean-François Lyotard pubblicò un libro dal titolo fulminante: “Le postmoderne expliqué aux enfants”, il postmoderno spiegato ai bambini. Che arrivava dopo “La condizione postmoderna”, uscito all’inizio degli anni ottanta. In quei libri, il filosofo francese analizzava la disgregazione delle “grandi narrazioni”, l’illuminismo (e il liberalismo) e il marxismo, alle prese con la trasformazione radicale della società, dell’economia, della geografia dei poteri. Dopo un quarto di secolo, gli elettori italiani “hanno votato due clown”, come ha detto il capo della Spd tedesca.
Qualcuno dovrebbe azzardarsi a scrivere un libro intitolato “Les italiens expliqués aux enfants”. C’è infatti chi pensa che gli italiani sono un popolo bizzarro, irresponsabile, e chi dice che sono annegati nel provincialismo, hanno cioè staccato le connessioni con il resto del mondo. Dappertutto gli elettori votano – sempre meno – per i partiti tradizionali, e tradizionalmente divisi in “destra” e “sinistra”, restando perfino in Grecia al di qua dell’abisso che si spalanca oltre l’orlo dell’euro (dato che il mondo è tornato piatto, ed ha la forma di una moneta). E dappertutto, quando protestano, i cittadini assumono lo stile degli Indignados, del movimento Occupy, della gente di piazza Tahrir al Cairo. Ovvero: i sistemi politici reggono, bene o male, mentre a ondate dalle società arrivano messaggi di sfiducia, di estraneità, di rigetto.
In Italia, al contrario, è accaduto che la marea del rifiuto della politica è entrata dentro la politica indossando la maschera non di Anonymous ma di Beppe Grillo.
Perché si producesse questo risultato dev’essere accaduto, nel profondo della società, un qualche cataclisma. E siccome è l’unico caso al mondo, converebbe appunto cercare di capire gli italiani, perché si potrebbe trattare non di una scelta di retroguardia, o di amore per la commedia dell’arte (sublime invenzione italiana), ma all’opposto di un annuncio, di una sperimentazione d’avanguardia.
Per capire meglio converrà ricordare – in breve – una caratteristica singolare, nel panorama europeo, dell’Italia: la debolezza e fragilità dello Stato nazionale. Il nostro è piuttosto un paese dalla lunga tradizione municipale. Lo Stato è nato tardi e male, la lingua italiana non si è diffusa davvero che dagli anni sessanta, grazie alla televisione prima, e agli studenti del 68 poi. I “trenta gloriosi”, i decenni del boom industriale e dei consumi, sono stati quelli della unificazione nazionale, della “modernizzazione”, dei grandi partiti di massa. La Resistenza al fascismo, la repubblica e la Costituzione erano le solide basi di un consenso nazionale che ha resistito alle pressioni contrapposte della guerra fredda. In quegli anni lo Stato ha svolto un ruolo importante. Secondo l’ideologia dell’epoca, il “pubblico” doveva creare le condizioni – sociali, finanziarie, del mercato interno, delle esportazioni – perché la produzione avesse fondamenta solide, creando i settori “strategici” (l’energia, l’acciaio, la chimica di base…), attenuando il divario tra nord e sud, e aiutando così la creatività imprenditoriale. Il tentativo ha avuto successo per un paio di decenni, tra il ’50 e il ’70. Poi la maionese è impazzita. Prima perché le masse di studenti create dalla scolarizzazione e le masse di operai create dall’industrializzazione si sono ribellati, in un 68 che in Italia è durato quasi un decennio; poi perché il capitalismo globale ha smantellato il fordismo e inventato la produzione globale “a rete”, insomma la globalizzazione, distruggendo le basi stesse della insorgenza operaia e di quell’ordine sociale: le grandi fabbriche.
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E’ allora che Lyotard scrive “La condizione postmoderna”. La modernità si era gravemente ammalata. Il consumo come religione civile, l’atomizzazione e la dispersione delle classi, l’ideologia del “deciderà il mercato” ha, in questi decenni, fatto un’altra vittima eccellente: lo Stato nazionale. Nel nostro paese, lo Stato era debole già alla nascita, nello spirito civico della gente, però aveva svolto almeno quel ruolo di promotore economico. Una presenza tanto massiccia, quella dello Stato, che tutte le grandi industrie italiane o appartenevano allo Stato o contavano su finanziamenti pubblici. E’ la storia della Fiat, che è sopravvissuta soprattutto grazie al denaro pubblico, in ogni forma. E questa regia statale sulle grandi imprese ha nel tempo prodotto un fenomeno endemico, quello delle decisioni “poltiiche” più che economiche, degli aiuti “a pioggia”, infine della corruzione pura e semplice, perché se lo Stato aiutava l’economia, i potenti dell’economia aiutavano, cioè finanziavano, i partiti di governo, e così via. (Senza tener conto della mafia, la cui penetrazione nella finanza e nell’economia è incalcolabile, come incalcolabile è il suo apporto alla corruzione).
Questo equilibrio, pur malsano, è stato distrutto dall’ideologia liberista. Vietare gli “aiuti di Stato” e privatizzare tutte le grandi imprese italiane, o privatizzarne la gestione, ha voluto dire sottrarre un pilastro all’economia del paese, che oggi non ha più strategie nazionali di alcun tipo, e far esplodere la corruzione. La privatizzazione, cioè l’accaparramento di ciò che era pubblico, è stata condotta, dagli anni novanta in poi, con una frenesia paragonabile a quel che accadde in Unione sovietica dopo il crollo del regime. Allo stesso tempo, però, la creatività imprenditoriale che pure negli anni cinquanta e sessanta aveva creato una media industria efficiente, era a sua volta esplosa in una forma del tutto nuova: quella della piccola e media industria del nord, che, sfruttando vocazioni e saperi locali, aveva creato un intero settore della produzione in grado di sostenere la competizione globale. E’ qui la culla della Lega nord, la cui ragione principale era – ed è tuttora, sebbene fuori tempo – la separazione delle regioni del nord dai “parassiti” del sud: la frattura, all’epoca, correva tra regioni in grado di “competere” e regioni gettate ai margini. Alcuni di quegli imprenditori hanno avuto un successo globale: Del Vecchio con gli occhiali, Benetton con la maglieria, Della Valle con le scarpe, ecc.
Ora ci troviamo nella terza vita dell’Italia del dopoguerra. Il banco è saltato definitivamente quando Mario Monti ha formato il “governo tecnico”. Il suo mandato era costringere il paese nella camicia di forza del pareggio di bilancio e del “fiscal compact”, l’astratto e impossibile obiettivo da contabili di uniformare il bilancio pubblico italiano a quello tedesco. E così, per mantenere vivo il sistema di finanziamento pubblico a quel che resta delle grandi imprese italiane, in particolare per mezzo di “grandi opere”, il governo “tecnico” ha depredato la spesa statale in sanità, istruzione, ricerca, trasporti di prossimità, le casse dei comuni, e soprattutto ha colpito il bene principale degli italiani, la casa. Da un lato, la corruzione e i miliardi gettati per autostrade o treni ad alta velocità inutili e insopportabili, considerato il tipo di territorio italiano, e uno “sviluppo” affidato, come in Spagna, all’edilizia selvaggia; dall’altro lato, una riduzione mai vista prima della spesa sociale e dei redditi. Per di più, la crisi ha colpito la sola parte vitale dell’economia, le piccole e medie imprese, i cui mercati si sono ristretti sia perché i consumi calano, sia perché l’euro forte ostacola le esportazioni, infine perché le banche, pur finanziate dal governo e dalla Bce per evitarne il fallimento, hanno cessato di dare credito alle piccole industrie. La mortalità di imprese è impressionante, e va di pari passo con l’aumento straosferico di aiuti ai disoccupati. Ormai un terzo degli italiani ha un reddito insufficiente a vivere e un terzo dei giovani non trova lavoro (la metà nel sud).
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Il comportamento elettorale di una persona non si sovrappone affatto – in un’epoca volatile, “liquida”, come questa – con i suoi comportamenti sociali. In Italia si è sempre votato molto (anche se il rifiuto del voto è cresciuto ancora, in queste elezioni), perché il lato convincente dello Stato, la Costituzione nata dalla Resistenza, gode tuttora di grande prestigio. Così come molto ampio è ancora l’insediamento culturale della sinistra storica, per la quale le elezioni sono il mezzo per “cambiare le cose”. Ma allo stesso tempo, negli ultimi dieci-quindici anni, il paese è stato l’incubatore di una grande quantità di movimenti sociali: forse il paese europeo più vivo, da questo punto di vista. L’evento fondativo è stata Genova, nel 2001; subito dopo i tre milioni in strada contro la guerra in Iraq (e i tre milioni di bandiere della pace alle finestre); la grande diffusione di iniziative altro-economiche e i record di agricoltura biologica, di aumento delle fonti pulite di energia e del numero di gruppi che praticano un commercio solidale e di prossimità; le ondate di proteste in scuole e università; le centinaia di movimenti e comitati locali contro le “grandi opere” e per il paesaggio; le reti di protezioen die migranti; la campagna per l’acqua pubblica.
Proprio quest’ultima vicenda fa da spartiacque: caso unico al mondo, si è votato per un referendum popolare che chiedeva che l’acqua fosse sottratta al mercato. Ventisette milioni di elettori hanno detto sì, l’acqua deve restare pubblica (e hanno detto no al nucleare). Quello è stato il punto più alto nel rapporto tra nuovi movimenti sociali e apparato istituzionale. Era un segnale potente che diceva: le politiche neoliberiste che la politica persegue sono sbagliate: un voto di sfiducia. Ma il referendum è stato aggirato, ignorato e contraddetto da ogni livello istituzionale e amministrativo. Politici e aziende delle “commodities” hanno finto non fosse accaduto nulla. Ne sarebbe pouta seguire una diserzione massiccia, alle elezioni. Quel che è capitato nell’ultimo voto in Sicilia, quando i non votanti sono stati più dei votanti. Ma gran parte delle proposte elaborate dai movimenti sono precipitate nel programma dei 5 Stelle, a cominciare dalla ricerca della democrazia diretta (lo stesso tema che ha animato gli Indignados o Occupy). E lì si sono trovate in compagnia di spinte diverse e in parte complementari: quella contro la corruzione e per la legalità, quella della delusione del nord nei confronti della Lega, anch’essa coinvolta nella corruzione, quella degli elettori di destra che Berlusconi – che ha perso la metà dei voti in numeri assoluti – non ammaliava più con l’”arricchitevi”, parola d’ordine fondamentale dell’ultimo ventennio.
L’accumulo di questa potenza sociale composta da molte tendenze, però convergenti nel rifiuto della “politica”, e che, come ha scritto Marco Revelli, non trovava più, come il magma di un vulcano otturato, una via di sfogo nei partti tradizionali, né era del tutto propensa a rifiutare il voto, ha usato come canale di espressione il movimento di Beppe Grillo.
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La nascita e l’evoluzione dei 5 Stelle finirà nei manuali di marketing, oltre che in quelli di storia della politica. All’indomani delle elezioni, Grillo, in una delle rare dichiarazioni ai giornalisti televisivi, ha avuto un lapsus significativo. Parlando della sua campagna elettorale, ha detto che “eh sì, ho fatto settantasette spettacoli“. Spettacoli, non comizi o raduni di piazza. Lui e il suo consigliere e socio, Gianroberto Casaleggio, titolare di un’impresa di comunicazione, hanno creato una macchina perfettamenta funzionante, il cui il “logo” è di loro proprietà, il cui uso della Rete annichilisce le televisioni, costrette a rincorrere ciò che il web diffonde come un virus e, allo stesso tempo, rassicura i militanti del movimento sul fatto che “uno vale uno”, perché la Rete appare egualitaria. Lo stesso Grillo non è percepito come “capo” o “leader”, benché la sua parola alla fine valga come decisione finale, ma come un “garante” o un “portavoce”, colui che dà forza alle proposte del movimento con la sua efficacia retorica e con le iniziative spettacolari, come attraversare lo Stretto a nuoto prima delle elezioni siciliane. E’ una figura di tipo nuovo, che non ha più nulla a che fare con i “vertici” dei partiti novecenteschi e nemmeno con il signore delle televizioni, Berlusconi, che si trasformò subito in un “leader” politico, nel “capo del governo”. Grillo non si è nemmeno candidato al parlamento: resta a galleggiare in una sorta di “cloud”, di nuvola informatica, e per certi versi ricorda il ruolo di un profeta para-religioso. Ma, in ogni modo, non contraddice, nello stile della comunicazione, la convenzione della democrazia diretta. dentro il movimento e come soluzione per tutta la società.
Un accurato dosaggio dei contenuti da proporre – odio per i partiti e azzeramento dei loro privilegi sì, diritti dei migranti e diritti civili per i gay no – ha infine aggregato elettori di molte tendenze: secondo l’analisi dei flussi elettorali, un terzo degli elettori dei 5 Stelle proviene dalla destra, un terzo dal centrosinistra, un terzo dal non voto, il resto dalla Lega e da varie e più piccole fonti.
Il successo funziona da collante molto efficace: pur essendo evidenti le contraddizioni, per un lungo periodo tutte queste cose riusciranno probabilmente a convivere senza problemi. Ma, appunto, il comportamento elettorale non esaurisce l’esistenza delle persone. Chi fa parte di un movimento come quello dei No Tav valsusini, ed ha votato per Grillo, non è perciò un “grillino” e, salvo eccezioni, resta principalmente un No Tav. Capitò lo stesso quando nel 2006 la “sinistra radicale” ottenne, nella bassa Valle di Susa, il 40 per cento dei voti (i 5 Stelle hanno avuto il 38), e non per questo tutti i No Tav erano diventati comunisti o verdi. E resta naturalmente il problema principale: lo Stato. Ossia la possibilità effettiva di “cambiare le cose” entrando nelle istituzioni, specie quelle nazionali.
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Con tutta probabilità il movimento di Grillo, i suoi parlamentari, faranno fallire ogni tentativo di formare un governo, sulla base della premessa “noi non facciamo alleanze, votiamo solo le leggi coerenti con il nostro programma”. Ma è evidente che se non esiste un governo non si può votare alcuna legge. Avendo il coltello dalla parte del manico i 5 Stelle avrebbero gioco facile – e ragionevole – nell’imporre al centrosinistra una serie di provvedimenti. Potrebbero insomma replicare, alla proposta degli “otto punti” di Bersani, con i loro punti, ad esempio la riduzione dei costi e la moralità della politica, l’energia pulita e l’acqua pubblica (la cittadinanza ai figli di stranieri nati in Italia no, perché questo farebbe insorgere una parte del loro elettorato). Invece punteranno su nuove elezioni e su un ulteriore aumento dei loro voti, cioè sulla distruzione del sistema politico attuale.
Ma questo non fornisce una risposta alla domanda: a che serve entrare in parlamento? Si possono davvero cambiare el cose, da lì? In altre parole, la straordinaria faglia orizzontale, che in Italia non si è mai davvero saldata, tra la società e lo Stato, e che oggi è diventata una voragine, tale resta nonostante l’irruzione elettorale della potenza sociale accumulata in anni di movimenti. Lo Stato nazionale, già debole storicamente, già screditato dalla corruzione dilagante degli ultimi decenni, è oggi svuotato dalla globalizzazione, dal potere dei mercati finanziari e da quella forma “locale” di obbedienza ai mercati che è l’integrazione europea modellata dalla Germania. Così che accade – allo stesso tempo e da parte spesso delle stesse persone – che si cerchi di far saltare il banco del sistema politico votando per i 5 Stelle e si ricerchino forme di democrazia diretta, allo scopo di salvaguardare e autogovernare i beni comuni, ritrovando la storia municipale locale che in Italia, sebbene umiliata dalla “modernità”, è sempre rimasta viva, e insieme guardando a movimenti globali come quello per l’acqua, quello dei contadini a difesa della terra, quello contro le grandi opere (e i No Tav hanno tessuto alleanze in diversi paesi europei) e in generale contro la “crescita”, e così via.
Il fatto interessante è che al contrario i 5 Stelle sono sostanzialmente un movimento nazionale, benché spesso abbiano basi locali nei movimenti nati per altri scopi: il loro programma ignora l’autonomia municipale nonché l’orizzonte globale, anche se si citano l’”austerità” e il “fiscal compact”.
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Per spiegarlo aux enfants che vedono solo le facce della commedia dell’arte, nella vicenda italiana, il nostro è il paese che, nel bene e nel male, si è avventurato più lontano sul terreno sconosciuto e pericoloso, e chissà promettente, che si trova dopo quel pilastro della modernità occidentale che è lo Stato nazionale.

