mercoledì 11 aprile 2012

Un’altra Italia da costruire

 
di Tonino Perna da soggettopoliticonuovo

Bisogna riconquistare sovranità per fermare la decrescita infelice. È necessario un nuovo soggetto
Ho firmato Il Manifesto per un nuovo soggetto politico per diversi motivi. Il primo è che questo Appello rompe una situazione stagnante e deprimente in cui è caduto il dibattito politico a sinistra, prima e dopo il governo Berlusconi. Il secondo è che rappresenta un tentativo prezioso di mettere insieme tante persone, compagni ed amici, che sono da anni impegnati nelle lotte per i diritti sociali e per una democrazia reale e che si mettono in cammino tentando di riempire un vuoto, che sta per trasformarsi in baratro, tra cittadini ed istituzioni. Il terzo è che i principi fondanti – una democrazia più diretta e partecipativa e la difesa dei Beni Comuni- rappresentano dei valori emersi in questi ultimi decenni nelle lotte delle popolazioni di tutto il mondo contro la rapina di risorse e la distruzione del proprio habitat. Ma, se usciamo dalla grotta platonica del “mondo delle idee” e ci confrontiamo con la vita quotidiana dei non addetti ai lavori, allora scopriamo i punti deboli di questo appello e le domande pressanti che emergono dalla società. Ho provato a spiegare il senso di questo appello al compagno giornalaio, alla donna che gestisce un forno-pasticceria, ai miei studenti. Nessuno mette in discussione questi principi, ma tutti si domandano: ma come usciamo da questa crisi che ci sta devastando? Come trovo un lavoro dopo la laurea, come mando avanti questa pasticceria se la gente non ha più soldi, come faccio a continuare a vendere giornali se la gente non ha i soldi per mangiare? Il cameriere del bar sotto casa: «Tutte chiacchiere professore… i partiti sono tutti uguali! L’unica cosa che possiamo fare è cercare ognuno di salvarci…» Cerchiamo di approfondire la questione. La maggioranza della popolazione, in tutta Europa, ha preso coscienza del fatto che i governi europei tentano di salvare le banche mentre affossano pensionati e lavoratori, i loro diritti ed il loro tenore di vita. Non c’è mai stata una critica così diffusa di questo modello sociale. Persino i principali mass media diffondono da un paio di anni dati sempre più allarmanti sulla polarizzazione sociale, sui ricchi che diventano ricchissimi e sui poveri che finiscono in miseria ed il ceto medio in via di proletarizzazione. La situazione diventa ogni giorno più insostenibile, la rabbia aumenta insieme alla paura, ma non genera una risposta collettiva. Ogni singolo soggetto sociale attaccato si difende per come può. Gli operai Fiom di Pomigliano , gli insegnanti precari messi fuori dal decreto Gelmini, il personale medico e paramedico dei piccoli ospedali che chiudono, le operaie dell’Omsa e di tante altre fabbriche, per non parlare dei suicidi che si moltiplicano come mai era successo in questo paese. Basta dire «noi siamo diversi», vogliamo un nuovo soggetto politico non verticistico, non leaderistico, ma fondato sulla partecipazione popolare ed i beni comuni? Il caso del movimento No Tav è esemplare. La partecipazione popolare alla lotta è ampia e di lungo periodo, ed il territorio – inteso come ambiente naturale ed insieme di relazioni sociali – è vissuto proprio come un bene comune. Malgrado la solidarietà della Fiom e di altri movimenti di difesa del territorio, nonché di un’ ampia schiera di intellettuali e tecnici, il governo Monti va avanti con la repressione dei manifestanti ed il sostegno della gran parte delle forze politiche presenti in Parlamento. Le poche forze politiche che si oppongono – Federazione della Sinistra, Sel, i grillini – non sono rappresentate in Parlamento ed anche qualora lo fossero sarebbero pur sempre una minoranza con scarso peso. Per questo abbiamo bisogno di una svolta radicale a livello nazionale che traduca politicamente la rabbia diffusa contro questo sistema ingiusto ed inquinante. Il nodo di fondo, ineludibile, è questo: come far diventare culturalmente egemone un altro modello sociale che sia radicalmente altro da questo fondato sulla accumulazione infinita del capitale, sul denaro che produce denaro, mentre la società e l’ambiente vengono distrutti. Viviamo, infatti, nel tempo della decrescita infelice, che produce un abbassamento della quantità e qualità della vita, che morde le solidarietà sociali, che genera individualismo, ansie e paure, e tragiche lotte tra poveri. Tutto il contrario del quadro idilliaco dipinto dai fautori della decrescita felice, per la semplice ragione che questa è una scelta di vita e di valori e non una mannaia imposta dai poteri forti del capitalismo finanziario. D’altra parte, lo stesso Latouche ha più volte detto e scritto che dentro la «società della crescita» la recessione genera dolori e provoca disastri e lutti. Serve pertanto un progetto politico non generico, ma fondato su alcune priorità, tenendo conto delle coordinate dentro le quali ci muoviamo. Innanzitutto, smontando la favola della crescita che ci racconta questo governo (ma anche chi l’ha preceduto) e facendo i conti con i limiti imposti dalla nuova divisione internazionale del lavoro e con l’insostenibilità del debito pubblico (che malgré Montì viaggia ormai verso il 125% del Pil a fine anno). È quindi necessario un progetto di recupero della sovranità nazionale in tre settori chiave: il denaro, l’energia ed i beni alimentari (compresa ovviamente l’acqua). Abbiamo bisogno di una sovranità monetaria che ci renda meno dipendenti dal ricatto dei fondi che detengono 900 miliardi di titoli di Stato italiani. Per questo serve lanciare un’alleanza con le forze politiche d’opposizione degli altri paesi pesantemente indebitati dell’Unione Europea, per far fronte comune e cambiare le politiche monetariste di Bruxelles. Serve anche una strategia per sostituire i titoli pubblici in mano agli speculatori extracomunitari con Bot dati agli italiani, sopra una certa soglia di reddito. Deve essere chiaro l’obiettivo: ritornare ad essere sovrani del nostro debito pubblico. Abbiamo altresì bisogno di un recupero di sovranità alimentare ed energetica, sia perché in questi due settori vitali la nostra bilancia commerciale è in pesante deficit, sia perché energia e beni alimentari diventeranno sempre più cari e delle vere e proprie armi strategiche nei prossimi anni. Ma soprattutto perché con più risparmio energetico ed energie rinnovabili migliora la qualità dell’ambiente e delle nostre città, così come un modello agroalimentare che crei un legame sociale tra produttori e consumatori, che faccia propri i principi del fair trade , migliora la qualità della vita, la nostra salute e quella della terra in cui viviamo. Non sono sogni da intellettuale illuminato o utopista, ma prassi sociali ben vive nel nostro paese. Sono, infatti, migliaia a livello locale le prassi di un altro mercato (dai Gas alle reti del commercio equo ed ai nascenti distretti dell’economia solidale, fino alla finanza etica ed ai tentativi di gestione di monete locali) che dimostrano che un’ Altreconomia è possibile. Così come ci sono decine di buone pratiche di Comuni italiani che fanno una capillare raccolta differenziata, che hanno detto basta al consumo di territorio, che hanno creato un sistema virtuoso di accoglienza degli immigrati, che promuovono la partecipazione della popolazione, che resistono nella difesa dei beni comuni che il governo vuole privatizzare (dall’acqua alle foreste, ai terreni ed immobili demaniali). Ma la sommatoria di tutte queste buone prassi sociali ed istituzionali non bastano a cambiare il modello politico dominante. Come sappiamo un albero non è la sommatoria delle sue parti. È quel quid che ci manca per fare un salto di qualità che lega il locale al globale, per uscire dalla retorica delle riforme e costruire l’alternativa. In questa direzione è urgente che nasca un grande soggetto politico che ci faccia uscire dalla frammentazione sociale e dall’entropia politica. Come farlo, senza cadere nella trappola dei duri e puri o dell’ennesima costruzione di un partitino della sinistra? L’idea-forza di un Comitato di Liberazione Nazionale, auspicato da Ugo Mattei, può diventare realtà se lo decliniamo politicamente come ricerca di una sovranità popolare perduta, come movimento di lotta alla dittatura della borghesia finanziaria e mafiosa che governa il pianeta. È solo diventando culturalmente egemoni sull’idea di un’ AltraItalia , su come vogliamo ricostruire il nostro paese – lungo le linee tracciate dalla Carta di Teano – che possiamo ritrovare le forze e la passione comune per uscire da questa crisi epocale.
 
