martedì 16 luglio 2013

Il senso di Bonino per la democrazia

Le fosse comuni in America Latina, vittime dei vari regimi bananieri targati USA, la strage di indios in Guatemala, il colpo di stato in Cile, il massacro di quasi un milione di comunisti indonesiani, Marcos nelle Filippine, Somoza in Nicaragua, i colonnelli greci, Videla in Argentina, le guerre in Iraq e in Afganistan, delitti mostruosi meritevole una nuova Norimberga, ma del quale nessuno osa chiedere conto agli americani. Dittature, stragi, ingiustizie inimmaginabili e sfregio alla democrazia, tutto in nome della difesa degli "ideali" dell'Occidente. E dietro ogni crociata sempre lo zampino degli USA. Aggiungo il Cermis in Italia, Guantanamo, i cinque cubani Gerardo Hernández, Ramón Labañino, Fernando González, Antonio Guerrero e René González, arrestati nel 1998 dal governo USA per avere difeso il proprio paese dal terrorismo organizzato partendo da Miami. Vogliamo includere anche la signora Kazaka con figlia, per quanto vittime illustri, date in pasto al dittatorello asiatico? Proteste a non finire per il 41 bis ai mafiosi, ma mai una parola sui cinque cubani incarcerati senza uno straccio di giusto processo e sulle torture a Guantanamo. Possibile? Ognuno di questi fatti appare, a un occhio poco avvezzo ai realismi della politica, come una una macroscopica violazione del più elementare senso della giustizia. Ma di chi si interessa e di chi si sono sempre interessati in passato la solerte ministro degli esteri e i suoi compagni radicali? Chi sono le uniche vittime, certificate e autenticate di tutta l'umanità? I Montagnard vietnamiti, gli israeliani per altri versi e i tibetani in ultima istanza. Ecco, di tutta l'umanità vittima delle guerre e delle ingiustizie, solo i Montagnard vietnamiti, gli israeliani e i tibetani meritano ascolto. Chissà perché, forse perché nessuno di questi turba i sonni dell'impero e perché come gli israeliani sono alleati fedeli? Mi chiedo, agli occhi dei radicali i palestinesi sono tutti terroristi? Non sono un popolo anche loro, vittima della brutalità coloniale? Evidentemente no, probabilmente sono solo un incidente della storia e per questo sacrificabili. 
Gli USA non sono mai colpevoli, tuttalpiù potremmo prendercela con Bush, che nei deliri senili di Pannella è accusato di aver sabotato insieme a rais libico Gheddafi il suo piano per salvare Saddam e porre fine alla guerra. Gli Usa sono la più grande democrazia al mondo e per questo sono legittimati anche al paradosso di uccidere le democrazie di altri stati per il proprio interesse. Mai, mai si è vista in passato una protesta dell'attuale ministro degli esteri e compagni di fronte all'ambasciata americana e mai si vedrà
C'è una logica in questo? Si c'è, ma è troppo sottile perché noi comuni mortali possiamo comprenderla. In fondo una suora salvadoreña finita nelle fosse comuni per mano di un sanguinario dittatore amico degli USA o un sindacalista torturato e ucciso perché danneggiava con la sua lotta gli interessi di qualche multinazionale, cosa sono rispetto alla difesa della democrazia globale a stelle e strisce e della civiltà di cui si fa portatrice.

Fiscal Compact e fondo salva-Stati: la gabbia di Enrico Letta



di  Donato De Sena da giornalettismo
I patti europei che condannano l'Italia all'austerità. E che il nuovo premier promette di rispettare. Cancellando così ogni possibilità di intervenire seriamente nell'economia del paese. Mentre la crescita...
La promessa di mantenere gli impegni sottoscritti con l’Europa può sembrare, ad un osservatore distratto, scontata e irrilevante. In realtà le parole pronunciate a Berlino da Enrico Letta durante l’incontro con Angela Merkel nascondono un chiaro indirizzo di politica economica. Approvare ancora i patti con gli altri Paesi dell’Unione, infatti, significa accettare senza condizioni il regime di austerity che riduce – e limiterà anche in futuro – sensibilmente i margini di manovra del governo per l’uscita dalla crisi. Letta e l’Italia sono chiusi nella gabbia del rigore composta da due principali accordi: il Meccanismo europeo di stabilità (meglio conosciuto con il nome di fondo salva-Stati) e il Patto di bilancio europeo (detto Fiscal compact), che ha di recente dato seguito al vecchio Patto di stabilità e crescita firmato nel ’97. Il primo patto (in cambio di protezione dal rischio di insolvenza sul debito) ci ha costretto ad un rilevante esborso di denaro pubblico che sarebbe potuto essere impiegato per la spesa sociale. Il secondo, invece, vincola rigidamente ogni nostro possibile taglio di tasse o finanziamento di investimenti a nuove entrate nelle casse dello Stato. Insomma, ci ritroviamo oggi a ricercare con la lanterna le risorse necessarie per la crescita.
  
IL FONDO SALVA STATI – Il Meccanismo europeo di stabilità (organizzazione intergovernativa erede del precedente Fondo europeo di stabilità finanziaria sottoscritto per proteggere dal default Grecia, Irlanda e Portogallo) è entrato in vigore nel luglio 2012 con una capacità di quasi 700 miliardi di euro (250-300 provenienti dai vecchi fondi) e coinvolge 17 Paesi dell’area Euro. L’Italia partecipa come terzo finanziatore (17,9% del contributo, calcolato sulla base del contrubuto alla Bce). Dal 2010 ad oggi dalle nostre casse in favore del fondo salva-Stati sono già usciti oltre 40 miliardi di euro, una somma che per un Paese dal debito che si incammina al 130% del pil, in fase di recessione e con evidenti difficoltà a rilanciare il reddito e pareggiare il bilancio, può valere quasi come un cappio al collo. Un esborso così rilevante a favore del fondo di stabilità, mentre infatti da un lato ci aiuta ad affrontare con più serenità il risanamento della finanza pubblica (perché ci difende dall’eventualità di insuccesso delle aste dei titoli di Stato e di crollo della fiducia degli investitori) dall’altro strappa una montagna di denaro che sarebbe potuto servire per una più rapida (e facile) riduzione della pressione fiscale o per incentivi alle imprese. Insomma, l’Italia, terza economia europea, è – a ragione – anche terzo socio del meccanismo salva-Stati. Ma è nettamente più indebitata dei primi due Paesi. Il debito della Germania (che contribuisce per il 27,1%) viene stimato oggi dall’Eurostat all’81,9% del pil. Quello francese al 90,2%. Il nostro al 127%. Sui titoli di Stato decennali paghiamo ancora (rispetto ai Bund tedeschi) un differenziale di quasi 300 punti di tasso di interesse in più. Basterebbe eliminare solo quale punto percentuale di interesse aggiuntivo sul debito da restituire annualmente agli investitori (gli interessi sul debito complessivamente si aggirano intorno ai 90 miliardi di euro) per finanziare l’eliminazione o – comunque – la sensibile riduzione della tassa sulla prima casa e altre imposte. La sottoscrizione di capitale dell’italia nel fondo salva-Stati ammonta a 125,4 miliardi di euro (da elargire in 5 anni). Quella tedesca a 190. Quella francese a 142,7. Il Meccanismo di stabilità può intervenire in caso di difficoltà degli Stati con acquisto dei titoli sul mercato primario. E può garantire anche la ricapitalizzazione di banche in crisi. L’assistenza finanziaria viene garantita se sostenuta dall’85% dei Paesi che aderiscono al patto.


IL CASO ITALIA – In Italia il Fiscal Compact è stato recepito con apposita legge il 2 marzo 2012, durante il governo Monti, e il dibattito sull’accordo sovranazionale si è parecchio infuocato negli ultimi mesi, complice anche la campagna elettorale per le Politiche. Gli scettici – di destra e di sinistra – accusano i passati governi Berlusconi di non aver negoziato in maniera adeguata, chiedono vincoli diversi, oppure accusano la Germania (ed Angela Merkel) di voler imporre agli Stati più in difficoltà una politica economica a propria misura (quella dell’austerity). In mezzo ci sono gli europeisti convinti, come Letta e il suo predecessore, che pure si sono presentati al paese con un programma assai vasto, che in realtà – dati la morsa del rigore – non sono peinamente realizzabili. Alla Camera e al Senato negli ultimi due giorni bbiamo avuto conferma. Il nuovo premier ha promesso stop all’Imu, maggior carico fiscale sul lavoro, stimoli per gli investimenti. Senza però esporsi sull’eventuale (e necessario) reperimento di risorse, che è sinonimo di taglio a beni e servizi. Qualcosa non torna.

(Fonte foto: LaPresse)


lunedì 15 luglio 2013

L’apparente austerità della Lettonia: una lezione per l’Europa (e per i liberisti)

da keynesblog
 

Lettonia, Estonia e Lituania hanno tagliato la spesa pubblica ma si stanno riprendendo dopo una profonda contrazione. I liberisti esultano, ma nascondono un “piccolo particolare”. Ecco quale.