sabato 9 marzo 2013

Non voglio diventare nazionalista


di Tonino D’Orazio

Altri lo vogliono. Dall’Europa agli americani.

E’ in atto un ulteriore attacco sistematico al nostro paese. Dagli “amici” più stretti. Un po’ come le mantide religiose che divorano per troppo amore e passione.

La guerra in atto per continuare a tenere ingabbiato economicamente il nostro paese ha qualcosa di talmente insano e antidemocratico che dovrebbe risvegliare addirittura le coscienze patriottiche. Patriottismo formale sempre sbandierato dalle destre italiane e paese puntualmente svenduto dei suoi interessi fondamentali agli stranieri, amici. Non pensavo di utilizzare questi termini ma mi sono ricordato che i partigiani, tutti, si chiamavano tra loro “patrioti” componendo il Comitato Nazionale di Liberazione dall’oppressione straniera. Quando serviva non c’era né destra né sinistra.

Dopo aver perso due guerre mondiali penso che la Germania non possa vincere questa terza, oggi economica, pur essendo alleata alle maggiori forze e alle lobbies finanziarie mondiali, cioè anglosassone, e in un certo senso anche dipendente da esse e dai loro ratings. Il suo tallone d’Achille è proprio l’Euro, e il mediterraneo è di nuovo un boccone troppo grosso. Per questo sono nervosi più di noi, da un ricatto a un altro, da un insulto all’altro. Anzi, mentre il Fmi e l’Ocse hanno fatto marcia indietro e parlano dei danni che con la Bce ci stanno procurando le politiche di austerità, in Germania, invece, per motivi ideologici e anche elettorali, si continua a far finta di nulla. E’ un popolo strano, tira dritto in avanti, senza fermarsi, come ha sempre fatto, con metodo, fino alla fine, sua e di tutti. Eccetto degli inglesi che li conoscono bene e hanno scelto di non dipendere dall’Euro-Germania. Gli sciovinisti francesi pensavano di diventare imperiali e lo sono diventati verso di noi (e gli spagnoli) ricomprandosi tutto l’agroalimentare italiano, le case di moda, l’aeronautica civile, le banche, la produzione elettrica ecc … Vivono di rendita.

