da byoblu
Nel giugno scorso, su questo blog Nino Galloni ci informava di un accordo tra Mitterrand, Kohl e la politica italiana di fine anni '80 circa un processo di deindustrializzazione del nostro tessuto produttivo, usato come merce di scambio per l'ingresso nell'Euro. Oggi Loretta Napoleoni, che io e voi, nsieme, abbiamo intervistato in crowd funding, dà la sua risposta alla domanda fondamentale che tutti si sono posti: "perchè?".
Nino Galloni, il "funzionario oscuro che faceva paura a Kohl", sarà nostro ospite la settimana prossima.
MESSORA: Loretta Napoleoni, economista internazionale, esperta in tante cose, anche di terrorismo. Oggi sei qua perché hai scritto un libro che si chiama “Democrazia Vendesi”, ma sei qua anche perché sei largamente nota al nostro pubblico. Siccome Byoblu.com è un posto particolare, è un luogo di persone molto ispirate e soprattutto informate, intuiamo perché tu hai scritto “Democrazia vendesi”, non devi convincerci. Ma sicuramente oggi sei qui perché manderemo in galera un po' di persone, farai qualche affermazione forte. Come cominciamo?
NAPOLEONI: Cominciamo con il motivo per il quale ho scritto un libro di questo tipo che è uscito poco prima dell'inizio della campagna elettorale: perché bisogna smettere di votare questi individui, perché se ne devono andare. Il problema economico è un sintomo del problema politico ed è per questo che il titolo del libro è “Democrazia vendesi”.
MESSORA: Ma questa democrazia l'abbiamo già venduta o possiamo ancora fare qualcosa?
NAPOLEONI: No, non l'abbiamo venduta tutta. Per prima cosa non l'abbiamo venduta noi ma l'hanno venduta loro. Il concetto fondamentale è che in tre anni di emergenza economica, che poi è diventata la normalità, diciamo, quello che è successo è che noi abbiamo perso pezzi sempre più grandi della nostra democrazia proprio attraverso questa emergenza. Decisioni importanti sono state prese da individui e organizzazioni che non sono elette da noi, quindi noi dobbiamo difendere questa nostra democrazia, perché molto presto non rimarrà nulla, rimarranno solamente le macerie. Tra l'altro è interessantissimo, e io ne parlo nel libro, il parallelo con il 1992. In realtà anche il '92, il famoso annus horribilis dell'Italia, fu un anno in cui venne svenduto il patrimonio nazionale attraverso delle politiche di emergenza che scavalcarono completamente i principi democratici e, guarda caso, questa politica è stata portata avanti dagli stessi uomini che la portano avanti oggi; Mario Draghi era capo del Tesoro e ha guidato le grandi privatizzazioni, che poi furono delle svendite, dei saldi del patrimonio nazionale italiano, a un gruppo di famiglie, a un gruppo di poli industriali e finanziari e non al popolo, come invece avvenne in Inghilterra. L'idea della privatizzazione è sempre quella lì di allargare l'azionariato e quindi di dare la possibilità a tutti di partecipare al bene comune attraverso una struttura che è una struttura privata, per esempio la privatizzazione delle Ferrovie dello Stato Britanniche. Ecco, qui non è avvenuto questo, qui il processo di privatizzazione ha creato degli oligopoli. La stessa cosa sta succedendo oggi in Europa e, guarda caso, chi guida questo processo, secondo me altamente antidemocratico, è di nuovo Mario Draghi che si trova ad essere il governatore della Banca Centrale Europea.
MESSORA: Sono sempre gli stessi. Mario Draghi, se non mi sbaglio, era vicepresidente di Goldman Sachs quando Goldman Sachs truccò i conti, operazione che permise alla Grecia di entrare nell'euro.
NAPOLEONI: Sì, in effetti nel libro c'è un capitolo che si dedica ai soliti noti, perché sono sempre loro, e io ricordo al lettore il loro curriculum vitae, perché è fondamentale. Gran parte di questi signori che hanno svenduto il nostro patrimonio nazionale nel 1992, poi vennero assorbiti come consulenti dalle grandi banche d'affari, tra le quali appunto Goldman Sachs, che guidarono questo processo di privatizzazione, intascando lauti guadagni semplicemente per una operazione di supervisione del processo, e Mario Draghi andò appunto alla Goldman Sachs. Ma anche Mario Monti andò alla Goldman Sachs.
MESSORA: Romano Prodi.
NAPOLEONI: E Romano Prodi. Questo è l'orizzonte.
MESSORA: Cioè c'è un oligopolio economico-finanziario che tira un po' le fila e decide un po' le sorti. Questo ormai lo abbiamo tristemente capito.
NAPOLEONI: Sì, ma una cosa interessante, secondo me, che non succede all'estero, è questa, perché i nostri, una volta fatta l'operazione, una volta fatto il salvataggio del paese, appunto nel '92, non rimangono in carica e quindi non ricostruiscono il paese, non danno al paese un contributo per potersi rialzare. No, se ne vanno all'estero e vanno a lavorare per i grossi finanzieri mondiali. Questo non succede in Spagna, non succede in Francia, sicuramente non succede in Germania.
MESSORA: Cioè una volta che tu compi il tuo mandato, sei chiamato a risponderne politicamente di fronte all'elettorato e quindi continuare a guidare il paese, se no così sembra che hai fatto un lavoro sporco e poi te ne sei andato.
NAPOLEONI: Sì. Insomma, uno arriva a questo tipo di conclusioni, nel senso che si entra e si esce dal sistema pubblico e dal sistema privato a seconda della convenienza personale, della propria carriera, ma anche e soprattutto degli interessi dei grandi gruppi finanziari con i quali si fanno affari nel momento in cui uno si trova nella situazione di avere una carica pubblica e subito dopo passa dall'altra parte della barricata e diventa invece un iniziatore di attività di questo tipo, vedi il caso di Draghi e la Grecia.
MESSORA: Quindi c'è una sorta di conflitto che andrebbe regolamentato, che è quasi superiore a quello di interessi di Silvio Berlusconi, è un conflitto proprio tra la guida delle moderne democrazie e la guida degli istituti finanziari privati che detengono grandi quantità di capitali. Questo conflitto secondo te come si potrebbe risolvere?
NAPOLEONI: Sì, io penso che sia proprio così. Abbiamo quasi un rapporto incestuoso tra il settore pubblico e l'alta finanza. Penso che Berlusconi, il fenomeno Berlusconi che non è così vicino tanto alla finanza quanto invece all'informazione e quindi ai media, sia un po' la punta dell'iceberg. Come si risolve? Si risolve, secondo me, attraverso un processo culturale, non si può risolvere in nessun altro modo. Nel senso che la popolazione deve raggiungere la consapevolezza di quello che sta succedendo e per raggiungere questa consapevolezza deve sapere quello che succede. È chiaro che se i media queste cose non ce le dicono, noi dobbiamo andare a cercare questo tipo di informazione da qualche altra parte. Una volta ottenuto questo tipo di informazione ci sarà la consapevolezza. Raggiunta la consapevolezza, a quel punto si farà qualcosa per sbarazzarsi di questi individui. Però se noi rimaniamo nell'ignoranza, che poi è quello che è successo in questo paese negli ultimi trent'anni... Perché nessuno si ricorda quello che ha fatto Mario Draghi, nessuno si ricorda cosa faceva Prodi prima della fine della prima Repubblica, né tantomeno Mario Monti. Questi sono tutti democristiani.
MESSORA: Cosa faceva Mario Monti?
NAPOLEONI: Mario Monti era vicinissimo a De Mita, quindi era uno dei personaggi, giovane, chiaramente ai tempi, giovanissimo, che si muoveva nell'area di De Mita. Adesso io non è che dico che assolutamente noi dobbiamo non credere a questi individui per questo tipo di passato, però che questo tipo di passato esca fuori e se ne parli. Invece no, tutti quanti cercano continuamente di indossare abiti che sono abiti puliti e tutti quanti cercano di ricrearsi la verginità.
MESSORA: E poi se li vanno a lavare in questi grandi gruppi internazionali, dove si prendono decisioni sovranazionali nell'interesse di tutti, decisioni estremamente importanti che non vengono però discusse nei parlamenti nazionali. Anticipo una delle domande che ti sta per porre la rete, perché questa intervista è stata ampiamente promozionata in rete e una delle domande ricorrenti era proprio quella relativa al Gruppo Bilderberg, perché tu sai che ci sono delle dichiarazioni da parte di Imposimato che dice che dalle sue carte, che risalgono a 20-30 anni fa, addirittura emergerebbe un suo coinvolgimento dietro gli anni delle stragi, gli anni di piombo, il terrorismo italiano. Poi tu sei esperta di terrorismo, magari ci puoi dire qualche cosa. C'è chi dice che dentro al gruppo Bilderberg ci sono queste riunioni – lo dico a beneficio di chi non lo sapesse ancora – dove si incontrano a porte chiuse le stesse persone che poi vengono nei parlamenti nazionali a prendere delle decisioni, quindi non si tratta di essere complottisti, si tratta di domandarsi: come mai, se io ti eleggo e ti pago lo stipendio, io non posso capire che tipo di decisione prendi? Dietro queste persone sembrerebbe che ci fosse la CIA oppure addirittura che fossero dietro l'abbattimento del muro di Berlino. Qual è la tua opinione e quali sono le tue conoscenze circa questi consessi privati?
NAPOLEONI: Noi non abbiamo le prove. Sicuramente il Bilderberg esiste, si riuniscono regolarmente ogni anno e quindi non è un segreto. Che poi il Bilderberg manovri il mondo nel modo in cui molti pensano, questo noi non lo possiamo provare, anche perché le riunioni sono tutte a porte chiuse. Però è significativo, secondo me, che alcuni individui ruotano sempre intorno a determinati poli di potere. È anche significativo che alcune decisioni vengono prese da questi individui. Quindi un tentativo di manovrare il mondo che conta sicuramente c'è. Che poi questo tentativo funzioni ho dei dubbi. Perché poi questi individui non sono diversi da noi, cioè non è che hanno un'intelligenza superiore, quindi il potere li consuma nello stesso modo in cui il potere consuma chiunque e quindi ogni tanto incappano in grossi problemi. Esempio: il crollo della Lehman Brothers. Se uno rianalizza il crollo della Lehman Brothers, è molto interessante come il rapporto personale che esisteva tra quei banchieri che si sono riuniti per tutto quanto il fine settimana prima dell'annuncio della bancarotta della Lehman, ha avuto un'importanza maggiore della razionalità finanziaria. La Lehman doveva essere salvata dal punto di vista razionale e lo potevano fare, perché hanno salvato organizzazione ben più grandi della Lehman.
MESSORA: La FED ha emesso 7.500 miliardi di dollari.
NAPOLEONI: Esatto. Però c'era un elemento personale all'interno di questo gruppo nei confronti dei vertici della Lehman. La Lehman stava antipatica. Alla fine, secondo me, quello che è molto interessante nel comportamento di questi individui che noi consideriamo un po' i sacerdoti di questo nostro mondo, è che alla fine le passioni umane sono sempre quelle che governano, è la famosa buccia di banana su cui cadono tutti. Certo, poi le conseguenze le paghiamo anche noi. Quindi io penso che sicuramente il Bilderberg esiste, sicuramente il suo scopo è quello di poter riuscire a controllare, però non ci riescono e quindi ogni tanto scoppia una bella crisi, ogni tanto c'è un grande crollo, perché il mercato è la forza più indipendente e più democratica che c'è, nessuno lo controlla.
MESSORA: Il debito pubblico è brutto, sporto e cattivo ed è il motivo per cui ci troviamo in queste condizioni oppure no?
NAPOLEONI: Una buona parte del debito pubblico direi che è un debito odioso. Che cos'è il debito odioso? Il debito odioso è un debito di usura ed è un debito che viene contratto con false pretese, con false informazioni. Nel caso dell'Italia io penso che un buon 45% del debito che è nelle mani del settore estero ancora potrebbe essere rinegoziato sulla base proprio di questo concetto del debito odioso, che poi è il concetto che è stato portato avanti anche dall'Ecuador. Qual è la strategia da seguire? La strategia da seguire è che indebitarsi per pagare gli interessi sul debito è illegale, è anatocismo per quanto riguarda l'individuo privato, quindi la persona fisica. Perché non lo deve essere per uno Stato? Noi in realtà ci stiamo indebitando per pagare degli interessi e questo secondo me non dovrebbe essere accettato. Ma c'è anche un altro aspetto che è ancora più importante e che è l'origine della ricchezza finanziaria, proprio perché il sistema bancario è un sistema che poggia sul concetto di impresa privata, quindi le banche centrali sono tutte di proprietà della banche private, per esempio la Banca d'Italia, una parte della Banca d'Italia è della Deutsche Bank, un'altra parte è della BNP Paribas. Quindi qual è l'origine della ricchezza finanziaria? È il debito. Noi ci indebitiamo, gli Stati si indebitano, le banche producono liquidità, quindi le banche centrali producono liquidità, quindi stampano la moneta dal nulla e noi ripaghiamo non solo quella moneta prodotta dal nulla ma anche il tasso di interesse. Se noi ci troviamo in una situazione, tipo l'Italia, con 2.000 miliardi di debito, con un tasso di crescita a -2,6, con un decennale di crescita intorno allo 0,5%, quel debito non potrà mai essere ripagato. Quel debito può essere ripagato solamente con un tasso di crescita al 10%. La Cina cresce tra il 7 e l'8, quindi è impossibile. Allora se io sono il sistema finanziario e io vivo sulla produzione del debito e mi trovo di fronte a una situazione in cui un debito non potrà mai essere ripagato, è nel mio interesse azzerare quel debito al più presto possibile, per poi ricominciare a crearne un altro. Ed ecco quello che noi dovremmo fare, noi dovremmo rinegoziare quel debito. Chiaramente il debito che noi abbiamo con gli italiani, coi risparmiatori italiani, quello deve essere onorato.
MESSORA: Secondo un conto che avevo fatto, il debito detenuto dalle famiglie italiane ammonta a circa il 12%.
NAPOLEONI: Il debito delle famiglie italiane ammonta al 12%. Poi c'è tutto il debito che è stato ricomprato negli ultimi tre anni dalle banche italiane, e siamo circa al 50-55%. Chiaramente le banche italiane quel debito lo hanno ricomprato coi nostri risparmi. Quindi se io non lo ripago... Sicuramente io posso fare un'operazione in cui negozio quel 45%, lo riduco del 50%, mi accordo e poi esco dall'euro, creo un euro a due velocità e quel debito automaticamente mi scende, perché io avrò una svalutazione del 30-40%, ma non importa, perché tanto la moneta che viene utilizzata dal risparmiatore italiano, dalle banche italiane, è la stessa, perché non ho quel rischio di cambio che invece avrei se io mantenessi il debito in euro. Il debito con l'estero l'ho rinegoziato, ho anche rinegoziato il rapporto di svalutazione, perché è chiaro che nella rinegoziazione si parlerà anche di questo, a questo punto io mi trovo in una situazione migliore di quella in cui mi trovo adesso.
MESSORA: Mi domandano sempre dalla rete, siccome tu hai menzionato l'Ecuador prima, se soluzioni alla Ecuador e alla Argentina anche, che si è trovata a rinegoziare il debito - e adesso c'è sempre un dibattito acceso tra la Kirchner e Cristine Lagarde – sono o non sono applicabili per l'Italia, anche in vista del fatto che noi abbiamo delle risorse naturali diverse o anche più scarse, se vuoi?
NAPOLEONI: Io penso che la rinegoziazione del debito possa avvenire in Italia come è avvenuta in Ecuado e come è avvenuta in Grecia. Perché la Grecia questo ha fatto. Alla Grecia è stato abbuonato il 75% del debito, che è una rinegoziazione, è un default tecnico.
MESSORA: Controllato.
NAPOLEONI: Esatto. Però è stato fatto. Non mi sembra che il mercato sia impazzito. Anzi, alla fine del 2012 hanno ricominciato a comprarsi il debito greco.
MESSORA: La Grecia ha meno risorse di noi.
NAPOLEONI: Esatto. Adesso si sono ricomprati anche il debito portoghese. Quindi il mercato non ha nessun problema riguardo a questo. In più alla Grecia è stato abbuonato, nel 2012 – ecco perché io dico se c'è una volontà di azzerare questo debito, perché se no qui non riparte il volano della creazione di ricchezza attraverso il debito – anche quella parte di debito che aveva con organizzazioni sovranazionali e quindi la BCE, l'Unione Europea e il Fondo Monetario. Loro non hanno partecipato a quella riduzione del 75%, però hanno fatto un'altra riduzione. Questo è stato fatto in sordina, non se n'è accorto nessuno, perché era sotto Natale, e lo hanno fatto apposta, perché non vogliono che la Germania in un anno elettorale debba confrontarsi con un elettorato che le domanderà: ma allora a questi qui gli abbiamo abbuonato tutto? Esistono tutti questi meccanismi che chiaramente chi conosce la finanza, chi è operativo sul mercato finanziario tutti i giorni, queste cose le sa e quindi presumo che anche la nostra classe politica le sappia; se non le sanno allora veramente sono degli incompetenti.
MESSORA: Mario Monti è arrivato e c'era lo spread a 587, “fate presto! Fate presto!” e c'erano certi parametri nella nostra economia. Adesso se n'è andato con i parametri tutti peggiorati, in più l'incertezza delle elezioni, e lo spread è a 287, adesso 280, fintamente, per la dichiarazione di Berlusconi sull'IMU. Lui si rivende questa discesa dello spread come un suo risultato. Secondo te dipende da lui o non c'è questa stretta correlazione tra la politica di un governo e lo spread?