Fonte: Il Manifesto 8 Aprile 2012

martedì 10 aprile 2012

LA NON-RIFORMA DEL LAVORO/ La beffa del reintegro, le false promesse ai precari e l’apprendistato col trucco

Il testo della riforma del lavoro è stato, finalmente, partorito. Il risultato, però, è dei più tragici (per non dire tragicomici): non solo il testo, così com’è ora, riforma ben poco, ma – se si può – peggiora la situazione vigente, con un reintegro assolutamente inconsistente e nebuloso per quanto riguarda l’articolo 18, un potere arbitrario in mano ai giudici e meno restrizioni all’abuso di contratti temporanei. E l’apprendistato, così come concepito, rischia di non garantire un percorso verso la stabilità.

di Carmine Gazzanni da Infiltrato

FORNERO_DIABOLICAIl trio ABC, alla fine, ha sorriso. Soddisfatto. Convinto di aver fatto un’opera di mediazione, tra governo e parti sociali, degna della più alta politica. Frottole. Quello che abbiamo, infatti, è una riforma attorno alla quale ci si è gonfiati il petto con parole di orgoglio, ma che nei fatti riforma ben poco. Una non-riforma, potremmo dire. Ma andiamo a vedere cosa prevede la riforma nei suoi ambiti principali: articolo 18, reintegro e indennità, precariato e, infine, apprendistato.
ARTICOLO 18, CLAMORO PASSO INDIETRO. TANTE PAROLE E POCA CHIAREZZA. AD AMMETTERLO LO STESSO MONTI – Alla fine si è deciso di reinserire il reintegro nell’articolo 18. Il testo parla chiaro: in caso di licenziamento discriminatorio, economico o disciplinare illegittimo, il giudice “ordina al datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, indipendentemente dal motivo formalmente addotto e quale che sia il numero dei dipendenti occupati dal datore di lavoro”. Tutto risolto, sembrerebbe. E invece no.
Nei fatti a decidere se sia il caso di reintegrare sarà il giudice. E, a quanto pare, in maniera del tutto arbitraria. Nella riforma, infatti, si dice che il giudice, per quanto riguarda il licenziamento economico, è tenuto ad applicare il reintegro immediato “nell’ipotesi in cui accerti la manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustifico motivo oggettivo”. Ma in cosa consista questa insussistenza non è specificato. Stesso dicasi per il licenziamento disciplinare: reintegro previsto se “il fatto non sussiste”. Tante parole, dunque, ma poca chiarezza. Ad ammetterlo, d’altronde, è stato lo stesso Mario Monti. Le sue parole durante la conferenza stampa di presentazione del testo – sebbene nessun giornale le abbia riprese -  lasciano intendere molto. “Il nuovo articolo 18 della Fornero – ha detto - è illeggibile e di difficile comprensione, da lasciare senza fiato. Dal reintegro per legge si passa, infatti, sempre per legge, al reintegro incomprensibile”.
Che un Presidente del Consiglio apostrofi in questo modo una riforma del suo stesso governo dovrebbe far riflettere. Ma andiamo oltre. C’è da chiedersi infatti perché, allo stesso tempo, Monti ha parlato anche di “svolta storica”. Sembrerebbe paradossale. Qualche suggerimento, tuttavia, potrebbe arrivare da quanto detto in seguito dallo stesso premier. Sempre commentando la riforma, infatti, ha aggiunto: “Le imprese sono insoddisfatte perché avrebbero voluto la sparizione della parola reintegro, ma col tempo capiranno che ciò avverrà in presenza di fattispecie molto estreme e improbabili”. Insomma, come a dire: care imprese, il reintegro c’è, ma vedrete che le condizioni sono così aleatorie e nebulose che nessuno vi ricorrerà.
LA BEFFA DEL REINTEGRO: COSI’ COM’E’ CONCEPITO NESSUNO FARA’ RICORSO – Ma andiamo oltre. Cosa potrebbe succedere se un lavoratore licenziato ingiustamente facesse ricorso nonostante la poca chiarezza? Le condizioni imposte dalla riforma, infatti, sono tutt’altro che convenienti per il lavoratore.
Ammettiamo, ad esempio, che i lavoratori riescano ad ottenere il reintegro. Nel testo si legge che l’indennità risarcitoria sarà “commisurata all’ultima retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione, dedotto quanto il lavoratore ha percepito, nel periodo di estromissione, per lo svolgimento di altre attività lavorative, nonché quanto avrebbe potuto percepire dedicandosi con diligenza alla ricerca di una nuova occupazione. In ogni caso la misura dell’indennità risarcitoria non potrà essere superiore a dodici mensilità della retribuzione globale di fatto”. Consideriamo, ora, i tempi della giustizia italiana: in un Paese in cui i processi, come documentato alcuni giorni fa da Il Sole 24 Ore, durano anche più di dieci anni, come potrebbe un lavoratore accettare un risarcimento di sole 12 mensilità? Senza dimenticare, poi, che da tale risarcimento sono previste deduzioni nel caso non sia riuscito a trovare un nuovo lavoro. E chi lo deciderà? Ancora il giudice, in maniera del tutto arbitraria. Pensiamo, ora, a quante famiglie nel nostro Paese campano sulle spalle di un solo lavoratore, magari operaio. Avrà costui la possibilità di fare ricorso, attendere per anni l’esito di un processo e vedersi, poi, risarcire per sole 12 mensilità (se tutto va bene)?
E NEL CASO DI NON REINTEGRO? L’INDENNIZZO VIENE RIDOTTO. COME RICHIESTO DA CONFINDUSTRIA - Nel caso in cui il giudice decida che il fatto non sussista e  che, dunque, il lavoratore non abbia diritto al reintegro, come sappiamo, riceverà un indennizzo. Ma anche qui il testo presenta pesanti passi indietro. Se infatti nel testo presentato a marzo l’entità degli indennizzi andava dalle 15 alle 27 mensilità, ora viene sensibilmente ridotto. Si legge nel testo: nel caso in cui si accerti che “non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa addotti dal datore di lavoro”, il giudice condanna il datore di lavoro al pagamento di “un’indennità risarcitoria onnicomprensiva determinata tra un minimo di dodici e un massimo di ventiquattro mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto”. Si passa, dunque, da 15-27 a 12-24 mensilità. È facile intendere il motivo di questa riduzione: è il prezzo da pagare per il reintegro nel caso di licenziamento illegittimo (sebbene, abbiamo visto, contemplato solo a parole). Il contentino per le aziende, in pratica.
LE FALSE PROMESSE AI PRECARI – Per quanto riguarda quella grande sacca di lavoratori atipici (oltre 5 milioni) nessun aiuto previsto. Come già abbiamo avuto modo di documentare, infatti, nonostante il segno ufficiale della riforma sia di contrasto al precariato, a leggere nei dettagli il testo c’è il rischio di una liberalizzazione che renda il precariato stesso ancora più stabile di quanto non lo sia. A favore, ancora una volta, delle imprese. Come ci ha detto, infatti, il professore Franco Scarpelli, docente di diritto del lavoro all’Università di Milano – Bicocca, “si dice che si è voluto contrastare la cattiva flessibilità a favore di una buona flessibilità. Peccato che un po’ a sorpresa – e questa è una cosa che in pochissimi hanno notato – è entrata una regola, quella che prevede che il primo contratto a termine non debba essere giustificato dall’impresa, quella che in pratica toglie la causale del primo contratto a termine, che è una cosa che sostanzialmente liberalizza il primo contratto a termine”.
Si legge, infatti, nel testo della riforma: “il requisito di cui al comma 1 (che prevede appunto la causale, ndr) non è richiesto nell’ipotesi del primo rapporto a tempo determinato di durata non superiore a sei mesi, concluso fra un datore di lavoro o utilizzatore e un lavoratore”. In sostanza, dunque, si liberalizzano i contratti a tempo determinato, permettendo alle imprese di poter passare da un lavoratore all’altro senza assumere nessuno a tempo indeterminato.
Si dirà: questo non accadrà perché è stato previsto (art.36 del testo) un aumento delle aliquote contributive per i collaboratori. Tale aumento, a carico delle imprese, dal 27% passerà “al 33 per cento a decorrere dall’anno 2018”. Ma sarà davvero a carico dei datori di lavoro? Poco probabile. Come denunciato dalla Nidil-Cgil, infatti, è facile pensare che a pagare saranno ancora loro, i lavoratori. Un esempio chiarificatore: poniamo che un’impresa paghi mille euro un collaboratore a progetto, a cui al netto arrivano 900 euro dopo il pagamento degli oneri; il prezzo del lavoro, come quello di altri fattori economici, raramente si può determinare dall’alto, con legge, e il rischio è che, alzando l’onere contributivo a carico dell’impresa, il datore di lavoro semplicemente decida di mantenere immutato il salario lordo e, quindi, molto semplicemente farà arrivare in tasca allo stesso identico dipendente precario meno soldi. Purtroppo, per il lavoratore precario il posto di lavoro non è una scelta, è una necessità; ed è realistico che accetti anche una (ulteriore) decurtazione al suo salario.
APPRENDISTATO, INGRESSO NEL LAVORO PER I GIOVANI? SI’, MA COL TRUCCO – I dati della disoccupazione giovanile, come sappiamo, sono spaventosi. L’ultima rivelazione Istat parla di un tasso del 31,9%. Un problema a riguardo, ad esempio, è il ricorso all’utilizzo scorretto di forme contrattuali, soprattutto di lavoro non subordinato come i contratti a progetto o le cosiddette partite iva, ovvero i contratti di collaborazione professionale, o ancora gli stages. Per evitare questa patologia, il governo ha pensato bene di fare leva sull’apprendistato, come canale di ingresso verso la stabilità. Peccato, però, che anche qui ritroviamo falle significative. In effetti, a ben leggere il testo della riforma, si potrebbe essere licenziati alla scadenza del percorso formativo senza ricevere alcun compenso. È possibile per il datore, infatti, recedere il contratto “durante il periodo di prova, per dimissioni o per licenziamento per giusta causa”. Ma chi deciderà il “licenziamento per giusta causa”? Il giudice, ancora una volta. In maniera del tutto arbitraria.

La nuova lotta di classe dei ricchi contro i poveri. Intervista a Luciano Gallino

  
colloquio con Luciano Gallino di Matteo Pucciarelli da Micromega


La flessibilità aumenta l'occupazione? Tagliare le spese dello Stato aiuta l'economia? La competitività valore assoluto? Tutte bugie. Un saggio di Luciano Gallino illustra le disastrose conseguenze economiche e sociali del neoliberismo, che ha elevato la disuguaglianza a ideale di sviluppo.

