domenica 13 gennaio 2013

Un patto con la borghesia

So che quello che dirò farà storcere il naso a molti, compagni e non, ma se vogliamo che Rivoluzione Civile acquisti un peso determinante nella politica italiana e sia in grado di cambiare la storia dell'Italia, occorre fare un patto con la borghesia produttiva o se si preferisce illuminata di questo paese (esisite?). La cosa è semplice e non occorrono troppi giri di parole: dobbiamo coinvolgere quella parte (sana?) dell'imprenditoria italiana, sopratutto la piccola e media impresa, che non condivide le politiche di austerità a unirsi a noi in un ambizioso programma di risanamento del territorio, riqualificazione delle periferie, valorizzazione del patrimonio artistico e naturalistico, messa in sicurezza degli edifici, incentivazione dell'edilizia scolastica, costruzione di nuovi ospedali, de-cementificazione e riqualificazione delle coste (impossibile? Può darsi, ma in alcune zone è sicuramente possibile). Inoltre dobbiamo promuovere una riconversione ecologica di tutta la società attraverso una incentivazione delle energie alternative e della riconversioni dei meccanismi produttivi, agricoltura biologica, prodotti a Km zero, progettazione di nuovi edifici in base a criteri ecologici ecc. ecc. E' indispensabile finanziare la ricerca e incentivare l'innovazione del prodotto con sovvenzioni alla ricerca nei vari settori. Ancora dobbiamo proporre un programma di semplificazione burocratica e un'istituzione statale ad hoc di assistenza e consulenza alle imprese (esiste già? Se esiste si nasconde molto bene). Cose dette e ridette, ma sempre come auspici da delegare ad altri e a futuri governi, ma mai come programma di governo di una compagine alternativa e come necessità da mettere su un tavolo di trattativa con i ceti sociali. Dobbiamo fare cose che ci auspichiamo da tempo e molto di più con un programma di detassazione in base alla natura dei progetti e della ricaduta occupazionale e con un'apertura al finanziamento alla imprese. Dobbiamo farlo non perché amiamo la doppiezza, per un malinteso realismo politico, o per connivenza con il potere, ma per puro senso della politica. Tutto questo in un'ottica capitalistica certo, ma di stampo keynesiano o post- keynesiano se vi piace di più. Insomma in un'ottica di deficit spending.
Vista l'attuale congiuntura anche Marx sarebbe d'accordo, è quanto di più rivoluzionario potremmo concepire in questo contesto storico-sociale ed è l'unica opzione che ci consente una speranza concreta di strappare l'Italia dalle mani di un capitalismo straccione e dei suoi sodali politici, oltre ad avere una ricaduta in termini di consenso, commisurata all'ampiezza dei ceti produttivi coinvolti e al volume occupazionale implicato. Pensiamoci.

sabato 12 gennaio 2013

Rodotà: “Il Reddito di cittadinanza è un diritto universale”

Conversazione con Stefano Rodotà di Roberto Ciccarelli, da Micromega (Il Manifesto, 12 gennaio 2013)
«In Europa - sostiene Stefano Rodotà, uno dei giuristi italiani che hanno partecipato alla scrittura della Carta di Nizza e autore del recentissimo "Il diritto di avere diritti" - siamo di fronte ad un mutamento strutturale che spinge qualcuno ad adoperarsi per azzerare completamente i diritti sociali, espellere progressivamente i cittadini dalla cittadinanza e far ritornare il lavoro addirittura a prima di Locke. Per accedere ai beni fondamentali della vita come l'istruzione o la salute, dobbiamo passare per il mercato e acquistare servizi o prestazioni. Il reddito universale di cittadinanza è il tentativo di reagire al ritorno a questa idea di cittadinanza censitaria».

Il reddito di cittadinanza, dunque, non il «salario minimo sociale e legale» chiesto dal presidente uscente dell'Eurogruppo Jean-Claude Juncker. Come spiega questa dichiarazione?Juncker ha mostrato più volte un'attenzione rispetto ad una fase nella quale debbono essere ripensati una serie di strumenti anche partendo da una riflessione più profonda sulla dimensione dei diritti. A parte la sua citazione di Marx, credo che la sua dichiarazione dovrebbe essere valutata alla luce dell'articolo 34 della Carta dei diritti fondamentali. In una delle sue carte fondative l'Ue si impegna a riconoscere il diritto all'assistenza sociale e abitativa e a garantire un'esistenza dignitosa ai cittadini. C'è un'assonanza molto forte con uno dei più belli articoli della nostra Costituzione, il 36. Considerati insieme, questi articoli offrono una chiave per considerare il reddito fuori dalla prospettiva riduzionistica con la quale di solito viene considerata. Diversamente dall'approccio del salario minimo, o di quello del «reddito di sopravvivenza» di cui parla Monti nella sua agenda, il reddito non può essere considerato solo come uno strumento di lotta contro la marginalità. In Europa non c'è solo la povertà crescente. Io credo che oggi la lotta all'esclusione sociale passi attraverso l'adozione del reddito di cittadinanza.