NAPOLEONI: Lo spread non è un indicatore economico, quindi non importa se lo spread sta a 500 o a 200. Quello che dobbiamo vedere è l'economia. Se noi avessimo lo spread a 500 con un'economia che cresce al 10%, sarebbe fantastico. Noi invece abbiamo uno spread che è sceso al 2,6-2,8 e abbiamo tutti gli indicatori economici, tutti altamente negativi e in più siamo in contrazione al 2,6%. Quindi che cosa ha fatto Mario Monti? Ha fatto quello che doveva fare per riattivare il volano del debito. Ecco che con un debito vicino al 7% l'investitore straniero non vuole toccare l'Italia, è troppo pericoloso, perché chiaramente l'Italia potrebbe saltare. Saltando l'Italia, quindi bancarotta non volontaria o controllata ma vera e propria bancarotta, perderebbe tutto il suo investimento. Quindi bisogna portare giù, bisogna abbattere lo spread, il tasso di interesse. Il tasso di interesse, lo spread, è l'indicatore del sentimento di mercato nei confronti di un determinato paese.
MESSORA: Ma lo ha abbattuto Monti questo spread o lo ha abbattuto Mario Draghi con le famose LTRO e poi con la dichiarazione secondo la quale avrebbe fatto tutto il possibile per salvare l'euro?
NAPOLEONI: Lo hai detto. Lo ha abbattuto Mario Draghi. Allora, Mario Monti è stato il fiancheggiatore, quindi ha creato le condizioni in Italia per poter offrire all'elettorato del nord Europa un'immagine di un'Italia completamente diversa da quella di Berlusconi. Che vuol dire? Un'Italia non spendacciona, un'Italia più simile alla Germania, in cui si fanno grandi sacrifici e anche un'Italia che accetta la punizione, come è avvenuto in Grecia, quindi che a testa bassa dice: sì, va bene, noi faremo questi sacrifici perché abbiamo sperperato. Ma chi ha rassicurato il mercato finanziario è stato Mario Draghi che ha immesso sul mercato, nel giro di 11 mesi, 2.000 miliardi di euro. 2.000 miliardi di euro! E dove sono finiti 2.000 miliardi di euro? Sono finiti nelle banche. E che cosa hanno fatto queste banche con questi 2.000 miliardi di euro?
MESSORA: Hanno ricomprato il debito.
NAPOLEONI: Hanno ricomprato il debito. Però – interessantissimo quello che è successo – le banche italiane hanno ricomprato il debito italiano, le banche greche chiaramente hanno cercato di arginare il debito greco, ma improvvisamente, alla fine del 2012, ci si è resi conto che il ritorno dell'investimento, il guadagno dell'investimento di chi aveva comprato il debito greco, sul mercato secondario chiaramente, era stato del 74% perché la crescita non è saltata. Perché con tutte queste politiche che poi hanno fatto, questi rendimenti sono saliti, perché è inversamente proporzionale il rendimento sui titoli. Invece chi aveva investito nei titoli di Stato tedeschi aveva guadagnato il 4%. Quindi a dicembre del 2012 questa liquidità che girava ancora nel sistema si è spostata tutta verso il debito della periferia. È questa la grande rotazione di cui chiaramente in Italia non parla nessuno, nessun giornale lo ha scritto. Però diciamo che i giornali stranieri hanno fatto i titoloni su questo. Quindi si è riiniziato a comprare il debito della periferia. Parliamo del Portogallo, Grecia, Italia e via dicendo. Perché il tasso di interesse era più elevato di quello che uno poteva ottenere investendo invece nei titoli non a rischio. Perché? Perché si vuole sempre avere un guadagno rapido. Invece di investire questi soldi nel settore dell'economia reale, le banche hanno ignorato il settore dell'economia reale e hanno ricominciato a fare soldi al grande casinò della finanza. Questa è la situazione attuale.
MESSORA: Tra l'altro dei 30 miliardi che sono stati dati alla Grecia attraverso le operazioni di aiuti dell'Europa, BCE e Unione Europea, al governo greco è impressionante vedere come non sia stata devoluta che una piccolissima percentuale, tutto il resto è finito alle banche che si sono ricomprate il debito e conseguentemente hanno ritrasferito indietro i soldi alle stesse economie che avevano poi generato e prodotto i soldi che si sono presi. Quindi è un giro del fumo senza fine. Secondo te l'euro si romperà, usciremo dall'euro? E aggancio a questa domanda anche la considerazione se secondo te con una moneta sovrana ripartiremmo o sarebbe la catastrofe.
NAPOLEONI: No, io penso che noi dobbiamo uscire. L'ho sempre detto, io sono sempre stata euroscettica, anche quando non c'era nessun euroscettico in questo paese. Noi dobbiamo uscire dall'euro. L'euro è una costruzione monetaria sbagliata. L'euro doveva essere un punto di arrivo e non un punto di partenza, lo dice la teoria economica. Quindi che cosa ha fatto l'euro? L'euro in realtà ha dato ai paesi del nord Europa, in particolare alla Germania, una competitività che non aveva. Quindi ha aumentato la competitività del prodotto tedesco ed ha abbattuto la competitività del nostro prodotto. Perché non dimentichiamoci che l'euro ha bloccato non solo il meccanismo di svalutazione della lira ma anche il meccanismo di rivalutazione del marco. Un tempo tutti volevano comprarsi la BMW, però non lo potevano fare perché c'era un tasso di cambio, quindi con il tempo il marco saliva e la lira scendeva. Oggi che differenza c'è tra una BMW e una Panda? Nel senso, in termini monetari i prezzi sono fissi, quindi è chiaro che la concorrenza, specialmente in alcuni settori del prodotto tedesco, è stata schiacciata e ha portato chiaramente alla chiusura di imprese ma anche alla dissoluzione di alcune industrie. L'industria manifatturiera greca, che contribuiva al 35% del PIL nel 1981, quando la Grecia è entrata nell'Europa Unita è scomparsa, nel 2010 non c'era più nella bilancia dei pagamenti. Il 75% del PIL greco proveniva dai consumi, dove c'è sicuramente anche il turismo, e dagli aiuti economici e finanziari che arrivavano dall'Europa Unita. Quindi ecco il fenomeno della cosiddetta colonizzazione prodotta dall'euro all'interno dell'eurozona o cannibalizzazione, perché poi stiamo tutti insieme, siamo un'area economica, noi distruggiamo parti della nostra stessa economia. Quindi uscire dall'euro è l'unico modo per riprendersi una parte di questa competitività, ma anche per ricostruire quell'industria che è andata distrutta e per farlo abbiamo bisogno di una sovranità monetaria e per avere la sovranità monetaria, quindi per stampare moneta, noi dobbiamo uscire dall'euro, perché altrimenti è la BCE che decide quanto si stampa e dove finiscono questi soldi. Perché ha stampato 2.000 miliardi, che è tantissimo, però noi di questi 2.000 miliardi... Io arrivo dal Veneto, il Veneto è in ginocchio, quello era il volano dell'economia italiana. Il medio-piccolo, ma anche il grande imprenditore del Veneto di quei 2.000 miliardi non ha visto nulla.
MESSORA: Mi chiedono, sempre dalla rete, se conosci la Modern Money Theory, o MMT, e se hai una critica positiva o negativa.
NAPOLEONI: La MMT è, diciamo, una teoria che si interessa principalmente della creazione della moneta e del modo in cui poi questa moneta circola, e va benissimo, nel senso che è molto interessante come teoria. Però noi qui non abbiamo bisogno di una teoria tecnica, di teorie tecniche ce ne abbiamo tantissime. Qui noi abbiamo bisogno di una politica economica. Allora la decisione di uscire dall'euro, la decisione di rinegoziare la nostra posizione all'interno dell'Europa Unita e la decisione di come poi indirizzare la nostra economia, è una decisione politica. La MMT non mi risolve questo problema, assolutamente no. Quindi direi che è una parte tecnica di un processo molto molto più ampio, che però è un processo politico. Non dimentichiamoci che l'economia è sempre subordinata alla politica e questo è l'errore che fanno in molti. Qual è l'errore fondamentale del neoliberismo? Che l'economia funziona meglio. Ricordiamoci Reagan. Reagan è quello che ha lanciato: qual è il vostro problema? Il problema è lo Stato, è il Governo, quindi riduciamolo e sostituiamo il mercato. I risultati sono disastrosi. La teoria marxista, per esempio, anche la teoria di Ricardo, la teoria di Adam Smith, erano teorie sociologiche, politiche ed economiche. Di questo abbiamo bisogno, di tornare a quel tipo di politica che vede l'economia come una sua branca importantissima, ma che prende delle decisioni. Oggi come oggi c'è un tentativo di controllo da parte dell'élite del mercato. Il mercato è libero e quindi il mercato si regola da solo e praticamente dà a questa élite una serie di risultati negativi proprio perché il mercato è libero, quindi non crede alle élite; le élite cercano di condizionarlo. Quindi il mercato è una grandissima forza democratica, ma il mercato non è la politica. Nel senso, il mercato crea anche dei grandi squilibri nella ricerca del profitto. Quindi le due cose sono assolutamente relazionate. Cioè l'élite non può controllare il mercato. Solamente lo Stato può regolarizzare il mercato, non controllare. Ma se io do al mercato il potere dello Stato, allora è la fine. È quello che sta succedendo oggi, che alcune élite, che sono élite del denaro, cercano di manipolare il mercato. Ecco quello che sta succedendo.
MESSORA: Democrazia vendesi.
NAPOLEONI: Infatti! Democrazia vendesi.
MESSORA: L'Europa Unita è un processo elitario ottenuto senza il consenso dei popoli, tutte le volte che sono stati consultati hanno spesso risposto di no. Tu sei europeista oppure credi che l'Europa debba in qualche maniera disgregarsi o come debba trasformarsi?
NAPOLEONI: No, io sono a favore dell'Europa. Secondo me l'idea dell'Europa è fantastica. Nel senso che noi ci siamo trucidati a vicenda per 2000 anni e adesso invece siamo in pace. In passato una crisi tipo questa sarebbe sfociata in un conflitto, ce lo dice la storia. Quindi sicuramente questo l'Europa ce l'ha dato, ci ha dato un'area di pace. Però l'Europa va fatta nel modo giusto, come avevano pensato i famosi padri fondatori dell'Europa. È un processo lunghissimo. Immaginiamo che noi nel giro di 50 anni riusciamo a risolvere i problemi culturali, le tensioni politiche, i risentimenti e via dicendo, di 2000 anni di sangue in Europa. È impossibile. Allora bisogna avere pazienza e non manipolare questa Europa. Perché, insomma, l'euro esiste oggi perché c'è stata una manipolazione da parte della signora Thatcher e di Francois Mitterand con la caduta del muro di Berlino. Nessuno aveva pensato che l'euro sarebbe arrivato nel 2000. Anzi l'euro era, diciamo, l'ultimo obiettivo da raggiungere dopo un processo di integrazione, che iniziava con un'integrazione commerciale, passava per un'integrazione economica, arrivava a un'integrazione fiscale, politica, e poi, alla fine, c'era questa monetina, il premio di questo lungo processo. Invece no. Crolla il muro di Berlino, Helmut Kohl riunifica la Germania. Guardate che io che l'ho vissuto molto da vicino, perché io ho lavorato oltrecortina, dall'80 all'82 io ho lavorato con la Banca Nazionale d'Ungheria e quindi ho vissuto oltrecortina e conosco quelle zone, poi ho lavorato per tre anni per una banca russa, nel 1984-85 l'idea che quel muro crollasse era assurda. Il muro è crollato improvvisamente, ha preso tutti in contropiede. Noi non ce lo ricordiamo perché noi abbiamo una memoria cortissima, infatti non ci ricordavamo che Mario Draghi aveva guidato le privatizzazioni del '92, quindi figuriamoci se ci ricordiamo con quale velocità è crollato il muro. Allora, Mitterand e la signora Thatcher, siamo in piena guerra fredda ancora, cioè la mentalità del politico occidentale era stata forgiata con l'idea che la guerra fredda sarebbe durata per sempre, questi due vengono presi dal panico, infatti io racconto nel libro che quando fu detto a Mitterand che Kohl aveva iniziato le negoziazioni per la riunificazione, ebbe una crisi isterica che è durata mezza giornata. Nel senso, lì era il panico più totale perché la Germania riunificata è chiaro che sarebbe diventata la più grande potenza, perché la Germania è sempre stata la più grande potenza, i numeri ce lo dicono, per cui la decisione fu: acceleriamo l'euro e imponiamo l'euro alla Germania, di modo che la Germania sarà legata a noi a doppio filo e quindi noi la terremo sotto controllo. L'euro ha dato alla Germania la possibilità di essere la super potenza che è oggi. La Germania nel 1989, con la riunificazione, si trovava in condizioni economiche molto molto peggiori delle nostre, perché non dimentichiamo che la Germania dell'Ovest ha riunificato ed ha eguagliato il marco della Germania dell'Est al marco della Germania dell'Ovest. Lo sforzo economico è stato assolutamente enorme. Infatti hanno alzato i tassi di interesse perché non ce la facevano e lì c'è stato un movimento di capitali massiccio, perché chiaramente i capitali si spostano secondo il tasso di interesse, ed hanno pagato questa riunificazione attraverso questa manovra finanziaria che chiaramente gli è costata tantissimo, perché la Germania poi ha dovuto ripagare. Però adesso con i tassi praticamente allo 0,75%, all'1%, sta guadagnando su questo processo. Quindi ci ha guadagnato all'inizio e ci ha guadagnato anche alla fine. Ma tutto questo perché c'è l'euro. Se non avessimo avuto l'euro tutto questo non sarebbe successo, perché il marco tedesco oggi come oggi sarebbe alle stelle, quindi questo avrebbe frenato l'esportazione. La Germania è il secondo esportatore al mondo. Dopo la Cina c'è la Germania e poi ci sono gli Stati Uniti. Quindi quella politica isterica della signora Thatcher e di Mitterand è alla base di quello che è successo. Gli inglesi infatti nel '92 hanno cacciato la signora Thatcher e anche in malo modo, perché la signora Thatcher insisteva sul Trattato di Maastricht, voleva appunto entrare nell'euro e l'hanno cacciata. Quindi il suo stesso partito l'ha cacciata. Hanno eletto John Major che è andato a Maastricht e ha detto “noi non c'entriamo, perché questa è una camicia di forza e potrebbe diventare un cappio al collo”.
MESSORA: E noi ci siamo entrati.
NAPOLEONI: Noi ci siamo entrati, abbiamo svenduto il patrimonio nazionale, ci hanno fatti entrare i signori appunto che poi sono andati a lavorare per Goldman Sachs. Perché ci siamo entrati? La risposta è semplice: perché l'entrata nell'euro ha sancito la transizione tra la prima e la seconda Repubblica. Non dimentichiamoci che il '92 è stato anche l'anno delle stragi. Quindi c'è una transizione politica in cui la vecchia Democrazia Cristiana, il Partito Comunista, cioè quelle entità che erano tipiche della guerra fredda, si dissolvono e ne nascono delle altre e queste altre ottengono la loro legittimazione attraverso il progetto europeista. È l'Europa che legittima queste forze. Quindi noi dobbiamo entrare nell'euro.
MESSORA: Ci hai dato una grandissima spiegazione, perché questo dubbio mi attanagliava fin da una precedente intervista con Nino Galloni che raccontava questo processo che aveva vissuto dall'interno con Andreotti e però non riuscivamo a capire come mai i nostri politici avessero accettato questa proposta di deindustrializzazione italiana che si porta dietro l'ingresso nell'euro insieme a tutto il resto. Adesso invece abbiamo capito che è stato un gioco politico per una transizione tra un vecchio ceto politico e il nuovo ceto politico.
NAPOLEONI: Assolutamente. Infatti io ne parlo nel libro, ci sono due capitoli dedicati a questo, perché il '92 è un anno fondamentale. Fondamentale per l'euro, è un anno fondamentale per noi, ma anche un anno fondamentale per l'Europa in genere, perché l'Inghilterra, che si trova in una situazione del tutto simile alla situazione italiana, perché l'Inghilterra non regge allo SME; il motivo per il quale noi abbiamo svalutato è perché c'è stata questa massiccia speculazione nei confronti della lira, partita da Soros, perché la lira non reggeva all'interno dello SME, quindi questo serpente monetario dentro il quale le monete potevano oscillare solamente del 2,5% in positivo o in negativo, e nel caso dell'Italia e della Gran Bretagna del 6%. Quindi non reggono queste economie. Allora che succede? Si spacca questo sistema e l'Inghilterra si trova nella stessa situazione dell'Italia. L'Inghilterra non fa una svalutazione come quella italiana perché non ha Soros che la sta minacciando, però il tasso di interesse dell'Inghilterra – io abitavo in Inghilterra in quel periodo – sale al 18%. Io avevo un mutuo e ho dovuto praticamente prendere un secondo lavoro perché non ce la facevo. Noi avevamo contratto un mutuo al 5%, nel giro di due anni è andato al 18. Quindi l'Inghilterra stava in ginocchio, assolutamente in ginocchio, esattamente come stavamo noi. Però gli inglesi non svendono il patrimonio nazionale per risanare le finanze ed entrare nei parametri di Maastricht, ammettono che non possono entrarci, ammettono che non ce la fanno perché non hanno un'economia che sia in grado di poter reggere le economie invece degli altri paesi. Noi non lo facciamo. È chiaro che noi non lo facciamo per motivi politici, non per motivi economici. L'Inghilterra non doveva legittimare nulla. Cacciata la signora Thatcher il Partito Conservatore ha continuato a gestire il paese, ma qui la Democrazia Cristiana non c'era più, qui il Partito Comunista non c'era più. Ecco qual è la spiegazione.