Il povero ragioniere Ugo Fantozzi, reduce da una delusione amorosa in ufficio, prese in mano le “letture maledette” del compagno Folagra, il rivoluzionario con la barba lunga e la sciarpa rossa emarginato da tutti. Mesi di studio, e all'improvviso, curvo sui libri accatastati in salotto, sbatté il pugno sul tavolo: «Ma allora mi han sempre preso per il culo!». Quasi come una rivelazione divina: Fantozzi aveva capito tutto.
Ecco, la lettura dell'ultimo lavoro di Luciano Gallino "La lotta di classe dopo la lotta di classe" (intervista a cura di Paola Borgna, editori Laterza) può sortire lo stesso effetto. Anche in un pubblico colto, sobrio e moderatamente di sinistra. Perché smonta uno a uno i dogmi dell'idea, anzi dell'ideologia moderna liberista, così trasversale, così apparentemente intangibile, come se non ci fossero altri schemi possibili all'infuori. E Gallino lo fa mettendo in fila dati, studi, e non opinioni. Senza facili populismi, senza scorciatoie preconfezionate. Spiegando che la lotta di classe esiste, eccome. Solo che si è ribaltata: è il turbo capitalismo che ha ingranato la quarta contro le conquiste dei movimenti operai ottenute fino agli anni ’70. E i lavoratori sono sempre più divisi al loro interno, impegnati in un’altra lotta, quella tra poveri.

Un testo imprescindibile per capire dove stiamo andando, e seguendo quali (folli) logiche. Un testo che a sinistra dovrebbe – o potrebbe, chissà – diventare una sorta di bibbia laica.

Era un'ottima occasione per parlarne direttamente col professore e sociologo piemontese.


Partendo dal tema del momento: dopo aver letto il libro sembra di capire che l'attacco all'articolo 18, ma anche semplici frasi come quella di Monti «le aziende non assumono perché non possono licenziare», siano in realtà parte di un disegno ben preciso: quella lotta di classe alla rovescia di cui parla nel libro. È così?

«Direi di sì. Si tratta di idee che circolano da decenni, che fanno parte della controffensiva iniziata a fine anni ’70 per superare le conquiste che i lavoratori avevano ottenuto a caro prezzo dalla fine della guerra. Riproposte oggi sembrano sempre più idee ricevute, piuttosto che analisi attinenti alla realtà. Dottrine neoliberiste imposte adesso con la forza, combattendo i sindacati, comprimendo i salari e tagliando le spese sociali».

Lei scrive: «La correlazione tra la flessibilità del lavoro – che tradotto significa libertà di licenziamento e insieme uso esteso di contratti di breve durata – e la creazione di posti di lavoro non è mai stata provata, se si guarda all’evidenza accumulatasi con i dati disponibili». Qui da mesi e mesi alla tv ci riempiono la testa col “modello danese”, poi quello tedesco... Ci fu la riforma Treu nel '96, poi quella Biagi, e ancora non sembra bastare. Allora forse la Cgil non dovrebbe firmare la riforma, anche se la clausola del reintegro venisse reintrodotta, perché è tutto l'impianto ad essere sbagliato...
«La Cgil è in una situazione molto difficile. Anche perché gran parte degli altri sindacati e dei media sono favorevoli a questa visione neoliberale. L’Ocse non è mai riuscita a provare l’esistenza di una correlazione tra flessibilità e maggiori posti di lavoro, e in alcune sue pubblicazioni arriva perfino ad ammetterlo. E anzi, c’è un aspetto paradossale: usando gli stessi indici dell’Ocse, si scopre che ad aumentare dovrebbe essere la rigidità, semmai. Perché dopo la riforma del 2003, che ha aumentato la cosiddetta flessibilità in Italia e che la rende superiore ad altri paesi come Francia, Germania e Inghilterra, i nostri indici occupazionali sono peggiorati».


La sinistra sembra giocare sempre in difesa. Passa per conservatrice. Che poi in effetti è vero, perché difende diritti acquisiti. Eppure il messaggio non passa, e se passa lo fa negativamente. “La vecchia sinistra, anti-moderna”. Il progresso sembra appannaggio di chi professa lo smantellamento del modello sociale. C'è un problema di comunicazione? Perché la sinistra ha così tante difficoltà a farsi capire da chi dovrebbe difendere?
«C’è un problema non grosso come una casa, ma come un grattacielo. Se a sinistra non c’è un partito di grande dimensioni che non difende il “Lavoro” significa che siamo davvero malmessi e che l’impresa diventa ancor più ardua. E poi la sinistra ha contro la maggior parte dei media e della classe politica, anche quella della “sinistra” stessa. Perché sono state introiettate quelle dottrine neoliberiste di cui prima. La lotta ideologica contro i sindacati per adesso ha vinto, culturalmente in primis. Basta vedere il calo degli iscritti al sindacato nei Paesi sviluppati. E questo ha inciso anche sulla partecipazione dei cittadini alla vita politica».

Verrebbe da dire che la fine delle ideologie è una grande bugia. Perché una è sicuramente rimasta, viva e vegeta....
«La fine delle ideologia è una delle più robuste e articolate ideologie in circolazione. È servita ad assicurare il dominio delle politiche economiche neoliberali, e anche la legittimazione di quelle politiche sul piano culturale e ideale. Gli slogan gli conosciamo bene: “ridurre la spesa pubblica”, “tagliare le imposte alle imprese e agli individui”, “occorre più flessibilità”, “meglio il lavoro temporaneo”, “il mercato deve guidare ogni immaginabile decisione, anche a livello locale”. Tutto questo ha avuto la meglio, anche nella cultura di una parte della sinistra. Conta poco che queste ricette siano sistematicamente sconfessate dalla realtà»

È interessante come il modello neoliberista abbia copiato da Gramsci la propria tendenza egemonica culturale. Lei lo ripete spesso. E poi spiega, e lo ha detto anche prima, come un pezzo di sinistra ne sia stata sedotta. Aggiungerei che alla sinistra hanno copiato anche l'internazionalismo, cioè la capacità di fare "gioco di squadra" a livello planetario. Come si fa a invertire la tendenza? Come si fa a imporre nuovamente una visione alternativa della società?
«È estremamente difficile. L’egemonia attuale è vincente sia sul piano della pratica, come lo vediamo ogni giorno, sia sul piano morale e culturale. L’austerità sta tagliando l’insieme delle condizioni di vita di milioni di persone, seminando recessione. E qui nasce un altro pericolo, cioè che politiche di questo genere fomentino l’estrema destra che urla contro la finanza, ma in modo assolutamente strumentale».


Il primo a parlare di “austerità” fu Enrico Berlinguer. Qualcuno, sempre a sinistra, ha ritirato fuori la cosa.
«Sì, ma erano altri tempi, altre situazioni, e quella parola usata dal segretario del Pci voleva dire un’altra cosa. Ora significa tagliare salari, posti di lavoro, spesa sociale e diritti. Allora era una critica al consumo. La crisi è nata anche per delle storture del modello produttivo. Non si può pensare di continuare a produrre sempre di più, all’infinito. Il progresso non consiste nell’avere cinque telefoni e tre automobili a famiglia, ma ha a che vedere con la qualità della vita, del tempo libero, del lavoro…»

Negli anni Settanta i giovani gridavano lo slogan "Lavorare meno, lavorare tutti". A un certo punto lei parla dei sindacati, e fa una critica a livello non solo europeo, ma mondiale: «Non si è sentito nessun sindacato, o gruppo di sindacati, europeo o americano, alzare la voce per dire che era inaudito che il salario orario minimo in Cina fosse di 75 centesimi di dollaro; e che è scandaloso che aziende europee e americane protestino perché quell’innalzamento da 65 a 75 centesimi non permette più loro di operare con profitto...». È sicuramente vero. Ma perché accade? Si è persa la solidarietà di classe? L'egoismo, l'interesse particolare, ha contagiato anche il sindacato? È questa l'ennesima vittoria del pensiero dominante?
«I sindacati hanno delle giustificazioni. La frammentazione delle attività produttive ha complicato l’attività sindacale. Un conto è avere un megafono per parlare a cinquemila operai tutti insieme, un conto è andarli a cercare in cinquanta fabbriche diverse con cento operai ciascuno. Però sì, a livello internazionale si è fatto poco. La necessità, adesso, è esportare diritti».

Il governo tecnico, anzi i governi tecnici in Europa, sono in realtà governi di destra. Lo chiarisce molto bene. Com'è possibile che il Pd lo sostenga e ne subisca il fascino anche per il futuro? Sembra un cerchio che si chiude. La dimostrazione che la sua analisi sul pensiero dominante è corretta.
«Concorrono diversi fattori. Un po’ perché la dottrina neoliberale, come dicevamo, ha fatto presa anche a sinistra. Poi c’è il timore di apparire agganciati a una storia di “vecchie ideologie”. C’è una questione di competenza: si è capito ben poco di perché è nata la crisi, sul come si è sviluppata, per colpa di chi o di cosa. E infine c’è un fattore di convenienza: l’Italia è in Europa, e in Europa si gioca con le regole del liberismo. Così qualcuno avrà pensato di far mettere la faccia ai “tecnici” rispetto alla richieste dolorose che Bruxelles richiedeva. Diciamo che può essere stato un grigio calcolo elettorale».

Lei cosa ne pensa dei No Debito? È possibile rifiutarsi di pagare?
«Il movimento non tiene conto dell’esistenza della Bce, che però non opera come una normale banca centrale: non può concedere prestiti, magari a basso tasso di interesse, agli stati membri o ad altre istituzioni. Questo perché il trattato di Maastricht lo proibisce. Abbiamo rinunciato alla sovranità monetaria entrando nella Ue, e quindi ci ritroviamo con una moneta straniera. Ecco, visto questo, non pagare il debito è impossibile. L’istanza è però moralmente valida, specie se si pensa alla dissennatezza del sistema finanziario, al fatto che i Paesi hanno speso 4,1 trilioni di euro per salvare le banche aumentando il proprio debito. Ma bisognerebbe chiedere subito una riforma del sistema finanziario. Sono stati fulminei a fare la riforma delle pensioni, a imporre diktat da occupazione militare alla Grecia, eppure da anni giace in un cassetto da anni una riforma di questo tipo. Per la quale dovremmo davvero batterci».