Le tre repubbliche baltiche sono il fiore all’occhiello dei liberisti americani. Sul blog del Cato Institute, famoso think tank di orientamento ultraliberista, si possono leggere titoli come: “Copiamo i paesi baltici, tagliamo davvero la spesa pubblica”. Oppure “E’ un dato di fatto, i paesi baltici sono un caso di successo”. O ancora: “Estonia, un piccolo paese che può”. Essendo sempre più difficile dimostrare il recupero post-tagli di Spagna, Irlanda, Grecia, le tre piccole repubbliche ex sovietiche sono rimaste l’unico appiglio per difendere l’ “austerità espansiva”.
Il successo sarebbe questo: dopo la crisi del 2007/8, durante la quale le tre repubbliche ebbero spaventose contrazioni del PIL (circa il 14% per la Lituania) ora i tre paesi sono tornati a crescere. Niente di straordinario in realtà, circa il 2% nel 2010/2011, mentre il 2012 si preannuncia meno positivo. Ma, dicono al Cato, ciò è avvenuto dopo una significativa contrazione della spesa pubblica.



Ergo, tagliare la spesa pubblica è la ricetta per uscire dalla crisi. La tesi potrebbe essere confutata semplicemente ricordando Lettonia, Estonia e Lituania, messe insieme, hanno una popolazione di 6 milioni di abitanti, vale a dire meno della sola Londra. Nazioni così minuscole sono influenzate significativamente da quello che avviene loro intorno: basta un piccolo incremento delle esportazioni ed ecco che l’economia riprende. Confrontare questi paesi agli USA, come fa il Cato Institute, o a qualsiasi dei paesi del G20 è semplicemente senza senso. Ma non è questo l’argomento.
Il blog della Real World Economics Review ha fatto una interessante “scoperta” andando a guardare i dati dei ministeri delle finanze dei tre paesi. Questa:



 Il grafico evidenzia che i trasferimenti dell’Unione europea ai tre paesi hanno viaggiato intorno al 4% del loro PIL. Per i paesi PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna) non hanno raggiunto neppure l’1%. Per il 2012 la previsione, riguardo all’Estonia, è di trasferimenti che toccheranno il 5% del PIL. Secondo il ministero delle finanze estone i trasferimenti dell’EU per il periodo 2007-2013 contano il 18% dell’intera spesa pubblica della piccola repubblica. Non male! Senza questi interventi “federali”, quella che è stata una modesta crescita si sarebbe trasformata in una ulteriore contrazione.
Almeno due lezioni si possono trarre da questa storia. La prima è che è facile sbagliarsi quando si vuole dimostrare una tesi precostituita. Basta ignorare i dati che non fanno comodo. La seconda è che la richiesta di maggiore rigore fiscale dei singoli stati deve accompagnarsi a una significativa spesa “federale”, altrimenti sarà inevitabilmente recessione. Non esistono diete gratis.

giovedì 11 luglio 2013

L’imbroglio europeo di Letta


Il presidente del Consiglio Enrico Letta ed il suo governo hanno celebrato i propri “successi” nei recenti accordi raggiunti a livello europeo sui vincoli di bilancio, gli investimenti produttivi e la lotta alla disoccupazione giovanile. Ma, al netto della propaganda, i numeri ci raccontano una realtà ben diversa.

di Alfonso Gianni da Micromega

Nell’ultimo sondaggio conosciuto, risalente al 1 luglio e realizzato dall’istituto Piepoli, le quotazioni del governo sembrano tornare ad essere in salita presso la pubblica opinione. In particolare è elevato l’apprezzamento verso gli ultimi provvedimenti economici emanati dal governo, quelli che dovrebbero favorire in particolare l’occupazione giovanile – obiettivo che in sé non può non essere popolare – e soprattutto la fiducia nel premier Letta riguarda il 51% degli intervistati con un incremento di ben otto punti in un solo mese. Quindi la luna di miele fra il “giovane” Letta e la nostra vecchia Italia procede senza screzi né problemi? Non sembrerebbe del tutto vero, se si distoglie un attimo l’attenzione dai sondaggi e si guarda alle reazioni dell’intelligentsia del paese, se così la vogliamo chiamare.

Ed è il caso di farlo, dal momento che sono assai in pochi coloro che conoscono il merito specifico dei provvedimenti economici del governo al di là delle copertine televisive. Del resto gli apprezzamenti nei sondaggi scendono se la domanda è se l’intervistato si aspetta reali miglioramenti nella situazione occupazionale e economica da questi provvedimenti. Ovvero i titoli dei provvedimenti “piacciono”, ma quanto alla loro efficacia in una situazione così degradata sono in molti a dubitare.

Per consolidare il legame amoroso tra Letta e il paese serviva quindi un nuovo exploit, capace di colpire l’immaginazione del colto e dello sprovveduto. L’occasione è stata trovata nella nuova presunta tolleranza negli scarti dal rispetto dei vincoli di bilancio che l’Italia si sarebbe conquistata a livello europeo, grazie alla virtuosità del governo italiano nella cura dei conti, agli effetti futuri presumibili dei citati provvedimenti e della chiusura della procedura di infrazione per deficit eccessivo che l’Italia aveva aperta dal 2009 quando governava Berlusconi. Il presidente del Consiglio non ha atteso un momento per cinguettare su Twitter della sua vittoria.

Ma la puntuale preparazione e il rigonfiamento dei risultati ottenuti non pare avere convinto neppure gli economisti del mainstream. Tanto il Corriere della Sera, malgrado sia la preda designata della Fiat (a proposito ma Marchionne non aveva detto che si sarebbe occupato solo di automobili?), con un articolo di Giuseppe Sarcina, quanto Tito Boeri su la Repubblica, smontano pezzo per pezzo la costruzione propagandistica lettiana.

In effetti, calato il sipario sulla rappresentazione del consiglio europeo di fine giugno e andando al sodo di ciò che viene messo per iscritto, il quadro è tutt’altro che ottimistico per il nostro paese.
In primo luogo ciò che si permette all’Italia di fare è semplicemente potere operare “scarti temporanei dalla traiettoria del deficit strutturale”, per usare le parole di Barroso, ma “in ogni caso” e alla fine dei conti il disavanzo del 3% non potrà essere superato. Come questo “miracolo contabile” possa avvenire non è chiarissimo. Vi saranno probabilmente ulteriori istruzioni dettagliate, secondo lo stile pesantemente precettistico degli organi della governance europea. Ma già da adesso si può bene comprendere che il famoso tesoretto aggiuntivo su cui il governo Letta contava, anche per tranquillizzare le tensioni interne alla sua maggioranza, non si è mai materializzato. Infatti lo stesso Fondo monetario internazionale ci spiega, con le sue previsioni sull’andamento della produzione nel nostro paese e sullo stato dei nostri conti pubblici, che sarà assai dura mantenerci al di qua della soglia del 3% nel rapporto con il Pil per la fine del 2013.

In secondo luogo, anche supponendo per puro esercizio scolastico che questi calcoli siano troppo severi e che quindi siano possibili deviazioni momentanee dai vincoli senza pregiudicare il risultato finale, i famosi margini per il nostro paese sarebbero vincolati alla sua partecipazione a programmi di spesa decisi a livello europeo. Il cofinanziamento è cioè una scelta obbligata, se il nostro governo vuole spendere qualcosa. Il che significa che sono gli organi europei e non il nostro governo (del Parlamento, dopo lo schiaffo sugli F35, ormai è persino inutile parlare in materia di spesa) a decidere quantità e qualità degli eventuali investimenti. In questo modo la Commissione europea mantiene uno stretto controllo sulle politiche di investimento dei governi cui vengono concessi margini di bilancio. Anzi le decide direttamente.

L’ineffabile Commissario agli Affari economici, Olli Rehn, autore della prima lettera di istruzioni al nostro paese su come esercitare le presunte nuove facoltà, indica come prioritari gli investimenti nelle reti di interconnessione in Europa, e quindi torniamo nuovamente, come nel gioco dell’oca, alla casella della linea ad alta velocità Torino – Lione. Ma anche se dovesse prevalere un’interpretazione più estensiva del campo degli investimenti e quindi si allargasse al Mezzogiorno d’Italia, resterebbe sempre la condizione del cofinanziamento, ovvero i progetti dovrebbero rientrare fra quelli previsti in ambito europeo. Mentre le promesse governative sulla ripresa di una politica industriale, che manca da diversi lustri nel nostro paese si sprecano, intanto si vende come vittoria ciò che determina l’impossibilità stessa di una programmazione di nuovo tipo in quel campo che sarebbe strategica per la fuoriuscita dalla crisi. La quale, particolarmente nel nostro paese, non è solo finanziaria.

Come si vede siamo in una condizione molto diversa da quella prospettata da molti nel dibattito economico di questi anni di crisi. Ovvero la possibilità di non conteggiare gli investimenti produttivi nei calcoli riguardanti la determinazione del deficit, riprendendo la vecchia idea contenuta nel piano Delors del 1993. L’hanno chiamata golden rule, ma tra ciò è stato deciso nel vertice europeo di fine giugno non c’è nemmeno un lontano luccichio.

In terzo luogo, ed è forse il punto più grave, bisogna ricordare che nel 2014 entra in funzione il vincolo del pareggio di bilancio inserito in Costituzione da questa stessa maggioranza all’epoca del governo Monti. Proprio l’anno che viene dovrebbe consegnarci, secondo le previsioni ufficiali, un segno positivo seppur timido nella crescita del Pil. Cosa già discutibile. Ma a quel punto saremmo costretti a garantire il pareggio delle entrate e delle uscite. Neppure la contabilità creativa ci salverà.

Quindi non ci sono soldi non solo per politiche anticicliche, ma neppure per tenere fede ad alcuni punti programmatici del governo Letta. Non è tanto il parere del Fmi a revocare in dubbio la cancellazione dell’Imu, ma lo stato dei conti pubblici e i vincoli in precedenza contratti, che la destra finge di dimenticare e il Pd non smette di lodare.