MESSORA: Se usciamo dall'euro dobbiamo uscire anche dall'Europa? Della sovranità nazionale cosa ne pensi?
NAPOLEONI: No, noi non dobbiamo uscire dall'Europa. La Gran Bretagna, la Svezia, la Danimarca non fanno parte dell'euro però stanno in Europa esattamente come ci stiamo noi, quindi si può benissimo uscire. Non esiste un protocollo per farlo, però lo creiamo, lo facciamo, lo negoziamo, nel senso che nulla dura per sempre, sicuramente non gli imperi né tantomeno le unioni tra nazioni. Ma soprattutto noi siamo un paese sovrano, quindi possiamo fare quello che vogliamo, possiamo negoziare quello che vogliamo fintanto che rimaniamo un paese sovrano. Certo, se poi non siamo più un paese sovrano e diventiamo una colonia, la situazione cambia.
MESSORA: Anche perché stiamo firmando un memorandum di intesa su memorandum e ci stiamo impiccando con i Fondi salva-Stati come il MES, poi sarà sempre più difficile dire “no, scusate, vorremmo fare un'altra strada”.
NAPOLEONI: Certo. Apposta “Democrazia vendesi”, perché più andiamo avanti meno democrazia abbiamo, ma anche meno sovranità nazionale abbiamo, fino al momento in cui non ne avremo più nessuna. Già il debito è un cappio.
MESSORA: Ma tu la vedi una soluzione possibile, nella pratica?
NAPOLEONI: Ma certo.
MESSORA: uno potrebbe davvero farlo in Italia o è quasi impossibile? Adesso forse si attrezzeranno per un Monti bis...
NAPOLEONI: Due anni fa a chi avesse detto che la Grecia avrebbe negoziato il 95% di sconto del proprio debito e che non sarebbe implosa, la gente avrebbe detto “ma scherzi? È impossibile”. Su tutti i mercati la Grecia la davano per spacciata, invece è arrivato Mario Draghi, ha fatto queste manovre, che poi ha fatto esattamente quello che gli economisti dicevano che avrebbe dovuto fare: stampare cartamoneta. Però l'ha fatto in un modo in cui nessuno lo sa che lo ha fatto. Cioè in Germania, in Olanda, in Finlandia, c'è il sospetto però non è sicuro.
MESSORA: Sì, però non sono uscite dall'euro. Quello che vorremmo fare noi è uscire dall'euro.
NAPOLEONI: No, ma uscire dall'euro è la stessa cosa, cioè nel senso che tutto si può fare, purché si faccia bene. Noi non siamo in emergenza ancora, ma lo saremo molto presto perché questo è un debito ingestibile. 2.000 miliardi! Quindi noi alla fine del 2013 staremo peggio di come stiamo oggi. Arriveremo a un punto, magari non nel 2013 ma nel 2014, nel 2015, in cui i mercati diranno “ma questi? Gli vogliamo ancora dare dei soldi? Ma non vedete che praticamene la situazione non si risolve?”. Il Giappone è una nazione che ha un debito molto elevato rispetto al PIL, 200%.
MESSORA: Però è interno.
NAPOLEONI: Però è interno, quindi quello non è un problema. Ma nel momento in cui noi abbiamo bisogno di soldi che vengono da fuori... Il Giappone ha la sovranità nazionale, il che vuol dire che il Giappone può stampare tutti i soldi che vuole, li può mettere in circolazione nelle banche e le banche possono acquistare il debito. Ma noi questo non lo possiamo fare, quindi noi siamo dipendenti dall'estero, dalle banche estere e dal denaro all'estero. Arriverà un punto in cui non ce li daranno più o se ce li danno, ce li danno a tassi molto elevati. Quindi prima di arrivare alla crisi totale e di ritrovarci in emergenza, negoziamo prima, negoziamo in tempi di pace, diciamo. Però ci vuole una classe politica che sappia fare questo. Siccome noi abbiamo una classe politica che opera solamente in emergenza perché è una classe non democratica, perché solo chi non è democratico approfitta delle situazioni eccezionali per poter prendere delle decisioni che non sarebbero mai approvate. Noi abbiamo approvato il Fiscal Compact, che è il pareggio di bilancio, senza sapere quello che facevamo. Noi ogni anno dobbiamo tagliare 50 miliardi. Mettiamo caso che nel 2012 si verifica una grandissima alluvione e che noi dobbiamo ricostruire una parte dell'Italia, una grossa regione, noi però abbiamo il Fiscal Compact e quindi non lo possiamo fare. Perché dove li troviamo quei 50 miliardi in più dei 50 miliardi? Perché noi dobbiamo tagliare 50 miliardi! Allora tagliamo la scuola. Ma se io ho una spesa eccezionale, la scuola la taglio non del 10%, la dovrò tagliare del 70%, perché come faccio poi a trovare i soldi per risolvere questo problema di un disastro naturale? Allora io dico, ma questi che l'hanno firmata, ma a che cosa pensavano in quel momento, in Parlamento? Oppure stavano tutti sull'Ipad e stavano su Twitter e Facebook?
MESSORA: Questo è incomprensibile. Io so perché Monti l'ha firmato, perché Monti vuole costruire gli Stati Uniti d'Europa e gli servono dei paesi deboli perché così riesce a fare l'Europa politicamente unita. Quelli che, giustamente tu dici, stavano con l'Ipad in mano, non si capisce che pensavano, che cosa hanno avuto un cambio. Anche lì è un mistero incomprensibile.
NAPOLEONI: Ma io non ho capito. Ma Monti chi è? Un nuovo dittatore? Monti vuole fare l'Europa? Ma è un giocattolo? Ma stiamo giocando a Monopoli? Non ho ben capito. Questo è un paese sovrano. Siamo tutti sovrani. Se vogliamo fare l'Europa la devono fare i cittadini, la devono fare gli italiani, i francesi, gli spagnoli, no Mario Monti. Però questa è la mentalità di chi non vive nella realtà, perché questi sono individui che non vivono a contatto con la realtà, si muovono con la scorta di sei persone, hanno l'autista che li porta da A a B. Io dubito che Mario Monti sia mai salito su un autobus. Forse magari quando andava a scuola dai Gesuiti, non lo so. Però io che prendo l'autobus, prendo il treno e non ho la scorta, non ho l'autista, vivo in un'altra dimensione. Mario Monti ha scritto questo libro che è uscito quasi in contemporanea al mio, lui l'ha presentato e c'era un articolo mi sembra su La Repubblica, chiaramente, dove c'è questa foto... Mario Monti ha presentato il suo libro sull'Europa a Bruxelles, di fronte a una folla di euroburocrati. Io sono praticamente tre settimane che giro l'Italia sui treni, i traghetti e via dicendo e lo presento alla gente comune. Ecco, questa è la differenza. Noi avremmo più bisogno di gente tipo me che invece di andare a Bruxelles a parlare agli eurocrati, parla alla gente. Le campagne elettorali ormai non le fanno più così, le fanno a Bruxelles. È significativo. Bersani va a Bruxelles, Bersani va a Berlino, incontra la Merkel in campagna elettorale. Ma quando mai un politico britannico durante una campagna elettorale, a due settimane dalle elezioni, va a Berlino? Ma sarebbe uno scandalo pazzesco! Perderebbe una quantità incredibile di voti! Invece no, qui viene presentato come un bel gesto: bravo! È quello che noi vogliamo che tu faccia! Non lo so, saranno trent'anni che vivo all'estero ma certe volte non capisco.
MESSORA: Noi avevamo bisogno di qualcuno che rappresentasse gli interessi degli italiani all'estero e ci siamo trovati qualcuno che rappresenta gli interessi esteri in Italia.
NAPOLEONI: Esatto. Ecco perché vanno a Berlino. Ma guarda che questa cosa che vanno a Berlino a due settimane dal voto è molto significativa e tutti i giornali la presentano come una cosa positiva.
Grazie a Maria Laura Borruso per la trascrizione
domenica 17 febbraio 2013
venerdì 15 febbraio 2013
Grillo soluzione 30%
di Nicodemo
Mi chiedo, e se Grillo prendesse il 30% (cosa probabile a dar
retta alle sensazioni e a qualche sondaggio clandestino) e Bersani il ventinove,
il ventotto o addirittura meno, cosa succederebbe? Chi verrebbe eletto presidente del consiglio? Che
farebbero i grillini in parlamento, senza una guida, senza una strategia, senza
esperienza? E poi per la politica estera come le mettiamo? Già è vero si farebbe
una sorta di assemblea telematica permanente e deciderebbero di tutto ciò i cittadini. Buonanotte.
Sono domande che tutti si pongono, ma a ben pensarci quelli che votano M5S le domande se le fanno più per una consecutio logica che per ambascia elettorale, perché la risposta che si danno è semplice: chi se frega cosa faranno Grillo e i grillini. La cosa che vogliono tutti coloro che hanno deciso di affidare le sorti della nazione a Grillo è una sola: fare fuori questa classe politica con tutto il marciume che si porta dietro, poi si vedrà. L’ex comico genovese è l’unico che da un reale speranza di cambiamento a questo paese, ormai si è capito, ed è l’unico che diffonde un messaggio non gravato da pesanti eredità del passato e che allo stesso tempo stimola la ricerca di novelty seeking degli esseri umani, e pungola il loro istinto del gioco. Voto (gioco) per vincere una scommessa, quella di riuscire a mandare al governo gente che con la vecchia politica non ha niente a che fare. E’ un’occasione troppo allettante. Mettiamoci anche la rabbia, la disperazione per i tanti soprusi e le tante ingiustizie e il gioco è fatto. Dall’altre parte cosa abbiamo: la licenza di uccidere e fare strame della civiltà per il proprio profitto, anche questo un istinto molto forte degli umani, e l’apparente saggezza di chi propone soluzioni ragionate e rassicuranti. Chi prevarrà? Il Grillo novità, rabbia, disperazione e vendetta contro i soprusi e le inequità, i Bersani - Monti, dioscuri di una ragione agognata in tempi di crisi, che nasconde l’inganno dell’austerità del “lo vuole l’Europa”, lo vogliono i mercati, Dio, mia nonna, o prevarrà addirittura il Berlusconi delitto senza castigo, mignotte e sogni a costo zero per tutti. Fra non molto lo sapremo.
Sono domande che tutti si pongono, ma a ben pensarci quelli che votano M5S le domande se le fanno più per una consecutio logica che per ambascia elettorale, perché la risposta che si danno è semplice: chi se frega cosa faranno Grillo e i grillini. La cosa che vogliono tutti coloro che hanno deciso di affidare le sorti della nazione a Grillo è una sola: fare fuori questa classe politica con tutto il marciume che si porta dietro, poi si vedrà. L’ex comico genovese è l’unico che da un reale speranza di cambiamento a questo paese, ormai si è capito, ed è l’unico che diffonde un messaggio non gravato da pesanti eredità del passato e che allo stesso tempo stimola la ricerca di novelty seeking degli esseri umani, e pungola il loro istinto del gioco. Voto (gioco) per vincere una scommessa, quella di riuscire a mandare al governo gente che con la vecchia politica non ha niente a che fare. E’ un’occasione troppo allettante. Mettiamoci anche la rabbia, la disperazione per i tanti soprusi e le tante ingiustizie e il gioco è fatto. Dall’altre parte cosa abbiamo: la licenza di uccidere e fare strame della civiltà per il proprio profitto, anche questo un istinto molto forte degli umani, e l’apparente saggezza di chi propone soluzioni ragionate e rassicuranti. Chi prevarrà? Il Grillo novità, rabbia, disperazione e vendetta contro i soprusi e le inequità, i Bersani - Monti, dioscuri di una ragione agognata in tempi di crisi, che nasconde l’inganno dell’austerità del “lo vuole l’Europa”, lo vogliono i mercati, Dio, mia nonna, o prevarrà addirittura il Berlusconi delitto senza castigo, mignotte e sogni a costo zero per tutti. Fra non molto lo sapremo.
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martedì 12 febbraio 2013
L'infallibilità del papa
di Tonino D'Orazio
Papa Ratzinger, si
dimette. Dopo 700 anni, un nuovo “gran rifiuto”. (Celestino V
lasciò nel 1296). Le motivazioni sono “political correct”.
Primo, la malattia che lo
ha indebolito. Secondo, la volontà di ritirarsi per meditare,
restando però in un piccolo monastero all'interno della Città del
Vaticano. Infine perché non è più in grado di esercitare il
magistero papale. Ormai lo sguardo era vagante, sperduto, assente, le
parole uscivano a stento e il viso era più che sofferente. La
televisione non perdona. A volte una immagine cristallizza la realtà
più delle parole.
Ratzinger, grande Alfiere
della Tradizione, Guardiano inflessibile e fortemente ideologico
della purezza della linea, della fede e soprattutto della catechesi
della chiesa cattolica romana, il suo gesto è stato di una grande
coerenza. Introduce però un elemento di una pesantezza teologica
enorme, sulla quale sorvoleranno tutti in questi giorni.
L’infallibilità del papa.
Quanti morti vi sono
stati nel passato per ribadire questo concetto “sacro”, tanto
quanto sacro erano i papa-re e in genere tutti i re assoluti che
avevano ricevuto la loro missione direttamente da Dio con la
benedizione della Chiesa, per secoli, compresi un po’ di dittatori
cattolicissimi del secolo scorso. Ratzinger ribadisce che oggi
l’infallibilità è “a tempo”. Già l’altro papa precedente,
quello dello spettacolo e delle manifestazioni di massa, aveva
accennato al problema indicando l’età dei cardinali in massimo 80
anni per andare in pensione e non pensare più all’eventuale sbocco
di carriera papale. L’arteriosclerosi e l’Alzheimer sono problemi
umani di grande pietà per tutti. È l'ammissione che un papa è
anche un uomo. E’ ammettere che un uomo solo non è più quello che
può decidere da solo nella Chiesa? E’ ammettere che la Chiesa sia
diventata più difficile da “governare”? Lo si può desumere come
“abbandono del campo” dalle parole del fratello Georg al giornale
Die Welt: "Mio fratello si augura più tranquillità
nella vecchiaia"? Speriamo che non siano vere e proprie
“dimissioni” dovute allo spostamento di ingenti somme e conti
correnti vaticani dello Ior sulla banca tedesca Deutsche Bank,
nell’occhio del ciclone, sotto accusa dalla Consob americana e
tedesca. Anche Bankitalia vigila su un sospetto flusso di riciclaggio
in Vaticano, attraverso pagamenti elettronici su bancomat e conti del
gruppo tedesco, alle prese di un buco gigante di quasi 3 miliardi di
dollari, ad oggi, (ma potrebbero essere presto di 12 miliardi) e in
procinto di fallire se non riesce ad ottenere soldi dalla Merkel o a
drenare soldi sul massacro sociale dei paesi mediterranei.
Le implicazioni relative
e consecutive alla caduta di questo tabù dell’infallibilità
potrebbero presupporne ragionevolmente altri nel futuro? Forse che il
Concilio Vaticano Secondo di papa Roncalli stia tornando
prepotentemente alla ragione dei fatti e alla modernità di quelle
tesi nelle difficoltà sociali mondiali attuali, quantunque quattro
papi abbiano tentato di annullarne gli effetti?
Un attimo di
complottiamo. Il 28 febbraio, mese completamente di ciclo lunare e
della fecondazione, è stato scelto in modo simbolico? Se le profezie
di San Malachia di Armag, redatte o dettate dal santo nel 1139, sono
esatte aspettiamoci adesso, con una fumata bianca, o “il papa nero”
(motto andato perduto, ma simbolo, testa di moro, presente
nello stemma di Ratzinger e nelle profezie di Nostradamus) o Petrus
Romanum, altri scrivono Secundus, l’ultimo papa prima della fine
del mondo, o della Chiesa Romana. Lasciamo la discussione agli
esegeti o agli esoterici, sia sulle errate cronologie sia sulle
piacevoli fantasticherie. Noi, come direbbe Gioacchino Belli, avremo
poco da ridere se il nuovo papa dovesse sorriderci. Il terrore degli
atei viaggia attraverso i secoli.
Il reddito minimo garantito. Tutto quello che non si è mai detto
Un articolo del 2008, ma vale la pena di rileggerlo
di Gianni Perazzoli, da MicroMega 3/2005
1. Italiani/europei. Quello che sto per raccontare potrebbe suonare a molti incredibile. In Gran Bretagna a partire dai 18 anni chi non ha un lavoro e non ha risparmi per più di 12.775 euro ha diritto all' Income-based Jobseeker's Allowance, a circa 300-350 euro mensili per un periodo di tempo illimitato . A questa cifra si devono aggiungere l'affitto dell'alloggio (Housing Benefit) e tutta una serie di assegni per i figli. In Francia, invece, per avere diritto al Revenu minimum d'insertion (Rmi) bisogna aver compiuto 25 anni (non si applica la condizione dei 25 anni per i disoccupati con figli). Il Rmi prevede (nel 2005) l’integrazione del reddito a 425,40 euro mensili per un disoccupato solo, che diventano 638,10 euro se in coppia (proprio così, laicamente: couple); 765, 72 se la coppia ha un figlio, 893,34 per due figli e 170, 16 euro in più per ogni altro figlio. Una coppia con tre figli arriva quindi ad avere più di 1.150 euro di Revenu minimum d'insertion.