L’analisi del suo libro potrebbe diventare fondamentale per ridare fiato alla sinistra. Ho letto il "Manifesto per un soggetto politico nuovo", e mi sembra che il gruppo di intellettuali che l'ha redatto e firmato, tra cui lei, vada in quella direzione. Che reazioni ha avuto da parte dei partiti d’area?
«Ho l’impressione che siamo intorno a zero. Ma vorrei dire che non si tratta di buttare via i partiti, quanto di rinnovarli, saldando il ponte tra movimenti e organizzazioni politiche. Se i movimenti continuano a vedere i partiti come vecchie carrozze, e se i partiti vedono i movimenti come allegri ma inutili catalizzatori per le manifestazioni, il futuro non sarà certamente roseo».


Chiudo con una battuta. In chiusura lei scrive: «Con la caduta del socialismo reale è stato seppellito anche quel frammento di verità essenziale su cui era stata malaccortamente e colpevolmente innalzata la torreggiante megamacchina sociale che pretendeva di rappresentarlo. Quel frammento, che dopotutto sta alla base del movimento operaio da quando è cominciato, fin dall’inizio dell’Ottocento, era la ragione stessa della storia, o meglio la ragione che conferisce un senso alla storia. Era giusto che la torre cadesse, ma, cadendo, la torre ha sepolto tra le sue macerie anche quell’ultimo frammento che rappresentava la speranza di un rinnovamento della società intera. E questa è stata una perdita enorme». Lo sa che le daranno dello stalinista?
«È possibile e la cosa mi diverte anche. Perché cito dati ufficiali, molto spesso, del Congresso americano. Tutto questa significa che tra la realtà oggettiva delle cose e l’interpretazione che se ne dà c’è una distanza siderale. E ciò non depone certo a favore della maturità politica della nostra classe dirigente».

America, una fortuna lunga trecento anni (e ancora continua)

di Jon Schwarz (da A Tiny Revolution)
traduzione per Doppiocieco di Domenico D'Amico


Una delle cose grandiose dell'essere americani è che siamo proprio fortunati. Molti paesi hanno sterminato milioni di persone, e un bel po' di famiglie si sono ritrovate tristi e incazzate. Per cui qualche volta quei paesi si sono un po' sentiti in colpa. Ma quando NOI l'abbiamo fatto abbiamo sempre avuto la fortuna di farlo a gente che, in fondo, al suo massacro non gli dava poi tanto peso. Poco male, quindi.

stati uniti imperialismo guerra razzismo

Pochissimo tempo fa Steve Inskeep (alla NPR) ha sottolineato che gli afghani non si sono poi strappati i capelli per via del soldato USA che ha massacrato 16 loro concittadini, perché “la vita umana vale poco” da quelle parti.
Si tratta di grande giornalismo. Comunque, sarebbe stato ancora meglio se Inskeep avesse indagato se in Afghanistan la vita non fossde semplicemente “di poco valore”, ma anche “abbondante”, com'era in Vietnam:
WILLIAM WESTMORELAND: L'orientale non attribuisce un grande valore alla vita come fa l'occidentale. La vita è abbondante. La vita vale poco in Oriente.
E che dire degli iracheni?Piangevano forse come femminucce quando li ammazzavamo? Manco per idea:
FRED KAGAN, ARCHITETTO DEL “SURGE” IN IRAQ: Non so se avete visto le foto di Ramadi o Fallujah, somigliano a Stalingrado. Città totalmente annientate.
La cosa interessante è che stavamo combattendo queste battaglie e infliggendo questo genere di danni, ma nell'insieme gli iracheni non piagnucolavano sui danni collaterali... In generale gli iracheni non dicono “dannazione, non avreste dovuto far saltare in aria tutte le nostre case.” In un certo senso accettano la cosa.
Sappiamo che le cose stanno esattamente così perché gli iracheni nutrivano gli stessi sentimenti quando negli anni 20 erano gli inglesi a massacrarli:
“I nativi di queste tribù amano il combattimento in quanto tale,” ha assicurato al Parlamento il Capo dello Sato Maggiore Aereo Hugh Trenchard. “Non hanno nessuna obiezione all'essere uccisi.” La tesi dei militari era che, sebbene gli attacchi aerei indiscriminati avrebbero potuto turbare l'animo del civilizzato pubblico londinese, simili azioni erano dagli arabi viste in una prospettiva differente. Come osservava un comandante britannico, “[gli sceicchi]... non sembrano prendersela tanto ...quando donne e bambini vengono accidentalmente uccisi dalle bombe.”
Ed eccoci ai coreani. Questa è la recensione dell'autobiografia di Curtis LeMay, in cui LeMay spiegava come mai i massicci bombardamenti a tappeto contro la Corea del Nord durante la guerra non aveva condotto alla sua resa:
LeMay [sostiene] che i bombardamenti fallirono a causa di “una filosofia orientale eterna e fanatica.” Egli continua, “Il logoramento dell'essere umano non significa nulla per gente del genere,” dato che la loro vita terrena è talmente miserabile da far loro guardare con favore a una morte che gli promette “di tutto, dal tè preso coi loro antenati alla loro fetta di danzatrici d'oro in Paradiso.”
Naturalmente tutto questo potrebbe dare l'impressione che sia una cosa tipica dell'Emisfero Orientale, e invece no. Anche la gente dell'Emisfero Occidentale non ha nulla in contrario a farsi ammazzare dall'America, come hanno osservato dei soldati USA:
Il marine Julian Smith ha testimoniato che la “psicologia razziale” delle “classi più povere di nicaraguensi” li rendeva “estremamente ottusi [densely ignorant]... Uno stato di guerra per loro è una condizione normale.” Sullo stesso tono, il Colonnello Robert Denig osservava nel suo diario, “Per loro la vita vale poco”... Alla domanda se avesse assistito a brutalità da parte degli americani ad Haiti, il Generale Ivan Miller replicava che “dovete tenere a mente che quello che consideriamo brutalità negli Sati Uniti è diverso da quello che loro considerano brutalità.”
Per finire, in Notes on Virginia, Thomas Jefferson fece ricerche è scoprì che i suoi schiavi africani non provavano emozioni allo stesso modo dei bianchi:
Le loro pene sono transitorie. Le innumerevoli afflizioni che ci fanno dubitare se il cielo ci abbia donato la vita per generosità o invece crudeltà, tra di loro sono meno sentite, e presto dimenticate.
Altri studiosi scoprirono che gli africani erano meno sensibili anche fisicamente:
I negri sono privi di sensibilità a un livello sorprendente... ciò che causerebbe un dolore insopportabile per un uomo bianco lascerebbe un negro indifferente.
Ecco come stanno le cose: magari abbiamo combinato cose che sarebbero considerate cattive se le avessimo fatte a gente sensibile come noi, ma ogni volta la fortuna ci ha assistito. E ora come ora ho la sensazione che molto presto verrà fuori che per gli iraniani essere ammazzati non è poi quella gran cosa.

venerdì 6 aprile 2012

Articolo 18: un pasticciaccio brutto di regime

di Giorgio  Cremaschi da Micromega
 
Ancora una volta quello che fa più disgusto è il regime politico informativo che canta vittoria senza spiegare nulla. Da un lato il Presidente del Consiglio che dichiara entusiasta che con questo provvedimento è più facile licenziare e che le aziende non hanno più alibi. Dall’altro il Partito democratico che canta vittoria perché ha tutelato i lavoratori. Cisl e Uil, che avevano già approvato il precedente provvedimento, ora dicono che va bene questo. La Cgil aspetta i testi, come se le dichiarazioni dei ministri non valessero nulla. In questo insopportabile teatrino si esalta il successo italiano, mentre lo spread risale e le condizioni sociali delle famiglie precipitano. Tutto questo è solo la dimostrazione che non solo l’Italia non sta uscendo dalla crisi, ma per colpa della sua classe dirigente vi sta precipitando con più velocità di prima.
Vediamo testardamente il merito. Con l’attuale articolo 18 se un lavoratore viene licenziato ingiustamente, e questa ingiustizia è riconosciuta da un giudice, il lavoratore vittima ritorna a lavoro con la reintegra. Cosa succederà se passa questa nuova legge? Che si creerà una vasta zona grigia di lavoratori la cui ingiustizia nel licenziamento è sufficiente per ottenere un piccolo indennizzo, ma non tale da garantire la reintegra. E’ la stessa zona grigia che si è creata per gli esodati, troppo vecchi per lavorare e troppo giovani per andare in pensione. Anche con la controriforma delle pensioni ci fu lo stesso coro, nessuno si accorse del disastro che si preparava e adesso non sanno ancora i numeri di chi è stato vittima del massacro. La sostanza del provvedimento è che l’articolo 18 viene scardinato, rendendo la reintegra nel posto di lavoro l’ultima ed estrema soluzione in caso di licenziamento ingiusto.
Questo comporta anche, contrariamente a quanto afferma Bersani, l’inversione dell’onere della prova come è nello spirito stesso del nuovo dispositivo di legge. Infatti, con l’attuale articolo 18 spetta al padrone dimostrare che il licenziamento è giusto, altrimenti c’è la reintegra. Questo è il garantismo, che però nell’Italia di oggi si usa solo per i potenti, i politici e i padroni e non per gli operai. Con il nuovo regime è chiaro che tocca al licenziato dimostrare la particolare malafede dell’imprenditore. E’ infatti stabilito che la reintegra c’è solo in casi estremi, mentre normalmente nel caso di licenziamento ingiusto c’è l’indennizzo, cioè si perde comunque il posto di lavoro. Toccherà al lavoratore assumere giuristi, psicologi, investigatori, commercialisti, per dimostrare nel processo la malafede del padrone altrimenti, visto che secondo il governo e secondo la sua interpretazione dell’articolo 41 della Costituzione il potere dell’impresa non è sindacabile, il padrone potrà licenziare come vuole. E tutto questo in un momento di crisi economica. Ecco, la cosa più stupida e in malafede di chi sostiene questo provvedimento è il tacere sul fatto che si liberalizza il licenziamento economico in un momento di caduta e crisi economica. Cioè si autorizza un massacro sociale.
Il Sole 24 Ore nell’edizione di oggi, 5 aprile, mette tre quadratini rossi a danno dei lavoratori e tre quadratini verdi a favore delle imprese sui provvedimenti che cambiano l’articolo 18. Il giornale della Confindustria onestamente ammette che i lavoratori vedono diminuita la loro tutela. Può non bastare questo alla Confindustria, alle banche e anche alle cooperative rosse, che sono sempre più ingorde del dovuto, ma resta il fatto che questa è un’autentica controriforma del lavoro, che distrugge diritti, che rende tutte le lavoratrici e i lavoratori più deboli di fronte all’impresa – lo ripeto – in un momento di crisi economica.
Oramai è chiaro che la lotta per i diritti delle persone e la lotta contro il regime politico e informativo che ci governa sono la stessa cosa. Stiamo andando nella stessa direzione della Grecia. Le misure che vengono prese dal governo italiano sono le stesse che in tutta Europa stanno distruggendo l’economia e la società. La crisi economica si aggrava per colpa di Monti, Merkel, Sarkozy, Draghi e di tutte quelle forze politiche che li sostengono. Dopo il pasticciaccio brutto dell’articolo 18 dobbiamo diventare ancora più rigorosi e severi nel giudicare i governi, le istituzioni e la stampa. Dobbiamo scendere in piazza per l’articolo 18 e contro il regime delle banche. Non facciamoci imbrogliare, andiamo avanti, facciamoci sentire e pretendiamo lo sciopero generale.
Un primo appuntamento può essere la manifestazione degli esodati del 13 aprile. Trasformiamola in una protesta per fermare i nuovi esodi dovuti alla truffa sull’articolo 18.