Il Pdl avanza all’attenzione del premier la proposta, non nuova, di vendere buona parte del patrimonio pubblico al fine di abbassare con una misura choc il volume del debito pubblico. Ma le passate privatizzazioni non hanno portato alcun sollievo al livello di indebitamento. Anzi gli anni Novanta, che hanno visto nel nostro paese un volume monetario di privatizzazioni inferiore solo al Regno Unito della Signora Thatcher, non hanno affatto interrotto la corsa verso l’alto del debito pubblico. Consapevoli di ciò, anche se non lo dicono, gli esponenti del Pdl hanno avanzato la proposta di vendere una porzione di beni patrimoniali e diritti dello Stato, sia a livello centrale che periferico, a una nuova società di diritto privato nella quale la farebbero da padrone banche e fondazioni. Quest’ultima avrebbe il potere di emettere obbligazioni a 15-20 anni garantite da quei beni diventati di sua proprietà. Ciò non entrerebbe a fare parte del debito pubblico perché i titoli sarebbero emessi da un soggetto privato e lo Stato potrebbe incassare e diminuire così il debito pubblico medesimo.

Tutto bene? Niente affatto. Intanto si tratterebbe di capire di quali beni si tratta – senza scomodare qui la grande questione della tutela dei beni comuni - visto che anche la vendita delle caserme inutilizzate ha battuto la fiacca. Non solo, ma in molti casi è successo che l’Amministrazione pubblica privatasi dei beni immobili in suo possesso è stata poi costretta ad affitti insostenibili e l’intera operazione si è verificata del tutto antieconomica, al punto da consigliare il riacquisto dei beni dismessi. Inoltre non è affatto detto che le obbligazioni emesse dalla società privata siano in grado di reggere il confronto con il mercato. Potrebbero subire un deprezzamento in tempi molto rapidi portando al fallimento l’intera operazione, poiché al momento di entrare in possesso della parte di beni relativa alla scadenza del prestito obbligazionario quei titoli potrebbero avere perso gran parte del loro valore.

Tanto varrebbe allora procedere più seriamente e istituire una tassa patrimoniale ordinaria e invece puntare su una riqualificazione dei beni pubblici immobiliari anche attraverso un cambiamento di destinazione per dare sollievo alle esigenze abitative e di spazi pubblici agibili per la socialità. Ma tutto questo è tabù in questo quadro politico e anche l’opposizione è scarsamente ricettiva su questi temi.

Siamo arrivati ormai agli sgoccioli. Alla vigilia dell’entrata in vigore del pareggio di bilancio e del fiscal compact è sempre più evidente che la tattica delle concessioni, degli strappi tollerati, delle contabilità creative non hanno il fiato corto. Non c’è l’hanno affatto. Se si vuole evitare che l’Europa, e non solo la sua moneta, imploda, bisogna che i paesi più in difficoltà chiedano, come condizione determinante la loro permanenza nella Ue, la revisione radicale di quei vincoli e di quei trattati, antichi e recenti, che hanno dimostrato solo di aggravare le conseguenze sociali ed economiche della più grave crisi di tutti i tempi del capitalismo europeo.


martedì 9 luglio 2013

Zingales, quello che non dà la colpa all’euro.

dal blog di Mauro Poggi

 

Consiglio a tutti la lettura dell’articolo di Zingales sull’Espresso del 27 giugno, nella sua rubrica Libero Mercato, dal titolo “Non diamo la colpa all’euro”. Se non avete comperato il settimanale, eventualità per cui non mi sentirei di biasimarvi, potete trovare una riproduzione dell’articolo sulla rassegna stampa del MPS del 21 giugno. In questo post mi limiterò a citare alcuni passaggi e a commentarli.

Zingales inizia accennando a un sogno europeo che sembra  (bontà sua) essersi trasformato in incubo, e cita i sondaggi che danno in caduta libera l’integrazione europea nei gradimento degli europei. Ma si stupisce che nonostante tutto  la maggioranza degli europei rimanga a favore dell’euro:

“Quello che dovrebbe stupire maggiormente, però, non è la rivolta contro l’Europa, ma il perdurare del sostegno a favore. Le crisi economiche favoriscono sempre le tendenze egoistiche e centrifughe. Ciononostante la maggioranza degli europei rimane a favore dell’euro.”

Come mai questa contraddizione? La domanda è stimolante. Personalmente spiegherei il fenomeno con la disinformazione terroristica a cui politici e media dedicano gran parte del loro tempo. Ogni benedetto giorno che il buon Dio manda in terra ci vengono propinate cifre iperbolicamente disastrose come conseguenza dell’uscita dall’euro:  carriolate di banconote per andare a comprare il giornale (cfr Bersani); benzina che costerà sette volte tanto (cfr Plateroti, vicedirettore del sole 24 ore), inflazione che schizzerà al 50% (cfr Tabacci); vaticini di anziani (trivial) opinion makers,  asseverati da giovani speranze dell’informazione omologata, che ospiti di in qualunque salottino delle compiacenze in TV evocano destini marocchini o egiziani se mai si lasciasse l’euro (cfr Scalfari e Floris a Ottoemezzo: citato da  Mainstream, qui). Con una martellante propaganda del genere, stupisce semmai che qualcuno sia così audace da pensare a una valuta nazionale. O no?

No. Per Zingales la ragione è altra. Secondo lui l’apparente contraddizione ha implicazioni psicologiche molto più sottili di quelle imputabili alla banale suggestione:

“I sondaggi mettono in luce le contraddizioni insite nel progetto europeo. La maggior parte degli europei ama la stabilità dell’euro: la sicurezza che questa stabilità garantisce ai risparmi e alle promesse pensionistiche di una popolazione sempre più vecchia. Ma odia i costi che questa stabilità richiede.”

Per quanto ne so io, la sola sicurezza garantita dalla stabilità dell’euro è quella riservata ai possessori di crediti. Una moneta forte e una Banca centrale  con una patologica fobia a qualunque ipotesi di inflazione servono solo a tutelare il sistema finanziario. Forse lo psicotico controllo inflazionistico ha impedito che i risparmi venissero erosi di qualche decimo di punto, ma la maggior parte dei cittadini li ha visti pesantemente intaccati e spesso compromessi dalla necessità di farvi ricorso per supplire al crollo dei redditi legato alla disoccupazione dilagante.  Quanto alle promesse pensionistiche, beh, anche qui è difficile capire a quale film Zingales si riferisca: sarebbe bello che lo spiegasse, questo film, a una platea di esodati, o di pensionandi a cui il filo del traguardo è stato improvvisamente spostato proprio in dirittura d’arrivo. Probabilmente, loro ne hanno visto uno completamente diverso.

Ma odia i costi che questa stabilità richiede“. A quali costi si riferisce? Forse alla distruzione dei risparmi o dello stato sociale, oppure alla continua emorragia dei posti di lavoro, che solo in Italia, oggi, ha fatto registrare un 12,2% di disoccupati (benvenuti nel 1977).
Il professor Zingales non lo precisa. Dice però che il cittadino europeo “odia ancora di più [più di questi costi] l’idea di procedere verso un’integrazione politica necessaria per far sopravvivere la moneta unica”. Una tesi singolare, ma evidentemente il professore si fida del proprio sondaggista.

Da un’analisi generale, Zingales passa poi a quella più particolare dell’Italia:

L’integrazione economica con il resto d’Europa ha portato enormi vantaggi all’Italia. Anche l’integrazione normativa ha contribuito ad ammodernare il nostro paese.”

Infatti. Oltre alla scadenza delle mozzarelle e alle prescrizioni igieniche per la produzione del lardo di colonnata, l’integrazione ci ha regalato ottimi strumenti per governare la crisi: il pareggio di bilancio in Costituzione e il Fiscal compact (cui seguirà a breve l’ancor più vincolante Two packs). Il primo ci vieta ogni spesa in deficit, foss’anche per ragioni virtuose quali potrebbero essere le misure di stimolo all’economia per la creazione di posti di lavoro; il secondo ci obbliga a trovare ulteriori risorse da stornare a favore della diminuzione del debito, in ragione di 40-60 mld all’anno (a secondo dell’andamento del PIL) per i prossimi venti anni. Come a dire che di fronte alla sistematica distruzione del tessuto industriale italiano, a cui stiamo assistendo da anni, l’unica cosa che un governo può fare è incrociare le dita e sperare che il vento cambi.
La moralizzazione della spesa è uno dei maggiori risultati che l’integrazione economica e normativa con il resto dell’Europa ci ha portato in dono. Draghi, e prima di lui Monti – con diverse parole ma esprimendo analogo concetto, lo hanno detto: indipendentemente da chi sta al governo, c’è un pilota automatico che impone un’unica strada, quella indicata dall’Europa. Il Presidente del consiglio Letta ribadisce l’idea ogni volta che ne ha occasione, specie a corollario dei suoi ricorrenti pistolotti sull’emergenza della disoccupazione giovanile (come se il resto dei disoccupati fosse un argomento meno impellente): “Non sono qui per sfasciare i conti dello Stato“.

L’euronomics ormai è patrimonio culturale comune: piuttosto che sfasciare i conti dello Stato, sfasciamo il Paese (e se questa vi sembra un’iperbole semplificativa, pensate alla Grecia).

In fondo, il maggior vantaggio tratto dall’integrazione è che non non abbiamo più bisogno di avere al governo uno statista, e nemmeno un politico passabile: ormai basta un buon ragioniere.