Riesce ancora a mantenere una fiducia ammirevole nelle istituzioni europee e a non considerarle solo come l'emanazione diretta della Bce o della volontà tedesca di imporre politiche anti-inflattive e di rigore nei bilanci pubblici. Come mai?Ma perché l'Europa non può essere ridotta solo alle politiche dell'economia che assorbe tutte le altre dimensioni. Non è possibile ricordarsi degli aspetti virtuosi dell'Europa solo quando interviene per sanzionare i licenziamenti di Pomigliano oppure la legge italiana sul testamento biologico e dimenticarli quando impone di considerare l'economia come il Vangelo, con questa idea di mercato naturalizzato. L'Europa è un campo di battaglia. Io stesso ricordo la fatica di introdurre nella Carta di Nizza i principi di solidarietà e uguaglianza che prima mancavano.

Susanna Camusso (Cgil) sembra avere tutt'altra idea sulla proposta di Juncker e ha escluso il «salario minimo» perché danneggerebbe la contrattazione nazionale. Come lo spiega?Capisco la sua volontà di salvaguardare la dimensione contrattuale, ma la trasformazione strutturale che viviamo ci obbliga ad andare oltre questo orizzonte. Il tema capitale e ineludibile è il reddito universale di cittadinanza. Martedì 15 a Roma presentiamo il libro Reddito minimo garantito del Basic Income Network dove discuteremo anche le proposte di Tito Boeri e Pietro Garibaldi, persone tutt'altro che ascrivibili ad un'orizzonte estremista. Il reddito è uno strumento fondamentale per razionalizzare un sistema altamente disfunzionale e sgangherato come quello italiano sulle protezioni sociali. Nei primi giorni di governo l'aveva citato anche Elsa Fornero, poi ha abbandonato questa prospettiva.

Di solito la sinistra e i sindacati considerano il reddito come un ammortizzatore sociale. Lei ritiene che sia un approccio corretto?Assolutamente no. Oggi non è più possibile considerarlo come uno tra i tanti ammortizzatori sociali perchè dobbiamo cominciare a lavorare sulla distribuzione delle risorse. L'idea degli ammortizzatori sociali riflette un modo di guardare al precariato come un problema sostanzialmente transitorio che l'intervento dei governanti farà rientrare in una situazione di normalità. Oggi non è più così e il reddito è una precondizione della cittadinanza, uno strumento per affermare la pienezza della vita di una persona. Riguarda anche i lavoratori che si trovano in difficoltà, ma è un diritto di tutti i cittadini.

Quali sono le prime tappe del processo di una radicale riforma del Welfare?Ripristinare l'agibilità democratica nelle fabbriche; difendere il diritto del lavoro dalla privatizzazione strisciante che non è una fissazione della Fiom o di Maurizio Landini; una nuova legge sulla rappresentanza sindacale ma soprattutto ripristinare il diritto all'esistenza che passa attraverso il reddito di cittadinanza. È una questione di cui non possiamo liberarci né con un'alzata di spalle come ha fatto Carlo Dell'Aringa, ma anche dicendo che il contratto funziona bene, il sindacato fa la sua parte, mentre invece nella società c'è più di qualcosa che non funziona. Dobbiamo pensare a una trasformazione radicale, proprio come accadde con lo Statuto dei lavoratori. Perché non dovrebbe accadere oggi?

Perchè forse allora c'era l'autunno caldo, la migliore cultura giuslavoristica con Giugni, Romagnoli, Mancini sostenne l'avanzata del movimento operaio. Oggi non è così...C'è una certa sordità del sindacato perché ritiene che gli strumenti acquisiti siano sufficienti per fronteggiare qualsiasi situazione. Ricordo che Romagnoli gli ha rivolto critiche molto severe quando abbiamo elaborato e firmato il referendum contro le modifiche all'articolo 18 e contro l'articolo 8. In generale trovo spaventoso constatare i guasti della progressiva emarginazione del dialogo con la cultura politica. E questo non accade solo nel mondo del lavoro.


giovedì 10 gennaio 2013

Come Ronald Reagan ha involontariamente spianato la strada alla fine del capitalismo