giovedì 5 aprile 2012

Il reddito di cittadinanza come base dell'alternativa politica

Il reddito di cittadinanza è uno dei pallini di questo blog. Riteniamo in maniera assolutamente non fideistica, ma sulla base di considerazioni ed evidenze concrete, che sia un punto dirimente di qualsiasi programma politico che voglia uscire da recinto della logica del pareggio di bilancio o del fatalismo tragico del "non ci sono i soldi". Non è questione di rompere il salvadanaio per istituire un reddito di cittadinanza che tutti i paesi europei presi ad esempi dai nostri tecnici "modernisti", hanno da tempo. Abbiamo già postato diversi articoli che trattano il tema de reddito garantito in maniera esaustiva (http://doppiocieco.blogspot.it/2012/04/reddito-di-cittadinanza-il-modello.html; http://doppiocieco.blogspot.it/2012/02/basic-income-unidea-semplice-per-il-xxi.html) e non intendiamo qui replicarne i contenuti. Quello che è importante sottolineare è che quella del reddito garantito non è solo una trovata per alleviare le pene di chi non ha un lavoro con qualche mancetta, ma una maniera concreta  per ribaltare il paradigma neoclassico e neoliberista che coniuga crescita e tagli al Welfare come unica ricetta per uscire da un crisi  che è la prova evidente della sua fallacia. Il risultato che ci troviamo di fronte è l'abnorme e arricchimento di una elite ristretta di rentiers a danno dell'impoverimento generale. Tutto questo usando il cavallo di Troia del debito pubblico.
Se il reddito comune di cittadinanza  non lo proporrà la sinistra o qualsiasi "nuovo soggetto politico" lo proporrà la destra, in maniera strumentale e populistica e sarà un plebiscito.
Forse, lasciando da parte i toni da invasato di Paolo Barnard, dovremmo anche cercare di coniugare il reddito garantito con una visione alternativa dell'economia e la "Modern Money Theory" non sembra la solita paccottiglia dell'armamentario complottista, bensì una teoria organica e con solide fondamenta, ma su questo dovremo discutere ancora prima di esprimere un giudizio definitivo. Occorre ad ogni modo stare all'erta. I corifei del nuovo regime sono già all'opera per convincerci che il governo Monti ancorché necessario è addirittura riformista (vedi Giannini su Repubblica) e stanno ponendo le basi per una nuova aggregazione moderata che comprenda il Pd. Adesso piano piano si comincia anche a comprendere il senso dell'apparente suicidio del Pd, e del motivo per cui ha rinuciato scientemente a vincere le elezioni: semplicemente perché sarebbe stato costretto ad allearsi con una sinistra che se non altro per ragioni culturali, si pone in maniera critica nei confronti del credo liberista, e non poteva permetterselo, non era nei suoi piani. 
Mi chiedo cosa si aspetta a indire manifestazioni di protesta contro questo governo di tagliatori di teste e a richiedere elezioni subito.

mercoledì 4 aprile 2012

Nuovo Soggetto Politico

 
di Ugo Mattei da Il Manifesto
 
Siamo a qualche mese dall'attacco internazionale al debito pubblico italiano (stabile da molti anni), la risposta alla propria messa in scacco dalla primavera referendaria italiana. Vale la pena soffermarsi a riflettere sullo stato del conflitto fra diverse visioni del mondo simbolicamente rappresentato nella campagna di giugno. La riflessione ha valenza costituzionale perché la partita in corso coinvolge lo stesso patto fondante la nostra Repubblica democratica fondata sul lavoro.
 
Essa coinvolge la stessa concezione della giuridicità nei due campi contrapposti, quello del governo tecnico e quello dell'orizzonte di senso evocato dalla proposta del nuovo soggetto politico.
 
Due sono le norme costituzionali formalmente coinvolte nel conflitto. L'art. 41 (iniziativa economica privata) e l'art. 82 (pareggio di bilancio), ma ben più fondamentale è la partita costituente in corso, perché coinvolge direttamente l'art.1 (il lavoro come fondamento primario del patto costituzionale) e l'art. 3, soprattutto nel secondo comma, che impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli di fatto che rendono meramente formale l'uguaglianza di cui al primo comma. Si tratta dunque di una partita che colloca al centro la giustizia sociale e la distribuzione dellee risorse.
 
Due punti erano pacifici fra i costituenti e possono considerarsi il nucleo del nostro ordine costituito: l'Italia aderisce a blocco capitalista e tutela tanto la proprietà (art. 42) quanto l'iniziativa economica privata (art. 43). La Repubblica tuttavia, si schiera dalla parte del lavoro (art 1) nel suo conflitto storico col capitale, utilizzando il diritto (pubblico e privato) come strumento a tutela del più debole (il lavoratore) nei confronti del più forte (il datore di lavoro), qualora quest'ultimo abusi del proprio potere mettendo in campo pratiche oppressive o di sfruttamento. In quest'ordine di idee i diritti sono baluardo del debole nei confronti del forte ed il diritto è lo strumento attraverso cui la Repubblica può controllare l' attività privata (per modo che non si svolga in modo contrario alla sicurezza e alla dignità umana). Con lo stesso strumento lo Stato italiano dovrebbe autolimitare il proprio potere (di datore di lavoro, di imprenditore o di proprietario pubblico) facendosi pienamente carico dei propri doveri nei confronti della collettività e del territorio.
 
Questo equilibrio costituzionale, che ha informato per decenni la sensibilità dei giuristi e delle forze politiche di tutto l'arco costituzionale, è stato sovvertito nel ventennio neoliberale. Il diritto, sempre più di frequente si è trovato dalla parte del più forte tornando ad allontanarsi dagli orizzonti tracciati dalla sua lettura costituzionalmente orientata. Naturalmente, tale scelta di campo, prodotta dalla supremazia del potere economico internazionale nei confronti degli Stati, ottenuta attraverso la corruzione di gran parte del ceto politico professionale, comporta una vera e propria trasformazione della stessa funzione del diritto. Esso non deve che lasciar fare affinché il più forte naturalmente prevalga. Si tratta della visione sostenuta in America dagli economisti raccolti nei più prestigiosi (e corrotti) dipartimenti, da ultimo denunciati nello splendido documentario di Ferguson, Inside job.
 
Quest'ideologia, all'opera instancabilmente nella produzione del consenso per il nostro modello di sviluppo suicida, presentato invece come salvifico e necessario, era stata rigettata in Italia tramite i referendum sui beni comuni. Essa ha tuttavia irretito il Presidente Napolitano il quale, piuttosto che operare per il rispetto della volontà popolare, ha ritenuto di istituire motu proprio un sistema costituzionale semipresidenziale, promuovendo allo scranno senatoriale prima e poi a Palazzo Chigi, un autentico esemplare di economista neoliberale il quale si è circondato di altri esemplari della stessa rspecie, come la sua ministra del lavoro. Le conseguenze sono disastrose soprattutto in materia di lavoro, settore in cui Monti si era fatto le ossa offrendo alla Commissione Europea la sua consulenza con un rapporto del 2010 che proponeva la cancellazione in toto della giurisdizione sui diritti a favore di mediazioni informali dei conflitti. Tale proposta era così sovversiva della stessa idea di un diritto del lavoro da non esser neppure ripresa per intero dalla recente proposta di regolamento comunitario. Che, tuttavia, giunge a porre sullo stesso piano la libertà di iniziativa economica ed il diritto di sciopero, obbligando le Corti nazionali a «armonizzare questi diritti» quando confliggono.
 
Porre sullo stesso piano capitale e lavoro fu un'intuizione del ventennio fascista ed in Italia annienterebbe il residuo senso del già ricordato art. 41 della Costituzione. Del resto Monti ha già cercato di modificare tale norma costituzionale per decreto legge. Per ora la proposta di regolamento comunitario ispirata da Monti è limitata almeno formalmente al c.d. "posting" dei lavoratori (ossia al loro trasferimento a seguito di un'impresa dislocata) ma è abbastanza chiaro che esso costituisce un altro passo avanti nell'attacco al lavoro a favore del capitale e della sua libertà di scorazzare liberamente per il più grande mercato del mondo sperimentando sempre nuove pratiche di sfruttamento.
 