“La tanto criticata scelta di entrare nell’euro fu una necessità, non una scelta. [...] Per finanziare il debito lo Stato italiano doveva pagare interessi molto elevati. Questi interessi furono una delle principali cause dell’esplosione del debito pubblico negli anni 80.”

Precisiamo. Nel 1981, con un grazioso scambio di lettere fra gli allora Ministro del Tesoro (Andreatta) e  Governatore della Banca d’Italia (Carlo Azeglio Ciampi), e senza nemmeno passare per il Parlamento, fu sancito il divorzio fra le due istituzioni, dando il via a una gigantesca redistribuzione del reddito in senso sperequativo che perdura a tutt’oggi (fra gli sponsor dell’operazione, tale Monti). Fino a quel momento Bankitalia aveva garantito le aste di collocamento, e  i tassi di interesse reali pagati dal tesoro tendevano a essere negativi (inferiori al tasso di inflazione): una tassa occulta sulle rendite finanziarie e un modo automatico di rientro del debito.
Dieci anni dopo, in una significativa intervista al Sole 24 Ore, lo stesso Andreatta commentava quell’episodio. Eccone alcuni passi eloquenti (ma suggerisco di leggerla per intero, ne vale la pena):
I miei consulenti legali mi diedero un parere favorevole sulla mia esclusiva competenza, come ministro del Tesoro, di ridefinire i termini delle disposizioni date alla Banca d’ Italia circa le modalità dei suoi interventi sul mercato, e il 12 febbraio 1981 scrissi la lettera che avrebbe portato nel luglio dello stesso anno al divorzio Il divorzio non ebbe allora il consenso politico, ne’ lo avrebbe avuto negli anni seguenti; nato come “congiura aperta” tra il ministro e il governatore divenne, prima che la coalizione degli interessi contrari potesse organizzarsi, un fatto della vita che sarebbe stato troppo costoso – soprattutto sul mercato dei cambi – abolire per ritornare alle più confortevoli abitudini del passato … [Praticamente una misura presa mettendo il Parlamento di fronte al fatto compiuto e lasciando i cittadini all'oscuro di tutto, dal momento che il dibattito nel Paese fu nullo; secondo una prassi anti-democratica che con il tempo si è andata consolidando, conforme in ciò alla prassi europea.] Naturalmente la riduzione del signoraggio monetario e i tassi di interesse positivi in termini reali si tradussero rapidamente in un nuovo grave problema per la politica economica, aumentando il fabbisogno del Tesoro e l’ escalation della crescita del debito rispetto al prodotto nazionale.  Da quel momento in avanti la vita dei ministri del Tesoro si era fatta più difficile e a ogni asta il loro operato era sottoposto al giudizio del mercato.

Questa illuminata misura, prodromica all’ingresso nello SME antesignano dell’euro (già allora “ce lo chiedeva l’Europa”), fece lievitare la spesa per interessi al punto che lo stato non solo fu costretto a emettere titoli per rinnovare il debito, ma a indebitarsi ulteriormente per pagare gli interessi, il cui ammontare quindi diventava a sua volta debito generatore di interessi.

Il grafico qui sotto indica benissimo la correlazione fra divorzio e andamento del debito:

 



“L’entrata nell’euro ci ha fornito in dote un lungo periodo di tassi d’interesse molto bassi. [...] Se avessimo utilizzato il risparmio in spese per interessi invece che aumentare la spesa oggi il rapporto debito pil sarebbe dell’80 e non del 130.”
(Nota: Si tratta del famoso “dividendo dell’Euro”, espressione che ha usato per la prima volta (credo) il pluri-laureato Oscar Giannino, secondo il quale per effetto dei minori interessi pagati a seguito dell’entrata nell’euro avremmo risparmiato qualcosa come 700 miliardi (cfr qui, a partire dal minuto 6). Per dirla brevemente, Giannino assume che gli alti interessi pagati dall’Italia fra gli anni ’80 e i primi anni ’90 sarebbero rimasti tali se l’Italia  avesse mantenuto una propria moneta nazionale, e la differenza fra quegli ipotetici interessi e quelli effettivamente pagati è il “dividendo” che l’euro ci ha regalato. Se invece di dilapidare questa dote l’avessimo giudiziosamente destinata al rimborso del debito, ecco che oggi avremmo un rapporto debito/PIL analogo a quello della virtuosa Germania).
Ci sono alcuni punti da eccepire alla considerazione di Zingales.
1) Intanto, il messaggio implicito continua a essere che quella che stiamo vivendo è una crisi da debito sovrano. La spiegazione alternativa, dice che la crisi è l’esito di un processo vizioso, innestato dalla moneta unica e dalla liberalizzazione dei mercati finanziari, che ha prodotto la dilatazione dell’indebitamento privato nei paesi del Sud Europa nei confronti delle banche nord-europee. Un processo conosciuto come “Ciclo di Frenkel“, dal nome dell’economista argentino che ne ha fornito l’analisi, e sempre più diffusamente accettato anche in ambienti ortodossi – ultimo, in ordine di tempo, Vítor Constâncio vice-presidente della BCE.
La ragione per cui la versione “debito sovrano” continua a essere propalata, è che il debito pubblico implica un richiamo alla responsabilità comune e rende psicologicamente più accettabile ai cittadini l’imposizione di sacrifici ufficialmente richiesti per abbatterlo (è morale ripagare i propri debiti), ma in realtà finalizzati alla tutela delle grandi banche private che hanno optato per spensierate quanto lucrose esposizioni fino al 2007.
2) Gli elevati interessi dell’epoca – punto più punto meno – non riguardavano la sola Italia, ma tutti i paesi del mondo;  a partire dalla seconda metà degli anni ’90 è iniziata una discesa  ovunque, Italia compresa. L’aggancio all’euro ha certamente aiutato un processo di convergenza dei tassi, ma il risparmio ipotizzabile non si può facilmente quantificare e comunque sembra ben lontano dalla cifra iperbolica indicata da Giannino. Per chi volesse approfondire, questo articolo di Bagnai su Il Fatto Quotidiano è chiaro ed esauriente.
3) Merita una chiosa anche il messaggio: “potevamo ridurre il debito, invece abbiamo continuato a dilapidare perché siamo spreconi”. Zingales dimentica (dimentica?) che siamo uno dei pochi paesi al mondo che possono vantare un avanzo primario strutturale; con la sola eccezione del 2009, infatti, da ben 22 anni le entrate superano i fabbisogni, cioè lo Stato spende meno di quanto incassa.
Nella tabella sottostante lo storico dell’avanzo primario.

ITALIA_Avanzi Primari_ 1990-2011

Inoltre, la spesa pubblica pro-capite è nella media di quelle europea. “[...] nel 2012, il volume della spesa “di scopo” rispetto al Prodotto interno lordo risulta essere inferiore di oltre un punto percentuale rispetto alla media europea (l’Italia si attesta al 45,4%, mentre l’Europa a 15 è al 46,9%; la Francia arriva addirittura al 54%)” (Cfr Il Sole 24 Ore, Realfonzo e Perri, riportato da Keynes Blog). 


(tramite Rebusmagazine.org)