di Marc McDonald (da Beggars Can Be Choosers)
traduzione di Domenico D'Amico

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Grazie a due decenni di sforzi indefessi da parte di storici revisionisti, Ronadl Reagan si è visto accreditare molti successi di cui non è stato minimamente responsabile. La “vittoria” nella Guerra Fredda ne costituisce un buon esempio.
Nella realtà le scelte politiche di Reagan hanno poco o nulla a che fare con il collasso dell'Unione Sovietica. Difatti, l'ultima cosa che il Complesso Militare Industriale avesse mai desiderato era la fine della Guerra Fredda (e con essa la fine della cuccagna da trilioni di dollari dei contratti per la “difesa”).
D'altro canto, si dovrebbe riconoscere a Reagan il merito per qualcosa che ha conseguito realmente: porre le basi preparatorie per la fine del capitalismo per come lo conosciamo.
Il capitalismo ha sperimentato la sua prima esperienza di pre-morte durante la Grande Depressione. Ironicamente, venne salvato dal presidente più progressista che gli Stati Uniti abbiano mai avuto: Franklin D. Roosevelt. Sebbene venisse attaccato dalla comunità d'affari dell'epoca, il New Deal di FDR di fatto rianimò il capitalismo e gli infuse nuova vita. Il New Deal creò la Grande Classe Media Americana: decine di milioni di lavoratori ben retribuiti che avevano materialmente in tasca il denaro per acquistare le merci prodotte dal sistema.
Si trattò di uno straordinario accomodamento che rese l'America una superpotenza e per molti decenni la nazione più invidiata del pianeta.
In ogni caso, i ricchi d'America non dimenticarono mai il loro odio per FDR e il New Deal – a dispetto del fatto che quest'ultimo avesse salvato il capitalismo da se stesso. I ricchi e i potenti brigarono senza sosta per abolire il New Deal, e nel 1980, con l'elezione di Reagan, videro finalmente la possibilità di iniziare ad attaccarlo – un processo tuttora in corso.
Col governo Reagan sia le prerogative della classe media sia i programmi di assistenza per i poveri subirono un taglio. E i radicali cambiamenti nella politica fiscale cominciarono a privilegiare i molto ricchi, a spese di classe media e poveri. Inoltre sindacato e diritto del lavoro vennero smantellati. Per finire, sotto le disastrose politiche reaganiane di “libero scambio”, l'America iniziò a delocalizzare oltremare tutti i posti di lavoro ben remunerati nel settore secondario.
Il risultato di tutto questo fu che, sotto Reagan, la Grande Classe Media Americana iniziò a rimpicciolire – un processo che continua tuttora. E con una classe media tanto impoverita, il capitalismo statunitense conosce una crisi di vaste proporzioni, dato che sempre meno consumatori sono in grado di acquistare i beni prodotti dal sistema.
Quest'ultima è una componente cruciale del capitalismo che, curiosamente, è stata a lungo trascurata dagli zeloti del “libero mercato” della Scuola di Chicago, che da sempre hanno esaltato un'economia completamente deregolamentata. Trovo interessante come simili zeloti siano sempre tanto angosciati dal flagello delle troppe tasse e troppe norme che opprimono i ricchi (che secondo loro sono l'unico elemento necessario per un capitalismo di successo).
Ovviamente, quello che questi zeloti non vedono dalle loro torri d'avorio è che il capitalismo semplicemente non può sopravvivere senza una robusta e vitale classe media che acquisti le merci prodotte dal sistema.
Sebbene le politiche di Reagan avessero minato la classe media statunitense, il danno fatale subito dal capitalismo non divenne evidente se non molto tempo dopo. Questo perché l'intera crisi venne mascherata dalla scelta di un consumo finanziato dal debito, il quale creava l'illusione della prosperità.
Durante la presidenza di Reagan, l'America smise semplicemente di pagare le bollette. Il governo cominciò a prendere in prestito centinaia di miliardi di dollari da paesi come il Giappone. E i consumatori, per i loro acquisti, usavano sempre di più le carte di credito al posto dei contanti.
Per ultime arrivarono una serie di bolle che crearono l'ulteriore illusione di un'economia americana più in salute di quanto lo fosse in realtà, incluse quella delle Dot Com e la più recente, quella immobiliare.
Va da sé, l'intera truffa piramidale collassò nel 2008. Da allora, l'economia statunitense è in sala rianimazione. La nazione continua a sprofondare nei debiti, perfino mentre il dollaro subisce ribassi mai visti prima. La classe media è praticamente estinta, insieme ai posti di lavoro ben retribuiti che un tempo contribuirono a rendere quella americana l'economia più forte della terra.
Virtualmente tutto questo è un'eredità delle politiche reaganiane. E a differenza di quanto accadde con la prima esperienza di pre-morte del capitalismo, quella degli anni 30, è estremamente improbabile che appaia all'orizzonte un altro FDR pronto a infondere nuova vita all'intero sistema. Nella nostra epoca di sentenze [favorevoli agli interessi delle corporation] come la Citizen United, questo non avverrà mai.
Reagan (o, per essere più precisi, i suoi ricchi sostenitori) in origine voleva demolire il New Deal e far tornare gli Stati Uniti a una forma di capitalismo senza regole, tipo homo homini lupus, da XIX Secolo. Speravano che ciò avrebbe sospinto il capitalismo verso nuove vette. Ma ignorando nei loro calcoli il ruolo dei consumi della classe media, involontariamente danneggiarono gravemente lo stesso capitalismo, e trasformarono l'America in una potenza di seconda categoria.
Gli effetti distruttivi dell'eredità reaganiana continuano sotto i nostri occhi. I gravi problemi che cominciarono a emergere durante la sua presidenza (deficit fiscale e commerciale senza controllo, classe media in declino, perdita di posti di lavoro qualificati e dollaro in picchiata) arrivano fino a noi.
Naturalmente, la classe benestante continua a tutt'oggi a denegare che la cuccagna capitalista sia ormai finita. Continua ad aggrapparsi alla speranza che la crisi causata dal collasso del 2008 alla fine verrà superata e che il capitalismo in qualche modo sopravviverà.
Il problema è che i posti di lavoro ben pagati nel settore manifatturiero sono perduti, e non torneranno. E la tanto decantata economia dei servizi che avrebbe dovuto prenderne il posto si è dimostrata un misero surrogato, offrendo perlopiù paghe e indennità inferiori. Infatti, a tutt'oggi, l'America continua a perdere i pochi buoni posti di lavoro superstiti, grazie alla totale assenza di qualsiasi intelligente politica di scambio commerciale.
Di più, dato un dollaro sempre più debole e un deficit fiscale e commerciale sempre crescente, il peso dell'America nel contesto mondiale non fa che diminuire. Nel corso di tutto il secondo dopoguerra l'America non doveva far altro che stampare dollari per salvarsi dalle crisi economiche, dato che il dollaro era la valuta di riserva di tutto il mondo. Tale periodo, chiaramente, si avvicina alla fine.
Col declino del dollaro l'America sarà una nazione molto più debole e molto meno ricca. Durante l'intero secondo dopoguerra l'America è stata la pietra angolare del capitalismo. Col discredito di quest'ultimo, è evidente che il resto del mondo stia allontanandosi sempre di più dal modello economico statunitense, e inizi a guardare come nuovi punti di riferimento a economie regolate e tecnocratiche come quelle di Cina e Singapore.
L'era di Reagan non solo ha decretato la fine del capitalismo, ma la sua eredità avvelenata ha fatto sì che l'America troverà estremamente difficile risollevarsi dalle crisi determinate dalla sua amministrazione. Si va dal deterioramento dell'istruzione pubblica dovuta ai tagli di bilancio di Reagan alle decadenti infrastrutture del paese. Questi due fattori da soli renderanno per i prossimi anni sempre più difficile, per gli Stati Uniti, competere a livello globale.
Ma l'eredità più venefica di Reagan forse è stata l'abolizione della Fairness Doctrine [1]. Questo fece sì che i grandi media americani, in maniera sempre crescente, fossero poco più che portavoce dei potentati economici. Gli americano di oggi sono disperatamente disinformati su tutti i problemi di attualità. E una nazione disinformata troverà difficile avviare i passi necessari a rimediare alle crisi scatenate dalle politiche reaganiane.