Certo per l’Italia l’uscita dall’Euro porrebbe sicuramente una serie di gravi problemi, però a detta di economisti mondiali, premi Nobel sicuramente meglio, più competenti e meno disastrosi dei nostri bocconiani attuali, ormai di già triste memoria, potrebbe anche rappresentare una soluzione. Allora è proprio la Germania che un giorno sì e uno no, socialisti e liberali compresi, minacciano di spingerci fuori dall’Eurozona, se non facciamo ciò che vogliono, o in un recinto euro di serie B, in un’aia-colonia per i polli di allevamento di razza mediterranea. Vecchi ricordi mai sopiti.

Ci si mettono tutti, anche la Svizzera che fa accordi con tutti ma non con noi per i fondi trafugati dall’Italia e depositati presso le loro banche. Forse sono talmente tanti che rischiano di impoverirsi o se lo fanno rischiano di vederli sparire in migliori e più anonimi paradisi fiscali. Una vecchia canzone popolare del Sud sussurrava che la “Svizzera cammina con il nostro fiato e i nostri soldi”.

Nessuno dà per scontato che una Europa di destra costruita da 20 anni su teorie thacheriane e neoliberiste, (ma accettate dai socialisti europei), sulla guerra economica interna, con il libero mercato che significa che il più forte vince sempre, cioè tutti contro tutti, avrebbe dato questi risultati. Allora salvare l’Italia, salvare l’Europa … A chi e a che cosa si riferisce il termine salvare? E’ chiaro che questa non è l’Europa democratica e parlamentare dei popoli, e questa ovviamente non è più l’Italia della nostra Costituzione. Sono diventate invece la solita antica guerra dei ricchi contro i poveri. Della sopraffazione tramite la democrazia limitata. Lo stesso Draghi ribadisce che elezioni o meno l’Italia è già su un binario obbligato, e si riferisce alla norma inserita in costituzione chiamata Fiscal compac . Allora perché tanto clamore per un governo obbediente, un parlamento servile se non inutile perché farebbe finta di gestire le risorse del paese già accaparrate tecnicamente da altri, una nazione in ginocchio e senza speranza.

30% degli italiani stanno rialzando la testa? Hanno messo una zeppa alle strane contiguità ? Hanno scelto di slancio uno strano anticonformista contenitore. Sicuro che non hanno capito niente? Sicuro che non si possa chiamare questa fase elettorale “primavera italiana” e dare fiducia? O bisogna mantenere in blocco tutto il “vecchio” che ci ha portati in queste condizioni di sudditanza infinita e senza speranza? Mantenere questo vecchio “non populista” (o anti-populista), cioè senza il popolo, in una struttura ultra-neo-liberista mortale a fuoco lento?

Per alcuni forse non è più giusto indignarsi o ribellarsi. Altri, pragmaticamente, hanno scelto quello che il convento passava, ma che conteneva una sicura giustizia sociale e una moralità complessiva che altri non potevano più accampare tranquillamente. Anzi, già così non lo possono fare più.
 

venerdì 8 marzo 2013

Correte correte, è arrivato Giggino o'bluff


Di Napoli non so molto e di De Magistris so qualcosa, avendo seguito dapprima la sua carriera di magistrato e poi quella di politico, eppure credo di sapere tutto quello che c’è da sapere riguardo a ciò che sta succedendo in quella città. Mi fa soffrire l’incendio alla Città della Scienza  e allo stesso tempo mi preoccupa. Mi fa soffrire perché nella Città della Scienza andavano le scolaresche a familiarizzare con la scienza e andavano persone comuni curiose, illudendosi di respirare un’atmosfera di altri luoghi, di altri paesi, come quelli del Nord Europa dove le buone intenzioni e la passione per un progetto si mescolano ad un gusto estetico e a una cura dei particolari che danno freschezza agli ambienti e un gran senso di pulizia. Mi preoccupa perché l’attentato alla Città della Scienza è un attentato alla bellezza e al cambiamento ed è un’aggressione al sindaco di Napoli, emblema di quel  cambiamento.  I volti dell’orrido e  della prevaricazione  con il loro manto nero di violenza, bruttura e squallore sono venuti allo scoperto, non è inaspettata questa reazione e forse dovremo aspettarci di peggio.

De Magistris è attaccato da più fronti, ricattato dalla violenza criminale dei mandanti del rogo, ma ciò che è peggio reso bersaglio di una subdola e scientifica delegittimazione della persona. Giggino o’ sindaco diventa l'immagine sgranata di Giggino o’ bluff, Giggino o’flop. Gli stanno appiccicando addosso la maschera deforme di un Masaniello da commedia all’Italiana, rubandogli l’anima e la credibilità. Metti qualche troll in rete e prendi qualche giornalista compiacente e il  gioco è fatto: una persona che lotta per la sua città e per la politica diventa una maschera sguaiata e ridicola, con la faccia da schiaffi dello spaccone millantatore e bugiardo da bar di paese. Forse mi sbaglio, ma ho abbastanza anni da ricordarmi le logiche che governano questo paese: le stragi, gli attentati, la delegittimazione delle persone oneste servono solo a salvaguardare il brutto, il torbido dove pescare, lo squallore dove rifulgere con il danaro rubato e la fama conquistata gabellando un popolo distratto. Le parole di  personaggi infami e cialtroni: “dovevano bruciarla prima”, mi sembrano una firma inequivocabile dei mandanti di un gesto schifoso e infame. Spero che i napoletani sappiano da che parte stare. 

Grillo e l’eurocrisi: torniamo all’austerità di Monti?

di Alberto Bagnai, da MicroMega (Il Fatto Quotidiano, 6 marzo 2013)

Beppe Grillo ha sostenuto che l’Italia è sull’orlo della bancarotta. Questa verrebbe raggiunta fra sei mesi o un anno, quando la spesa per interessi, arrivando a 100 miliardi di euro, ci costringerebbe a non pagare più le pensioni. A quel punto, in assenza di una rinegoziazione del debito, l’Italia “vorrebbe uscire dall’euro”. La musica è la solita: “I costi della casta corrotta hanno fatto lievitare il debito pubblico cattivo, costringendoci a lasciare l’euro” (che quindi, par di capire, sarebbe cosa buona). Vediamo il senso e il non senso della Grillonomics.

L’idea che la crisi sia stata causata dal debito pubblico è fasulla e in linea con l’approccio del precedente governo, che usava questa idea per giustificare l'austerità. La Commissione europea però ci dice che il debito pubblico in Italia è sempre stato sostenibile, sia a breve che a lungo termine, e quindi che le pensioni non sono a rischio (Rapporto sulla sostenibilità fiscale, settembre 2012). Prima della crisi in tutti i Paesi, incluso il nostro, il debito pubblico stava diminuendo in rapporto al Pil, ma aumentava quello dei privati. L’austerità montiano-grillina equivale allo zelo del chirurgo che amputa la gamba sana, trascurando la cancrena dei mercati finanziari privati (in Italia ben rappresentata da Mps). Nella follia montiana c’era metodo: raggranellare 40 miliardi di euro da dare a spagnoli e greci perché li restituissero ai loro creditori tedeschi. Il “salvataggio” di Monti ha salvato la Germania, affossando via Imu gli italiani. Se Grillo parte dalla stessa diagnosi, c’è da temere che arrivi alla stessa terapia.

Inoltre non c’è nulla che indichi in 100 miliardi di interessi l’orlo del baratro finanziario. Secondo gli ultimi scenari del Fmi, lo Stato italiano arriverà in effetti a pagare questa cifra, ma nel 2017, cioè fra 57 (non sei) mesi. A quella data 100 miliardi corrisponderanno a meno del 6% del Pil, un carico sostenibile, pari a quanto lo Stato pagava nel 2000. Insomma: pare Grillo abbia rapidamente appreso l’arte di terrorizzare gli elettori con cifre “simboliche” ma prive di significato economico.
La Grillonomics offre anche intuizioni corrette. La più importante è che uno sganciamento dell’Italia dalla moneta unica avrebbe l’effetto collaterale di alleviare l’onere del debito. Il motivo lo ha ricordato Bank of America: “I Paesi periferici fronteggiano tassi elevati perché l’assenza di politica monetaria indipendente rafforza la percezione del rischio di default”. Un governo italiano che tornasse “liquido” nella propria valuta nazionale farebbe molto meno paura ai mercati. Qualcosa di simile accadde nel 1992, quando lo sganciamento dal cambio fisso determinò una rapida discesa degli interessi sul debito. Il nesso svalutazione-inflazione-alti tassi non ha riscontro nelle esperienze europee passate e recenti.