L'idea forte tratta dallo studio di Monti è quella per cui le differenze di potere contrattuale fra capitale e lavoro non possano più essere prese in considerazione dal diritto. Il diritto non può più schierarsi dalla parte dei più deboli ma le corti devono essere neutrali nell'armonizzare i diritti confliggenti dei lavoratori e dell'impresa. Si supera così un nuovo tabù come l'art. 18 o prima di esso il modello Pomigliano. In effetti, il ritorno alla piena mercificazione ottocentesca del lavoro che la conquiste del diritto avevano progressivamente superato è già una realtà. I lavoratori svantaggiati possono oggi esser dati in affitto con lo sconto, grazie a una convenzione fra Fornero e una nota agenzia interinale, restituendo dignità a quella figura di locatio operis con cui i giuristi romani duemila anni fa inquadravano il contratto di lavoro.
 
In un tale quadro reazionario è difficile non prevedere che la riforma dell'articolo 18 ed il licenziamento per ragioni economiche, siano volti principalmente a preparare licenziamenti massicci nel settore pubblico quando la troika ci chiederà di farlo, come già avvenuto in Grecia. Se a questo aggiungiamo la quasi avvenuta modifica dell'art. 82 Costituzione per l' introduzione del pareggio di bilancio (che un Parlamento con la fiducia di meno del 10% degli Italiani sta per approvare in seconda lettura con una maggioranza tale da escludere il Referendum costituzionale confermativo), ben possiamo comprendere la drammatica urgenza democratica di cui parlava Marco Revelli sul manifesto di venerdì.
 
Alcuni di noi, che da ormai oltre due anni stanno sul territorio italiano, praticando la politica di movimento sono ben consci del potenziale politico della resistenza contro il montismo, vissuto da tante persone normali come un nuovo fenomeno postfascista italiano ormai più pericoloso dello stesso berlusconismo. Per noi è giunto il momento di mettere in campo un Comitato di Liberazione Nazionale dalla tirannia del pensiero unico e di farlo con tutte le forze che ancora credono che il diritto debba governare l'economia e non esserne dominato. Unire le persone per bene intorno ad un metodo per superare una situazione drammatica è più agevole che farlo sul merito ed è certamente foriero di potenziali egemonie nuove che superino finalmente vecchi steccati. Di qui il senso di una soggettività politica nuova che sappia stare sempre dalla parte del lavoro e dei beni comuni.

martedì 3 aprile 2012

L'unico tecnico buono è un idraulico il sabato sera

Nuovo Soggetto Politico, Lista Civica Nazionale, Barnard, sinistra. Io sostengo tutti e nessuno, purché "scassino" questo governo di tecnici e i loro luoghi comuni in economia. 
I ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri, i disoccupati sempre più disoccupati, la mafia asempre più mafia, Berlusconi sempre più Berlusconi, il Pd sempre più Pd e la nostra sopportazione sempre più insopportabile. Basta. Mandiamoli a casa, con una lista civica, con un nuovo soggetto politico, con uno sputo in un occhio, ma mandiamoli a casa, non ne posso più di aspettare il prossimo movimento che dovrà cambiare il mondo per poi vederlo sparire dentro la prima pizzeria dopo la foto ricordo.

Reddito di cittadinanza, il modello sociale europeo che l’Italia ignora


di Giovanni Perazzoli da rifondazione.it

Questi signori al governo a cui piace tanto la modernità degli altri quando  è un pretesto per eliminare quei pochi diritti che ci sono rimasti, fingono di ignorare che in quei paesi "civili" a cui fanno riferimento esiste da tempo un reddito minimo garantito. Loro se la cavano con qualche spicciolo per 18 mesi per chi rimane disoccupato. Repellente.

La trasmissione sullo stato sociale di Michele Santoro è stata un'altra occasione persa per parlare dello stato sociale.
Per me che vivo in Olanda appare assolutamente incomprensibile che non si ponga in Italia alcuna attenzione ai sussidi di disoccupazione europei.
I giornali parlano di un "modello tedesco" che è frutto più di fantasia che di realtà. Tanto più, allora, perché non informare l'opinione pubblica italiana che in Germania (come in tutta Europa) non sono, attenzione, coloro che sono stati licenziati ad avere dallo stato l'affitto dell'alloggio e un sussidio illimitato, ma tutte le persone maggiorenni disoccupate, indipendentemente dal fatto che abbiamo o meno mai lavorato? Il sussidio termina, in mancanza di un'occupazione, con la pensione. Non èassolutamente vero quello che scrivono i giornali italiani che sia a tempo determinato. Confondono per ignoranza o in modo intenzionale l'indennità di disoccupazione e il sussidio di disoccupazione.
Come si fa a ignorare in Italia un aspetto così importante della vita di ogni cittadino europeo? Non me ne capacito. In Italia non si sa neanche che chi in Europa (Francia, Germania, Gran Bretagna e non solo Danimarca, Svezia...) non guadagna abbastanza ottiene un'integrazione del reddito, e anche chi lavora part time ottiene un'integrazione del reddito. Poi si scopre che in Italia il reddito medio è da miseria. E tutti si sorprendono. Ma veramente in Italia si ignora l'abc dello stato sociale? Mi pare strano da credere.
L'esistenza di quello che di fatto è un reddito di cittadinanza in Europa spiega molte cose che in Italia vengono riproposte, lasciatemi dire, in modo del tutto assurdo. Spiega la flessibilità europea (peraltro di gran lunga minore che in Italia), spiega l'assenza di lavoro nero, spiega l'assenza delle massicce raccomandazioni, spiega anche il fatto che le persone competenti occupino in genere il posto che compete loro (mentre così non è in Italia). Non capisco perché nonostante l'Europa raccomandi dal lontano 1992 all'Italia di introdurre un reddito di cittadinanza questo non succede neanche con la crisi. E soprattutto è incomprensibile che a sinistra nessuno ne parli chiaramente. A chi giova? Evidentemente a qualcuno gioverà.
Certo non giova agli operai che si danno fuoco, alle famiglie che resteranno senza un reddito, e senza una casa di cui Santoro mostra ogni volta il dramma. Ma senza mostrare le soluzioni che in altri paesi hanno adottato da decenni, la denuncia mi pare parziale e anche un po' ambigua. Non mi pare che sia uno scoop scoprire quello che per diversi milioni di persone è assolutamente normale. La Francia è stata l'ultimo paese in Europa ad adottare una forma di sussidio che di fatto è un reddito di cittadinanza ben venti anni fa. La rivista "Esprit" dedicò un numero speciale all'evento. Possibile che in Italia nessuno ne sappia nulla?
Le persone giudicano per paragoni e confronti. Se il confronto con gli altri paesi viene loro negato non ci si può lamentare che non cambi nulla. La primavera araba è iniziata con la possibilità di guardare con la televisione e con internet fuori del recinto nazionale. Lo stesso avvenne nei paesi dell'Est.
Forse non si vuole la democrazia europea e si guarda ad altro? In ogni caso, per scegliere bisognerebbe conoscere. Sapere che un'altra società non solo è possibile, ma già esiste da diversi decenni, impegnerebbe diversamente le forze politiche, e i sindacati. Questo sarebbe "rivoluzionario", e sarebbe europeo. L'unico che in Italia sta ponendo con coerenza il problema del reddito di cittadinanza sul modello europeo è Maurizio Landini; temo però sia un outsider, una scheggia impazzita del sistema.
Ichino ha detto in trasmissione che l'indennità di disoccupazione che vorrebbe introdurre il governo Monti è di qualche mese più lunga dell'indennità di disoccupazione tedesca (12 o 18 mesi). Ma non ha spiegato bene (anche perché nessuno glielo ha chiesto) che dopo l'indennità di disoccupazione in Germania (e in tutta Europa) c'è un altro sussidio, meno "ricco", per modo dire, ma che è illimitato (ovvero limitato solo dalla pensione e, ovviamente, da una nuova eventuale occupazione) e che copre anche l'affitto dell'alloggio. Vi pare poca cosa? Vi sembra un dettaglio trascurabile? Una donna sola e disoccupata con figli ha in Germania dallo stato più di 1800 euro mensili. Non mi fermo qui sulle cifre e sulla tipologia dei benefici che hanno le persone che non lavorano nei paesi europei e in particolare in Germania: l'ho fatto nel numero in uscita su MicroMega.
Io mi chiedo sgomento: come è possibile dedicare un'intera trasmissione sullo stato sociale, far iniziare la Fornero con la sua proposta di riforma degli "ammortizzatori sociali", e non parlare dei sussidi di disoccupazione che esistono in Europa? Possibile che nessuno ritenga importante ricordare che è dal 1992 che l'Europa raccomanda all'Italia di adottare il reddito di cittadinanza? Possibile che nessuno abbia notato che anche nella famosa lettera della Bce (sic!) si rinnova al governo italiano l'invito a introdurre i sussidi di disoccupazione sul modello europeo e che la stessa cosa viene ripetuta nelle famose domande di chiarimento dell'Europa?
Una breve ricerca su internet: ecco una parte del testo della raccomandazione 92/441 CEE pubblicato anche sulla Gazzetta ufficiale. Leggo:
Ogni lavoratore della Comunità europea ha diritto ad una protezione sociale adeguata e deve beneficiare, a prescindere dal regime e dalla dimensione dell'impresa in cui lavora, di prestazioni di sicurezza sociale ad un livello sufficiente.
Le persone escluse dal mercato del lavoro, o perché non hanno potuto accedervi o perché non hanno potuto reinserirvisi, e che sono prive di mezzi di sostentamento devono poter beneficiare di prestazioni e di risorse sufficienti adeguate alla loro situazione personale.
Poi leggo:
(12) ... il Parlamento europeo, nella sua risoluzione concernente la lotta contro la povertà nella Comunità europea (5), ha auspicato l'introduzione in tutti gli Stati membri di un reddito minimo garantito, inteso quale fattore d'inserimento nella società dei cittadini più poveri;
O anche
il Comitato economico e sociale, nel suo parere del 12 luglio 1989 in merito alla povertà (6), ha anch'esso raccomandato l'introduzione di un minimo sociale, concepito ad un tempo come rete di sicurezza per i poveri e strumento del loro reinserimento sociale
E dunque l'Europa raccomanda a tutti gli stati membri:
di riconoscere, nell'ambito d'un dispositivo globale e coerente di lotta all'emarginazione sociale, il diritto fondamentale della persona a risorse e a prestazioni sufficienti per vivere conformemente alla dignità umana e di adeguare di conseguenza, se e per quanto occorra, i propri sistemi di protezione sociale ai principi e agli orientamenti esposti in appresso.
E questo significa che al reddito minimo garantito si può avere accesso
senza limiti di durata, purché il titolare resti in possesso dei requisiti prescritti e nell'intesa che, in concreto, il diritto può essere previsto per periodi limitati, ma rinnovabili
(http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=CELEX:31992H0441:IT:HTML)
In tutti i Paesi dell'Europa questo è realtà. Non in Italia, in Grecia e in Ungheria.
Possibile che nessuno abbia capito che quello che manca in Italia è quella sicurezza economica che viene dalla rete dei sussidi che permette alle persone di cambiare lavoro con relativa tranquillità soprattutto da giovani? Un mio giovane amico olandese ha fatto un'infinità di mestieri; è stato, tra le altre cose, maestro di sci, ha aperto una scuola di windsurf, ha aperto un Hotel, poi lo ha chiuso e aperto una ditta di costruzioni. È questo che si chiama "flessibilità", non la macelleria sociale che hanno in mente in Italia destra e sinistra.
Possibile che non si capisca il significato di apertura del mercato e della protezione sociale? Non significa licenziare in massa la gente, significa fare in modo che i giovani possano sperimentare le loro possibilità e le loro idee in un mercato aperto e non controllato dalla corporazioni e dalle varie rendite (vera potenza italiana). È per questo che l'Europa chiede le liberalizzazioni, non certo per perseguitare i tassisti (una delle cose, non so se più ridicole o drammatiche, è stata la farsa sui tassisti, come se da loro dipendesse lo spread. Magari si voleva solo alzare un gran polverone e mandare tutto il resto in caciara?).
Liberalizzare significa aprire l'accesso alle professioni senza doversi fare un tessera di partito, pagare tangenti, essere parte di un sistema di potere, di una lobby famigliare, politica, religiosa ecc. Significa che in Italia uno che vuole fare il giornalista o il notaio non debba essere figlio di un giornalista o di un notaio, significa che se vuole aprire un negozio si viene aiutati (come avviene in tutta Europa) e non ostacolati. È così difficile da capire? Aprire il mercato significa andare un po' a vedere come si fa carriera nella televisione di stato, alla Rai. Significa andare a vedere quanti sono i figli di papà dentro le università. Magari dei papà "riformisti". Ma veramente nessuno capisce che una cosa è la precarietà con la certezza del reddito e dell'alloggio, e un'altra è la precarietà con il niente?
Ho capito che il reddito minimo garantito è come un punto archimedeo: sembra piccolo, ma in realtà è il punto d'appoggio di due concezioni della società completamente diverse.