nota del traduttore

[1] La Fairness Doctrine (abolita nel 1987) andava molto al di là della nostra par condicio: “Più in generale, ed anche con riferimento a periodi non elettorali, ha avuto vigore negli Stati Uniti la cd fairness doctrine (letteralmente dottrina dell'imparzialità); questa fu canonizzata dalla FCC nel 1949, benché alcune applicazioni dei principi propri di tale dottrina avessero già trovato applicazione nel corso dei tardi anni '30 e negli anni '40 ad opera di alcune decisioni della FCC. Tuttavia, la sua affermazione autoritativa è contenuta nella relazione della FCC sulle politiche editoriali delle emittenti televisive. In questo rapporto la FCC sostenne la 'responsabilità in capo ai licenziatari di mettere a disposizione ragionevoli spazi per la messa in onda (...) di programmi dedicati alla discussione ed all'esame di argomenti di pubblico interesse" e stabiliva inoltre che il licenziatario doveva "operare attenendosi ad una completa imparzialità, mettendo le proprie strutture a disposizione dell'espressione delle visioni contrastanti di tutti gli elementi responsabili della comunità sui vari oggetti di pubblico dibattito che dovessero sorgere'.” [Ordine dei Giornalisti - Lombardia]


martedì 8 gennaio 2013

Il re è nudo

Tonino D’Orazio

La sparata di Monti sia contro il Pdl di Berlusconi che il Pd di Bersani è di una verità drammatica. Piena della solita alterigia: “mi avete sostenuto fino ad oggi ed ora siete contro di me?”. Mi cercate per un continuo approccio e sostegno alla mia agenda che pure ha salvato l’Italia dei ricchi, (anche se tutti gli indicatori economici e sociali ci dicono il contrario), come nelle altre precedenti crisi decennali. Stupendo e veritiero ricatto. I due partiti maggiori sono nudi.
Uno il Pdl perché ha votato e fatto votare tutto quello che la banda dei tecnocrati al governo voleva, o che altri paesi e le rapinatrici banche volevano fosse fatto. Avete notato il pilotaggio dello spread a livello da far cantare vittoria a Monti in campagna elettorale? Sarà veramente un imbroglio come dicono sia Berlusconi che Grillo? Il Pd perché non ha avuto il coraggio di andare subito alle elezioni nel settembre del 2011, frenato dal tattico Napolitano. Oggi molto silenzioso di fronte al disastro sociale ed economico italiano e alla sua impossibilità di reagire e orientare politicamente. L’ha fatto per le destre, ora come si fa a sostenere ufficialmente il Pd in campagna elettorale?
Soprattutto se la Chiesa, con la solita ipocrisia, ci rimette del suo. I partiti, "se credono in un riformismo pieno e rispettoso delle persone, devono comprendere nei loro programmi e nelle loro agende, alcuni principi di fondo quali il diritto al lavoro, la tutela dello Stato sociale e democratico contrastando la sua erosione, i tentativi di abbatterlo e la crescita delle diseguaglianze". Sostenere Monti indicandogli il programma. Esattamente ciò che non ha fatto e non potrà fare, ma può sempre dirlo. Le vie del Signore sono infinite. E un nuovo Messia potrebbe anche nascere sulle macerie della seconda repubblica. Fa parte dell’arroganza del vecchio tecnocrate: “Mi sento pioniere della politica”. Ha imparato ovviamente che bisogna cambiare legge elettorale per poter comandare veramente. Presidenzialismo, per lui, e fuori tutte le ali. Da questo punto di vista mi sembra che in questi anni il fondo non si possa ancora toccare e dio ci liberi da una terza repubblica siffatta. Il loro numero e l’accelerazione delle repubbliche per non cambiare nulla non mi sembra riformista per niente. Vi sono in giro troppi padri della patria. E poi bisogna bloccare “il nuovo Gesù detto Beppe Grillo” (Parola di Casaleggio).
Il Papa chiama anche ad un cambio di ideale. Ormai il bene comune non sono i “beni comuni” ma la pace. Mai siamo stati così in guerra come in quest’ultimo decennio. E siamo pronti, dopo la Libia, ad altre eventualità come la Siria e magari anche l’Iran se non si sbrigano ad avere il deterrente atomico della morte che potrebbe frenarci. Altrimenti perché acquistare 100 bombardieri di “nuova generazione”? Chi dobbiamo bombardare per “difenderci” in anticipo?
L’appello più patetico viene fatto a Monti sulla questione del lavoro. Gli si consiglia di farne campagna elettorale. Dovrebbe scaricare la Fornero che ha ribadito che il lavoro non è un diritto dimostrando di non aver letto nemmeno l’articolo uno della Costituzione del paese che la strapaga. il Pontefice dice che “e' un bene fondamentale e non un optional, come farebbe intendere la nuova dottrina del capitalismo finanziario. Pertanto, occorre promuovere politiche attive del lavoro per tutti e la politica non deve puntare all'abbattimento dello stato sociale e democratico, erodendo i diritti sociali, pena la crescita delle diseguaglianze e il conseguente indebolimento della democrazia partecipativa. Senza i diritti sociali, non sono fruibili i diritti civili e politici". Si fosse iscritto alla Fiom-Cgil? Evidentemente no. Chiede di salvare lo stato sociale adesso che è distrutto strutturalmente anche per il futuro, tanto che nessuno propone di rispolverarlo e adeguarlo meglio. Ed è per questo che non è credibile, però non ci si può aspettare che sia un bugiardo o un demagogo populista anche lui. Anche se è una moda consolidata penso ne dovremmo avere un po’ meno in questo paese. Non potrebbe essere un assist boomerang? Magari per dare ossigeno a Casini, schiacciato tra le varie destre?
“Ulteriore taglio alle spese”. Il nostro sarà un paese in cui attecchisce facilmente il populismo però adesso ci si aggiunge anche un non meglio definito sadomasochismo. Dietro questa formula, fino ad oggi, le spese erano rappresentate per milioni di persone dalla perdita del potere d’acquisto delle misere pensioni, dalla straricchezza del possesso della propria casa dopo anni di sacrificati mutui, dai contratti nazionali troppo ricchi che facevano vivere i lavoratori al di sopra dei loro mezzi e nel mondo dei sogni, dall’aumento delle tasse racimolandole sui consumi tramite l’aumento dell’Iva e accise varie, dall’aumento incredibile della disoccupazione soprattutto quella giovanile e femminile (malgrado vadano via dall’Italia 200.000 italiani all’anno da tre anni, non più conteggiati), dallo spreco delle spese per la ricerca (unica vera ricchezza italiana) e per la scuola (“provate a vedere quanto costa l’ignoranza per un paese”).
Ulteriori privatizzazioni, che loro, Berlusconi compreso ma non solo, chiamano liberalizzazioni. C’è rimasto veramente poco di pubblico che dia latte, o denaro fresco, quotidiano a fiumi. I monopoli pubblici sono già diventati privati, sin dal primo Prodi. L’agroalimentare è totalmente in mano francese e da oggi forse anche l’Alitalia, quella senza debiti, perché questi passivi vengono pagati da noi. Ci rimane da vendere, meglio da regalare per quattro spiccioli, l’Inps-Inail, la Cassa Depositi e vedere come appropriarsi dei libretti di piccolo risparmio dei pensionati. Gli immobili, per quel che valgono oggi sono a buon prezzo, ma la rivendita a plus valore risulta troppo in là per essere un affare. 

lunedì 7 gennaio 2013

Il silenzio dei prosciutti

La faccia di Monti mi ricorda il film di Carpenter “ Essi vivono”, non tanto perché Monti sia un alieno, Monti è molto “terreno”, ma perché quando vedo lui mi sembra di vedere in controluce l'immagine filigranata di uno zombie coi denti aguzzi affamato di sangue, uno insomma che dietro le spoglie umane nasconde la sua vera natura di predatore e i suoi reali proponimenti. E' questo ciò che accade in Italia, acclamiamo i nostri macellai, perché non abbiamo niente di meglio da fare e perché il macello appare come l'unica realtà fruibile. Inoltre il macellaio si presenta bene, è rassicurante ed è benedetto dalle tonache.

Prendete Bersani e il suo scudiero Vendola, nessuna persona sana di mente potrebbe bersi la favola che per salvare l'Italia era necessario segargli una gamba e venderla al miglior offerente per poi avere i soldi per comprarle una protesi. Eppure molta gente per bene se la beve. Sindrome di Stoccolma? No, più semplicemente un orizzonte dove l'unica cosa che riesci a vedere è quello che ti permettono di vedere e anche se ti sembra assurdo non c'è altro.

Bestie votate il macellaio e il vostro futuro sarà assicurato.