Nel nostro paese non si è mai saputo bene che cosa sia nella realtà dei paesi europei il reddito minimo. Non siamo consapevoli di rappresentare (in compagnia della Grecia) un'eccezione in Europa. Se ci fosse stata una volontà di occultamento di questa realtà, essa non avrebbe potuto raggiungere meglio il suo obiettivo. Ciò che in Europa è il minimo, la base, il punto di partenza, da noi costituisce l’oggetto di indagini sociologiche: ciò che dovrebbe costituire il punto di partenza di un programma di sinistra (che voglia proporsi almeno di recuperare il tempo perduto) rimane ancora da noi una realtà avvolta nelle ombre di un iperuranio di provincia.
Il reddito minimo è un sussidio riconosciuto a tutti come diritto soggettivo: ne beneficiano coloro che non hanno un lavoro o hanno un reddito basso. In Germania la riforma restrittiva introdotta nel 2005 indica che tra 16 e i 65 anni si può disporre dell'Arbeitslosengeld II di 345,00 euro al mese. In più i costi dell'affitto e del riscaldamento (Miete und Heizkosten). Riporto un esempio preso direttamente da un fonte ufficiale tedesca. Una famiglia composta da due figlie di 12 e 14 anni, nella quale il padre è disoccupato e la madre ha uno stipendio da un lavoretto part-time di 750 euro lordi e le due figlie 308 euro al mese di Kindergeld (che è un versamento che riguarda i figli), è considerata dalla riforma bisognosa di un incremento di reddito. Fatti i dovuti calcoli, questa famiglia ottiene un'integrazione del salario che la porta a disporre complessivamente di 1665 euro al mese netti .
Se questi dettagli sono poco noti, più noto è invece il racconto del rovinoso tramonto dello stato sociale europeo. Anche perché legioni di novelli Oswald Spengler, vedendosi troppo stretti nel ruolo di giornalisti, non perdono occasione per dimostrare il loro straordinario orecchio per ogni possibile accenno di Untergang : di declino, di decadenza. Di nuovo però ci si limita a rimanere nel generico, ai grandi scenari, e si trascurano i dettagli. Che però sono interessanti. Ad esempio, dopo la riforma restrittiva del 2005, i disoccupati tedeschi di lungo periodo non hanno più – in aggiunta al normale sussidio - i soldi per i mobili e per i vestiti. Non potranno neanche più usufruire del sussidio all'estero senza una ragione attinente alla ricerca di un lavoro (non possono andare, in altre parole, in vacanza con il sussidio).
Di qui la domanda spontanea: disoccupazione e precarietà significano la stessa cosa in Francia (o in Portogallo) e in Italia?
In Italia non solo non c'è niente di simile, ma – fatto questo da non sottovalutare – qui da noi riesce a molti già difficile credere a quanto appena letto. Gli increduli non si rattristino, ci siamo passati tutti: questo è il genere di informazioni più trascurate in assoluto dai nostri media. Così ci riesce difficile credere che in Spagna Zapatero progetti di portare il salario minimo interprofessionale a 600 euro per 14 mensilità, ma non facciamo alcuna difficoltà a credere che da noi si possa lavorare «regolarmente» in un call center per soli 300 euro mensili (o addirittura, come dimostra un'inchiesta del Manifesto, per 100 euro). Come si è potuti arrivare a questo?
A proposito di telefoni: in Francia, se siete disoccupati, «vous bénéficierez de la réduction sociale téléphonique» . Réduction sociale téléphonique? La «riduzione sociale sul telefono». Cielo! Ma questo, non sfugge a nessuno, che è linguaggio da centro sociale, da no global: possibile che i francesi siano giunti a tanto? Il loro welfare prevede non solo il fatto, ma persino l'espressione «riduzione sociale». Che rozzezza! E pensare che noi li immaginavamo dediti ai profumi e alla moda. La giustificazione addotta è che il disoccupato non deve isolarsi: il telefono gli serve anche per trovare un lavoro. Cari amici francesi, vi prendete troppo sul serio!
2. Un ritardo surreale. Agli increduli si prepara però un nuovo colpo. Non è da oggi o solo da ieri che il reddito minimo garantito è una realtà per la Gran Bretagna, la Germania e i Paesi scandinavi. Basti dire che Eric Hobsbawm sostiene nel Secolo breve che il reddito minimo avrebbe avuto un ruolo nel rendere i soldati inglesi più attaccati alla loro patria e dunque anche più combattivi.
In forza di questa lunga tradizione, inoltre, e a dispetto del luogo comune del tramonto del welfare europeo, già nel lontano 24 giugno 1992 l'«Europa» aveva invitato gli Stati membri ad adottare il reddito minimo nei loro sistemi di welfare. Ma la questione, in Italia, non è mai assurta veramente alla dignità del pubblico dibattito. Questo fatto suscita stupore nello stupore. Una cosa infatti è nominare di sfuggita il reddito minimo d'inserimento, un'altra è spiegare bene che cosa è in Europa il reddito minimo d'inserimento. La raccomandazione 92/441 Cee sulla Garanzia minima di risorse impegnava già nel 1992 tutti gli stati membri ad adottare delle misure di garanzia di reddito come un elemento qualificante del modello di Europa sociale. Si apprende così che non c'è dunque solo Maastricht (e i fondi europei gestiti a pioggia). Ma vai a saperlo! Un'accelerazione di questa politica di sicurezza c'è stata nel 2000 con il vertice di Lisbona e di Nizza. Tanto per capire: anche il Portogallo e la Spagna hanno seguito la direttiva, mentre inadempienti sono rimaste l'Italia e la Grecia. E questo nonostante il fatto che, secondo un'indagine del Censis, ben il 93% degli italiani si dichiara favorevole ad «attivare un meccanismo di integrazione del reddito per disoccupati e percettori di bassi redditi» .
Molti non sanno che in Italia si è sperimentato una specie di reddito minimo d'inserimento in pochi comuni del Nord e in alcune zone della Campania. La sperimentazione ha avuto inizio con il governo Prodi, ed è stata interrotta dal governo Berlusconi. Solo in alcune zone della Campania è stata proseguita da Bassolino con i mezzi della Regione . Ma insomma, piccoli passi.
La Francia è arrivata molto in ritardo al reddito minimo rispetto all'Inghilterra o alla Germania: lo ha adottato "solo" a partire dal 1 dicembre 1988. Mitterand in persona ha presentato solennemente alla nazione francese l'adozione del Revenu minimum d’insertion social con una manifestazione alla Sorbonne, ad indicare il coinvolgimento del mondo intellettuale nella conquista di questo istituto . Da noi, quasi vent'anni dopo, se ne parla ancora tra addetti ai lavori. Un’inchiesta approfondita di carattere sociologico dovrebbe far luce sulle ragioni della perplessità italiana verso il reddito minimo. È possibile stilare una specie di casistica delle reazioni e delle obiezioni ricorrenti in Italia una volta che si sia posti di fronte a questa realtà. Dopo la meraviglia (la meraviglia davanti a una realtà condivisa da milioni di persone oltre le Alpi), la tendenza di solito è quella di ridurre l'ignoto al noto. Questa attitudine spontanea suggerisce sistematicamente di attribuire all'Italia una serie di difetti e problemi strutturali che renderebbero da noi impossibile qualcosa come il Rmi. Non ce lo meritiamo! Chi andrebbe più a lavorare? Oppure: aumenterebbe il lavoro nero! Ci dovrà pure essere, si pensa, una qualche Ragione Fondamentale che spieghi perché non si è adottato anche da noi il reddito minimo. È in sé, infatti, talmente poco credibile che possa non essere stata tenuta nel debito conto l'esperienza che hanno fatto gli altri paesi europei di problemi come la disoccupazione e la precarietà - che da noi sono gravissimi - che è comprensibile che si cerchi una Giustificazione.
Eppure, l'esperienza più che decennale degli altri paesi rimane come imbrigliata tra le vette alpine, e non riesce ad arrivare fin qui. Quello che si dice è poco, non ha colore né concretezza. L'idea che filtra da noi è che si tratti di misure dirette a contrastare la povertà, l'esclusione sociale. E qui immaginiamo, credo, delle situazioni limite: barboni, senza tetto. Per qualche oscura ragione non si distingue con chiarezza che il carattere universalistico di questi sussidi si rivolge per principio a tutti. Ma in Italia sembra quasi che solo con la giustificazione del soccorso dei poveri si possa accettare l'idea del reddito minimo. Le ragioni sono invece più complesse. Il reddito minimo è una delle ragioni che emancipa molto presto i figli dalle loro famiglie in molti paesi europei. I figli della mia padrona di casa in Inghilterra se ne andarono di casa raggiunti i 18 anni con il loro bravo reddito minimo. E la madre non se la passava affatto male: aveva un bel lavoro e una bella casa in uno dei migliori quartieri di Bristol. Certo, è vero, i suoi figli erano "poveri", come sono "poveri" però la maggioranza dei diciottenni. Basterebbe riflettere sul fatto che hanno diritto al reddito minimo, in Gran Bretagna – come già detto - coloro che, oltre a non avere un lavoro, non superano i 12.775 euro di risparmi per capire che la parola "povertà" è equivoca. In Germania, come in Svezia, il 50% di coloro che ricevono il reddito minimo sono giovani sotto i 21 anni .
Una delle ragioni della freddezza italiana verso il reddito minimo è l'idea (diciamolo, detestabile e ridicola) che l'assistenza debba provenire dalla famiglia. In Inghilterra, invece, oltre al Child Benefit, «which is paid to parents», esiste l'Education Maintenance Allowance, il cui aspetto affascinante è di non essere un sussidio versato ai genitori ma ai figli, «direct into the students own bank account», nel loro conto bancario . In ogni caso, però, pur con tutta la nostra dedizione alla famiglia, noi spendiamo la metà di quanto spendono gli altri per la famiglia. In Francia le coppie (che lavorino o meno) con almeno due figli hanno diritto alle Allocations familiales: 115 euro al mese; con tre figli gli euro diventano 262 e se i figli sono più di tre a questa cifra vanno aggiunti 147 euro (per ogni figlio in più). Per quanto tempo? Fino al compimento del ventesimo anno di età. Come si ottiene il sussidio? Non occorre fare domande. Viene versato automaticamente. La Prestation d'accueil du jeune enfant (Paje) è invece un aiuto pensato per ogni nato, ma anche per ogni bimbo adottato o «accolto in vista dell'adozione»: varia da 138 a 211 euro. Per la baby sitter sono previsti altri soldi. Poi c'è la Allocation de rentrée scolaire: è concessa a chi non supera un certo reddito (16.726 euro l'anno per un figlio; 20.586 euro per due figli; 24.446 per tre figli). Ammonta a 257, 61 euro ed è versata a fine agosto per tutti i ragazzi che vanno a scuola. Serve per comprare libri, colori e quaderni. Anche per quanto riguarda l'affitto in Francia la condizione per usufruire dei contributi è che l'appartamento sia «decente e abbia una superficie minima, proporzionata al numero degli occupanti». Mancando queste condizioni, il disoccupato o chi ha un reddito basso, perde il diritto alla sovvenzione. Se poi si decide di ristrutturare il proprio alloggio, sia che si sia proprietari sia che si sia inquilini, si ha diritto al Prêt à l'amélioration de l'habitat, un prestito statale.
Persino con Margaret Thatcher al governo, il reddito minimo funzionava senza problemi. Questo lascia capire quanto bisogno abbiamo noi di "cose di sinistra", se persino al tempo della Thatcher - almeno rispetto a queste questioni - gli inglesi stavano meglio di noi oggi. Non so quanti tra noi si rendano conto del fatto che la nostra situazione è imparagonabile a quella inglese, o francese, tedesca … perché è tra le peggiori in Europa: lo dice Eurostat. Da noi si trovano insieme questi fattori: maggior divario tra i redditi, maggior numero di disoccupati e precari, assenza totale di reddito minimo, affitti delle case alle stelle. Alla mancanza di un confronto positivo con gli altri sistemi europei ha contribuito anche un limite ideologico della sinistra italiana che si è trasformato in un limite cognitivo. La sinistra non poteva registrare dei fatti positivi in sistemi di cui si pensava comunque come alternativa. Ulteriore conseguenza è che, all'interno di queste analisi e delle relative categorie, tutte le vacche sono diventate nere: e si è persa l'individualità, l’assoluta specificità, del caso italiano.
3. Differenza tra indennità e reddito minimo d'inserzione sociale. Per non incorrere in equivoci e nelle trappole del gioco delle tre carte occorre distinguere indennità di disoccupazione e reddito minimo. Per il nostro discorso non interessa l'indennità di disoccupazione a favore di chi aveva un lavoro e lo ha perso, che esiste anche in Italia, ed è finanziata dai contribuiti sociali. Interessa, invece, il reddito minimo d'inserzione, che è finanziato nei paesi europei dalla fiscalità generale, e che in Italia non esiste.
La differenza è enorme. L'indennità di disoccupazione è un'assicurazione. Sicché, è vero che è prevista anche in Italia, ma attenzione: solo i lavoratori più «tipici» se la possono permettere, perché solo questi versano i contributi necessari. I precari, i lavoratori cosiddetti «atipici», coloro che ne avrebbero dunque più bisogno, non hanno, invece, alcuna indennità. Inoltre, l'indennità di disoccupazione dura (solo da pochissimo) un anno, dopo di che buona fortuna. Al contrario in Europa, il reddito minimo copre sia chi non ha ancora un lavoro sia chi ha perso il lavoro e non ha diritto all'indennità o perché l'ha esaurita o perché non ha versato i contributi. Nel Regno Unito la distinzione è chiara già nei nomi delle due diverse prestazioni: Contribution-based Jobseeker's Allowance per l'indennità di disoccupazione e Income-based Jobseeker's Allowance per reddito minimo garantito. Per la stessa ragione esiste l'Income support che è previsto, però, per chi lavora meno di 16 ore a settimana . Queste forme di sostegno del reddito, naturalmente, sono illimitate nel tempo.
Per avere l'indennità di disoccupazione in Italia occorrono almeno due anni di contributi, oppure 52 contributi settimanali negli ultimi due anni. In Francia per aver diritto all'indennità è necessario aver lavorato almeno 6 degli ultimi 22 mesi. L'ammontare dell'indennità viene stabilito con una media della retribuzione degli ultimi 12 mesi, secondo un sistema che salvaguarda i redditi più bassi. La durata dell'indennità varia da un minimo di 7 mesi ad un massimo di 60. A ciò si aggiungono circa 10 euro fissi al giorno, in determinate circostanze.
In Germania l'indennità di disoccupazione si chiama Arbeitslosenhilfe. Viene calcolata in base al netto dell'ultimo stipendio (il 60% e con figli il 67%), e non è una voce soggetta a tassazione. Fino al 2002 si aveva diritto alla sovvenzione dell'Arbeitslosenhilfe anche con un'occupazione di sole 12 ore alla settimana. Sarà sopravvissuta alla riforma restrittiva questa opportunità? Diciamo che per noi cambia veramente poco. La durata dell'indennità di disoccupazione varia dai 6 ai 32 mesi (per chi ha 57anni). Ma a partire dal 31.01 06 si porterà a 12 mesi con un massimo di 18 mesi per chi ha più di 55 anni. Dopo questi 12 mesi gli Arbeitslosen tedeschi dovranno accontentarsi dell' Arbeitslosengeld II che di fatto è illimitata. Naturalmente, queste leggi si applicano anche agli stranieri che risiedono in Germania con regolare permesso di soggiorno. I siti ufficiali hanno immancabilmente apprestato delle spiegazioni per loro, traducendo la normativa in chiari punti in italiano, arabo, turco .
Un altro capitolo importante riguarda le condizione per ricevere il reddito minimo. Il disoccupato è aiutato a condizione che voglia lavorare in futuro. Ora c'è un problema che noi non ci poniamo. In Europa succede che il disoccupato possa ricevere delle offerte di lavoro addirittura dall’ufficio di collocamento. Non deve sfuggire un fatto essenziale: in queste nazioni imprevedibili e bizzarre, gli uffici di collocamento sono molto efficienti.
Ora la cosa essenziale è notare che il lavoro in ogni caso deve essere conforme alle qualifiche del lavoratore e può essere rifiutato senza perdere i vari sussidi qualora non rispondesse a queste qualifiche e se non rientrasse in determinati requisiti che sono definiti per legge. Ad esempio, se è troppo lontano dal proprio luogo di residenza. In Danimarca, a proposito di modello nordico, i disoccupati di lungo periodo hanno l'obbligo accettare il lavoro che l'ufficio di collocamento trova per loro, pena la progressiva diminuzione del sussidio.
4. Assenza dal dibattito pubblico. Lo si è detto, stupisce che una questione di grande rilevanza, come è, senza dubbio, quella del reddito minimo, non sia già da tempo un tema di pubblico dibattito e di pubblico dominio, ma rimanga un argomento confinato alle analisi sociologiche. Stupisce che la frase "il mercato del lavoro richiede oggi flessibilità" non si completi automaticamente con "e un reddito minimo garantito, come in tutti gli altri paesi europei". Insomma, è un fatto politicamente rilevante che in Italia non sia abbia una rappresentazione adeguata di che cosa sia il reddito minimo in Europa. C'è poco da girarci intorno. È solo colpa dei mezzi di comunicazione di massa? Da quando, vent'anni fa, feci esperienza diretta di queste cose vivendo in Inghilterra, ho avuto sempre l'impressione che in Italia si vivesse chiusi in una sorta di realtà parallela incomunicante con il mondo circostante. Curiosamente, sappiamo tutto delle bizzarrie della monarchia inglese, grazie ai "gustosi" servizi dei tg nazionali: caccia alla volpe, monellate dei principotti, matrimoni e tradimenti, diari e scandali. Non interessa invece il fatto che, mentre disoccupazione e precarietà in Italia sono prive di una reale copertura che non sia la famiglia, in Inghilterra chi non lavora, chi ha un reddito basso, o anche solo un diciottenne con la chitarra in mano, viene spesato anche dell'affitto della casa.