Si può discutere sulla qualità ed efficacia della spesa, ma non si può sostenere che è stata la spesa a gonfiare il debito.
Ciò che fa lievitare il debito sono gli interessi, che storicamente ormai costituiscono l’intero ammontare del debito e producono ulteriori interessi per ripagare i quali dobbiamo ulteriormente indebitarci. Qualcosa che ricorda il fenomeno detto “anatocismo”, e anche il gatto che si morde la coda. E di cui dobbiamo ringraziare Andreatta e Ciampi.
Sull’ottimo blog di Leprechaun c’è un
post molto analitico e denso di tabelle che lo spiega.
“Se l’Italia rischia il default è colpa non dell’euro ma della nostra classe politica.”
Qui è difficile dar torto al professor Zingales.
E’ la nostra classe politica  che ci ha trascinato in una gabbia valutaria micidiale, raccontandoci che saremmo entrati in paradiso ma sapendo che in realtà la scommessa poteva risolversi in un inferno. Cito Giuliano Amato in
questo video,  uno che nella faccenda ci ha messo del suo:
“…  E allora ci siamo convinti, e abbiamo cercato di convincere il mondo, che sarebbe bastato coordinare le nostre politiche nazionali per avere [...] quegli equilibri economici e fiscali interni all’UE che servono a dare forza reale alla moneta. Non tutti ci hanno creduto. Molti economisti, specie americani, ci hanno detto, all’epoca:  guardate che non ci riuscirete, non vi funzionerà; se vi succede qualche problema che magari investe uno solo dei vostri paesi non avrete gli strumenti centrali che per esempio noi negli Stati Uniti abbiamo [...] la vostra banca centrale [...] non può assolvere alla stessa funzione [...di] pagatore senza limiti di ultima istanza. In realtà noi non abbiamo voluto credere a questi argomenti, abbiamo avuto fiducia nella nostra capacità di auto-coordinarci e abbiamo addirittura stabilito dei vincoli nei nostri trattati che impedissero addirittura di aiutare chi era in difficoltà. E abbiamo previsto che: l’UE non assuma la responsabilità degli impegni degli stati; che la Banca centrale non possa comprare direttamente i titoli pubblici dei singoli stati; che non ci possano essere facilitazioni creditizie o finanziarie per i singoli stati. Insomma: moneta unica dell’Eurozona ma ciascuno dev’essere in grado di provvedere a se stesso. Era davvero difficile che funzionasse e ne abbiamo visto tutti i problemi“.
(Per inciso: una bella tempra quest’uomo, vero? Io al suo posto, lungi dall’essere tanto serafico, non dormirei la notte per il rimorso).
Ed è sempre la nostra classe politica che ci impedisce anche solo di esaminare la possibilità di uscirne, con un continuo martellamento di disinformazione, precludendo ogni serio dibattito nel Paese.
In ultima analisi, quindi, Zingales su questo punto ha ragione: è per colpa della nostra classe politica se rischiamo il default.
“Gli intrallazzi politici che funzionano a Roma non funzionano a Bruxelles”.
Vero. A Bruxelles gli intrallazzi sono di tutt’altra natura, più afferenti a questioni finanziarie che politiche. Questo perché a Bruxelles il problema del consenso popolare non esiste. Esiste un blocco burocratico ideologicamente omogeneo, non eletto ma nominato, privo di accountability, cioè di ogni responsabilità politica (avete mai partecipato a una consultazione elettorale dove vi è stata data una scheda  sulla quale segnare o meno una X accanto al nome di un Van Rompuy o di un Olli Rehn o di un Mario Draghi? Eppure sono questi i signori che decidono la qualità del nostro presente e del nostro futuro, non quelli che hanno chiesto il nostro voto). Gli intrallazzi, o le mediazioni politiche, servono in democrazia, non a Bruxelles dove, fortunati loro, sono “al riparo dal processo elettorale” (cfr Monti).
“Abbiamo bisogno di una nuova classe dirigente. Per rimanere in Europa dobbiamo trasformare la nostra in una cultura europea. L’alternativa è di scivolare velocemente verso l’Africa.”
Ecco: come ho detto prima, la nuova classe dirigente sarà probabilmente costituita da un’agguerrita pattuglia di ragionieri che sappiano creativamente barcamenarsi fra i vari vincoli  elevati a dogmi, puri articoli di fede. Non esiste alcuna razionalità scientifica sottostante ai due criteri del 3% di deficit e del 60% di rapporto debito/PIL,  pur spacciati come validi e applicabili indifferentemente a ciascuna delle 28 peculiarità economiche rappresentate dai paesi membri. Ma questo non impedisce che la Croazia, da appena tre giorni nuovo membro dell’Unione, rischi già di cadere sotto procedura di infrazione per via di un bilancio che non rispetta il primo dei sacri parametri. Come benvenuto non c’è male.
Stante il “pilota automatico” innestato, non c’è nessun bisogno di altre qualità. Dobbiamo solo omologare la nostra cultura a quella Europea, che poi non è Europea (quella europea era una cultura solidale, di welfare diffuso) ma piuttosto francoforte-bruxelliana. Una cultura burocratica anziché politica, orientata al credito,  ai mercati finanziari e al darwinismo sociale.
Ma grazie al cielo l’auspicio di Zingales è in avanzata fase di realizzazione. Un poderoso avvio a questo cambio di paradigma culturale è venuto dai dodici mesi di governo Monti, e oggi ne troviamo la continuazione in quello delle larghe intese lettiane:  anche se sulla carta non siamo ancora del tutto al “riparo dal processo elettorale”, di fatto ci possiamo permettere di disattenderlo e andare proprio nella direzione che i cittadini avevano bocciato, grazie anche a un Presidente della repubblica che a mio avviso interpreta il proprio ruolo secondo una personalissima, discutibile visione dei limiti e dei poteri che la Costituzione gli attribuisce.
Si tranquillizzi dunque Zingales:  le qualità per restare in Europa ci sono, anche se non ancora del tutto emerse.
Non saremo noi a  “scivolare velocemente verso l’Africa”, una metafora elegante per segnalare il rischio di una nostra retrocessione a Paese emergente, come è successo di recente alla Grecia:
“[...] da oggi Atene ha il triste primato di essere il primo paese sviluppato a essere stato declassato a mercato emergente dall’indice MSCI dopo che la Borsa greca ha perso il 91% del suo valore dal 2007. MSCI ha invece introdotto nei paesi emergenti Qatar e Emirati arabi uniti” (
qui la notizia).
Ma ora che ci penso: la Grecia è tutt’ora in Europa…


lunedì 8 luglio 2013

Avanza il fronte anti Europa

Tonino D’Orazio

Aver abbandonato la forza popolare della democrazia da parte dei partiti tradizionali antifascisti per una baracca-struttura tecnocrate ed autoritaria europea sta spingendo le forze popolari di sinistra o di destra a tentare di liberarsi dai vincoli strangolatori di Bruxelles. Chi non ha capito può resistere, ma se il concetto è che questa Europa ha portato, non solo con l’euro, allo sfacelo dello stato sociale, alla disperazione di intere generazioni, all’abbandono di un possibile benessere o giustizia sociale, prima o poi dovrà fare i conti con la storia.
In tutte le elezioni nazionali di questi ultimi due anni in Europa abbiamo da una parte due terzi dei partiti (direi in una ideologia condivisa nella pratica), non dell’elettorato però, contro un terzo di cittadini, “né di sinistra, né di destra”, come se questi ultimi fossero i “conservatori” del disastro attuale e futuro. In realtà passano per garanti ma per l’altro terzo, più il 50% dei cittadini non votanti (in vari paesi), magari passano per traditori e svenditori del popolo e della nazione. Sì, della “nazione” perché l’aver introdotto la guerra economica ha fatto sì che una nazione stia comandando le altre, facendo risorgere in queste ultime rigurgiti di nazionalismo comprensibili. Bisogna ragionare freddamente su quel che sta avvenendo e cercare di non fare solo il tifo. Tutto il Mediterraneo è in fermento. E le elezioni europee sono vicine.
La Germania sta perdendo la sua terza guerra europea di egemonia, e il virus è anche al suo interno. Vedremo in ottobre, perché anche da loro non è oro tutto quel che luccica. Sta crescendo in modo esponenziale un nuovo partito, Alternative für Deutschland , che molto probabilmente supererà anche lui il 25%. E sono proprio i socialdemocratici che pur avevano garantito un welfare invidiabile e condiviso a limarlo un bel po’ alla volta, in accordo con la Merkel e la scelta del Sindacato unico di salvare i posti di lavoro diminuendo i salari, man mano la disoccupazione avanza, con la dimostrazione che non ha funzionato e che c’è la fregatura.
La Grecia non conta, la Spagna, il Portogallo, Cipro, l’Austria, la Slovenia, la Olanda, il Belgio, gli ex paesi dell’est e anche l’Italia non contano nulla. Ma la Francia sì, parecchio.
Il Front National di Le Pen sorpassa il Partito Socialista nei sondaggi per le elezioni europee, salendo al primo posto. Sostituendosi ai socialisti in alcune ultime amministrative. E Marine Le Pen è pronta. Il leader del FN ha affermato che nel caso vincesse le elezioni e andasse alla guida della Francia, il suo obiettivo sarà distruggere l’ordine esistente dell’Europa e forzare la rottura dell’Unione monetaria. “L’Europa è solo un grande bluff. Da un lato c’è l’immenso potere dei popoli sovrani e dall’altro lato solo alcuni tecnocrati”. Miseri e venduti alle banche americane.
Alla domanda se lei intendesse ritirare immediatamente la Francia dell’euro, ha risposto: “sì, perché l’euro blocca tutte le decisioni economiche. La Francia non è un paese che può accettare la tutela di Bruxelles”. Il suo primo ordine una volta all’Eliseo, sarà l’annuncio di un referendum sull’adesione all’UE. Vedremo quanti deputati manderanno al Parlamento europeo. Nelle ultime elezioni le “cinture rosse operaie” intorno a Parigi sembravano d’accordo. Almeno la classe operaia bianca francese, abbandonata dai socialisti “frou-frou” del mite Hollande. (da Le Monde diplomatique)
Ho già detto in precedenti articoli della Gran Bretagna dove il partito anti-europeista di Nigel Farace ha appena ottenuto il 23% (era al 3% cinque anni fa) alle amministrative a livello nazionale, spingendo la destra dei conservatori di Cameron al governo a chiedere anche loro un referendum sull’uscita, non dall’euro perché non sono mai voluti entrare, ma dall’Unione, iniziando dalla feroce discussione sul bilancio. Basta andare su You tube e ascoltare il suo ultimo intervento al Parlamento europeo.
In Italia le ultime piazzate di Savini della Lega Nord contro l’Europa indica che la campagna elettorale europea è iniziata, in modo fortemente autonomista e contro. Lo stesso M5S, nel suo programma propone il referendum per una uscita dell’Italia dall’euro. Oggi, politicamente, rappresentano il 27% dei votanti, ma non è detto che gli astensionisti non tornino a votare secco contro questa Europa con una proposta che, sbagliando, molti già chiamano “populista”. In psicologia l’espressione della volontà popolare è il voto su base prevalentemente istintiva, soprattutto di coloro che risultano indecisi o che non rispondono ai sondaggi. Le motivazioni profonde che determinano la “profezia del vincitore annunciato” sono legate all’aspetto istintivo che è in noi. Al fatto che è certo più piacevole fare parte di quelli che stanno vincendo piuttosto che dei perdenti, all’idea che se tutti stanno andando verso quella direzione forse là c’è la soluzione ai nostri problemi. Questa volta la realtà è che nella direzione della “maggioranza contrattata” i problemi delle persone e delle famiglie si stanno moltiplicando. Non so se ulteriori iniezioni di elementi di paura saranno sufficienti Il baratro c’è comunque o cadendoci o scivolandoci al rallentatore.
Quanti deputati invieranno al Parlamento europeo i francesi? Quanti greci, quanti spagnoli, quanti tedeschi, quanti inglesi vi andranno in funzione anti questa Europa? Quanti italiani? Che terremoto politico annunciato rappresenteranno nei propri paesi?
Se il Parlamento europeo potrà legiferare per tutti, allora l’Europa dei popoli potrebbe fare un passo avanti. Ma bisogna rivedere il Trattato di Lisbona e ricondurre Maastricht dalla monetaria alla politica.
Abolire quindici anni di prepotenza dei “poteri forti”. Operazione oggi impossibile. Ma se l’Europa è questa baracca-gabbia disastrosa tutti cercheranno, prima o poi, di uscirne, che siano proposte di destra o di sinistra, o di “popolo” inserito in un “riprendiamoci la libertà”. Quest’ultima è una espressione più potente di qualsiasi programma, nel bene e nel male.