Se questi sono i "giusti"...

Ho estrapolato questo pezzo da uno scritto di Barnard pubblicato nel suo Blog, perché mi sembra riproduca perfettamente il conflitto fra visioni "diseguali" dell'economia e della politica: da una parte un  Barnard rude e poco aggraziato,  convinto che occorra mettere al bando ogni ipocrisia da anima bella, badare al sodo e riconoscere la ragione di tutti i  mali del mondo(la sua) e dall'altra quelli definiti come "le belle anime", rappresentati da un bel pezzo della cultura della società,  che invece si gingillano  con la decrescita e la green economy.
Barnard ha ragione da vendere su molte cose, ma bisognerà pur trovare un equilibrio fra un consumo responsabile, una equa redistribuzione delle risorse e un reddito garantito per le mamme single che vivono con la loro prole in appartamenti marci e umidi. Altrimenti i golpe continueranno comunque ad esserci, e non solo quelli quelli finaziari, ma anche quelli militari della Libia di Gheddafi, della Siria, dell'Africa in Mali, quando qualche presidente si mette in testa di rovinare la festa ad americani e francesi. Non solo ma continueranno ad esserci le guerre come in Iraq e in Afghanistan e di certo i neri non smetteranno di sputare sangue per procurarci il Coltan. D'accordo Barnard ci sono molte anime belle ipocrite, ma ce nesono milioni di altre di anime che sacrificano la vita per gli altri e magari vanno a morire in qualche paese sperduto dove fanno volontariato. C'è un'umanità bella e silenziosa che lavora sodo e ha degli ideali (pippe?) e con la tutta la sua buona fede fa fatica a capire quello che tu dici e certo il tono da fanatico invasato non aiuta molto.