Eppure, ben lungi dall'essere una fantasia di utopisti, il reddito minimo funziona piuttosto bene in Europa: tant'è vero che il problema della disoccupazione non è più, in queste remote nations of the world, quello dell'indigenza, ma quello di ridurre il rischio (comunque molto limitato) costituito dalla cosiddetta "trappola assistenziale" che spinge alcune persone a rimanere nell'assistenza piuttosto che a lavorare. Molti studi hanno però dimostrato l'ovvio, e cioè che in linea di massima rimangono nell'assistenza coloro che avrebbero avuto comunque bisogno di assistenza .
Ma il vero vantaggio del reddito minimo è che permette di ridurre il condizionamento della disoccupazione nella scelta del proprio futuro lavorativo. Il reddito minimo permette di guardare al lavoro sotto una prospettiva che è più legata alla scelta, che non alla necessità. Il problema del lavoro tende – in linea di massima - a riguardare più il ruolo sociale, l'aspirazione individuale che non la ricerca del pane quotidiano. Non è detto che una persona debba voler far il cameriere o l'operaio, a vita fino alla pensione. Una maggior mobilità unita a garanzie sicure può essere, almeno per qualcuno, un'occasione di migliorare la propria posizione. In Italia invece il mezzo (il lavoro) diventa il fine. Ed ecco la paradossale locuzione dei cosiddetti lavori “socialmente utili” oppure le più banali assunzioni clientelari. Il lavoro tende a confondersi con il welfare. È un errore dunque minimizzare l'assenza tutta italiana del reddito minimo come una banale diversità di interpretazione dello stato sociale. Questa mancanza sembra rivelare qualcosa di più importante, qualcosa che affonda le radici nell’impianto sociale e politico del nostro paese, ne rispecchia il carattere autoritario e clientelare, lontano da un modello anche solo “liberale”.
L'introduzione del reddito minimo non si scontra con insormontabili limiti economici. Lo dimostra il fatto che molti paesi lo adottano. Per certi versi (e sorvolando sulle differenze sul modo di intenderlo) il reddito minimo mette d'accordo economisti molto diversi tra loro. L’economista neoliberista e premio Nobel Milton Friedman ha sostenuto con forza negli Usa, oltre alla celebre «riduzione delle tasse», anche l’opportunità dell’introduzione del reddito minimo, portando dalla sua parte molti economisti. Dall'altra parte, però, sostenitore del reddito minimo è stato anche l’economista neokeynesiano, anch’egli premio Nobel, James Tobin. In Italia Tito Boeri è spesso intervenuto a sostegno dell’introduzione del reddito minimo nel nostro paese. Da un punto di vista filosofico Antonio Negri nel suo Impero ha sostenuto la fondatezza del reddito garantito in senso universale basandosi però ancora su un’idea di retribuzione (per un lavoro svolto ma non riconosciuto). Per il filosofo ed economista Philippe van Parijs (belga ma attualmente professore ad Harvard) e per il nutrito gruppo di economisti e intellettuali di ogni nazione europea riuniti nel BIEN, si dovrebbe andare addirittura oltre gli attuali sussidi di disoccupazione . Il Basic income, da riconoscersi a tutti, ricchi e poveri, occupati e disoccupati, vale semplicemente come principio di garanzia di libertà - della libertà di passare il tempo a fare il surf sulla spiaggia di Malibù come della libertà di lavorare. Per quanto possa sembrare strano, secondo van Parijs, questa soluzione costerebbe addirittura meno dell’attuale sussidio di disoccupazione ed eviterebbe il rischio della cosiddetta «trappola assistenziale», perché lavorare non significherebbe rinunciare al sussidio . La proposta del Basic income non può apparire nella sua giusta luce se non si tiene presente la realtà dei sussidi di disoccupazione in Europa. Il Basic income è per certi versi figlio dei sussidi di disoccupazione, ne rappresenta l'evoluzione, la radicalizzazione del principio. Si pensi per esempio al fatto che in Austria il reddito minimo è considerato chiaramente un diritto soggettivo . Naturalmente il dibattito teorico sul reddito minimo è molto ampio e complesso (ma qui non è questo che interessa): un altro punto di vista sulla questione è, ad esempio, quello di André Gorz .
5. L'etica protestante e lo spirito del welfare. L'idea dominante da noi è che in tema di welfare nessuno possa fare miracoli, con l'eccezione di alcuni paesi alieni, come la Danimarca, la Svezia, la Norvegia. Così, paradossalmente, l'esperienza scandinava ha avuto da noi l’effetto di nascondere tutto quello che avveniva nel resto d’ Europa. Gli scandinavi fanno miracoli, il resto del mondo è invece come noi. Proprio l’eccezionalità ha finito per suggerire che non sono paesi il cui esempio possa essere seguito. Sì è vero, hanno tante belle cose : ma sono pochi, hanno più risorse, sono protestanti e via discorrendo. Si tratta, come ricorda ad esempio Michele Salvati (MicroMega, 1/05 p. 48), di «paesi piccoli, socialmente molto omogenei, di cultura protestante, e con sindacati e partiti molto robusti, esempio di un modello 'neo-corporativo', (e dunque di élite colluse e autoreferenziali) di cui i politologi fecero un gran parlare alcuni anni addietro». Capisco il senso. Tuttavia, per autoreferenzialità neocorporative e collusioni partitiche noi non siamo da meno a nessuno, anche senza il welfare dei danesi. Il problema è che, indipendentemente dalla risposta che si possa dare al ruolo del protestantesimo nell’efficienza dello stato sociale, ad essere più avanti di noi non sono solo gli alieni scandinavi. L'Argomento demografico («sono pochi, dunque ricchi»); l'Argomento antropologico («i nordici sono rigidi, onesti e democratici per natura»); l'Argomento svizzero o elvetico («sono paesi chiusi che consumano in beata e piccina autarchia, misteriose risorse di cui solo loro dispongono») crollano di fronte alla Francia, alla Germania, alla Gran Bretagna, alla Spagna, al Portogallo, all'Austria. Crollano di fronte alle raccomandazioni inascoltate dell'Unione Europea. Anche l'Argomento autodenigratorio, semplice variante dell’Argomento antropologico («figurarsi in Italia che cosa succederebbe con il reddito minimo, nessuno lavorerebbe più o tutti lavorerebbero al nero»), vacilla se si considera che il reddito minimo è molto più trasparente delle pensioni di invalidità. E caso mai il discorso va rovesciato: proprio in un paese dove, come si dice, «la mafia trova lavoro», sarebbe opportuno asciugare il disagio sociale. Proprio in un paese disinibito al voto clientelare, sarebbe opportuno, contro le soluzioni discrezionali, fissare come diritto soggettivo il reddito minimo. Del resto è un discorso vecchio come il cucco. Il reddito minimo renderebbe gli individui meno dipendenti e più liberi: più liberi anche dai condizionamenti prodotti dalle nostre élite autoreferenziali a caccia di clientele e collusioni. Tra l'Eccezione nordica e l'Italia c'è un terreno intermedio: ed è a questo terreno intermedio che fa riferimento Jeremy Rifkin a proposito del Sogno europeo.
Nonostante si sia disposti a credere il contrario, l'Italia spende meno degli altri paesi in welfare. Non sempre i sistemi dei diversi paesi sono comparabili, ma un'idea generale i numeri la danno comunque. Secondo Eurostat l'Italia è tra i paesi Ue che dedicano meno risorse alla protezione sociale. In media, nel 2001 i Quindici dedicavano il 26,5% del proprio prodotto interno lordo (Pil) alle spese per la protezione sociale; percentuale che in Italia scende al 24,5% (undicesimo posto nell'Ue a 15). Il livello massimo si registra in Svezia (30,3%) ed il minimo in Irlanda (14,6%). L'Italia è in assoluto il paese che dedica la maggior parte delle risorse destinate alla protezione sociale alle pensioni (62,2% contro il 46,5% della media europea), ed è invece nelle ultime posizioni per la percentuale di risorse assegnate alle famiglie (4,1% contro 8%), ai disoccupati (1,6% contro 6,3%) e alle due funzioni alloggio ed esclusione sociale (complessivamente, 0,3% contro 3,6%).
Quante volte si è chiacchierato del problema del costo degli alloggi? Qui veramente i numeri parlano da soli. L’Italia spende un ridicolo 0,1%, mentre la Francia spende il 3,1% e l’Inghilterra il 5,5. Potrebbe far riflettere che a Portici c’è una densità di 13.322 abitanti per chilometro quadrato mentre a Hong Kong è di 6.314 . Proviamo a indovinare dov'è il problema?
Una società più giusta funziona anche meglio. Non è meno competitiva, ma più competitiva. Più giustizia (meglio che la Giustizia) coincide con più libertà. Lo dimostra anche il reddito minimo. In Europa chi non lavora temporaneamente può permettersi di aspettare, di cercare, di studiare e alla fine di trovare un lavoro più gratificante di quello che ha perduto. Il reddito minimo prefigura in questi paesi un rapporto con il lavoro diverso da quello a cui siamo stati abituati. La precarietà diventa anche un modo per guardarsi intorno e per scegliere. È una realtà della quale potrei portare molti esempi di amici e amiche francesi o inglesi … C'è chi con il reddito minimo ha potuto investire del tempo per la preparazione del concorso per insegnare nella scuola; chi ha potuto affrontare le incertezze della precarietà che comporta la carriera accademica. «Le Rmi» non ha permesso un periodo di vita nel lusso, ha però concesso loro il lusso di scegliere la propria vita. Al contrario, potrei fare il caso di una giovane studiosa italiana di manoscritti medievali, molto promettente, che oggi lavora come vigile urbano. A 28 anni, Guido partì per l'Inghilterra con alle spalle un corso di laurea in lettere non terminato e davanti il modesto progetto di imparare l'inglese per poi, forse, tornare in Italia. A 28 anni le opportunità gli sembravano (a torto) ristrettissime. Dopo aver studiato l'inglese in un bel college, pagando una quota ridotta del 75% in quanto disoccupato, si iscrisse all’università di Bristol. Gli riuscì poi di fare quello che in Italia non era riuscito a fare: laurearsi. E non solo. Lo lasciai che studiava l'inglese, lo ritrovai 15 anni dopo che insegnava all'università.
lunedì 11 febbraio 2013
domenica 10 febbraio 2013
La politica, merce fittizia
di Tonino Perna da soggettopoliticonuovo
Karl Polanyi , nel noto saggio «La grande trasformazione» spiegava l’avvento del mercato autoregolato come il frutto di una trasformazione in merce di tre fattori: il lavoro, la terra e la moneta. Nessuno dei tre, diceva Polanyi, è stato prodotto dall’uomo: «il lavoro è soltanto un altro nome per un’attività umana che si accompagna alla vita stessa la quale a sua volta non è prodotta per essere venduta(…) la terra è soltanto un altro nome per la natura che non è prodotta dall’uomo, la moneta infine è soltanto un simbolo del potere d’acquisto». Per questo Polanyi parla di merci-fittizie, vale a dire di una finzione che ha reso merce ciò che non lo è, con conseguenze disastrose per la società e per gli ecosistemi.
Se fosse vissuto fino ai nostri giorni, credo che Polanyi avrebbe aggiunto «la politica» come merce-fittizia, in quanto il processo di mercificazione l’ha pienamente raggiunta ed inglobata. In Italia, questo fenomeno è più chiaro che in altri paesi, in quanto il processo di disgregazione/disfacimento dei partiti è in stato più avanzato. D’altronde, pochi lo sanno, ma noi siano stati un paese «laboratorio politico» per secoli, da cui sono pervenuti grandi contributi teorici, da Macchiavelli a Gramsci, ancora studiati in tante Università straniere.
Ma, è soprattutto, nel XX° secolo che l’Italia è emersa come avanguardia/laboratorio politico, nel bene e nel male. In Italia è stato «inventato» il fascismo, una forma moderna di dittatura che coniuga il nazionalismo con istanze sociali e che è stato ripreso dal nazifascismo di Hitler (che in una nota lettera riconosceva a Mussolini di averlo ispirato), e da alcune varianti: da Peron in Argentina, da Franco in Spagna e Salazar in Portogallo. Negli anni ’90 è arrivato il Berlusconismo, una forma politica nuova che nasce in concomitanza dello strapotere assunto dai mass media, in particolare la Tv. Anche questa forma politica è stata imitata da diversi paesi, dal Perù all’Indonesia, dove attraverso il controllo dei principali media leader politici sono arrivati al governo.
Infine, negli ultimi anni è nato il Grillismo, un movimento politico che usa per la prima volta internet/la rete in maniera «sostanziale» per dare a tutti l’impressione di contare e di partecipare direttamente alle scelte politiche, con una spiccata componente moralizzatrice ed una forte domanda di «democrazia diretta». Questo fenomeno sembra rispondere meglio di qualunque altro alla crisi verticale dei partiti, ma risponde ancora meglio – come ha ben messo in luce Giuliano Santoro nel suo saggio Un Grillo qualunque – alla evoluzione della società dello spettacolo, di cui parlava Guy Debord già negli anni ’70. Il Grillismo, detto anche Movimento 5 Stelle, che molti davano per effimero, si sta rivelando molto più radicato e convincente nell’era del «mercato elettorale», anche grazie all’innovazione efficacemente introdotta da Grillo: allo strumento postmoderno dei social network ha associato uno strumento antico come i comizi in piazza. Trovata geniale, come quella operata dalla Fiat quando lanciò la nuova 500, un mix di passato «nella forma» e futuro «nella tecnologia», o quella dei biscotti del Mulino Bianco che ti danno un’idea di naturalezza del prodotto insieme all’efficienza di una fabbrica moderna.
Questo è il dato assolutamente inedito della politica in tutti i paesi a capitalismo maturo, ovvero dove il processo di mercificazione ha inglobato tutto l’esistente, dalle relazioni sociali, agli affetti, al nostro rapporto con la Natura. Non c’è più la «Politica», intesa come lotta tra diverse visioni del mondo, tra diversi valori e ideologie, ma c’è il mercato elettorale, che è un segmento all’interno del più vasto ed onnicomprensivo «mercato mondiale». Nel «mercato elettorale» conta la novità dell’offerta- non a caso tutti si proclamano a favore del «Nuovo» – la forza del brand che si identifica con il capo, la capacità di suscitare emozioni nei consumatori/elettori attraverso slogan efficaci.
Le strategie messe in campo dalle forze/imprese politiche sono identiche a quelle che si usano per il lancio di un nuovo prodotto o per fidelizzare i consumatori rispetto ad un prodotto già presente sul mercato. I sondaggi, che in maniera ossessiva stanno accompagnando questa campagna elettorale, dimostrano come le preferenze degli elettori/consumatori seguano il trend dell’esposizione mediatica del leader di turno, la sua capacità di suscitare immagini accattivanti, di conquistare la simpatia degli utenti. Non importa se per esempio il Cavaliere le spara grosse – come i quattro milioni di posti di lavoro – oppure Grillo prometta un salario di cittadinanza con i risparmi dei costi della rappresentanza politica, e fa l’esempio della Sicilia dove i dodici consiglieri regionali M5S hanno rinunciato a circa 10.000 euro dei loro emolumenti per alimentare un fondo di microcredito (cosa c’entra con il «salario di cittadinanza» per milioni di disoccupati/inoccupati ?!). Anche un nuovo profumo viene pubblicizzato facendoti immaginare che puoi conquistare una donna/uomo bellissima/o, oppure una nuova auto che ti fa attraversare il polo nord.
Non è dunque un caso se nel nostro paese, che continua ad essere un’avanguardia/laboratorio politico, i comici fanno politica (e non solo Grillo), ed i politici fanno i comici (e non solo il Cavaliere). Certo, non tutti hanno gli stessi talenti. Il povero Fini, con i suoi ragionamenti articolati in buon italiano, è completamente fuori mercato, sembra un politico di un altro secolo. Il Professor Monti, invece, è diventato patetico da quando tenta di fare il simpatico, va in Tv in trasmissioni da avanspettacolo, tentando di uscire dal ruolo di statista, grigio e rigoroso, che gli era stato dato. Anche lui ha fondato un «partito personale», come hanno fatto negli ultimi venti anni nell’ordine: Berlusconi, Di Pietro, Casini, Fini, Vendola, e per ultimo Oscar Giannino. Su questo piano l’ultimo partito, insieme alla Lega Nord, che rimane sul campo politico è il Pd, ed ha sicuramente ragione Bersani a dire che i «partiti personali» sono il cancro della democrazia. Solo che scambia gli effetti con la causa che, come abbiamo ricordato, è legata al processo di mercificazione globale che ha ridotto anche la politica a merce, e l’elezioni politiche ad un mercato come gli altri.
Certo, non possiamo pensare che si possa tornare al secolo scorso, prima degli anni ’90, quando la gente votava «per la croce», per «falce e martello» o per la «fiamma tricolore», e non solo per la faccia e la simpatia riscossa dal leader di turno. Forse, bisognerebbe dare più valore e forza alle autonomie comunali, uno dei pochi luoghi che ha resistito a questa deriva mercatistica della politica, uno dei pochi luoghi dove ancora contano passioni e programmi, capacità di coinvolgimento e mobilitazione sociale, e non solo l’invenzione di un nuovo brand. Sicuramente, al di là dell’abolizione del Porcellum, la peggiore legge elettorale d’Europa, c’è da ripensare a come la Politica possa ritornare sulla scena e le elezioni possano avere più senso che vendere una nuova auto, computer o tablet.