Elogio squinternato del comunismo

È che oggi ci sono ancora motivi seri per essere comunisti. Quando senti di persone che hanno “fortune” superiori al PIL di un paese africano, ai miliardi drenati con le speculazioni in borsa o semplicemente a personaggi da favola come il tal William e consorte Kate, la cui ricchezza è commisurata alla loro insipienza, che assolvono ancora al ruolo di libro di favole per il popolo bue, allora non puoi che essere comunista.
I peggiori individui al mondo sono i cosiddetti liberali: gente come Locke, Bentham, Mill e compagnia cantando, la cui premura principale, al limite dell’isteria, era la difesa della proprietà privata, ovviamente proprietà come diritto dei soli uomini veri, non certo di quella sotto-categoria antropologica di non uomini, magari negroidi, che potevano a buon diritto essere rivendicati come proprietà privata dagli uomini veri e puri, tanto che la schiavitù era ritenuta un fatto normale, che madre natura stessa suggeriva esplicitamente, infondendo ignoranza e infantilismo nelle masse, oltreché dotando certuni di sembianze poco umane, o magari di organi genitali diversi da quelli maschili. Una volta poi che il comunismo è caduto in disgrazia è stato facile trasformare in bene assoluto tutte le declamazioni liberali e di converso in male assoluto qualsiasi “precetto” o istanza comunista, ivi compresi i diritti del lavoro, di cui si vuole certificato il decesso con il sigillo delle “riforme” che tanti invocano. In sintesi, la proprietà privata, il diritto di arricchirsi, il valore dell’individuo, schiavitù del lavoro: bene; eguaglianza, diritti del lavoro, libertà dei popoli oppressi: male; tutto ciò non è democratico e la storia ci dice in maniera inequivocabile che il progresso e la luce avanzano dietro il vessillo del liberalismo.
A voler essere comunisti però è difficile sfuggire a fastidiose aporie che ti buttano dentro un loop angoscioso. Consideriamo la parola “essere” ad esempio, l'essere appartiene al mondo delle categorie metafisiche e la metafisica con i suoi aspetti soggettivi e nominalistici è quanto di meno marxiano ci possa essere: teoria e prassi, questo ci vuole per rimettere il mondo con i piedi per terra. Insomma per essere comunisti non puoi limitarti appunto ad essere, ma devi agire da, ossia devi agire da comunista. Bene, ma come evitare che la componente inevitabilmente soggettiva (qualcuno dovrà per forza elaborare una teoria) si trasformi in ideologia? E come evitare che lo storicismo e l'attesa messianica per il sol dell'avvenire si trasformino in una nuova cosmogonia? Falso problema? Beh, a pensarci bene si. In fondo se permettiamo a ciascuno di tenersi stretto il suo comunismo e lo accettiamo come compagno di strada, allora quello che conta davvero è il percorso che facciamo per arrivare alla meta, non quello che uno dice di essere. C'è però un altro piccolo problema: uno può fare e dire quello che vuole, ma saremo mai abbastanza per realizzare quello che vogliamo? In sintesi, il comunismo o i comunismi hanno una qualche speranza di vittoria? Questo è il mio dubbio più grande: il comunismo è e deve essere universale, ma può contenere dentro di sé l'universo mondo?
Mentre cammino e ci penso, continuo a professarmi comunista anche se non sono convinto di comportarmi di conseguenza, non è solo una questione di convinzione, la miseria e le tragedie che vedo intorno a me sono troppo grandi per non desiderare qualcosa di altro e di radicalmente diverso, e in fondo qualcosa di meglio del comunismo non l'hanno ancora inventato.


domenica 7 luglio 2013

Forcing down Evo Morales's plane was an act of air piracy

By John Pilger (The Guardian)

 
President Morales arrives back in La Paz, Bolivia. ‘Imagine the response from Paris if the French president's plane was forced down in Latin America.’ Photograph: Zuma/Rex Features
Imagine the aircraft of the president of France being forced down in Latin America on "suspicion" that it was carrying a political refugee to safety – and not just any refugee but someone who has provided the people of the world with proof of criminal activity on an epic scale.
Imagine the response from Paris, let alone the "international community", as the governments of the west call themselves. To a chorus of baying indignation from Whitehall to Washington, Brussels to Madrid, heroic special forces would be dispatched to rescue their leader and, as sport, smash up the source of such flagrant international gangsterism. Editorials would cheer them on, perhaps reminding readers that this kind of piracy was exhibited by the German Reich in the 1930s.
The forcing down of Bolivian President Evo Morales's plane – denied airspace by France, Spain and Portugal, followed by his 14-hour confinement while Austrian officials demanded to "inspect" his aircraft for the "fugitive" Edward Snowden – was an act of air piracy and state terrorism. It was a metaphor for the gangsterism that now rules the world and the cowardice and hypocrisy of bystanders who dare not speak its name.
In Moscow, Morales had been asked about Snowden – who remains trapped in the city's airport. "If there were a request [for political asylum]," he said, "of course, we would be willing to debate and consider the idea." That was clearly enough provocation for the Godfather. "We have been in touch with a range of countries that had a chance of having Snowden land or travel through their country," said a US state department official.
The French – having squealed about Washington spying on their every move, as revealed by Snowden – were first off the mark, followed by the Portuguese. The Spanish then did their bit by enforcing a flight ban of their airspace, giving the Godfather's Viennese hirelings enough time to find out if Snowden was indeed invoking article 14 of the Universal Declaration of Human Rights, which states: "Everyone has the right to seek and to enjoy in other countries asylum from persecution."
Those paid to keep the record straight have played their part with a cat-and-mouse media game that reinforces the Godfather's lie that this heroic young man is running from a system of justice, rather than preordained, vindictive incarceration that amounts to torture – ask Bradley Manning and the living ghosts in Guantánamo.
Historians seem to agree that the rise of fascism in Europe might have been averted had the liberal or left political class understood the true nature of its enemy. The parallels today are very different, but the Damocles sword over Snowden, like the casual abduction of Bolivia's president, ought to stir us into recognising the true nature of the enemy.
Snowden's revelations are not merely about privacy, or civil liberty, or even mass spying. They are about the unmentionable: that the democratic facades of the US now barely conceal a systematic gangsterism historically identified with, if not necessarily the same as, fascism. On Tuesday, a US drone killed 16 people in North Waziristan, "where many of the world's most dangerous militants live", said the few paragraphs I read. That by far the world's most dangerous militants had hurled the drones was not a consideration. President Obama personally sends them every Tuesday.
In his acceptance of the 2005 Nobel prize in literature, Harold Pinter referred to "a vast tapestry of lies, upon which we feed". He asked why "the systematic brutality, the widespread atrocities" of the Soviet Union were well known in the west while America's crimes were "superficially recorded, let alone documented, let alone acknowledged". The most enduring silence of the modern era covered the extinction and dispossession of countless human beings by a rampant US and its agents. "But you wouldn't know it," said Pinter. "It never happened. Even while it was happening it never happened."
This hidden history – not really hidden, of course, but excluded from the consciousness of societies drilled in American myths and priorities – has never been more vulnerable to exposure. Snowden's whistleblowing, like that of Manning and Julian Assange and WikiLeaks, threatens to break the silence Pinter described. In revealing a vast Orwellian police state apparatus servicing history's greatest war-making machine, they illuminate the true extremism of the 21st century. Unprecedented, Germany's Der Spiegel has described the Obama administration as "soft totalitarianism". If the penny is falling, we might all look closer to home.
www.johnpilger.com


venerdì 5 luglio 2013

Il circo Barnum

Tonino D’Orazio

Nel suo celebre circo ognuno poteva trovare qualcosa di divertente: in effetti i numeri e le attrazioni erano talmente vari che ce n'era davvero per tutti i gusti, diffondendo tra l’altro un buon numero di notizie fasulle.
Parola d’ordine del governo Letta: galleggiare finché non si modifica profondamente la Costituzione e si possa tenere democraticamente il popolo al guinzaglio. Prima si pensava bastassero 8 mesi, tutti sapevano che meno di 18 mesi diventava tecnicamente impossibile, anche con un Napolitano scatenato e un parlamento “scatola di tonno” giorno dopo giorno. Una menzogna può sempre tirarne un’altra. “Ma l’impegno e l’obiettivo sarà il completamento delle riforme costituzionali e il completamento della riforma della politica”. A colpi di decreti? Perché no. Se Letta può già permettersi di dire che all’ultimo Consigli dei Ministri: "Abbiamo abrogato il termine province da tutti gli articoli della Costituzione.” Forse lo si può fare anche per altre parole, magari “il lavoro”. A parte la sostanza, ma è così facile? Dopo che il Consiglio Supremo della Difesa (della guerra), d’accordo con Re Giorgio, ha esautorato il Parlamento da qualsiasi decisione in merito, penso proprio di sì. Un colpetto alla volta.