Pare di capire che la politica del Movimento verrà decisa democraticamente, utilizzando la “piattaforma”, uno spazio web dove “ognuno veramente conterà uno”, come ha ribadito Grillo. Possiamo solo sperare, per il bene del paese, che gli “uno” che la pensano come Grillo sulle cause della crisi siano in minoranza nel Movimento. L’Italia ha bisogno soprattutto di buon senso: austerità, dilettantismo e demagogia hanno già fatto troppi danni.

mercoledì 6 marzo 2013

Il governo che verrà e la sfida alla dittatura della Troika

di Giorgio Cremaschi da MicroMega

Tutto il mondo politico italiano rappresentato nel nuovo parlamento, compreso il Movimento 5 Stelle, vive in una nuvola lontana anni luce dalle drammatiche scadenze della crisi economica e dai vincoli europei.
Pare che tutte le principali forze abbiano dimenticato le politiche di austerità che ci hanno portato ai confini della catastrofe sociale in cui già è sprofondata la Grecia e in cui stanno scivolando Portogallo e Spagna, in un terribile contagio destinato ad estendersi.
Così si ignora che il prossimo governo, ammesso che se ne faccia uno, ha già i compiti e le decisioni assegnate dagli impegni assunti dal governo Monti e approvati quasi alla unanimità dal precedente parlamento. Questi impegni sono stati furbescamente ignorati in una campagna elettorale concentrata sul ruolo dei partiti. La crisi economica è diventata così quasi una derivata della crisi di questi ultimi. Troppo facile, purtroppo.
Già alla fine di aprile i vincoli del pareggio di bilancio in Costituzione, che nessuna delle attuali forze parlamentari ha messo in discussione, faranno sentire il loro carico devastante. Quei vincoli fanno parte dell’insieme di servitù economiche contenute nel fiscal compact europeo, da noi sottoscritto nel totale vuoto di informazione della opinione pubblica.
Quel patto ci impegna a venti anni di politiche di austerità, tagli sociali, controriforme, per dimezzare il debito pubblico e pagarne i lauti interessi al sistema finanziario. E le autorità europee da questa primavera avranno il potere di controllo sulle nostre decisioni, mentre dall’autunno potranno addirittura correggere il nostro bilancio, se non sufficientemente austero e rigoroso, esautorando il parlamento.
Questo è scritto nella sequela di patti che hanno commissariato il nostro paese e sottoposto tutto il continente al governo autoritario della Troika formata da Fondo Monetario Internazionale, Banca Europea, Commissione Europea.
La Troika si è macchiata dei più infami crimini economici in Grecia e ora sta preparando la stessa ricetta per Cipro, mentre somministra una diversa dose della stessa medicina a Portogallo e a Spagna e mette noi sotto osservazione, preparando l’intervento.
Questo mentre tutte le forze parlamentari parlano di altro e soprattutto mentre i cittadini italiani continuano a non sapere che la loro democrazia è commissariata, che le decisioni più importanti sono già prese chiunque governi.
In tutta Europa il confronto politico principale avviene attorno alle politiche di austerità, e per fortuna cresce nelle opinioni pubbliche il rifiuto verso di esse. Quello che qui viene presentato da tutto il palazzo come un dato naturale non contestabile, altrove è il principale oggetto del confronto e dello scontro.
Chi l’ha detto che si deve continuare a morire per il debito? Dove è scritto che bisogna cancellare l’Europa civile e sociale per far quadrare i conti della finanza, così come vogliono le banche tedesche e i vari Marchionne sparsi per il continente?
Le politiche di austerità sono il nemico principale della democrazia in Italia ed in Europa. La lotta alla corruzione politica e ai privilegi di casta, per quanto essi siano intollerabili, è solo una piccola parte della lotta alle ingiustizie sociali. Le grandi banche e la grande finanza in un solo minuto possono depredarci ben più di quanto possa fare la più corrotta delle caste politiche in una intera legislatura.
Sabato scorso un milione e mezzo di persone è sceso in piazza in Portogallo con un semplice ed inequivocabile appello: “Que se lixe a Troika”, che si fotta la Troika.
Nella Svizzera delle banche i cittadini hanno deciso con un referendum di mettere un tetto ai super bonus dei manager. In tutta Europa si diffonde uno spirito antiliberista e anticapitalista.
Noi non siamo ancora a questo, tutto il nostro conflitto politico sembra ridotto alla questione del potere dei partiti, non al potere della Troika o delle multinazionali.
Ma anche se mascherato e depistato, il rifiuto delle politiche di austerità è alla base dello sconquasso delle elezioni. E siccome la crisi economica continuerà ad aggravarsi e i vincoli europei saranno sempre più insopportabili, ben presto lo spirito della rivolta sociale che percorre il nostro continente si manifesterà senza mediazioni anche da noi.
La democrazia italiana che oggi ci pare bloccata si rimetterà in moto quando sarà sottoposta al conflitto tra le scelte vere da compiere. Il confuso e ambiguo quadro attuale si chiarirà nei suoi contorni e nelle sue alternative quando l’urlo “si fotta la Troika” si alzerà anche dalle nostre piazze.

lunedì 4 marzo 2013

La “Grillonomics”. Analisi del programma economico del MoVimento 5 Stelle

Il Movimento 5 Stelle sarà un protagonista a tutti gli effetti della vita politica del nostro paese. Ecco perché le sue proposte vanno ‘prese sul serio’ ed esaminate con lo stesso rigore che si applica a quelle degli altri partiti. Proponiamo una sintesi del saggio di Vladimiro Giacché pubblicato sul nuovo numero di MicroMega, in edicola e su iPad, interamente dedicato alle elezioni del 24 e 25 febbraio.

di Vladimiro Giacché, da MicroMega 


Nell’affrontare il programma economico del Movimento 5 Stelle è opportuno preliminarmente sgombrare il campo da possibili equivoci. Uno su tutti: chi scrive non appartiene al novero di chi ritiene il Movimento fondato da Beppe Grillo un pericoloso movimento eversivo con il quale non ha senso dialogare e le cui proposte non possono essere neppure prese in considerazione [...] considererò il programma di Grillo come si fa (o si dovrebbe fare) col programma di ogni partito o movimento: discutendo nel merito di quello che propone. [...] il Movimento 5 Stelle il programma ce l’ha. Anzi, ne ha due. L’uno, più articolato, è un documento di 15 pagine scaricabile dal blog di Beppe Grillo. L’altro, molto più sintetico e consistente in 16 punti, è stato proposto (e rilanciato dagli organi d’informazione) il 27 dicembre 2012, in una sorta di risposta alla cosiddetta Agenda Monti. Purtroppo, i due programmi non si sovrappongono perfettamente (in ciascuno dei due sono trattati anche temi non presenti nell’altro), e questo complica un po’ le cose.

In ogni caso procederò come segue: partirò dal programma economico che si può ricavare dai 16 punti, per poi verificarne più approfonditamente i contenuti con l’aiuto del documento programmatico vero e proprio.
Cosa c’è nel programma economico di Grillo
Nei 16 punti del 27 dicembre, per la verità, di economia non si parla troppo. Riproduco testualmente i punti di interesse sotto tale profilo: «reddito di cittadinanza» (punto 2), «misure immediate per il rilancio della piccola e media impresa sul modello francese» (13), «ripristino dei fondi tagliati alla sanità e alla scuola pubblica con tagli alle Grandi Opere Inutili come la Tav» (14).

Hanno inoltre implicazioni economiche anche altri punti del programma: «legge anticorruzione» (punto 1), «abolizione dei contributi pubblici ai partiti» (3), «abolizione immediata dei finanziamenti diretti e indiretti ai giornali» (4), «referendum sulla permanenza nell’euro» (6), «informatizzazione e semplificazione dello Stato» (15), «accesso gratuito alla Rete per cittadinanza» (16).
Per quanto riguarda il programma del movimento, esso approfondisce anche temi non presenti nei 16 punti. Lo ripercorro rapidamente seguendo i capitoli di cui si compone.

Energia. Assieme alla salute, l’unico altro caso in cui le proposte sono enunciate con un tentativo di ragionamento articolato – e non soltanto per cenni molto sintetici – è il tema dell’energia. Al riguardo il programma si sofferma in particolare sui temi del risparmio energetico e delle energie rinnovabili. Si propongono incentivazioni per fonti rinnovabili e biocombustibili, e si chiede (giustamente, anche se la cosa non sembra di competenza del parlamento) l’applicazione di norme già in essere, ma disattese, sul risparmio energetico. C’è anche qualche incoerenza. Ad esempio, prima si confrontano i rendimenti energetici attuali delle centrali termoelettriche dell’Enel con gli standard delle centrali di nuova generazione, poi però si dice che non bisogna costruire nuove centrali ma rendere più efficienti quelle già esistenti.

Informazione. Il tema dell’informazione, al quale il Movimento 5 Stelle è tradizionalmente molto sensibile, ha alcune implicazioni di natura economica. Sia in termini di risparmi per lo Stato (attraverso l’eliminazione dei contributi pubblici per il finanziamento delle testate giornalistiche: è anche il quarto dei 16 punti), sia in termini di maggiori spese: così è per la «cittadinanza digitale per nascita, accesso alla rete gratuito per ogni cittadino italiano» (una più chiara articolazione del sedicesimo punto) e per la «copertura completa dell’Adsl a livello di territorio nazionale»; così è, soprattutto, per la «statalizzazione della dorsale telefonica, con il suo riacquisto a prezzo di costo da Telecom Italia e l’impegno da parte dello Stato di fornire gli stessi servizi a prezzi competitivi a ogni operatore telefonico».

Economia. Il tema economia è comprensibilmente molto vasto. Possiamo raggruppare le proposte secondo l’ambito a cui si riferiscono.

Molte proposte concernono il funzionamento del mercato finanziario: introduzione della class action, abolizione delle scatole cinesi in Borsa, abolizione di cariche multiple da parte di consiglieri di amministrazione nei consigli di società quotate (questo per la verità è già avvenuto con il decreto legge 201/2011, che regolamenta il cosiddetto «divieto di interlocking», e che è già applicato in base al regolamento congiunto Consob-Banca d’Italia dell’aprile 2012), «introduzione di strutture di reale rappresentanza dei piccoli azionisti nelle società quotate», introduzione di un tetto per gli stipendi dei manager delle società quotate in Borsa e delle aziende con partecipazione rilevante dello Stato, divieto di nomina di persone condannate in via definitiva come amministratori in aziende partecipate dallo Stato o quotate in Borsa (come caso da non ripetere il programma cita Paolo Scaroni all’Eni), abolizione delle stock options, divieto di acquisto a debito di una società.