Fonte: il Manifesto del 10/02/2013
Monti forever? L’antidoto c’è…si chiama Ingroia.
di Fabio Marcelli da ilfattoquotidiano
Si tratta in realtà di due ipotesi che si rafforzano a vicenda. Se è infatti impossibile che Berlusconi prenda la maggioranza, il suo recupero gli consentirà di esercitare un potere di ricatto che renderà inevitabile il ritorno di Monti con appoggio bipartisan.
Va detto però chi è il responsabile di questa morsa nella quale siamo finiti. Si tratta di Pierluigi Bersani e dei suoi coadiutori di destra (Renzi, Letta junior, ecc.) e di sinistra (Vendola). E’ infatti di straordinaria piattezza la campagna elettorale di Pd-Sel, del tutto incapace di parlare al Paese e ai suoi problemi reali, pur di fronte a un momento di estrema crisi come quello che stiamo vivendo attualmente. Perché mai un operaio, un disoccupato, un pensionato, un giovane senza prospettive dovrebbero votare Pd-Sel, guidati da un leader che ha avuto come proprio bersaglio, nel corso della sua ultradecennale carriera politica, solo i tassisti. E riuscendo a perdere la propria battaglia perfino con loro. Perché mai chi sta pagando sulla sua pelle il prezzo della crisi dovrebbe riconfermare la sua fiducia a chi nell’ultimo anno e mezzo ha appoggiato in Parlamento le peggiori misure antipopolari e si dichiara pronto a convergere con Monti sotto l’egida del fiscal compact europeo che costituisce la base dell’attuale recessione?
E’ in questa situazione di scoramento della gente che si inserisce la furbesca campagna del redivivo Berlusconi che si traveste da antieuropeo e si scatena in proposte fantasiose. Si tratta di un pagliaccio, è evidente. Ma di fronte al nulla di Bersani anche il pagliaccio Berlusconi rischia di trovare credibilità in settori disorientati e preda dell’analfabetismo politico e sociale di ritorno che sta imperversando nel nostro Paese. Eppure forse non tutto è perduto. Esiste un antidoto per questo veleno. Si chiama Rivoluzione Civile.
I venti o trenta deputati di Rivoluzione Civile che si accingono ad entrare in Parlamento potranno in effetti costituire la pattuglia su cui far convergere tutte le forze che non si rassegnano alla lenta ma inesorabile agonia del nostro Paese soffocato da annosi problemi interni e nuovi vincoli europei e internazionali.
E’ possibile fin d’ora varare un programma di massima su cui lottare nel Parlamento e nel Paese, insieme al Movimento Cinque Stelle e ai settori del Pd-Sel che inevitabilmente saranno costretti ad abbandonare Bersani e le sue politiche suicide quando, subito dopo le elezioni, emergerà con ancora maggior chiarezza la sua fin da ora evidente subalternità a Monti e al potere finanziario che rappresenta.
Punti di questo programma sono: 1. No alle grandi opere, a partire dalla Tav; 2. Reddito minimo garantito per disoccupati e studenti; 3. No alla partecipazione italiana ad ogni guerra, sia pure camuffata da missione di pace; 4. Recupero salariale e dei diritti da parte di lavoratori e lavoratrici; 5. Imposta patrimoniale che colpisca pesantemente i ricchi ;6. Apertura di un’inchiesta di massa sul debito pubblico e la spesa pubblica, per individuare il modo di ridurre il primo e qualificare la seconda; 7. Riduzione drastica dei benefici delle caste di ogni genere.
E’ questo il programma che consentirà di liberarci delle tre malefiche C (caste, cricche e cosche) e di rilanciare una politica di sviluppo basata sulle sette benefiche S (salute, scuola, sicurezza, socialità, solidarietà, sovranità, sport). Per un’Italia che sia esempio per tutto il mondo di una nuova possibile strada alternativa.
mercoledì 6 febbraio 2013
Perché votare la fotocopia?
di Tonino D’Orazio
In una campagna elettorale al limite della comprensione si stanno
schiarendo alcuni tatticismi alla D’Alema.
Berlusconi incute nuovamente timore sia a Monti che a Bersani. E’ un
po’ la sintesi di questi ultimi giorni di campagna elettorale, se le reti
televisive hanno ragione e se il pilotaggio dei sondaggi prosegue. Bisogna
partecipare al “duello” a tre? Quale è il voto utile visti (anzi sparati) i
programmi?
Il chiarimento più limpido viene
proprio da Bersani: “Noi abbiamo sostenuto il programma di Monti con fedeltà”; “Siamo
pronti ad un accordo con lui per il proseguimento del programma europeo”. Insieme
abbiamo salvato l’Italia. Bersani è onesto e chiaro e forse ci crede. A questo
punto non ci sono alternative. E’ stato un bene spiegarlo anche alle banche
tedesche. Adesso dovrà andare a dirlo anche al mite Hollande. Cioè ai padroni
delle ferriere istituzionali e bancarie europee. E’ la premessa, lo steccato,
di Monti per una “collaborazione strutturale” per ulteriori “riforme”. Le
promesse, si sa, sono solo per le campagne (notate questa parola proveniente
dalle strategie militari) elettorali. Ma non è che hanno fatto finta di
litigare fino ad oggi e non ce ne eravamo accorti?
Sarà la cura da cavallo preparata
dalla BCE e dal FMI? La stessa che per la Grecia e la Spagna, paesi notoriamente
in via di guarigione? Sembra proprio di sì. Che il sistema elettorale sia una
trappola “democratica” affinché non cambi nulla e si faccia finta? Sembra
proprio di sì. Che questa trappola venga definita “real politic”, (tradotta:
adattatevi all’ammucchiata), cioè realtà costruita per benino e non
modificabile affinché il paese sia ingovernabile mettendo in contrapposizione
la Camera e il Senato? Sembra proprio di sì. Per obbligare alla “grosse koalitzione” e con lievi
distinguo politici dei partiti pur da declamare per i fans, il sistema è un meccanismo eccellente, soprattutto se non c’è
uno stravincitore. Ci sono tutte le premesse. Stupidità realistica del bipolarismo
inesistente perché diventato tripolare se non multipolare? Sembra proprio di
sì. Dopo questa nuova tornata porcellum
non si può tornare di nuovo al voto caro Vendola. Per fare che? Allora tutti al
centro, ma ovviamente sulle politiche di destra. In democrazia vince la
“maggioranza”. L’alt di Vendola non ha più peso davanti alle “sorti
patriottiche dell’Italia”. Pur vincendo le elezioni con il Pd, Sel si ritroverà
in minoranza e in una opposizione parlamentare ininfluente e di testimonianza.
La parabola Di Pietro insegna.
E il lavoro? Problema reale del
paese, il lavoro è completamente assente dal dibattito, tanto che pure la Cgil
ne ha proposto un rapido piano nazionale esclusivo a Bersani e a Vendola, abbandonando
per un attimo la proverbiale “autonomia sindacale”, ormai non solo in campagna
elettorale. Penso anzi che, visti i risultati di un anno di “governo”, tutti quelli hanno sostenuto il massacro
Monti-Fornero sulle sorti del sociale e dei lavoratori si vergognino di
parlarne. Bersani potrebbe finalmente ritrovare come ministro l’amico Ichino,
passato all’altra sponda. Il lavoro, invece delle tasse, potrebbe essere il
tallone di Achille dei maggiori partiti oppure il tema-assente preferito degli
astensionisti. Persino Landini, segretario generale della Fiom, è costretto a
schierarsi con la lista Ingroia per ricordare che effettivamente esistono due
Cgil politiche e che il Pd non dà nessuna fiducia o garanzia di ripristino
della legalità e della dignità del lavoro. Figuriamoci se alleato con la destra
tecnocratica e bancaria di Monti.
Il dilemma è posto: votare
l’originale o la fotocopia?
Il tutto davanti alle buffonerie
di Berlusconi in ascesa, agli oracoli da sepolcro imbiancato di Monti, ai
borbottii bonari di Bersani anche su chi deve apparire in Tv, alle
farneticazioni di Maroni sul bottino fiscale e la secessione, alle urla di
Grillo (ce lo fanno vedere sempre così), ai programmi semplificati seppure alternativi
di Ingroia, al silenzio isolato di Di Pietro e piano piano al fantasma Vendola.
Le proposte referendarie di Bagnasco, appena uscito dalla lobbie democristiana di Todi per selezionare le candidature fedeli,
e del Vaticano che “mai si è mischiato
nella politica italiana”, nemmeno per lo Ior nel Monte Paschi.
Per il resto “Tout va très bien, madame la marquise!”. La palla al popolo.
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Revelli: “Voterò Ingroia ma si è persa l’occasione per rinnovare”
Intervista a Marco Revelli di Giacomo Russo Spena da Micromega
“Alla fine voterò Rivoluzione Civile. Spero superi il quorum del 4 per cento, sarebbe grave una tale dispersione, e che elegga alla Camera 20 esponenti di cui 10 significativi di un impegno sociale. Persone che non appartengono al ceto dei professionisti della politica”. Il sociologo Marco Revelli ha pochi dubbi su chi sosterrà il 24 e 25 febbraio ma, nello stesso momento, è consapevole che la lista di Ingroia “è un’occasione persa per parlare ad un pubblico più ampio del recinto della sinistra radicale, non è all’altezza della sfida e non rappresenta quella nuova politica di cui ci sarebbe bisogno”.
Lei è stato tra i promotori dell’appello di “Cambiare si può”. Che progetto avevate in testa?
Siamo partiti da un semplice appello che chiedeva discontinuità in contenuti e metodo. Dopo un ventennio di berlusconismo e un centrosinistra incapace di fare opposizione, partivamo dalla sensazione del fallimento della politica italiana. In tal senso la vicenda Monti, nel novembre 2011, è stata emblematica: la politica si è messa da parte per far largo ai tecnici. Il Parlamento si è spogliato delle sue funzioni, Napolitano ha assunto il ruolo di un sovrano, il potere politico si è suicidato, in soldoni abbiamo assistito ad un’eutanasia istituzionale. Volevamo ripartire da qui, provare a ricostruire un rapporto tra la società e le istituzioni, tra rappresentanti e rappresentati, in una fase di decadenza del sistema partitico. Qualcosa di nuovo, nato dal basso, dalla cosiddetta società civile, per parlare a tutti, non solo alla sinistra-sinistra. Esiste una parte amplissima di elettorato disorientato, spaventato e disgustato a cui pensavamo poter dare un’alternativa non solo di programmi ma di metodo: nuovi criteri di selezione dei candidati e ferrea separazione tra politica e denaro. Le stesse primarie del centrosinistra sono state più un’operazione di marketing che una reale riconquista della fiducia dei cittadini. Noi – col nostro appello – siamo riusciti a mobilitare, per parafrasare Hannah Arendt ho visto “felicità pubblica”. Il piacere di molti di partecipare ad un’impresa comune.
Ma un certo punto, come “Cambiare si può”, vi siete relazionati con Antonio Ingroia ed è naufragato tutto nel momento della composizione delle liste. Hanno vinto le logiche di partito? Ingroia l’ha delusa?
Ho massima stima per la sua persona: come magistrato non si discute. E anche la personalizzazione della lista è più subita che voluta da Ingroia stesso. Come altri avrei preferito un gruppo, una gestione collegiale in base alle rispettive competenze: penso ad esempio a personalità come Gallino, il quale non ha mai nascosto la necessità di occuparsi in primis delle istanze sociali. O alle grandi personalità esperte di beni comuni e all’attenzione dei territori. Noi ad un certo punto abbiamo fallito per nostra inadeguatezza e ingenuità: abbiamo sottovalutato il peso degli apparati e i richiami identitari di partiti, seppur piccoli. Oltre al non presentare i propri simboli avremmo gradito un passo indietro dei loro leader, non è stato possibile. Non sono contro i professionisti della politica né per lo scontro tra partiti e società civile, credo debbano camminare insieme ma ritengo – in questa fase – un errore non aver dato peso alle personalità impegnate nel sociale, la politica tradizionale doveva fare un passo indietro.
Quindi malgrado non sia la “sua” lista, comunque voterà Rivoluzione Civile. Alcuni dentro “Cambiare si può” non la pensano così, come Gallino che ha espresso proprio su MicroMega preferenza per Sel. Non avete fatto una discussione interna e preso una posizione comune?
Chiuso il percorso di “Cambiare si può” ognuno ha preso la sua scelta. Mi sforzo di praticare stili diversi della politica consueta, evitando schemi autoreferenziali e risse a sinistra, non mi scandalizza Gallino che vota Sel, per l’attenzione al programma economico e tra l’altro a Torino ha come candidato Giorgio Airaudo della Fiom. Personalmente, ritengo quella di Vendola una scelta suicida: Sel doveva stare nell’area di ricostruzione di un’alternativa, è diventata invece un’appendice del Pd siglando e sottoscrivendo la Carta d’Intenti. Temo nel Parlamento si troverà in grandissima difficoltà, soprattutto nel nuovo Senato chiamato a prendere decisioni terribili e con l’asse Monti-Pd che sarà il baricentro di tutto.
Voterà Rivoluzione Civile anche al Senato? Non crede sia giusto un “voto utile” per arginare un Berlusconi in rimonta?
Non sottovaluto il pericolo ed ho il terrore di B. e del suo meccanismo distruttivo. Un avventuriero spregiudicato che con il solo annuncio sull’Imu – “sparata” che gli serve per guadagnare un punto percentuale nei consensi – costa una quarantina di punti di spread, ovvero 4-5 milioni di euro di interessi sul debito pubblico che dovremmo pagare noi cittadini. Quindi, siamo chiaramente davanti alla follia di un uomo. Con la gente che lo appoggia ancora malgrado i disastri e i fallimenti commessi in passato. Pur avendo paura del Cavaliere trovo sbagliato il concetto del voto utile: un concetto offensivo e antidemocratico. Al contrario, bisognerebbe tessere l’elogio del voto inutile: atto di piena libertà. E comunque in soldoni lo scenario sarà alla Camera maggioranza del centrosinistra e al Senato una convergenza tra Pd e Monti.
Ultima domanda. Fine 2011, Lei – preoccupato dal default – ritiene Monti un male necessario per risollevare le sorti del Paese. Parla di “baciare il rospo”. Si è pentito?
Assolutamente no. Non si poteva andare al voto e Monti rappresentava l’unica soluzione possibile per riorganizzare le forze in campo: avevamo tanto tempo per dare alle sinistre la possibilità di costruire un’alternativa. Invece si è deciso o la sottomissione ai tecnici o le guerre fratricide. Il Monti politico, di ora, che avanza con l’idea di una democrazia cristiana post-tecnocratica mi piace ancora meno del semplice tecnico.
lunedì 4 febbraio 2013
La Francia in guerra nel Mali
di Ignacio Ramonet da Informare per Resistere
L’anno 2013 è iniziato, in Francia e nella regione del Sahel, al rombo dei cannoni. Dall’11 gennaio, il presidente François Hollande, senza consultare il Parlamento, ha dispiegato d’urgenza, nel Mali, un corpo di spedizione per fermare una offensiva jihadista che minacciava di arrivare a Bamako. Allo stesso tempo, in Somalia, le forze speciali francesi lanciavano un’operazione per cercare di recuperare un agente segreto tenuto in ostaggio da tre anni dalle milizie islamiste Al Shabab, missione che si sarebbe risolta in un fiasco. Pochi giorni dopo, nei pressi della città algerina di In Amenas, al confine con la Libia, un commando salafita si è impadronito dell’impianto gasiero di Tiguentourine ha ucciso decine di stranieri prima di essere a sua volta annientato dall’esercito algerino.
Da un capo all’altro, il Sahara si è improvvisamente incendiato. Che cosa ha causato questo incendio? In primo luogo, vi è la vecchia rivendicazione nazionalista tuareg. I Tuareg, o “uomini blu”, non sono né arabi né berberi. Sono gli abitanti storici del Sahara di cui controllano, da millenni, le vie carovaniere. Ma le spartizioni tra le potenze coloniali hanno frammentato il loro territorio alla fine del XIX secolo. E al momento delle loro indipendenze, nel 1960, i nuovi Stati sahariani hanno rifiutato di riconoscere loro se non un’autonomia territoriale.