Fare finta di “fare” e dare soluzione a problemi impossibili rinviando a domani o a dopodomani. La coniugazione del “fare” al futuro è d’obbligo. Poi, il futuro è talmente aleatorio. Basta una nevicata su New York, o uno dei 2.000 tifoni l’anno da qualche parte sul globo, per impedire, al momento opportuno, la realizzazione anche del “fare”.
Rinvio dell’Imu: "Imu, riforma entro Ferragosto". Non si parlava di ottobre? Il Pdl dice che non si pagherà, è un punto fermo di Berlusconi, a costo di aumentare tutto il resto, magari un anticipo maggiorato dell’Irpef. Il FMI: "L'imposta sulla prima casa andrebbe mantenuta". Ministro Saccomanni: "Ne terremo conto". Ministro Fassina (Pd): “Sull’Imu il Fmi ha ragione”. Letta: "Ma per Imu e Iva soluzione difficile". Intanto rinviamo a ferragosto, mentre, anche se pochi, gli italiani stanno al mare. Una specie di self service, ognuno la prenda come vuole. E' la tecnica Barnum.

"In autunno - dice Letta - ci sarà la legge di stabilità che sarà centrata sullo sviluppo, sul rilancio economico, sulla capacità di ridurre le tasse, in particolare sul lavoro". Stessa frase di Monti più di un anno fa. Ma anche di tutti gli altri governi di questi ultimi anni. Aspettando Godot. Ci vorranno 18 mesi per far ripartire l’economia italiana. Claudio Andrea Gemme, presidente di Anie Confindustria: "La domanda non è quando ci sarà la ripresa ma se, al momento della ripresa, ci saranno ancora le nostre aziende". Aggiunge che la flessibilità di bilancio potrebbe rivelarsi "un fuoco di paglia" e "le misure in materia di occupazione giovanile inadeguate e riduttive".
Il ministro dello Sviluppo economico, Zanonato: “ Il Governo e' impegnato a pagare i debiti della Pa alle imprese il prima possibile, (l’avevano già detto due mesi fa e lo specchietto era di 40 miliardi) ma non e' in grado di promettere che l'intero importo verrà saldato entro il 2013. Mi piacerebbe tanto ma non so se si potrà fare”. Letta: il governo e' intenzionato ad accelerare il pagamento in autunno.

«Ce l'abbiamo fatta! Commissione Ue annuncia ora ok a più flessibilità per i prossimi bilanci per i Paesi come Italia con conti in ordine. Serietà paga», urlo sguaiato di Letta su Twitter.

Ripartiamo dalle cose serie. Il lavoro e il teatrino in atto.
Michele Perini, presidente di Fiera Milano Spa. Il ministro Fornero? "E' il peggior ministro della Repubblica Italiana dalla sua nascita. Perché ha lasciato a casa centinaia di migliaia di giovani". La Fornero è una persona incapace di intendere e di volere". "Alle aziende ha solo causato danni. Ha creato danni a centinaia di migliaia di giovani. Adesso hanno davanti il nulla. Bisogna cancellare la sua riforma se vogliamo ripartire.”
Intanto si spezzetta nuovamente il mercato del lavoro. Niente fondi per gli adulti, o over 55 anni (che dovranno, se ci riescono, lavorare fino a 70 anni!), solo per i giovani e possibilmente non laureati (tanto quelli sono benvenuti all’estero) e nemmeno diplomati. Insomma apprendisti di basso livello, possibilmente a vita. La balla? Un po’ meno del milione di posti di lavoro di berlusconiana memoria, diciamo 200.000, è quasi credibile. Non c’è modo migliore di distribuire ai datoriali l’1,7 miliardi ottenuto da Bruxelles (inclusa la quota parte spettante a noi, ancora da reperire) facendo finta di sviluppare un sembiante di ulteriore lavoro precario, cioè inutile appena finiscono i soldi o i padroni utilizzano la forma canonica del licenziamento “per motivi economici”. Spettacolo déjà vu, ma veramente fino alla nausea.
Basta raffrontare la modestia di questa cifra ai costi del debito pubblico, ed a quelli del Fiscal compact, per rendersene conto. Solo di interessi il debito pubblico costerà quest'anno 85 miliardi come minimo. Mentre il Fiscal compact, che entrerà in vigore nel 2014, comporterà un drenaggio di risorse pari a 55 miliardi annui per 20 anni. Siamo di fronte all'uso dell'aspirina per combattere il cancro.
Quindi è un governo che non produce niente, solo propaganda palesemente buffonesca, per farci dimenticare che rimane perfettamente al servizio di oligarchie internazionali. Anzi ne fanno parte e sono responsabili della macelleria sociale in corso. Continuano ad essere ridicoli nell’illusione di essere “salvatori della patria”.
La caratteristica che rese celebre l'effetto Barnum fu la tendenza dell'individuo a credere che una descrizione, un oroscopo, una notizia pompata, eccetera, siano ritagliati perfettamente su misura propria e su interessi personali, anche quando essi sono formulati in termini molto generici, soprattutto perfettamente falsi e sembianti a verità. Cioè c’è chi ci crede (o ci casca) sempre. E sono anche tanti, una moltitudine di individui, come direbbe Toni Negri. Per questo il Circo governativo è uno spettacolo costante, tutto da ridere, se non fosse tragico. Invece Phileas Taylor Barnum raggiunse l'apice quando denunciò se stesso come mistificatore, inteso come colui che deforma a proprio vantaggio la realtà altrui. Abbiamo ancora il tempo di aspettare per vedere se succede anche da noi?


lunedì 1 luglio 2013

Ossimori

Tonino D'Orazio 

Treccani: “figura retorica che consiste nell’unione sintattica di due termini [ndr.o fatti] contraddittori, in modo tale che si riferiscano a una medesima entità”. L’effetto che si ottiene è quello di un paradosso apparente.
Figura molto utilizzata dai politici in questi anni. L’ossimoro è sintetico e spesso di grande effetto confusionario. Molto spesso per presa per il sedere. Non comporta responsabilità, si può dire tutto e fare il contrario di tutto. Il passato non conta, il presente solo nell’istantanea e il futuro sempre pronto ad avvenire in meglio. Tutto credibile, malgrado la menzogna costante.
Alcuni esempi.
Il ministro italiano della Difesa (o della Guerra?) in merito all’acquisto degli inutili bombardieri F-35: "per amare la pace bisogna armare la pace"! Avremmo bisogno di 40 bombardieri in più. Alzata di scudi. Scuse pronte.
Altri politici avevano già commentato gli avvenimenti internazionali, Bonino compresa, con una “guerra per la pace e la democrazia.” Gli effetti collaterali importano poco. New york, il senatore repubblicano Lindsey Graham: ”Con i droni abbiamo ucciso 4.700 persone. A volte capita di uccidere degli innocenti. Ma siamo in guerra e in questo modo siamo riusciti a eliminare dei membri di alto livello di Al Qaeda”. Solo loro sanno chi sono. L’intelligence americana e la Casa Bianca si sono sempre rifiutate di divulgare numeri e dettagli su attacchi di questi tipo, a cui sempre più spesso e’ ricorsa la presidenza Obama, che li ha classificati come non divulgabili. Ossimoro: ma non è un Nobel per la pace “santo subito”?
L'annuncio solenne sulla lotta all'evasione fiscale globale approntato dal premier inglese Cameron. Ottanta i paesi firmatari fino a oggi, ma mancano ancora i paradisi fiscali più conosciuti, tra cui le Bermuda ancora parte del sistema del Commonwealth inglese, ossia formalmente una dipendenza della Regina. L’importante è dirlo ad effetto oggi. Domani tutti avranno dimenticato.
Si è passati velocemente da “la libertà non ha prezzo” della Resistenza alla monetizzazione dei diritti con il “prezzo della libertà” del neoliberismo. (Quando cominceremo a chiamarlo neofascismo ?).
Ossimoro: “tolleranza zero”. Le leggi scappano in avanti lasciandosi dietro strascichi illegali e insoluti. Proiezione dell'Automobile Club d'Italia. In Italia circolano 4 milioni di veicoli sprovvisti di copertura assicurativa, di cui 2,8 milioni sono autovetture.
Il pilatesco Napolitano “sulla drammatica caduta occupazionale dei giovani”: Le organizzazioni sindacali (eh già!! Gli altri che c’entrano!) "si trovano di fronte a una sfida di grande complessità": devono (loro) "tenere insieme la prioritaria difesa dei diritti e della dignità del lavoro con l'individuazione degli interventi e degli strumenti innovativi necessari (cosa dare ancora?) per superare la drammatica caduta dell'occupazione specie giovanile". Scrive Napolitano al segretario generale della Cisl, Bonanni, dopo aver controfirmate in questi anni tutte le leggi più infami e disastrose del mercato del lavoro. Una operazione perfettamente riuscita in questi anni, lacrime della Fornero e piagnisteo continuo della Confindustria inclusi.
I topolini (oppure ossimori) di Letta:
"Per una famiglia-tipo, che consuma circa 2700 chilowatt/ora, lo sgravio si traduce in una riduzione di circa 1 o 2 cent di euro a kw/h, che tradotto su base annuale vuol dire circa 5 euro di risparmi a famiglia. Una beffa, sempre per le famiglie. Magari per le imprese, in particolare per quelle che consumano molto, si tratta di un risparmio che può arrivare anche a 10mila euro. Immediatamente dopo: "Dal primo luglio la bolletta della luce aumenterà di 10 euro all'anno" (veramente dell’1,4%). Sul fronte del gas arriveranno invece notizie migliori, in attesa della fortissima riduzione che scatterà (sempre al futuro) da ottobre per una vera e propria rivoluzione (questa parola rimane un ossimoro da sola) già dal primo luglio ci sarà una riduzione in bolletta dello 0,5/0,8%, che per una famiglia tipo si tradurrà in un risparmio di 12-14 euro all'anno".
Pensate a Monti e la monotonia del posto fisso quando sentenziò: “Addio all'idea del posto fisso. I giovani devono abituarsi all'idea che non lo avranno. Che monotonia il posto fisso, è bello cambiare". Oggi dall'alto di un narcisismo inscalfibile dall'insuccesso certifica: “Nel novembre 2011, lasciando l'università per assumere la guida del governo in un momento particolarmente difficile per l'Italia e per l'Europa, dissi che non consideravo concluso il mio impegno in Bocconi e che sarei rientrato per completare il mandato conferitomi fino al 31 ottobre 2014”. Quando ci si affeziona al posto fisso, non bastano nemmeno le multiple pensioni e lo stipendio fisso, che è pur sempre una bella cosa. Anzi, dopo il clamoroso aborto elettorale, aveva l'incredibile pretesa che qualcuno, magari Napolitano, comunque puntasse su di lui come presidente della Repubblica.
Sulle modifiche alla Legge Fornero, che per i lavoratori si deve intendere sempre in peggio, il testo ovviamente tutto a vantaggio dei padroni, è abbastanza definito: ridurre o addirittura eliminare le pause tra un contratto a termine e l'altro (chi dovrebbe farlo?), alleggerire i vincoli sulla causale dei contratti (cioè togliere gli ultimi sembianti diritti rimasti) e allargare i paletti dell'apprendistato (magari facendoli rimanere tali fino alla vecchiaia), sia alleggerendo i vincoli sulla formazione (meglio all’acqua di rose) sia abbassando la percentuale dei contratti che alla fine devono essere stabilizzati (quando si dice no al posto fisso). Gli incentivi all'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro potrebbero tradursi in una deduzione Irap (cioè la coperta corta della sanità) per le assunzioni stabili (che qualcuno crede ancora). Abolizione dei contributi previdenziali. Tanto pagherà l’Inps con i soldi degli altri lavoratori. Ma sviluppare il lavoro, soprattutto quello giovanile, prima che tutti scappino da questo paese, significa sempre dare i soldi ai padroni e senza risultati?
Le agevolazioni nell'acquisto dei macchinari, se non polvere, sono fumo (ossimoro) negli occhi: in un paese al 73° posto nella classifica mondiale “Ease of doing business”, 160° su 185 per il rispetto dei contratti, 11° per gravame fiscale e 104° per difficoltà di ottenere credito. Questa misura si configura come un incentivo perverso a "darsi da fare" se ci si riesce. Non è più facile esportarli i macchinari? Magari in Croazia, appena entrata nell’Unione europea, con una valanga di fondi da Obiettivo 1 per lo sviluppo?
I titolari di un’azienda di cosmetici di Chongqing, in Cina, hanno costretto i dipendenti a percorrere in ginocchio una delle piazze centrali della città, di fronte a centinaia di passanti attoniti.
Senza staccare gli occhi dal pavimento, i dipendenti dovevano camminare a quattro zampe: questa strana umiliazione è stata un’idea dei dirigenti per testare la capacità di resistenza, anche psicologica, dei loro lavoratori. L’esperimento è risultato valido o è stato un fallimento? Non lo sappiamo. Vediamo di testarlo in Italia per un approfondimento psico-scientifico e un manuale a futuro utilizzo.