Altre riguardano più precisamente il settore bancario: questo vale per il divieto di incroci azionari tra sistema bancario e sistema industriale e per l’introduzione della responsabilità e compartecipazione alle perdite degli istituti finanziari per i prodotti finanziari che offrono alla clientela.

Quanto al mercato del lavoro, troviamo la proposta di abolizione della (cosiddetta) legge Biagi e quella di un «sussidio di disoccupazione garantito» (che a dire il vero è un concetto diverso dal «reddito di cittadinanza» menzionato al secondo dei 16 punti citati sopra).

Riguardano i grandi settori economici della produzione di merci e servizi altri obiettivi: «impedire lo smantellamento delle industrie alimentari e manifatturiere con un prevalente mercato interno» (si propone anche di «favorire le produzioni locali»), abolire i «monopoli di fatto, in particolare Telecom Italia, Autostrade, Eni, Enel, Mediaset e Ferrovie dello Stato» e mettere in opera «disincentivi alle aziende che generano un danno sociale (per esempio distributori di acqua in bottiglia)». Nessun cenno, invece, alle «misure immediate per il rilancio della piccola e media impresa sul modello francese» che rappresentano il tredicesimo dei 16 punti.
Non conoscendo quale sia «il modello francese» a cui Grillo si riferisce, non è facile capire se questa lacuna del programma dettagliato sia grave o meno.

Infine, quanto alla riduzione del debito pubblico, si ritiene che essa possa essere conseguita «con forti interventi sui costi dello Stato con il taglio degli sprechi e con l’introduzione di nuove tecnologie per consentire al cittadino l’accesso alle informazioni e ai servizi senza bisogno di intermediari» (corrisponde grosso modo al quindicesimo punto).

Trasporti. Per quanto riguarda i trasporti, molti dei provvedimenti proposti vanno nella direzione di un disincentivo all’uso dell’automobile nei centri urbani. Quanto alle ferrovie, si propone il «blocco immediato della Tav in Val di Susa» e per contro lo «sviluppo delle tratte ferroviarie legate al pendolarismo». Più in generale, si propone una riduzione della mobilità lavorativa attraverso incentivi al telelavoro e, ancora una volta, alla copertura dell’intero paese con la banda larga.

Salute. Anche sul tema della salute, come su quello dell’ambiente, troviamo punti sviluppati in maniera più argomentata di quanto accada per gli altri temi. Qui il programma di Grillo parte da una constatazione corretta, e assai sgradita alle diverse destre nostrane (tanto Berlusconi/Lega, quanto Monti): «L’Italia è uno dei pochi paesi con un sistema sanitario pubblico ad accesso universale». Questa caratteristica è però minacciata da un lato dal federalismo e dall’attribuzione alle regioni dell’assistenza sanitaria (il testo parla di devolution, ma il concetto è questo), dall’altro al fatto che «si tende a organizzare la sanità come un’azienda», facendo prevalere gli obiettivi economici sulla salute e sulla gratuità dei servizi. La risposta enunciata nel programma è l’imposizione di un ticket progressivo e proporzionale al reddito sulle prestazioni non essenziali e la possibilità di destinare l’8 per mille alla ricerca medico-scientifica.

Istruzione. Infine, l’istruzione. Qui si chiede l’abolizione della legge Gelmini, il finanziamento pubblico esclusivamente per la scuola pubblica e investimenti nella ricerca universitaria. Per il finanziamento alla scuola (e anche alla sanità) si può fare riferimento al quattordicesimo dei 16 punti: «ripristino dei fondi tagliati alla sanità e alla scuola pubblica con tagli alle Grandi Opere Inutili come la Tav». A occhio sembra un po’ poco… Ma la parte di programma sull’istruzione che suscita maggiori perplessità è quella relativa agli strumenti e alle modalità di studio: se si può condividere l’obiettivo di una «diffusione obbligatoria di internet», la «graduale abolizione dei libri di scuola stampati» non è affatto condivisibile. Lo stesso «accesso pubblico via Internet alle lezioni universitarie» non sembra un obiettivo confortato dai risultati (in genere tutt’altro che brillanti) ottenuti dalle cosiddette «università a distanza». Infine, due obiettivi francamente bizzarri, anche se molto di moda, sono le proposte di insegnamento obbligatorio dell’inglese dall’asilo e di abolizione del valore legale dei titoli di studio.
Cosa non c’è nel programma economico di Grillo
[...]

Euro. Nel programma in 16 punti troviamo l’unico accenno all’euro e all’Europa che sia dato rinvenire nei programmi del Movimento.

Non a caso, esso non riguarda un giudizio sui pro e contro della moneta unica, né sui processi che attualmente interessano l’Unione monetaria (balcanizzazione finanziaria e progressiva divergenza tra le economie dell’Eurozona, processi entrambi molto negativi per l’Italia e potenzialmente catastrofici per la stessa sopravvivenza della moneta unica), né sulle conseguenze per il nostro paese del cosiddetto fiscal compact e delle misure di austerity depressiva decise a livello europeo (con alcune tra esse, su tutte la riduzione del 5 per cento annuo del debito in eccesso rispetto al 60 per cento del pil, che colpiscono in misura particolarmente grave il nostro paese).

Si tratta invece della proposta di lanciare un «referendum sulla permanenza nell’euro». È un obiettivo che parla direttamente alla necessità, molto avvertita dai cittadini, di decidere del proprio destino e del ruolo dell’Italia in Europa. Ma è un obiettivo sbagliato: anche i critici dell’euro più feroci e conseguenti (si pensi ad Alberto Bagnai) hanno infatti ben chiaro che uno dei presupposti essenziali per un’eventuale uscita non catastrofica di un paese dalla moneta unica consiste nell’avvenire in maniera rapida e inattesa, ponendo altrettanto tempestivamente vincoli sui movimenti dei capitali (in caso contrario, infatti, sarebbero pressoché certi un’enorme fuoriuscita di capitali e il fallimento in serie delle banche del paese interessato). Per questo motivo, è evidente che una campagna referendaria sull’euro condurrebbe l’Italia alla bancarotta ancora prima dell’eventuale uscita dall’euro. In ogni caso, è evidente che quest’unico accenno all’euro, slegato da ogni ragionamento sulla situazione europea (e sulle condizioni italiane in questo contesto), è molto debole e scarsamente persuasivo.

Ma a ben vedere non è questa l’unica, e neppure la principale lacuna del programma del Movimento 5 Stelle. Il punto è che mancano i capitoli cruciali di un ragionamento sulla situazione economica nazionale.

Lavoro. Come abbiamo visto sopra, gli unici cenni che riguardano il lavoro sono relativi all’abolizione della legge Biagi e all’indennità di disoccupazione. Un po’ poco in un paese che negli ultimi due anni ha conosciuto un vero e proprio smantellamento delle tutele del lavoro consolidate da oltre quarant’anni. L’abolizione di fatto del diritto di reintegro per i lavoratori licenziati non per giusta causa (art. 18 dello Statuto dei lavoratori) e lo smantellamento del presidio rappresentato dalla contrattazione nazionale (grazie all’articolo 8 del DL 138/2011 e alla libertà di deroga in peggio a livello aziendale delle condizioni stabilite nel contratto nazionale) rappresentano, molto semplicemente, una regressione di quasi mezzo secolo per i diritti dei lavoratori. Ma non rappresentano soltanto questo. Essi sono altrettanti tasselli di un modello di competitività che oltre ad essere ingiusto è perdente ed economicamente fallimentare. [...]

Fisco. Anche il tema del fisco è completamente trascurato. E dire che si tratta di uno dei nodi chiave per la finanza pubblica italiana. E quindi anche dal punto di vista del reperimento delle risorse necessarie a realizzare svariati punti del programma di Beppe Grillo. Non si può ragionevolmente pensare che la riduzione del debito pubblico possa essere conseguita – come si afferma nel programma del Movimento 5 Stelle – soltanto «con forti interventi sui costi dello Stato con il taglio degli sprechi e con l’introduzione di nuove tecnologie» (le quali ultime, anzi, abbisognano di ingenti investimenti che potranno essere ammortizzati in tempi non brevissimi).

Stando ad alcuni interventi pubblici dei mesi scorsi, si direbbe che Beppe Grillo negli ultimi mesi abbia scelto la strada più facile sui temi della fiscalità: quella dell’attacco a Equitalia (comodo capro espiatorio delle leggi sbagliate di questi anni), anziché quella della rivendicazione dell’equità fiscale e del rispetto della legge da parte di tutti i cittadini, a cominciare da chi da sempre scarica sugli altri (soprattutto sui lavoratori dipendenti) l’onere di pagare le tasse. [...]

Politica industriale. Le indicazioni del programma del Movimento 5 Stelle in tema di economia, come abbiamo visto, sono molto focalizzate sui mercati finanziari, ed esprimono abbastanza chiaramente gli interessi dei piccoli risparmiatori. Significative al riguardo la proposta di introdurre una vera class action e anche la suggestiva idea (purtroppo non meglio precisata) di introdurre «strutture di reale rappresentanza dei piccoli azionisti nelle società quotate».