Altra scenetta che mi tormenta in questo periodo è quella di una vecchia pubblicità di una ditta di salumi, dove un' allegra brigata di maiali si avvia fischiettando al macello dentro una fabbrica di prosciutti, esibendo per entrare il “passaporco”. Non posso non scorgere le similitudini con la situazione politica attuale, sarà anche perché Bersani è emiliano e lì i prosciutti e porcilaie vanno alla grande.

Continuo a chiedermi, come è possibile che gente del genere venga a chiederti il voto dopo che ti ha tagliato pensioni, stipendi e welfare e dice che siamo appena all'inizio, subito dopo averti detto che la crescita è vicina a che siamo ormai fuori dal tunnel? Eppure ormai dovrebbe essere arrivata la voce che il prossimo anno taglieranno altri 46 miliardi di euro al bilancio dello stato. Eppure a volere tendere un po' l'orecchio uno dovrebbe aver sentito Monti che dice: tagliamo un tanto di IRPEF e di IVA, ma solo dopo aver ridotto la spesa pubblica. Tradotto: faccio finta di dati 10, ma poi ti tolgo 1000 di ospedali, scuole, assistenza agli anziani, ricerca e quant'altro, tanto, come ha avuto la sfacciataggine di affermare il professore la sanità non è più sostenibile e figuriamoci il resto. Non c'è verso.

Votiamo i macellai.

sabato 5 gennaio 2013

Organismi Geneticamente Monetizzati

Se i movimenti desiderano davvero migliorare la qualità del cibo, dovrebbero seguire la pista dei soldi piuttosto che perdere tempo con le etichettature

di Frederick Kaufman (da Slate)
traduzione di Domenico D'Amico


Traduciamo questo pezzo da Slate non perché contenga informazioni inedite (la storia del seme suicida della Monsanto, del pesticida Roundup e delle demenziali cause legali ad essi legate è fin troppo conosciuta) ma perché costituisce un ulteriore chiarimento di un elemento paradossale presente all'interno dei movimenti (definiamoli così per brevità) antiliberisti, un elemento che noi non ci stancheremo mai di stigmatizzare. Si tratta di una congerie di tratti culturali che appartengono (per lo più) al deprimete legato della paranoia statunitense derivata dalla fusione di un certo fondamentalismo religioso con un certo libertarismo anarcoide, tratti culturali che si possono riassumere con le idee esposte dal personaggio del Generale Ripper nel film Il Dottor Stranamore. Questo guazzabuglio di fuffa (fluorizzazione delle acque, scie chimiche, anti-vaccinismo, negazionismo dell'HIV eccetera eccetera) fa massa con le pseudo teorie dell'estrema destra liberista janqui (gold standard, signoraggio, congiura della Fed, sovereign citizens, lager della FEMA eccetera eccetera), inquinando alcune frange del movimento anti-imperialista, generando il profilo paradossale e autolesionista di un movimento “di sinistra” che si ritrova a diffondere le idee della peggiore e più reazionaria cultura statunitense... Se fossimo cospirazionisti ci verrebbe il sospetto che i vari propalatori di teorie sul signoraggio, scie chimiche e compagnia debbano per forza di cose essere sul libro paga dei fratelli Koch.

Ma del resto tutto è possibile.