domenica 30 giugno 2013

Le Stelle e l'Impegno

di Pergiorgio Odifreddi 

Margherita Hack, la Signora delle Stelle, se n’è andata a 91 anni. Era da tempo gravemente malata, ma aveva deciso di non curarsi più, lasciando alla Natura la decisione di quando richiamarla a sé. Fino all’ultimo, dunque, è rimasta coerente con la sua figura di intellettuale impegnata. Da un lato, concentrata nello studio e nell’apprezzamento delle bellezze del cosmo. L’astrofisica Margherita Hack. Dall'altro lato, incurante delle convenzioni stabilite e insofferente delle superstizioni condivise.

Fin dalla giovinezza, aveva imparato a vivere sana. Era nata in una famiglia vegetariana e non aveva mai mangiato carne, facendo sua la motivazione esposta dal filosofo Peter Singer nell’ormai classico libro Liberazione animale (Mondadori, 1991): il fatto, cioè, che mangiare gli animali richiede di causare loro enormi sofferenze, dalla nascita alla morte, e rende complici di quella che la Hack chiamava una «ecatombe giornaliera».
A chi prova a sostenere con lei che un bambino necessita di carne per crescere, la Hack rispondeva che non solo lei era cresciuta benissimo, senza mai aver avuto malattie serie, ma aveva potuto praticare sport agonistici, diventando in gioventù campionessa di salto in alto e in lungo. E ancora a ottant’anni faceva giri in bicicletta di 100 chilometri e giocava a pallavolo.
L’altra faccia del vegetarianesimo della Hack era il suo famoso amore per i gatti, dei quali viveva circondata in casa, e che spesso si vedevano gironzolare attorno a lei, o sederle vicino, durante le interviste registrate o gli interventi in video-conferenza. Come quello nel quale l’abbiamo vista l’ultima volta, il 9 maggio scorso a Pisa, nei Dialoghi dell’Espresso dedicati al tema “Perché la ricerca è indispensabile”.
Questo intervento non fu che l’ultima testimonianza pubblica di una grande affabulatrice, che col passare del tempo aveva dedicato sempre più energie a raccontare, a voce e per iscritto, le meraviglie delle stelle e dell’universo. E poiché lo faceva con grande passione e altrettanta chiarezza, era ormai diventata la più famosa divulgatrice scientifica italiana, contendendo alla Levi Montalcini il primato per la popolarità.
Le sue conferenze erano affollate come concerti, e sentirla raccontare le ultime scoperte astronomiche era un vero piacere per le orecchie e per la mente. D’altronde, era quello il suo vero lavoro, forse più nascosto e meno noto al pubblico. Aveva cominciato a interessarsene fin dalla sua tesi di laurea, nell’ormai lontano 1945, sulle Cefeidi. Aveva poi insegnato astronomia a Trieste, dove tuttora viveva, dirigendone per quasi venticinque anni l’Osservatorio Astronomico.
Il suo valore scientifico era testimoniato dalla sua appartenenza all’Accademia Nazionale dei Lincei, di Galileiana memoria, e dalle sue collaborazioni con l’Ente Spaziale Europeo e la Nasa statunitense. Ma fin dagli anni Settanta aveva iniziato il suo impegno per la disseminazione del sapere scientifico in una società come quella italiana, che rimane ancor oggi preda di un atteggiamento antiscientista e superstizioso.
Fin dagli inizi aveva dunque collaborato con il Cicap, il Comitato per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale, fondato nel 1989 da Piero Angela. E la sua verve toscana le era servita spesso, per mettere alla berlina le credenze più retrograde e sciocche, spesso propagandate dai media. E non solo, visto che solo qualche settimana fa l’intero Parlamento italiano ha votato all’unanimità a favore della sperimentazione della cura medica Stamina proposta da uno psicologo di professione (sic), rendendoci ancora una volta gli zimbelli del mondo scientifico internazionale, e facendoci sbeffeggiare per ben due volte dalla rivista Nature.
Oltre che contro le superstizioni anti-scientifiche, la Hack combatté coraggiosamente anche contro quelle religiose e organizzate. Era presidente onoraria dell’Uaar, l’Unione degli Atei e Agnostici Razionalisti, che si propone di dar voce a quel 15 per cento della popolazione italiana che non crede, ma che certo non riceve il 15 per cento della visibilità sui media, e non ottiene l’8 per mille di finanziamento statale.
A questo proposito, a Natale ho avuto il dubbio onore di condividere con lei uno dei tanti episodi di intolleranza religiosa nei confronti dei non credenti. Un prete fondamentalista di Firenze mise infatti le nostre foto, insieme a quelle di Corrado Augias e Vito Mancuso, in una specie di «presepio degli orrori», che comprendeva Hitler, Stalin e Pol Pot. L’idea era di accomunare i non credenti ai nazisti e ai comunisti, per mostrare che senza fede si finisce dritti ai campi di concentramento e ai gulag.
La Hack reagì nella miglior maniera, a questa stupida provocazione: si fece una bella risata, e diede del «bischero» a quel prete. Ma comunista lei lo era per davvero, e lo rimase anche dopo la caduta del Muro di Berlino. Militò in vari partiti dell’estrema, e alle regionali del 2010 fu eletta nel Lazio con la Federazione della Sinistra, anche se alla prima seduta del consiglio si dimise per lasciare il posto al primo non eletto.
Era dunque uno degli ultimi rappresentanti di quella specie ormai in via di estinzione che è l’intellettuale engagée, che pensa con la propria testa invece che con quella degli altri. Di Margherita Hack, come di Rita Levi Montalcini o di Franca Rame, ci sarebbe un gran bisogno. E ora che anche l’ultima di loro se n’è andata, toccherà a qualcun altro indicarci la via, e ricordarci che la ragione e l’onestà sono caratteristiche indispensabili per vivere degnamente in una società civile.


da Repubblica del 30.06.2013