Il problema nasce quando si passa a proposte di politica economica più generale. Il divieto di incrocio azionario tra banche e industria, ad esempio, in una situazione di crisi come l’attuale inasprirebbe la crisi (impedendo la trasformazione di crediti bancari inesigibili – e come è noto in giro ce ne sono parecchi – in partecipazioni azionarie nelle società debitrici). Quanto all’abolizione dei «monopoli di fatto», essa per diversi settori è priva di senso: quando si tratta di monopoli naturali (come nel caso delle autostrade) l’abolizione della condizione di monopolio è, infatti, impossibile. Quello su cui invece varrebbe la pena di ragionare, e seriamente, è se questi monopoli – proprio per la loro ineliminabilità – non siano da riportare sotto un controllo pubblico: solo così, infatti, la connessa rendita di monopolio potrebbe essere ripartita socialmente (anziché intascata dall’azionista privato).

Ma è evidente che il tema della proprietà pubblica delle imprese di interesse strategico, anche per Grillo, come per la stragrande maggioranza dei partiti che si presentano a queste elezioni, è tabù. L’unica eccezione riguarda la dorsale telefonica, di cui Grillo propone il riacquisto da parte dello Stato «al prezzo di costo».

Del pari è ignorata la necessità che lo Stato faccia politiche industriali: ossia elabori piani strategici di sviluppo dei settori principali dell’economia, con chiare politiche di incentivo e di disincentivo. L’unico accenno a politiche di questo genere presente nel programma riguarda i «disincentivi alle aziende che generano un danno sociale»: ben poca cosa rispetto a quanto troviamo nella nostra Costituzione, la quale all’articolo 41 prevede che l’iniziativa economica privata non possa «svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana», e all’articolo 43 dichiara che «a fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio e abbiano carattere di preminente interesse generale».

Il tema qui sollevato è di importanza cruciale. È infatti ben difficile pensare che l’Italia possa risollevarsi dalla crisi attuale ampliando ulteriormente a spese dello Stato il peso della componente privata nell’economia o, come si dice, del «mercato». L’intervento pubblico è oggi necessario sia sotto un profilo strategico che da un punto di vista più immediato: per affrontare e risolvere le numerosissime crisi aziendali oggi aperte in Italia. Senza questo intervento, l’Italia è destinata a perdere pezzi rilevanti del suo apparato industriale, bruciando irrimediabilmente una quantità difficilmente calcolabile di posti di lavoro. Occorre un intervento pubblico, e occorre che esso sia coordinato e non confusamente decentrato secondo il modello «federalistico» attuale, tanto insostenibile economicamente quanto iniquo e fonte di corruzione. Il programma di Grillo sfiora questo problema, quando, in relazione alla sanità, individua una fonte di pericolo nel federalismo di questi anni. Ma è un giudizio che andrebbe approfondito e soprattutto generalizzato: si pensi alle politiche pubbliche di incentivazione alle imprese, che il federalismo ha disperso in mille rivoli e privato di efficacia, impedendone ogni sensata programmazione sul piano nazionale. Non è un caso se persino Confindustria oggi – un po’ tardivamente – sembra giunta alla conclusione che sia indispensabile una riforma del Titolo V della Costituzione (quello che è stato stravolto in senso «federalista»).

* * *

Uno Stato che non sia spettatore passivo di ciò che si muove nell’economia, e che non si limiti a socializzare le perdite dei privati. Un fisco realmente equo, che premi chi ha sempre pagato e faccia pagare chi può e deve. Una politica per la competitività basata su formazione pubblica di qualità (e non strangolata dai tagli lineari) e su maggiori investimenti (pubblici e privati) in ricerca e sviluppo tecnologico, anziché continuare a comprimere il costo del lavoro. Un’Italia in grado di far sentire la propria voce nel consesso europeo, e di rifiutare il cappio del fiscal compact. Sono queste le priorità di una politica economica in grado di ridare speranza a questo paese e a chi ci abita. Purtroppo, su nessuno di questi punti il programma di Grillo è di qualche aiuto.

domenica 3 marzo 2013

Intervista a Wu-Ming: "Grillo Cresce sulle macerie dei movimenti"

[Quest'intervista a cura di Roberto Ciccarelli, che ringraziamo, appare oggi a tutta pagina su «Il manifesto». Più chiari e diretti di così non riusciamo a essere, è la sintesi di tutto quel che pensiamo del M5S e della sua relazione con la crisi/assenza dei movimenti. Non abbiamo il tempo e le energie per tradurla in altre lingue, se ci sono volontari, si facciano avanti senza remore.]
da wumingfoundation

Quella di Grillo è una strategia diversiva. Serve a spingere l’«indignazione», tanto celebrata nelle acampade spagnole o negli occupy americani, lontano dalle piazze italiane. Più la crisi diventa feroce e più le scariche di risentimento vengono fatte confluire in un comodo format, quello del blog del Capo dei Cinque Stelle che solletica il giustizialismo giacobino contro la «casta» e le sue maschere. Per Wu Ming, il collettivo dei cinque scrittori autori di Q, (come Luther Blissett), 54 e Altai, il movimento 5 stelle ha inquadrato le energie potenziali di una rivolta contro l’austerità in una gabbia discorsiva che fa la parodia del conflitto politico, lasciandolo amministrare da «un’organizzazione settario-aziendale» (la Casaleggio&Associati) e dalla guida simbolica di Beppe Grillo. Per loro il radicalismo pentastellato «amministra la mancanza di movimenti radicali in Italia». La tesi esposta con determinazione in un articolo sul sito di Internazionale, è stata ampliata su «Giap», l’influente blog dei Wu Ming, interrompendo il silenzio attonito dei movimenti che hanno attraversato l’ultimo decennio, da Genova alle campagne sui beni comuni.

Voi dite che Grillo non è un incendiario ma un pompiere, perché pratica la sistematica occupazione dello spazio discorsivo dei movimenti: la No-Tav, l’acqua bene comune, la scuola e l’università, il reddito. E lo ricolloca in una cornice che definite di «destra». Potete spiegare che cosa significa?
La nascita del grillismo è una conseguenza della crisi dei movimenti altermondialisti di inizio decennio. Man mano che quel fiume si prosciugava, il grillismo iniziava a scorrere nel vecchio letto. Nei primi anni, i liquidi erano ancora «misti», e questo ha impedito di vedere cosa si agitava nel miscuglio, oltre ad attenuare certe puzze. In seguito, la crescita tumultuosa del M5S è divenuta a sua volta una causa – o almeno una concausa importante – dell’assenza di movimenti radicali in Italia, per via della sistematica «cattura» delle istanze delle lotte territoriali, soprattutto di quelle più «fotogeniche». Non c’è lotta «civica» su cui il M5S non abbia messo il cappello, descrivendosi come suo unico protagonista. Temi, rivendicazioni e parole d’ordine sono stati cooptati e rideclinati in un discorso confusionista e classicamente «né-né», cioè che si presenta come oltre la destra e oltre la sinistra. È un discorso che accumula sempre più contraddizioni, perché mette insieme ultraliberismo e difesa dei beni comuni, retorica della democrazia diretta e grillocentrico «principio del capo», appoggio ai No Tav che fanno disobbedienza civile e legalitarismo spicciolo che confonde l’etica col non avere condanne giudiziarie. Quest’ultimo aspetto era già evidente al primo V Day, quando dal palco Grillo accomunò Daniele Farina del Leoncavallo a gente in odore di mafia, solo perché anche lui aveva «condanne». Già tutto questo tanfa di cultura di destra, ma a essere destrorso è innanzitutto il racconto dell’Italia che fa Grillo.
Ecco, qual è il racconto di Grillo?
C’è un «Popolo onesto» (dato per indiviso al suo interno, niente classi, niente interessi contrapposti) e c’è una «Casta corrotta» descritta come esterna al «Popolo». Per risolvere i problemi dell’Italia, bisogna eleggere «le persone oneste», che non prenderanno «decisioni di destra» o «decisioni di sinistra»: prenderanno le decisioni «giuste». In questo, la retorica del grillismo è affine a quella del tanto odiato governo Monti: le questioni sono tecniche, non politiche. E’ un frame semplicistico e consolatorio, che rimuove le contraddizioni, non tocca le cause della crisi e offre nemici facili da riconoscere.
Ma perché il M5S oggi riscuote un enorme consenso anche presso persone di sinistra e attivisti dei movimenti precedenti?
Se Grillo e Casaleggio sono riusciti a fare questo, è perché i movimenti non hanno saputo trovare vie d’uscita dalla crisi che li ha colpiti una decina d’anni fa, non c’è stato un lavoro riorganizzativo, e i cicli di lotte che si sono susseguiti non hanno radicato senso comune. Grillo personifica il fallimento dei movimenti, è principalmente su questo che dobbiamo interrogarci. Il fatto che molte persone di sinistra anche radicale (addirittura protagonisti dei precedenti cicli di lotte) abbiano scelto Grillo «perché non c’è altro» è comprensibile, non è con loro che ce l’abbiamo, ma siamo convinti che il M5S sia una falsa soluzione, e il «non c’è altro» sia una conseguenza della «cattura» che dicevamo: se a ogni movimento viene sovrapposta la faccia di Grillo, è inevitabile avere l’impressione che si muova solo lui. Va spezzato l’incantesimo e, allo stesso tempo, bisogna avviare un duro lavoro di ricostruzione.
Parlavate dei No Tav. Il 23 marzo tutti i parlamentari M5S andranno in val susa a manifestare contro la tav, un segnale forte, il movimento fa proprie le istanze della valle. E questo si potrebbe ripetere per altri movimenti. Come può essere compatibile questa scelta di organicità ad un movimento reale con il frame di destra di M5S?
Dovrebbero essere loro a spiegare come si concilia l’appoggio a un movimento che non teme di ricorrere all’illegalità e ha praticato anche l’uso della forza, con una concezione di «onestà» che si limita alla fedina penale «pulita». Anche questa è una contraddizione che l’attivismo frenetico e appariscente cerca di tenere occultata: si corre di qua e di là proprio per non affrontare davvero nessun nodo di fondo.
Potete fare un esempio di un «nodo di fondo» che non vogliono affrontare?
Il «reddito di cittadinanza»: lo nominano di continuo, e questo era già un vecchio vizio del movimento «antagonista», soprattutto di certo post-operaismo un po’… «flower power». Ma cosa s’intende per «reddito di cittadinanza»? La questione si divide ulteriormente in due: cosa si intende per «reddito»? E’ un sussidio di disoccupazione? E’ il salario minimo? Sono mille euro a testa? E poi, li reperiamo tassando i ricchi oppure abolendo le pensioni e tagliando tutti gli stipendi pubblici? Certamente l’ultraliberista Casaleggio spinge per la seconda ipotesi, ma son tutti d’accordo? Inoltre, cosa s’intende per «cittadinanza»? E’ il principio universalistico nato dalla Rivoluzione Francese o è la sua declinazione nazionalista di destra? È lo ius soli o lo ius sanguinis ? Il mio vicino di casa dalla pelle scura, i cui figli vanno a scuola con i miei, è incluso o no? A giudicare da certe esternazioni razziste provenienti da esponenti M5S e da Grillo in persona, diremmo che non è incluso, e che il «reddito di cittadinanza» sarebbe erogato secondo criteri sciovinisti.
«Tifate» per la rivolta della base del movimento contro il vertice di M5S e la base. Ma di quale base stiamo parlando, visto che in M5S c’è il precario e la partita Iva, ma anche il piccolo imprenditore in crisi o il pensionato?
Su questo punto si è generato un equivoco. Per «tifare rivolta dentro il M5S» noi intendiamo l’auspicio che le contraddizioni si acuiscano ed esplodano. Questo non va confuso con un discorso perbenista sulla «base» che «è buona»: nella base ci sono parecchi fascisti e gente che fino a ieri si esaltava per Bossi o per Berlusconi, c’è anche quel tizio del M5S Pontedera che ha diramato un comunicato razzista raccapricciante, c’è quel grillino sardo che ha paragonato il matrimonio gay all’accoppiamento con animali… La «base» non è «buona», anche questo sarebbe un frame di destra, un far rientrare surrettiziamente il discorso del «Popolo» contro la «Casta», laddove in questo caso la casta sono Grillo e Casaleggio. No, noi ci auguriamo spaccature verticali e orizzontali, e su questioni concrete. Saranno le battaglie specifiche a mettere i grillini «di sinistra» di fronte a scelte che ormai non sono procrastinabili.
Pensate che Grillo accetterà l’offerta di «governare» per non «finire come in grecia»?
Casaleggio, che certamente si è divorato manuali di marketing come Prosperare sul caos di Tom Peters, si sta interrogando su come mantenere l’immagine del M5S come «grande scompigliatore» anche in una fase come questa, dove qualche decisione concreta andrà pur presa, e a qualunque decisione concreta andrà sacrificato qualcosa (e qualcuno). In ogni caso, qualunque strada scelgano, le contraddizioni di cui sopra non potranno restare occultate a lungo.