Ho trascorso la maggior parte degli ultimi anni all'interno di laboratori ad accesso riservato che facevano ricerche sugli OGM. Durante le ricerche per il mio ultimo libro, ho scrutato l'uva che brilla nel buio (i suoi semi corretti con geni di medusa), assistito al tentativo di realizzare pomodori cubici (una sequenza di DNA potrebbe determinare la forma di qualsiasi frutto), e ammirato piante di riso progettate per essere immuni alle più fatali malattie dell'Asia. Nessuna di queste leccornie OGM è commercialmente disponibile – non ancora. Ma anche se nessuno di questi prodotti di laboratorio riuscisse a raggiungere gli scaffali, il 70% dei cibi lavorati presenti nei supermercati statunitensi contiene già ingredienti geneticamente modificati.
Dovremmo preoccuparci della salubrità di questo cibo? È la domanda che ha monopolizzato una buona percentuale delle recenti polemiche sviluppatesi a ridosso del voto californiano sulla Proposition 37 del mese scorso, che avrebbe potuto imporre l'etichettatura dei cibi contenenti OGM.
Ma è la domanda sbagliata.
Ecco perché: non c'è certezza sull'effetto dei cibi OGM sulla salute umana, ma il loro effetto sui coltivatori, gli scienziati e i mercati sono lampanti. Un cibo geneticamente modificato potrebbe essere dannoso, un altro no; ogni manipolazione genetica è diversa. Ma ogni cibo geneticamente modificato diventa pericoloso – non per la salute ma per la società – nel momento in cui è possibile brevettarlo. In questo momento la spinta maggiore dietro lo sviluppo di raccolti OGM è costituita dalla possibilità di ricavarne enormi profitti, e l'origine di questi profitti potenziali sta tutta in una frasetta legale apparentemente inoffensiva:
“Chiunque inventi o scopra qualsiasi nuovo e fruttuoso procedimento, macchinario, metodo di fabbricazione, composizione materiale, o qualunque miglioramento nuovo e proficuo dei predetti, può ottenerne il brevetto.”
Questo è il succo della prima legge americana sui brevetti (all'inizio al posto del termine procedimento c'era la parola arte) – ed è la ragione che spinge i biologi molecolari a infilare geni di medusa nell'uva e a passare notti insonni all'inseguimento del pomodoro quadrato. In origine la legge sui brevetti si applicava solo a invenzioni non commestibili, ma a partire dall'approvazione del Plant Patent Act del 1930, il cibo manipolato geneticamente è diventato oggetto di protezione della proprietà intellettuale, e la creazione di nuovi alimenti è divenuta un modo sicuro di assicurarsi fonti di profitto per chiunque li brevetti per primo. Nel 1930 un cibo geneticamente modificato poteva essere una mela innestata da un albero all'altro, ma quarant'anni dopo la norma venne estesa dalle piante originate da innesto alle piante cresciute da sementi, ad esempio il frumento. La protezione per le “Utility patent” [1] arrivò in seguito, nel 1985, ed estese i diritti di proprietà intellettuale ai metodi di progettazione delle piante, incluse le sequenze genetiche inserite nel genoma di una specie.
L'impatto di queste leggi è stato enorme. Essenzialmente sono state quelle leggi a creare il sistema di industria alimentare che i movimenti di base giustamente stigmatizzano.
La Monsanto, la più vituperata delle corporation in campo agroalimentare, è autrice di numerosissime malefatte che i canali impegnati politicamente hanno ampiamente denunciato. Quello che non è stato ampiamente comunicato è che sono i brevetti sui vegetali a costituire il quadro legale che consente quelle malefatte. È stata la protezione dei brevetti di utilità ad aprire la strada alla panoplia globale di semi e pesticidi della Monsanto di oggi, inclusa la famigerata tecnologia dei semi “terminator” (o “suicidi”) che di fatto sterilizzano le piante di seconda generazione e rendono non solo inutile ma illegale, da parte dei coltivatori, mettere da parte i semi per la semina dell'anno seguente). La Monsanto ha fatto causa ai contadini che si ritrovavano frumento o soia transgenici nei loro campi, piante generate dai semi portati dal vento provenienti da campi vicini coltivati a OGM. Qual era la base per simili ridicole cause? I brevetti sui vegetali. Questi coltivatori stanno involontariamente violando i diritti di proprietà intellettuale della Monsanto. Peggio ancora, la Monsanto ha avuto la perfida idea di sviluppare un tipo di pesticida (nello specifico, un diserbante chiamato “Roundup”, scoperto e brevettato da un chimico della Monsanto nel 1970) che opera al meglio quando utilizzato coi semi brevettati dalla corporation. Le leggi sui brevetti, in pratica, hanno permesso alla corporation l'istituzione di un monopolio verticale – se vuoi le sementi ad alto rendimento Roundup Ready avrai bisogno dell'insetticida Roundup della Monsanto; e se compri l'insetticida Roundup avrai bisogno delle sementi Roundup Ready (dato che le aziende agricole di grandi dimensioni desiderano il maggior rendimento possibile, tendono ad abbozzare e a comprare tutt'e due i prodotti).
L'effetto complessivo di queste azioni sul sistema mondiale dell'alimentazione è stato straordinariamente negativo.