Per questo motivo, soprattutto nel nord del Mali (che i Tuareg chiamano Azawad) e nel Niger, i due paesi in cui si situano le comunità Tuareg principali, dei movimenti armati di rivendicazione nazionale sono apparsi molto presto. Ribellioni tuareg di grandi dimensioni hanno avuto luogo nel 1960-1962, poi nel 1990-1995, nel 2006 e di nuovo nel 2007. Ogni volta, operate dagli eserciti guidati di Mali e Niger, le repressioni sono state feroci. In fuga dai massacri, molti combattenti tuareg si sono allora arruolati, in Libia, nella Legione tuareg del colonnello Muammar Gheddafi…
La seconda causa della situazione attuale si trova nella guerra civile algerina dei primi anni novanta. Dopo l’annullamento delle elezioni del dicembre 1991, virtualmente vinte dal Fronte islamico di salvezza (Fis), questa guerra ha visto affrontarsi le forze armate algerine contro gli insorti del Gruppo islamico armato (Gia). Un’organizzazione molto agguerrita in cui molti combattenti erano di ritorno dall’Afghanistan, dove – definiti da Ronald Reagan “combattenti per la libertà” – avevano combattuto a fianco dei mujaheddin contro i sovietici, con il sostegno degli Stati Uniti… Il conflitto algerino è costato la vita a circa 100 mila persone. Si è concluso con la vittoria delle autorità algerine e la resa dei guerriglieri islamisti. Tuttavia, una fazione dissidente, il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (Gspc) decise di continuare la lotta armata. Braccato dalle forze algerine, si rifugiò allora nel vasto Sahara, giurò fedeltà a Osama bin Laden e Al-Qaeda nel 2007 e prese il nome di Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqim). Le sue azioni principali consistono, da allora, nel sequestrare stranieri, scambiati con grossi riscatti. Il suo terreno di caccia è situato nel Sahel, regione arida e semi-desertica che si estende dal Senegal al Ciad, attraverso Mauritania, Mali, Burkina Faso e Niger. E’ stata una katiba (brigata) di Al Mouwakaoune Bidame (“Coloro che firmano con il loro sangue”), fondata da un dissidente di Aqim, l’algerino Mokhtar Belmokhtar, chiamato il “Guercio”, ad attaccare l’impianto gasiero di Tiguentourine e uccidere decine di stranieri.
Infine, la terza causa è l’attacco delle forze della Nato contro la Libia nel 2011 e il rovesciamento del colonnello Gheddafi. Per raggiungere questo obiettivo, la Francia e i suoi alleati (in particolare il Qatar) non hanno esitato a armare dei movimenti islamisti ostili a Gheddafi. Movimenti vittoriosi sul campo. Con tre conseguenze: 1) il crollo e la decomposizione dello stato libico in preda ancora oggi a una lotta mortale tra milizie, provincie e clan; 2) la distribuzione dell’arsenale militare di Gheddafi ai movimenti jihadisti in tutto il Sahel; 3) il ritorno verso il Mali di una parte della Legione Tuareg super-armata e ben addestrata.
Si deve anche tener conto dello scenario socio-economico di fondo. Il Mali, come gli altri paesi del Sahel, compare tra gli stati più poveri del mondo. La maggior parte della popolazione vive di agricoltura. L’istaurazione di un sistema democratico e multipartitico nel 1992 non è stata abbastanza sostenuta da quelli – Francia, Unione Europea, Stati Uniti – che ne avevano fatto una condizione sine qua non per mantenere il loro aiuto. Al contrario. Il Mali è stato particolarmente colpito negli ultimi anni dalla riduzione degli aiuti allo sviluppo decisi dai paesi ricchi. Il suo prodotto principale, il cotone, è rovinato da politiche di dumping praticate dal più grande esportatore del mondo, gli Stati Uniti. Così come dalle siccità che ora colpiscono regolarmente il Sahel a causa del riscaldamento globale. Inoltre, le politiche neoliberiste e le privatizzazioni imposte dal Fondo monetario internazionale (Fmi) hanno portato a tagli alla spesa sociale per l’istruzione e la salute. Povertà e disagio sociale sono peggiorati. Spingendo in particolare una parte dei giovani a cercare una via di salvezza nell’emigrazione. Mentre altri, di fronte a tante difficoltà sociali, sono più sensibili al richiamo dei salafiti che offrono facilmente armi, potere e denaro.
E’ questo contesto degradato che trovano i Tuareg della ex Legione di Gheddafi al loro arrivo nel nord del Mali provenendo dalla Libia. Anch’essi non trovano difficoltà nel reclutamento. E si incorporano nel Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad (Mnla). Da gennaio ad aprile 2012, lanciano attacchi contro le guanigioni maliane nelle principali città della regione (Timbuktu, Gao, Kidal). Mal equipaggiato, l’esercito del Mali si disintegra e batte in ritirata. Umiliati, infuriati per l’incuria del governo, dei giovani ufficiali guidati dal capitano Sanogo si ribellano. Rovesciano il potere a Bamako il 22 marzo 2012. Ma, boicottati dai paesi vicini e dalle principali cancellerie internazionali, questi golpisti sirivelano incapaci di raddrizzare alla situazione. Di fatto, il governo del Mali crolla.
Nel frattempo, nel nord del Mali, il Mnla proclama l’”indipendenza” di Azawad e soi allea a due organizzazioni radicali islamiste – legate a Aqim – che sostengono l’introduzione della sharia: il gruppo salafita Ansar Dine e il Movimento nazionale per l’unicità e la jihad in Africa occidentale (Mujao). Queste due organizzazioni – che hanno molti più soldi grazie all’aiuto che fornisce loro il Qatar [ 1 ], dei riscatti incassati in cambio di ostaggi occidentali e varie forme di traffico (droga, contrabbando) – finiscono per prevalere sui Tuareg del Mnla.
Le Nazioni Unite condannano la secessione di Azawad, ma so mobilitano troppo lentamente. Bisognerà attendere fino al 20 dicembre 2012 perché, su richiesta della Francia, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite autorizzi finalmente, nella Risoluzione 2085 [ 2 ], il dispiegamento di una forza internazionale africana, nel quasro della missione internazionale di sostegno al Mali (Misma), affidata ai paesi della Cedeao (Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale), che dovrà“ricostituire la capacità delle forze armate del Mali” per riprendere il controllo del nord del Mali. Questa risoluzione non autorizza un intervento militare della Francia.
Parigi promette di sostenere questo progetto, ma François Hollande si impegna a non inviare truppe: “Dichiaro formalmente – dice il presidente francese- che non invieremo truppe di terra. [ 3 ]. “Da parte loro, i rappresentanti delle forze politiche, sociali e religiose del Mali, riunite all’inizio di dicembre 2012, con gli inviati di Ansar Dine e di Mujao, per dei colloqui di pace di Ouagadougou (Burkina Faso), si oppongono all’intervento militare della Cedeao. Algeri è anch’essa contraria ad ogni offensiva militare.
In ogni caso, un possibile avvio di riconquista militare del nord del Mali è previsto per settembre 2013 …
Queste informazioni non sfuggono ai salafiti di Ansar Dine. Non solo, sul campo, sono i più forti, ma ora hanno la certezza di non essere attaccati prima di nove mesi. Così ne approfittano. In una operazione di audacia temeraria, diverse migliaia di loro pesantemente armati, a bordo di circa 300 pick-up, si lanciano di sorpresa, il 9 gennaio 2013, sulla città Konna, crocevia strategico. Travolgono l’esercito del Mali che si ritira lasciando il campo libero verso la città di Mopti. E soprattutto verso il quartier generale operativo dell’esercito del Mali, che si trova nel perimetro dell’aeroporto di Sévaré, il solo che permetta l’atterraggio dei grossi cargo indispensabili alla riconquista del nord.
E’ allora che la Francia, senza attendere un appello del Presidente facente funzione del Mali, Dioncounda Traoré, va in prima linea. François Hollande non si prende il tempo di consultare il Parlamento francese, ordina alle truppe d’élite dell’esercito francese pre-posizionate in Niger, di intervenire immediatamente attuando un piano elaborato da lungo tempo. Trasportati da aerei Transall C-160 e appoggiate da elicotteri da combattimento queste truppe attaccano immediatamente le colonne islamiste colonne e fermano la loro avanzata verso Mopti e Bamako.
Così inizia l’operazione Serval, con la mobilitazione di circa 4.000 soldati francesi [ 4] che le cui prime unità sul terreno sono accolte calorosamente da una larga parte della popolazione del Mali. Lo scopo dichiarato di questa operazione si è evoluto nel corso dei giorni. Prima del suo avvio, François Hollande dichiarava, lo abbiamo visto, che la Francia non sarebbe intervenuta “in ogni caso da sola” [ 5 ]. Essendo alla fine intervenuta da sola dall’11 gennaio, il presidente minimizzava la portata dell’operazione, spiegando che si trattava “essenzialmente di bloccare l’avanzata verso sud dei criminali terroristi”, fattore determinante, “per proteggere circa 6.000 cittadini francesi nel Mali “. Poi, il 18 gennaio, François Hollande ha ammesso un piano molto più ambizioso: darsi “il tempo necessario per battere il terrorismo in quella parte dell’Africa”. Infine, il 20 gennaio, il ministro francese della difesa ha ammesso: “L’obiettivo è la totale riconquista del Mali [6 ] ”
In realtà, i veri obiettivi della Francia rimangono poco chiari. Parigi ha sì spiegato che l’intervento di Francia non è che una risposta a una richiesta di aiuto di Bamako. Ma il governo del Mali è il risultato di un colpo di stato, la sua legittimità nel chiedere aiuto è discutibile [ 7 ].
L’altro argomento è che i salafiti di Ansar Dine applicano la sharia a Timbuktu, distruggono i monumenti del passato e “tagliano le mani”. E questo è “intollerabile”. E’ vero. Ma, comportadosì così i salafiti non fanno che obbedire alla dottrina wahhabita, che l’Arabia Saudita diffonde, con l’aiuto del Qatar – paese anch’esso wahhabita – in tutto il mondo musulmano, e in particolare nel Sahel, a colpi di milioni di petrodollari. Ora, la Francia mantiene i migliori rapporti del mondo con l’Arabia Saudita e il Qatar, due paesi che sono anche i suoi principali alleati in Siria nel sostenere gli insorti islamisti e salafiti e [ 8 ] …
Parigi non dice nulla su altri due argomenti che hanno vorsimilmente avuto peso al momento del lancio dell’operazione Serval. Uno economico e strategico: il controllo di Azawad da parte di organizzazioni salafite avrebbe comportato, a termine più o meno lungo, una offensiva dei ribelli sul nord del Niger, dove si trovano le principali riserve di uranio sfruttate dalla società francese Areva e da cui dipende l’intero sistema nucleare civile della Francia. Parigi non può permetterlo [ 9 ].
L’altro è geopolitico: in un momento in cui, per la prima volta nella storia, la Germania domina Europa e la dirige con mano di ferro. La Francia, esibendo la sua forza in Mali, vuole dimostrare di restare, a sua volta, la prima potenza militare europea. E che bisogna fare i conti con lei.
Da Le Monde diplomatique en español
Pubblicato in francese nel sito www.medelu.org, tradotto in italiano da DKm0.
Note
[ 1 ] Leggere l’articolo “‘Notre ami du Qatar’ finance les islamistes du Mali” Le Canard enchaîné, Parigi, 6 giugno 2012. Leggere anche Ségolène Allemandou, ” Le Qatar a-t-il des intérêts au Mali?“, France24, Parigi, 21 gennaio 2013 http://www.france24.com/qatar-nord-mali-groupes-islamistes
[ 2 ] Leggere il testo integrale della risoluzione 2085: http://www.un.org/News/CS10870
[ 3 ] Intervista con François Sudan, Jeune Afrique, Parigi, 22 ottobre 2012. http://www.jeuneafrique.com/JA2701p010
[ 4 ] Leggere di Le Canard enchaïné, Parigi, 23 gennaio 2013.
[ 5 ] Cfr. France Info, 13 novembre 2012. http://www.franceinfo.fr/principales-declarations-conference-presse-francois-hollande
[ 6 ] Dichiarazione di Jean-Yves Le Drian il 19 gennaio 2013 nella trasmissione ”C politique” sulla tv France 5.
[ 7 ] Cfr. Le Monde, 23 gennaio 2013.
[ 8 ] L’Arabia Saudita e il Qatar sono i soli due paesi che hanno ufficialmente ammesso di aver fornito armi ai ribelli islamisti in Siria. Quasi un terzo dei membri del Consiglio nazionale siriano (Cns), sono islamisti, i Fratelli Musulmani o ex membri di questa fratellanza. Ma ci sono anche dei jihadisti. Il principale gruppo jihadista sarebbe Jabhat Al-Nosra (Il Fronte della Vittoria), accusato di essere affiliato ad Al-Qaeda in Iraq (Aqi). I suoi membri si sarebbero addestrati al combattimento durante gli anni della lotta contro i soldati americani in Iraq. Determinati, ben armati, dispongono in particolare di artificieri che preparano gli esplosivi utilizzati nei loro attentati, i militanti Jabhat Al-Nosra, per lo più stranieri, sarebberoc onsiderati, sul terreno, come i migliori combattenti contro l’esercito di Bashar Al Assad. Sono anche riusciti a impadronirsi, il 10 dicembre 2012, della grande base militare Sheikh Suleiman, nei pressi di Aleppo, e avrebbero messo le mani su tonnellate di armi di ogni tipo, tra cui missili anti-aerei. Washington ha messo Jabhat Al-Nosra, il 4 dicembre 2012, nella “lista delle organizzazioni terroristiche straniere”. Fonti: Le Point, Parigi, 11 dicembre 2012: http://www.lepoint.fr/syrie-l-influence-croissante-du-groupe-djihadiste-al-nosra e Le Figaro, Parigi, 10 dicembre 2012: http: / / www.lefigaro.fr / syria-di-jihadista-CONTROLLATA-un-militare-base
[ 9 ] La Francia avrebbe inoltre deciso, in data 20 gennaio 2013, di inviare forze speciali per proteggere i siti minerari Areva in Niger (Cfr. Le Point, Parigi, 23 gennaio 2013.)
http://www.lepoint.fr/jean-guisnel/niger-les-forces-speciales-protegeront-les-mines-d-uranium-d-areva
http://www.democraziakmzero.org/2013/02/03/la-francia-in-guerra-nel-mali/
L’anno 2013 è iniziato, in Francia e nella regione del Sahel, al rombo dei cannoni. Dall’11 gennaio, il presidente François Hollande, senza consultare il Parlamento, ha dispiegato d’urgenza, nel Mali, un corpo di spedizione per fermare una offensiva jihadista che minacciava di arrivare a Bamako. Allo stesso tempo, in Somalia, le forze speciali francesi lanciavano un’operazione per cercare di recuperare un agente segreto tenuto in ostaggio da tre anni dalle milizie islamiste Al Shabab, missione che si sarebbe risolta in un fiasco. Pochi giorni dopo, nei pressi della città algerina di In Amenas, al confine con la Libia, un commando salafita si è impadronito dell’impianto gasiero di Tiguentourine ha ucciso decine di stranieri prima di essere a sua volta annientato dall’esercito algerino.
Da un capo all’altro, il Sahara si è improvvisamente incendiato. Che cosa ha causato questo incendio? In primo luogo, vi è la vecchia rivendicazione nazionalista tuareg. I Tuareg, o “uomini blu”, non sono né arabi né berberi. Sono gli abitanti storici del Sahara di cui controllano, da millenni, le vie carovaniere. Ma le spartizioni tra le potenze coloniali hanno frammentato il loro territorio alla fine del XIX secolo. E al momento delle loro indipendenze, nel 1960, i nuovi Stati sahariani hanno rifiutato di riconoscere loro se non un’autonomia territoriale.
Per questo motivo, soprattutto nel nord del Mali (che i Tuareg chiamano Azawad) e nel Niger, i due paesi in cui si situano le comunità Tuareg principali, dei movimenti armati di rivendicazione nazionale sono apparsi molto presto. Ribellioni tuareg di grandi dimensioni hanno avuto luogo nel 1960-1962, poi nel 1990-1995, nel 2006 e di nuovo nel 2007. Ogni volta, operate dagli eserciti guidati di Mali e Niger, le repressioni sono state feroci. In fuga dai massacri, molti combattenti tuareg si sono allora arruolati, in Libia, nella Legione tuareg del colonnello Muammar Gheddafi…
La seconda causa della situazione attuale si trova nella guerra civile algerina dei primi anni novanta. Dopo l’annullamento delle elezioni del dicembre 1991, virtualmente vinte dal Fronte islamico di salvezza (Fis), questa guerra ha visto affrontarsi le forze armate algerine contro gli insorti del Gruppo islamico armato (Gia). Un’organizzazione molto agguerrita in cui molti combattenti erano di ritorno dall’Afghanistan, dove – definiti da Ronald Reagan “combattenti per la libertà” – avevano combattuto a fianco dei mujaheddin contro i sovietici, con il sostegno degli Stati Uniti… Il conflitto algerino è costato la vita a circa 100 mila persone. Si è concluso con la vittoria delle autorità algerine e la resa dei guerriglieri islamisti. Tuttavia, una fazione dissidente, il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (Gspc) decise di continuare la lotta armata. Braccato dalle forze algerine, si rifugiò allora nel vasto Sahara, giurò fedeltà a Osama bin Laden e Al-Qaeda nel 2007 e prese il nome di Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqim). Le sue azioni principali consistono, da allora, nel sequestrare stranieri, scambiati con grossi riscatti. Il suo terreno di caccia è situato nel Sahel, regione arida e semi-desertica che si estende dal Senegal al Ciad, attraverso Mauritania, Mali, Burkina Faso e Niger. E’ stata una katiba (brigata) di Al Mouwakaoune Bidame (“Coloro che firmano con il loro sangue”), fondata da un dissidente di Aqim, l’algerino Mokhtar Belmokhtar, chiamato il “Guercio”, ad attaccare l’impianto gasiero di Tiguentourine e uccidere decine di stranieri.
Infine, la terza causa è l’attacco delle forze della Nato contro la Libia nel 2011 e il rovesciamento del colonnello Gheddafi. Per raggiungere questo obiettivo, la Francia e i suoi alleati (in particolare il Qatar) non hanno esitato a armare dei movimenti islamisti ostili a Gheddafi. Movimenti vittoriosi sul campo. Con tre conseguenze: 1) il crollo e la decomposizione dello stato libico in preda ancora oggi a una lotta mortale tra milizie, provincie e clan; 2) la distribuzione dell’arsenale militare di Gheddafi ai movimenti jihadisti in tutto il Sahel; 3) il ritorno verso il Mali di una parte della Legione Tuareg super-armata e ben addestrata.