sabato 2 marzo 2013

Quelli che hanno capito tutto di Grillo


Molti dicono che tanti come me non hanno capito nulla di ciò che stava accedendo, che non avevamo ben compreso il potenziale di trasformazione e di trasmutazione di senso che Grillo rappresentava. Non è così. A differenza di altri non ho mai sottovalutato Grillo, seguo il suo blog dagli inizi e ho sempre più o meno sommessamente sperato che il fenomeno crescesse e spazzasse via questa classe politica indegna. Mi rifiuto però di considerare Grillo come messaggero della storia, perché significherebbe ricadere in un'idea della storia ormai stantia, simmetrica a quella che ha portato molti ad arroccarsi su posizioni superate, dicono alcuni novecentesche. Adesso tutti, persino tipi come Giulietto Chiesa o Bifo e molti insoppettabili marxisti, per una ragione o per l'altra scoprono le virtù taumaturgiche di Grillo e parlano con toni profetici. Ognuno a suo modo, chi per veteroleninismo da avanspettacolo (diamo consenso al clown così si aprono varchi nuovo per la “lotta di classe”), chi per l'atmosfera di un nuovo avvento, che naturalmente avevano capito prima di altri, sono felici di questo sconvolgimento grillesco. Un giorno quando il fenomeno decadrà faranno a gara a chi è stato più bravo ad individuarne le debolezze e le contraddizioni. Poveracci. Personalmente non ho mai creduto nell'avvento delle moltitudini negriane e prima di allora nemmeno nel sol dell'avvenire e adesso non credo neanche nella palingenesi grilliana. La storia non ha nessun disegno e nessuna missione da compiere. Quello che mi ha sempre interessato dei movimenti è stata la loro capacità di mutare i paradigmi dominanti e il loro contenuto liberatorio, la loro capacità di spostare l'ago della bilancia verso la direzione di una maggiore giustizia nella società, l'unico concetto immutabile che la storia ci ha regalato. Ecco questo è il punto che mi interessa. Cosa può produrre Grillo di buono? Di certo può dare una ramazzata ad una classe politica morente e spostare l'attenzione suo problemi reali, magari con qualche decisa sterzata in materia di economia e di ambiente. Lo dico in tutta sincerità il discorso della democrazia partecipativa mi seduce poco, sarà per un mio vezzo aristocratico, sarà per il disincanto, ma ci credo poco: le masse sono troppo volubili, però i fenomeni che si producono grazie al loro movimento possono sedimentare qualcosa di buono.
Mi dicono, hai sbagliato scommettendo su Ingroia, Rivoluzione Civile è stata un fallimento. Eppure Ingroia ha fallito perché l'enorme potenziale che il suo progetto rappresentava è stato soffocato da operazioni verticistiche, producendo un pastrocchio poco attraente. Alla fine per quanto mi riguarda ho votato quello che c'era, una scelta coerente dal mio punto di vista, sebbene non pura al cento per cento. Ciò non vuol dire che quel potenziale sia sparito, è semplicemente andato in prestito a Grillo, ma rimane energia pura, difficilmente comprimibile. I milioni dei movimenti per i beni comuni e per la pace sono sempre lì, non scordiamocelo. Rivoluzione Civile doveva servire ad aumentare ancora di più la forza d'urto del movimento grillino, aggiungendo a questo movimento sfumature diverse e a tratti più marcate, per quello l'ho concepita non per altro.
Vedremo se tutta l'energia bene-comunista resterà con Grillo o trasmigrerà altrove, l'importante ora è che ci si muova dal pantano, poi si vedrà.
Non dimentichiamo un piccolo, insignificante particolare: c'è ancora una destra che muove le sue pedine è non è affatto morta. Attenzione a non sottovalutarla.

 

Mangia cioccolato e vinci il premio Nobel

di Dario Bressanini da Le Scienze Blob

Quante volte avete letto “Mangiare il tal cibo previene la tal malattia”? O viceversa “Il consumo dell’alimento X è responsabile della patologia Y”? Io tante. E troppo spesso andando a leggere l’articolo scientifico originale (ammesso che esista e che non sia una semplice comunicazione ad un congresso o, peggio, una semplice ipotesi di un ricercatore) si scopre che in realtà è stata semplicemente riscontrata una “correlazione”.
Funziona così: sono stati analizzati i consumi alimentari di un gruppo di persone e si è riscontrato che, ad esempio, quelli che consumavano più succo di limone spremuto (ad esempio) avevano una probabilità inferiore di avere il cancro al polmone. Oppure si confrontano e si incrociano abitudini alimentari e patologie tra paesi diversi: in Francia mangiano tanto formaggio e hanno una minore incidenza di malattie cardiovascolari rispetto agli USA dove invece mangiano poco formaggio ma una incidenza maggiore di malattie di quel tipo. In più in Francia bevono più vino che negli USA (lascio al lettore trarre le conclusioni). Non passa giorno che io non legga cose ti questo tipo: “il vino previene gli infarti”, “il latte causa l’osteoporosi”, “il tè verde protegge dall’invecchiamento” e così via.
Che valore dare a questo tipo di osservazioni? Personalmente quasi zero a meno che non ci siano altre (e robuste) evidenze che mostrino la fondatezza dell’ipotesi di un rapporto di causa ed effetto.
La rivista New England Journal of Medicine (NEJM) a ottobre 2012 ha pubblicato un gustoso articolo (Messerli, Franz H. “Chocolate consumption, cognitive function, and Nobel laureates.” New England Journal of Medicine 367.16 (2012): 1562-1564.) sulla correlazione tra il consumo di cioccolato di una nazione e il numero di premi Nobel vinti da cittadini di quella nazione.
Vi mostro subito il grafico dove i ricercatori trovano una correlazione lineare (r = 0.791) significativa tra il numero di premi Nobel ogni 10 milioni di abitanti e il consumo pro capite di cioccolato