Considerate il caso della dott.sa Pamela Ronald, professoressa di Genomica Vegetale presso la UC-Davis. Come per molti altri scienziati, la motivazione principale della dott.sa Ronald non è il profitto, ma la comprensione dei meccanismi naturali. Dopo aver lavorato per un decennio alla decodifica del genoma del riso, Ronald e il suo team realizzarono un'alterazione genetica che resisteva allo Xanthonomas, una delle peggiori patologie del riso in Asia. Potrebbe esserci una migliore, più socialmente utile applicazione delle manipolazioni genetiche di questa? Ronald e la UC-Davis registrarono il gene presso l'ufficio brevetti statunitense, in modo da ottenere la proprietà intellettuale della sequenza dell'immunità allo Xanthomonas, e quasi subito la Monsanto e la Pioneer [2] chiesero l'autorizzazione all'uso del gene.
Ma mentre l'Office of Technology Transfer della UC-Davis lavorava ai termini dell'accordo, la Monsanto e la Pioneer persero interesse alla questione, e le prospettive commerciali del riso di Ronald giunsero a un'impasse. A quanto pare la resistenza a una patologia non era attraente per le multinazionali dell'alimentazione quanto invece lo era per la dott.sa Ronald e la UC-Davis, forse perché i potenziali profitti derivati da un riso che resiste alla ruggine non potevano rivaleggiare con quelli derivati dal frumento Roundup Ready. Il riso di Pamela Ronald prometteva di salvare vite in Asia, ma le lungaggini legali lo relegarono nella sua serra.
Alla fine, la dott.sa Ronald ha contestato il suo stesso brevetto, rendendo le informazioni genetiche da lei scoperte disponibili gratuitamente per i paesi in via di sviluppo. L'atteggiamento di Ronald nei confronti della legislazione riguardante la genetica in agricoltura non è insolito tra gli scienziati. Parecchi dei biologi molecolari che ho intervistato negli ultimi anni mi hanno detto che le leggi sui brevetti intralciano il loro lavoro di ricerca, nel momento in cui l'innovazione molecolare diviene proprietà intellettuale della compagnia o università proprietarie del laboratorio che ha effettuato la scoperta. Il diritto alla proprietà della propria scoperta sembrerebbe una bella cosa – tranne che per il fatto che la conseguenza è il blocco della collaborazione scientifica su larga scala, spesso fondamentale per il progresso della ricerca. Di fatto, l'interesse degli scienziati per una circolazione delle idee più libera potrebbe essere un'alleata nella lotta dei movimenti contro la Monsanto e i colossi dell'agroalimentare, nella lotta per una riforma dei brevetti vegetali – se i movimenti smettessero per un momento di concentrarsi sulla questione delle etichettature e guardassero al quadro più ampio.
Le normative sulla proprietà intellettuale devono essere ripensate. Un film o un libro coperti da copyright restano comunque lo stesso film e lo stesso libro, ma quando il cibo diventa un concetto legale o una proprietà intellettuale, cessa di essere cibo. Naturalmente si può consumare un popcorn brevettato allo stesso modo di un suo cugino che non lo sia. Ma a differenza di un iPhone o di un tv a schermo piatto, del cibo ne hanno bisogno tutti, e ne hanno bisogno ogni giorno. I rappresentanti maggiori dell'industria alimentare globale vorrebbero convincerci che il mercato mondiale delle derrate alimentari sia un libero mercato come quello di qualsiasi gadget tecnologico – anche se nessuno può decidere di fare a meno a lungo di fare colazione, pranzo o cena. Dato che la partecipazione al mercato delle derrate è obbligatoria, al ritmo di circa 2700 calorie al giorno, i brevetti sul cibo permettono ai loro proprietari una quota garantita di profitti proveniente da una garantita quantità di acquisti, il che è fondamentalmente iniquo. Per quale motivo l'industria agroalimentare dovrebbe godere di privilegi negati a ogni altro genere di business? Le norme che regolamentano i brevetti nel campo dell'elettronica o dello spettacolo non dovrebbero essere i medesimi anche per quel che riguarda gli elementi più essenziali dell'esistenza umana.
Più di ottanta anni di protezione dei brevetti vegetali hanno costruito uno dei bastioni più imponenti dell'industria agroalimentare – ed ecco perché dovrebbero essere questi brevetti l'obbiettivo dei movimenti. Il modo più diretto ed efficace di minare il monopolio degli industriali delle sementi modificate è una riforma di quelle leggi (in particolare quella sui brevetti di utilità del 1985), e rendere i diritti di proprietà che riguardano il cibo meno esclusivi, meno profittevoli e meno duraturi.
Se i movimenti di base che si interessano della questione alimentare hanno come obbiettivo l'alternativa ai colossi dell'alimentazione, se l'obbiettivo è il miglioramento a livello globale delle condizioni dei piccoli coltivatori, lo sviluppo di un rapporto migliore tra ambiente rurale e ambiente urbano, e il sostegno allo sviluppo di un'agricoltura più sostenibile – allora l'etichettatura dei cibi contenenti OGM, come avrebbe ottenuto la Proposition 37 in California, non avrebbe dato il minimo contributo alla causa. Per cambiare il sistema alimentare, il movimento deve sviluppare un pensiero strategico. Per le Monsanto di questo mondo, il cibo è diventato una fonte di profitti sfrenati e un concetto legale da difendere a ogni costo nei tribunali. Questo significa che per il movimento è venuta l'ora di prendere di mira le leggi sui brevetti. Invece di giostrare coi mulini a vento delle etichettature, le organizzazioni non profit che si occupano del settore alimentare dovrebbero ingaggiare uno stuolo di avvocati esperti di proprietà intellettuale e scatenarli su Washington per pretendere una riforma del Plant Patent Act. Nel momento in cui la manipolazione genetica sarà meno redditizia, le cose andranno meglio sia per i consumatori, sia per i coltivatori, sia per i ricercatori – praticamente per tutti tranne che per i dirigenti delle corporation.