...Per prima cosa, le ‘belle anime’ sono molto meno belle di come vorrebbero rappresentarsi. Lo compresi quando ero molto giovane. Ero fra ‘compagni’, quelli giusti, antifascisti, stavamo nella radio libera, giornalisti sgarruppati ma tosti. Da noi passavano altri ‘giusti’, quelli di Cuore di Michele Serra, e quelli che nel ’77 avevano fatto la Storia. Ed erano canne, canne e cannoni a non finire, hash, olio, erba a volumi cubitali sempre, come corredo fisso di tutto. Ok. E giù con sermoni contro le basi Nato, e dagli alla Nestlè, padroni bastardi, sbirri fascisti, viva i migranti e solidarietà ai compagni in carcere. Ok, passi il comunismo all’italiana, mi faceva sorridere un po’, mai stato comunista, ma va bene dai. Ma quelle canne. Un giorno a un’assemblea mi saltò in mente una cosa e gliela dissi: “E i miliardi che date alle mafie a fumarvi tutta quella roba? Non è che i cartelli dei narcos libanesi li trattano bene i contadini che coltivano l’erba, forse peggio della Dal Monte coi campesinos. Ci sta con la coerenza anti imperialista?”.
Avete presente il sedile del passeggero della Aston Martin di James Bond nei mitici anni ’60? Lo ricordate? Era quello che catapultava con una forza incredibile il malcapitato fuori dall’auto in corsa. Ecco, fui catapultato fuori da quel mondo di compagni con lo stesso impeto. Mai più accettato. Mi fu tutto chiaro subito, sta gente non tollerava il dissenso, e non solo, se gli incrinavi l’atmosfera della ‘parrocchia’, ‘chenoisiamoquelligiusti’, ti odiavano. Da allora la storia si è ripetuta mille volte, cioè mille volte mi sono trovato fra i ‘giusti’ e solo per avergli detto ciò che non volevano sentirsi dire mi hanno messo nella catapulta e via… sparato fuori con un bel seguito di odio, proprio odio, in uno slalom i cui paletti sono stati, fra gli altri, Report e redazione, Emergency, Beppe Grillo e grillo blog, centri sociali assortiti, Sabina Guzzanti, Micromega, Gherado Colombo, Travaglio, Ricca, i No Tav, e un sacco di altre ‘belle anime’. Elio Veltri, di fronte a fior di testimoni, addirittura mi ha pubblicamente insultato dicendomi che devo “farmi curare”, prima di lasciare la sala del dibattito di cui eravamo co-relatori latrando improperi. Il motivo? Gli avevo contestato che Prodi e Draghi fossero delle “stimabili persone”, avevo incrinato la figura del suo mito europeista Altiero Spinelli, e sostenevo che la mafia finanziaria è 100 volte più pericolosa di quella regionale italiana, con la solita fiumana di dati e fatti a sostegno, che sapete. Mi sembra il minimo del diritto alle proprie opinioni. Il Veltri ha concluso con un magnifico “se avessi saputo non sarei mai venuto!!”. Alla faccia del libero dibattito…
La morale: alla fine sono fatti quasi tutti della stessa pasta, i parrocchiani di qua e quelli di là, una pasta i cui ingredienti sono l’intolleranza per il libero pensiero, l’ipocrisia, l’autocelebrazione, e l’odio per chi gli rompe le uova nel paniere intellettuale. Ma qui a sinistra c’è l’insopportabile presunzione di essere quelli puliti, quelli che sanno come si salva il mondo. Ecco, questo è l’humus di partenza delle ‘belle anime’. Da queste premesse desolanti, si passa poi ad ancora peggio, cioè alla loro illusione di poter sconfiggere The Machine senza averci capito nulla, manco se lo immaginano com’è veramente fatta, proprio come le formichine sui gusci. Sabato 19 febbraio partecipavo a San Marino a una tavola rotonda sulla Globalizzazione con Giacomo Marramao, Lidia Ravera e Jacopo Fo. Parlano dei cattivi del mondo. Io glieli smonto, e al contrario gli dimostro che i loro ‘buoni o meno peggio’ sono fatti della stessa pasta degli altri e anzi, a volte sono persino peggiori. Jacopo Fo se ne esce con “… e dai! Lo so che Obama è sempre un presidente americano, ma rispetto a Bush il suo è, diciamo, un capitalismo dal volto umano”. Potevo star zitto? Obama che chiude Guantanamo e tiene aperta Bagram che è sei volte più grande e dove si tortura sei volte di più; che mantiene l’immunità di Bush ai torturatori della CIA; che nel dicembre del 2008 dice a Israele “bombardate i civili palestinesi quanto vi pare, ma non il 18 di gennaio che c’è la mia inaugurazione, e in cambio vi facciamo arrivare un carico di armi illegale dalla Germania” (Gen. Jim Jones a colloquio con Netanyahu); che ha sborsato 11 mila miliardi di dollari per salvare il sedere di Wall Street e non per salvare milioni di americani sfrattati da Wall Street; che ha presieduto sul più imponente trasferimento di ricchezza dal basso verso l’altro della storia degli USA ridicolizzando gli sforzi dei Bush; che ha calato le tasse del 1% ricco d’America e ha congelato gli stipendi pubblici; che ha messo come responsabile delle politiche del lavoro un tal Jeffrey Immelt, il presidente di General Electric che ha oltre la metà dei suoi posti di lavoro delocalizzati in Asia (sic); che ha firmato l’ordine per la repressione dei dissidenti civici americani per mano dell’FBI; che ha fatto una riforma sanitaria che regala oltre 70 miliardi di dollari alle assicurazioni private con 45 milioni di americani senza copertura sanitaria; che oggi persino taglia i fondi al programma statale di aiuti finanziari agli americani che non si possono permettere il riscaldamento (il LIHEAP)… e ce ne sarebbe da arrivare a sentirsi male. Gliel’ho detto al Fo. Ha sbottato che sono un pessimista, applauso del pubblico. Poi gelo, insulti a me dal filosofo emerito, e dibattito troncato su due piedi.
Sono quelli che “adesso c’è Saviano…”, quelli della politica a cinque stelle, con i cortei, con la Tobin Tax, con l’equosolidale, con i blog, e quelli della Decrescita. Non hanno la più pallida idea delle dimensioni di The Machine, e di come essa ci ha tutti intrappolati nella spirale di impoverimento e morte democratica che ho descritto ne Il Più Grande Crimine. Dice la Ravera che dobbiamo vivere con meno, dobbiamo sostituire i consumi con i rapporti umani, e strappa l’applauso. Ma neppure ci arriva, l’autrice, a pensare ai milioni di poveracci che perderebbero il lavoro, il futuro, la casa, per permettere a lei di strappare l’applauso nel dire ste insulsaggini ignoranti di qualsiasi rudimento di macroeconomia. John Maynard Keynes è vissuto per nulla. Ste ‘belle anime’ sparano impuniti le loro fantasmagorie ma non sono nei panni del magazziniere della Lotto cassintegrato o dell’ex operaia dell’OMSA che oggi fa le pulizie in nero, o della madre single con due bambine che non trova uno stipendio che le permetta di uscire da un appartamento marcio di umidità dove le piccole vanno a letto coi pigiamini zuppi. Forse manco li hanno mai visti esseri umani così, ed è un bene per loro, perché il magazziniere, l’operaia e quella madre le gonfierebbero la faccia di sberle neppure a metà della frase “dobbiamo vivere con meno, sostituire i consumi con i rapporti umani”, poiché questa elevata saviezza si avvererà forse fra 300 anni, ma nel frattempo milioni di poveri cristi che non leggono la Ravera o che non ridono con Jacopo Fo soffriranno le pene dell’inferno se qualcuno non rianima questa economia, e per rianimarla, oggi, non si può prescindere dai consumi, che sono fatturati, che sono stipendi disperatamente necessari. Fra l’altro, le ‘belle anime’ vagheggiano di economie alternative di cui mai nessuno ha verificato l’effettiva fattibilità nel mondo moderno, e fra l’altro vagheggiano di modelli di decrescita senza aver interpellato gli africani, gli indiani, i cinesi, i kazaki, i vietnamiti, gli indonesiani, tutti coloro cioè che hanno aspettato 3000 anni per avere ciò che abbiamo noi, ma ai quali oggi, quando toccherebbe a loro entrare nel Mercato per poi avere tutte quelle cose, no!, devono rinunciare, perché “dobbiamo vivere con meno, dobbiamo sostituire i consumi con i rapporti umaniil PIL cinese è fallico!” concluse la Ravera. Ok, vallo a dire a loro. Ma vacci Ravera, e se torni intera…
Le ‘belle anime’ che “col fotovoltaico noi oggi siamo autosufficienti e persino vendiamo l’elettricità”, dice sempre il figlio del Nobel, peccato che per fare i pannelli ci voglia il petrolio e che gli sfugga che il nostro mondo necessita ogni anno di 15.000 miliardi di watt, e che il 73% di questi non va in borsette o per fare cellulari caro Jacopo, ma per l’agricoltura, luce domestica e trasporti, e che coi pannelli, scusate, gli fai una pippa a 15.000 miliardi di watt, specialmente se poi sti ‘paladini’ usano il pc ogni giorno, e se corrono a farsi la TAC quando stanno male, per generosa concessione di 3 milioni di morti in Congo (vi si estrae il Coltan per l’elettronica) e dell’industria militare (TAC, RM, endoscopie ecc.). Ipocriti.
E questi sono l’avanguardia della riscossa oggi, personaggi che viaggiano sul binario della propria auto-santificazione di ‘belle anime noiquelligiusti’ chiusi nel bozzolo del proprio ego da cui non sono in grado di vedere nulla della realtà della gente vera, dell’economia vera, e soprattutto di The Machine, ma proprio nulla. C’è da piangere, ma al peggio non c’è fine.
Il fatto è che una marea di attivisti italiani crede veramente che questi professionisti dell’odio del libero pensiero, questi parrocchiani che mettono al rogo chiunque non sia dei loro, tali e quali agli altri di destra, siano i depositari dei valori democratici e della giustizia. C’è da mettersi le mani nei capelli, è una truffa terribile ai danni di tanta buona fede di gente esasperata. Ste ‘belle anime’ sono devastanti per le pochissime speranze di fermare il Potere, perché il 99% degli attivisti gli crede e si fa infinocchiare dalle loro fandonie per salvare il mondo… “adesso gliela facciamo vedere a quella cosa lì”. Il risultato è che le esigue forze attive rimaste in questa società paralizzata si sprecano ad inseguire isterismi e utopie ignoranti senza neppure sapere chi è il nemico, e nessuno o quasi rimane nelle fila di chi invece sta capendo cosa ci accade, gli sparuti impotenti testimoni dei crimini del Vero Potere. Il risultato è che a soffrire da cani saranno milioni di altri che neppure avranno il sollievo di sentirsi ‘noiquelligiusti’. Si sentiranno da cani e basta.

domenica 1 aprile 2012

Goldman Sachs. La fabbrica della fame


di Gustavo Duch Giullot da Rebellion

Traduzione per DoppioCieco di Franco Cilli

Goldman Sachs e si suoi fondi di investimenti hanno le mani pasta dappertutto. Letteralmente. Da non molto tempo sappiamo che le sue legioni di dirigenti goldmanisti controllano a viso scoperto governi, ministeri, banche centrali e altre istituzioni pubbliche in Europa e negli Stati Uniti. Ovviamente un po' defilati e dietro le quinte. Da quanto tempo fanno ciò? Sguazzano felicemente nel petrolio, negli affari immobiliari e nell'allevamento di suini. Non sarebbe strano che avessero messo le mani anche nel commercio di armi.
In Spagna pranziamo con Goldman Sachs. Come ha rilevato il ricercatore Carles Soler, “Goldman Sachs è proprietaria di una delle più grandi imprese di ristorazione collettiva (ISS Facility Service), che nello stato spagnolo fornisce 22 milioni di pasti all'anno”.
Nelle mense di scuole, ospedali o di residenze della terza età, quelli che ti danno da mangiare sono i maggiori responsabili della fame nel XXI secolo. Perché la Goldman Sachs non ha affatto trascurato il settore agricolo, non già come fonte di approvvigionamento alimentare, ma bensì come fonte di profitto.
Nel 1991, i cervelli della Goldman Sachs, grandi creativi nel mondo della borsa, crearono uno strumento finanziario che permette a chiunque di investire le proprie ricchezze in prodotti basici come grano, riso o caffè. Da tutto ciò che cresce hanno “cresciuto” tonnellate di profitti.
Le tante scommesse sulla roulette dei mercati dei cereali di base, sono responsabili della salita del prezzo di quest'ultimi, e conseguentemente dell'impossibilità per milioni di persone di procurarsi gli alimenti necessari.
Dal 2000 fino ad oggi, senza altre bolle da gonfiare, il prezzo dei cereali di base è triplicato, in parallelo con l'incremento degli attivi finanziari.
Per la Goldman Sachs, investire in pane e pesci sperando nella loro moltiplicazione significa un profitto annuo di 5 miliardi di dollari. Molti soldi che in pochi anni riuscirebbero a risolvere il problema della fame nel mondo, ovvio però che questo non è lo scopo dei banchieri, al contrario. La loro missione è fabbricare fame, sono degli affamatori.
Un nuovo negozio, anche questo produttore di fame, si affaccia all'orizzonte: comprare le migliori terre fertili, allo scopo di sfruttarle (fino ad esaurimento) per la produzione di biomasse, l'energia che muoverà il mondo e risolverà buona parte dei problemi ecologici del pianeta. Almeno così dicono, ma è pura farsa.
Alcuni personaggi che si sono fate le ossa in Goldman Sachs sono già all'opera. Come Joakim Helenius, col suo fondo di investimento Trigon Agri Fund, che da quanto si sa ha acquistato 170 000 ettari di terreno agricolo nella regione di terra nera in Russia e Ucraina. O Neil Crowder che con il fondo Chayton Capital ha ceduto in affitto per i prossimi 14 anni 20 000 ettari in Zambia.

Sostenendo la lotta contro la fame, più fame. Sostenendo la lotta contro il cambiamento climatico, più fame.

Gustavo Duch Guillot è il coordinatore della rivista Sovranità Alimentare, Biodiversità e culture. Autore di “Senza lavarsi le mani” e “Alimenti sospetti”.