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Dal grafico si vede immediatamente come più in un paese consumino cioccolato, più si vincono premi Nobel. In particolare dall’analisi statistica si scopre che per aumentare di uno il numero di premi Nobel (ogni 10 milioni di abitanti) è necessario aumentare il consumo pro capite annuale di cioccolato di 0.4 kg.
I flavonoidi sono un gruppo di sostanze molto abbondanti in alcuni vegetali di cui recentemente si è mostrata la capacità di migliorare le funzioni cognitive, ridurre il rischio di demenza e migliorare le funzioni cognitive negli anziani. In particolare uno studio sui flavonoli, una sottofamiglia presente nel vino rosso, nel tè verde e nel cacao, ha mostrato che
chi assumeva dosi medio-alte di flavonoli del cacao mostrava in generale performance migliori in termini di funzionalità cerebrale, memoria a breve e a lungo termine, velocità di pensiero e capacità cognitiva complessiva, rispetto a chi ne consumava meno.
Lo studio sul NEJM parte dall’ipotesi che il consumo di cioccolato, ricco di flavonoli, possa avere un effetto sulle capacità cognitive di un intera popolazione. Non essendo disponibili dati sulle capacità cognitive di intere popolazioni l’autore considera il numero di premi Nobel un surrogato ragionevole. Ed ecco quindi il grafico che ho riportato sopra. È chiara la correlazione: più cioccolato consumi come nazione e più vinci premi Nobel. È ovvio dal grafico che il cioccolato fa diventare più intelligenti, no? Come altro si spiega questa correlazione? Guardate la Svizzera: ha il più alto consumo pro capite di cioccolato e, guarda caso, anche il più alto numero di Nobel. Non può essere una coincidenza!
È curioso, fa notare l’autore, anche il caso della Svezia che con un consumo di 6.4 kg pro capite per anno di cioccolato ha un numero di premi Nobel più del doppio di quello che ci si aspetterebbe dal suo consumo (ne ha 32 ma ne “dovrebbe” avere 14). O ipotizziamo che gli Svedesi, a differenza di altre popolazioni, abbiano una maggiore sensibilità al cioccolato e quindi le loro funzioni cognitive reagiscano positivamente a dosi inferiori di cioccolato rispetto ad altre popolazioni, oppure possiamo ipotizzare che chi assegna i premi sia stato un po’ “partigiano” ;)
L’Italia non è messa benissimo: evidentemente ne mangiamo troppo poco (chiaramente la Nutella non ha lo stesso effetto del cioccolato. È probabilmente colpa della presenza di grassi vegetali. Anzi, potremmo ipotizzare che sia proprio la presenza di questi grassi che ha impedito all’Italia di avere più premi Nobel! Complotto!)
Siete un ricercatore e volete vincere un premio Nobel? Avete più banalmente problemi con il sudoku domenicale? Forza, correte a comprare qualche decina di tavolette di cioccolato (non quello bianco però, che oltre ad essere disgustosamente dolce non contiene flavonoidi).
No eh? Non vi ho convinto? Siete scettici? E fate bene!
Il punto, che spesso sfugge a molti, è che una semplice correlazione non significa nulla, e in particolare non indica assolutamente un rapporto di causa ed effetto. “Correlation is not causation” è un mantra che ogni giornalista o ricercatore dovrebbe recitare prima di scrivere articoli che attribuiscono cause a destra e a manca.
Certamente se esiste un rapporto di causa ed effetto tra due fenomeni mi posso aspettare di trovare una correlazione. La posso però trovare anche se i due fenomeni hanno semplicemente una causa comune (più o meno alla lontana). Ma, ed è il caso peggiore, analizzando un gran numero di dati posso trovare correlazioni tra fenomeni completamente indipendenti anche per puro caso. Non è difficile. Volete qualche esempio?
Sappiamo tutti che il numero di casi di autismo è in continuo aumento. Anni fa un medico aveva ipotizzato una relazione con alcune vaccinazioni. Poi si è scoperto che non esiste alcuna relazione tra vaccini e autismo, e che il medico aveva organizzato una truffa, ed è stato messo sotto inchiesta per questo (purtroppo molti genitori ancora credono a queste storie. Medbunker fa una bel riassunto)
Sappiamo anche che il consumo di prodotti biologici è in continuo aumento. Non ci sarà una correlazione tra le due cose? Proviamo a fare un grafico, in funzione del tempo, del numero di casi di autismo e delle vendite di cibo biologico in USA.

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Bingo! E la correlazione è altissima (r=0.9971) superiore a quella tra cioccolato e Nobel. SVEGLIA, CI STANNO AVVELENANDO CON IL BIO!!!! FATE GIRARE!!! (No, scusate, non sono su Facebook :mrgreen: )
Ma non è finita qui. Usavate Internet Explorer e ora siete passati a Chrome? Avete fatto benissimo! Lo utilizzate ancora? Male, malissimo! Se passerete ad un altro browser sappiate che farete anche un favore alla società! È noto infatti che esiste una stretta correlazione tra omicidi e quote di mercato di Internet Explorer (e possiamo sicuramente ipotizzare che la frustrazione derivante dall’uso di un browser così primitivo possa generare pulsioni omicide verso il collega nel cubicolo a fianco, per cui abbiamo anche trovato il meccanismo psicologico).

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Oh, bravi, siete passati a Chrome (ma anche Safari, Opera o Firefox vanno bene) e la società è un pochino migliore da oggi. Se siete in vena di fare del bene potete fare un passo ulteriore: diventate pirati! No, non sono impazzito: è noto che esiste una correlazione (inversa in questo caso) tra il global warming e il numero di pirati.

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Se diventate pirati, oltre ad avere una vita avventurosa, contribuirete a rallentare il riscaldamento globale!
Buffo vero?
A che servono allora gli studi sulle correlazioni? A varie cose, ma non a dimostrare un rapporto di causa ed effetto. Prima di tutto servono a vedere se due fenomeni non mostrano correlazione. Nel caso una correlazione invece esista può valere la pena proseguire le ricerche e scoprire se davvero esiste un rapporto di causa ed effetto. Magari cercando e dimostrando l’esistenza di un meccanismo plausibile che spieghi la correlazione. Oppure suggerire un nuovo esperimento da effettuare. Ma una correlazione da sola, una semplice analisi statistica di una serie di dati, in questo campo non ha molto valore. Il problema non sono ovviamente gli articoli che discutono correlazioni, ma le interpretazioni spesso senza un robusto fondamento che ne seguono.
Ora vado a mangiarmi del cioccolato fondente 72% (ma solo perché mi piace e non mi importa che sia ricco di grassi vegetali saturi)

Alla prossima

venerdì 1 marzo 2013

Tana liberi tutti

di Tonino D’Orazio 

Un sollievo la fine di questa campagna elettorale e del suo risultato. Risultato straordinario e sussulto popolare al concetto Thatcheriano del NCA (Non C’è Alternativa) che sembrava digerito anche dal nostro totale quadro politico italiano. Invece qualcosa si è mosso, qualcosa di “inconcepibile” solo qualche mese fa, ma solo per i disattenti. Tutti stanati.
Inconcepibile per tutti, Europa compresa. Eppure il secolare teatro della Commedia dell’Arte, così apprezzato da averci dato anche il Nobel Dario Fo, era passato in sordina, e la sua creatività relativizzata, non era matematica finanziarizzata. Fino agli insulti istituzionali sia degli inglesi (The Economist) che dei tedeschi (Addirittura il leader del rivoluzionario SPD, capofila del socialismo europeo). Devono essere saltati un po’ di nervi, oppure credono veramente che il “contagio italiano” non sia solo biologico.
Eppure dal manifesto degli Indignati di Hessel (morto la settimana scorsa); dai Piraten tedeschi, dai greci di Syriza, dai francesi del Front Commun che hanno portato alla presidenza il socialista mite Hollande ma non hanno voluto partecipare al governo sapendo che sarebbe servito a poco; alle piazze spagnole continuamente occupate dagli scioperi generali; alla miseria e alla povertà che cresce (Eurostat in “crescendo”); alla disoccupazione piano piano insostenibile; insomma all’assenza di un futuro per giovani e vecchi (Germania compresa), addirittura all’assenza di speranza, cosa ci si poteva aspettare se democrazia si chiama democrazia e non mercato.
Se queste strutture europee messe in piedi, o in gabbia (vedi fiscal compact), dalle destre economiche e classiste del continente hanno definito questo disastro sociale e perfino bancario casa comune di guerre economiche e non Europa democratica dei popoli, prima o poi qualcuno doveva pur dirlo o paventare che forse non andava bene. Forse lo ha fatto proprio l’Italia, quella tartassata, quella corrotta (62° posizione mondiale), quella dalla sua Costituzione sgretolata, quella dalla sua economia svenduta a francesi, tedeschi e inglesi, quella del “porcellum” di Scelba memoria voluto e sostenuto dagli ex-Pci tra l’altro ancora pronti di nuovo a risollevare le sorti di Berlusconi, quella del governo tecnocratico imposto da oligarchie straniere, anglo-sassone e anche nostrane. Ci siamo sempre chiesto fin dove poteva arrivare la “compressione” e lo strangolamento del sociale.
E’ vero che iniziano difficoltà di governo nel paese, però iniziano anche nuove speranze di profondo cambiamento. Dal basso, dal popolo sovrano e per il popolo. Diciamo che gli ideali di giustizia sociale pur sempre presenti nella nostra cultura sembrano essere passati di mano, da una litigiosa sinistra radicale scomparsa a un vaso nuovo, giovane, non compromesso e sicuramente tenace. Speriamo.