Si deve anche tener conto dello scenario socio-economico di fondo. Il Mali, come gli altri paesi del Sahel, compare tra gli stati più poveri del mondo. La maggior parte della popolazione vive di agricoltura. L’istaurazione di un sistema democratico e multipartitico nel 1992 non è stata abbastanza sostenuta da quelli – Francia, Unione Europea, Stati Uniti – che ne avevano fatto una condizione sine qua non per mantenere il loro aiuto. Al contrario. Il Mali è stato particolarmente colpito negli ultimi anni dalla riduzione degli aiuti allo sviluppo decisi dai paesi ricchi. Il suo prodotto principale, il cotone, è rovinato da politiche di dumping praticate dal più grande esportatore del mondo, gli Stati Uniti. Così come dalle siccità che ora colpiscono regolarmente il Sahel a causa del riscaldamento globale. Inoltre, le politiche neoliberiste e le privatizzazioni imposte dal Fondo monetario internazionale (Fmi) hanno portato a tagli alla spesa sociale per l’istruzione e la salute. Povertà e disagio sociale sono peggiorati. Spingendo in particolare una parte dei giovani a cercare una via di salvezza nell’emigrazione. Mentre altri, di fronte a tante difficoltà sociali, sono più sensibili al richiamo dei salafiti che offrono facilmente armi, potere e denaro.
E’ questo contesto degradato che trovano i Tuareg della ex Legione di Gheddafi al loro arrivo nel nord del Mali provenendo dalla Libia. Anch’essi non trovano difficoltà nel reclutamento. E si incorporano nel Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad (Mnla). Da gennaio ad aprile 2012, lanciano attacchi contro le guanigioni maliane nelle principali città della regione (Timbuktu, Gao, Kidal). Mal equipaggiato, l’esercito del Mali si disintegra e batte in ritirata. Umiliati, infuriati per l’incuria del governo, dei giovani ufficiali guidati dal capitano Sanogo si ribellano. Rovesciano il potere a Bamako il 22 marzo 2012. Ma, boicottati dai paesi vicini e dalle principali cancellerie internazionali, questi golpisti sirivelano incapaci di raddrizzare alla situazione. Di fatto, il governo del Mali crolla.
Nel frattempo, nel nord del Mali, il Mnla proclama l’”indipendenza” di Azawad e soi allea a due organizzazioni radicali islamiste – legate a Aqim – che sostengono l’introduzione della sharia: il gruppo salafita Ansar Dine e il Movimento nazionale per l’unicità e la jihad in Africa occidentale (Mujao). Queste due organizzazioni – che hanno molti più soldi grazie all’aiuto che fornisce loro il Qatar [ 1 ], dei riscatti incassati in cambio di ostaggi occidentali e varie forme di traffico (droga, contrabbando) – finiscono per prevalere sui Tuareg del Mnla.
Le Nazioni Unite condannano la secessione di Azawad, ma so mobilitano troppo lentamente. Bisognerà attendere fino al 20 dicembre 2012 perché, su richiesta della Francia, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite autorizzi finalmente, nella Risoluzione 2085 [ 2 ], il dispiegamento di una forza internazionale africana, nel quasro della missione internazionale di sostegno al Mali (Misma), affidata ai paesi della Cedeao (Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale), che dovrà“ricostituire la capacità delle forze armate del Mali” per riprendere il controllo del nord del Mali. Questa risoluzione non autorizza un intervento militare della Francia.
Parigi promette di sostenere questo progetto, ma François Hollande si impegna a non inviare truppe: “Dichiaro formalmente – dice il presidente francese- che non invieremo truppe di terra. [ 3 ]. “Da parte loro, i rappresentanti delle forze politiche, sociali e religiose del Mali, riunite all’inizio di dicembre 2012, con gli inviati di Ansar Dine e di Mujao, per dei colloqui di pace di Ouagadougou (Burkina Faso), si oppongono all’intervento militare della Cedeao. Algeri è anch’essa contraria ad ogni offensiva militare.
In ogni caso, un possibile avvio di riconquista militare del nord del Mali è previsto per settembre 2013 …
Queste informazioni non sfuggono ai salafiti di Ansar Dine. Non solo, sul campo, sono i più forti, ma ora hanno la certezza di non essere attaccati prima di nove mesi. Così ne approfittano. In una operazione di audacia temeraria, diverse migliaia di loro pesantemente armati, a bordo di circa 300 pick-up, si lanciano di sorpresa, il 9 gennaio 2013, sulla città Konna, crocevia strategico. Travolgono l’esercito del Mali che si ritira lasciando il campo libero verso la città di Mopti. E soprattutto verso il quartier generale operativo dell’esercito del Mali, che si trova nel perimetro dell’aeroporto di Sévaré, il solo che permetta l’atterraggio dei grossi cargo indispensabili alla riconquista del nord.
E’ allora che la Francia, senza attendere un appello del Presidente facente funzione del Mali, Dioncounda Traoré, va in prima linea. François Hollande non si prende il tempo di consultare il Parlamento francese, ordina alle truppe d’élite dell’esercito francese pre-posizionate in Niger, di intervenire immediatamente attuando un piano elaborato da lungo tempo. Trasportati da aerei Transall C-160 e appoggiate da elicotteri da combattimento queste truppe attaccano immediatamente le colonne islamiste colonne e fermano la loro avanzata verso Mopti e Bamako.
Così inizia l’operazione Serval, con la mobilitazione di circa 4.000 soldati francesi [ 4] che le cui prime unità sul terreno sono accolte calorosamente da una larga parte della popolazione del Mali. Lo scopo dichiarato di questa operazione si è evoluto nel corso dei giorni. Prima del suo avvio, François Hollande dichiarava, lo abbiamo visto, che la Francia non sarebbe intervenuta “in ogni caso da sola” [ 5 ]. Essendo alla fine intervenuta da sola dall’11 gennaio, il presidente minimizzava la portata dell’operazione, spiegando che si trattava “essenzialmente di bloccare l’avanzata verso sud dei criminali terroristi”, fattore determinante, “per proteggere circa 6.000 cittadini francesi nel Mali “. Poi, il 18 gennaio, François Hollande ha ammesso un piano molto più ambizioso: darsi “il tempo necessario per battere il terrorismo in quella parte dell’Africa”. Infine, il 20 gennaio, il ministro francese della difesa ha ammesso: “L’obiettivo è la totale riconquista del Mali [6 ] ”
In realtà, i veri obiettivi della Francia rimangono poco chiari. Parigi ha sì spiegato che l’intervento di Francia non è che una risposta a una richiesta di aiuto di Bamako. Ma il governo del Mali è il risultato di un colpo di stato, la sua legittimità nel chiedere aiuto è discutibile [ 7 ].
L’altro argomento è che i salafiti di Ansar Dine applicano la sharia a Timbuktu, distruggono i monumenti del passato e “tagliano le mani”. E questo è “intollerabile”. E’ vero. Ma, comportadosì così i salafiti non fanno che obbedire alla dottrina wahhabita, che l’Arabia Saudita diffonde, con l’aiuto del Qatar – paese anch’esso wahhabita – in tutto il mondo musulmano, e in particolare nel Sahel, a colpi di milioni di petrodollari. Ora, la Francia mantiene i migliori rapporti del mondo con l’Arabia Saudita e il Qatar, due paesi che sono anche i suoi principali alleati in Siria nel sostenere gli insorti islamisti e salafiti e [ 8 ] …
Parigi non dice nulla su altri due argomenti che hanno vorsimilmente avuto peso al momento del lancio dell’operazione Serval. Uno economico e strategico: il controllo di Azawad da parte di organizzazioni salafite avrebbe comportato, a termine più o meno lungo, una offensiva dei ribelli sul nord del Niger, dove si trovano le principali riserve di uranio sfruttate dalla società francese Areva e da cui dipende l’intero sistema nucleare civile della Francia. Parigi non può permetterlo [ 9 ].
L’altro è geopolitico: in un momento in cui, per la prima volta nella storia, la Germania domina Europa e la dirige con mano di ferro. La Francia, esibendo la sua forza in Mali, vuole dimostrare di restare, a sua volta, la prima potenza militare europea. E che bisogna fare i conti con lei.
Da Le Monde diplomatique en español
Pubblicato in francese nel sito www.medelu.org, tradotto in italiano da DKm0.
Note
[ 1 ] Leggere l’articolo “‘Notre ami du Qatar’ finance les islamistes du Mali” Le Canard enchaîné, Parigi, 6 giugno 2012. Leggere anche Ségolène Allemandou, ” Le Qatar a-t-il des intérêts au Mali?“, France24, Parigi, 21 gennaio 2013 http://www.france24.com/qatar-nord-mali-groupes-islamistes
[ 2 ] Leggere il testo integrale della risoluzione 2085: http://www.un.org/News/CS10870
[ 3 ] Intervista con François Sudan, Jeune Afrique, Parigi, 22 ottobre 2012. http://www.jeuneafrique.com/JA2701p010
[ 4 ] Leggere di Le Canard enchaïné, Parigi, 23 gennaio 2013.
[ 5 ] Cfr. France Info, 13 novembre 2012. http://www.franceinfo.fr/principales-declarations-conference-presse-francois-hollande
[ 6 ] Dichiarazione di Jean-Yves Le Drian il 19 gennaio 2013 nella trasmissione ”C politique” sulla tv France 5.
[ 7 ] Cfr. Le Monde, 23 gennaio 2013.
[ 8 ] L’Arabia Saudita e il Qatar sono i soli due paesi che hanno ufficialmente ammesso di aver fornito armi ai ribelli islamisti in Siria. Quasi un terzo dei membri del Consiglio nazionale siriano (Cns), sono islamisti, i Fratelli Musulmani o ex membri di questa fratellanza. Ma ci sono anche dei jihadisti. Il principale gruppo jihadista sarebbe Jabhat Al-Nosra (Il Fronte della Vittoria), accusato di essere affiliato ad Al-Qaeda in Iraq (Aqi). I suoi membri si sarebbero addestrati al combattimento durante gli anni della lotta contro i soldati americani in Iraq. Determinati, ben armati, dispongono in particolare di artificieri che preparano gli esplosivi utilizzati nei loro attentati, i militanti Jabhat Al-Nosra, per lo più stranieri, sarebberoc onsiderati, sul terreno, come i migliori combattenti contro l’esercito di Bashar Al Assad. Sono anche riusciti a impadronirsi, il 10 dicembre 2012, della grande base militare Sheikh Suleiman, nei pressi di Aleppo, e avrebbero messo le mani su tonnellate di armi di ogni tipo, tra cui missili anti-aerei. Washington ha messo Jabhat Al-Nosra, il 4 dicembre 2012, nella “lista delle organizzazioni terroristiche straniere”. Fonti: Le Point, Parigi, 11 dicembre 2012: http://www.lepoint.fr/syrie-l-influence-croissante-du-groupe-djihadiste-al-nosra e Le Figaro, Parigi, 10 dicembre 2012: http: / / www.lefigaro.fr / syria-di-jihadista-CONTROLLATA-un-militare-base
[ 9 ] La Francia avrebbe inoltre deciso, in data 20 gennaio 2013, di inviare forze speciali per proteggere i siti minerari Areva in Niger (Cfr. Le Point, Parigi, 23 gennaio 2013.)
http://www.lepoint.fr/jean-guisnel/niger-les-forces-speciales-protegeront-les-mines-d-uranium-d-areva
http://www.democraziakmzero.org/2013/02/03/la-francia-in-guerra-nel-mali/
sabato 2 febbraio 2013
Alcune riflessioni sulle prossime elezioni politiche: le tre destre e "un mondo unito sotto il cielo stellato"
di Franco Cilli
Il voto a
Rivoluzione Civile, come pure il voto a Grillo ha a mio modo di
vedere una duplice funzione. In primo luogo quella
dirompente: un buon successo di entrambi imporrebbe un registro
diverso alla politica italiana con nuove regole e nuovi
comportamenti, in una cornice prevedibilmente più democratica e più
ancorata ai valori della costituzione, ancorché depurata da certo
mignottame e da corruttele oltre il livello di decenza. In secondo
luogo, e forse la cosa più importante, quella di mettere al centro della
riflessione politica il tema dell’austerità, rompendo il dogma del
pensiero unico e del liberismo, in base al quale non si sa perché
siamo condannati a trasmutare il debito privato delle banche in
debito pubblico, a sua volta utilizzato come grimaldello per
smantellare e privatizzare il welfare. Sebbene queste due compagini
possano insidiare il primato assoluto delle tre destre, vale a dire
le destre rappresentate da Monti, Bersani e Berlusconi, rimane però
il problema di una pletora delle destre stesse, con la loro occupazione
totalizzante e pervasiva dello spazio politico, le ovvie
ripercussioni sulla dialettica istituzionale e i rischi di una
balcanizzazione della scena politica. Qualcuno a questo punto si pone il problema
se non sia più importante sconfiggere la destra peggiore e far
vincere quella migliore piuttosto che sperare in un'azione dirompente
di Grillo ed Ingroia. A parte il fatto una destra è sempre una
destra, e quindi non si vede la convenienza di una sua vittoria, ma
sfido chiunque a scegliere quale sia la destra migliore.
Va detto che l’occupazione nominale
dello spazio politico riservato alla sinistra da parte di una delle
destre, cioè quella di Bersani, ha imposto a Rivoluzione Civile la
ridefinizione del perimetro elettorale, e una nuova lottizzazione
dell’area di sinistra, allo scopo di guadagnare nuovi spazi, e a
Grillo la collocazione in una dimensione autonoma e parallela, “né
di destra, né di sinistra”, in grado di creare un'osmosi dai
comparti tradizionali della politica verso un'area indifferenziata.
A conti fatti sembrerebbe naturale stare a vedere se la scommessa di Igroia ha una qualche possibilità di vittoria e far sì che la situazione a sinistra ridiventi fluida. C'è però una tesi, sostenuta da alcuni miei amici, che si insinua in un gioco politico apparentemente dominato da
geometrie di tipo euclideo. Questa tesi, che si riallaccia in qualche maniera alla teoria della destra
migliore, afferma che la frammentazione
del quadro politico sia il prodotto di riflessi identitari e di
rendite di posizione, i quali ritarderebbero l’uscita del corpo sociale dal novecento,
rimandando la necessaria reductio del quadro politico a
sostanza unica, nella fattispecie il Pd, il quale dovrebbe assumere
necessariamente il ruolo di contenitore unico della materia politica,
permettendo la ripresa di una dialettica storica nel segno
dell’unità. In soldoni, facciamo vincere questa destra, quella che
più autenticamente riflette lo spirito dei tempi, ripuliamo il campo
da ridondanze inutili e poi ripartiamo da qui. Così facendo
sgombriamo l'arena politica da partitini buoni solo a se stessi e
dalla volgarità berlusconiana, serio pericolo di un’involuzione
autoritaria, all’insegna della totale anencefalia delle masse e del
volto decadente e corrotto di una dittatura di stampo bananiero.
Vorrei dire a questi miei amici che
forse in questo modo usciremmo dal novecento, ma solo per rientrare
nell’ottocento. Tesi del genere sanno di neo-storicismo e
neo-hegelismo. Si intravede la nostalgia per il ritorno alla totalità
e un'insofferenza verso gli elementi particolari della realtà visti unicamente come residui di un passato non
ancora pienamente sussunto nelle nuove forme della politica e della
società .
Il guaio di queste metafore filosofiche
è che sono molto suggestive, ma sono ben lontane da una realtà che
non si lascia piegare alle esigenze della filosofia. La natura del Pd
è in verità molto prosaica ed è fatta di scelte puramente
contingenti maturate in un contesto dove predomina un unico pensiero.
Inoltre questo partito è talmente compromesso con un tipo di
politica affaristico-clientelare ed è così dominato da lotte
intestine, che resta paralizzato da un sistema di veti difficilmente
eludibili. Difficile infatti conciliare l'anima riformista di questo
partito (seppure esiste) con il carrozzone clientelare ereditato
dalla sinistra DC, cresciuto all'ombra di connivenze con il campo
avversario al punto tale da configurare un unico sistema di potere.
L'unica opzione seria a questo punto sarebbe quella di
smantellare del tutto questo sistema del quale anche il Pd è
parte integrante. Ma voglio prendere per buona la necessità di semplificare il
quadro politico e scongiurare il pericolo berlusconiano, “un mondo unito sotto il cielo stellato”. Ebbene in questo caso c'è da
augurarsi che vinca il Pd, ma che allo stesso tempo abbiano una buona affermazione Ingroia
e Grillo e che venga finalmente asfaltato il berlusconismo. Un
risultato siffatto permetterebbe (in teoria) il riavvio di una
dialettica democratica, con la speranza (a mio avviso vana) di un
cambiamento di rotta del Pd, che pressato dalle falangi grilline e
rivoluzionarie sarebbe costretto ad un'inversione di rotta di 180
gradi, dando finalmente sollievo al suo popolo da tempo bistrattato e
costretto ad ingoiare rospi.
Bene se qualcuno a questo punto vuole assumersi il compito di far vincere il Pd, assumendosi anche il
rischio che rifaccia un'alleanza con Monti per riaffermare la politica del
rigore, con Fiscal Compact e annessi, faccia pure. E' un compito arduo e ingrato, ma d'altronde qualcuno dovrà pur
fare il lavoro sporco.
Io sono un vile, e credo poco nelle soluzioni sofferte, voterò per Ingroia,
per quello che potrà servire.
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