La copertura informativa sul settore alimentare di Slate è resa in parte possibile dal contributo della W.K. Kellogg Foundation.


Note del traduttore

[1] “Negli Stati Uniti, sono disponibili due tipi di protezione di brevetti: utilità e design. La differenza di base tra questi due tipi è che un'“utilità di brevetto” protegge il modo in cui un articolo viene usato e lavorato (35 U.S.C. §101), e un “brevetto per design” protegge il modo in cui un articolo appare (35 U.S.C,. §171). Entrambe le forme di protezione possono essere ottenute per un singolo articolo che possiede entrambe le caratteristiche funzionali e ornamentali.” [Unioncamere Lombardia]
[2] La Pioneer è un'industria che opera nel settore agroalimentare come la Monsanto, ed è di proprietà del colosso chimico DuPont.

Mettiamo un reddito garantito nell'Agenda politica


Appello alle associazioni, alle reti, ai movimenti della società civile.
Appello ai candidati ed ai partiti per le prossime elezioni politiche e regionali.
In questa campagna elettorale si è cominciato, ancora con troppa timidezza, a citare il tema del sostegno al reddito, evocato con declinazioni diverse, a volte confuse e spesso contrapposte. Su come e quando il tema del reddito sarà discusso, su come si intende articolarlo, quali saranno i criteri che lo caratterizzeranno nella forma e nella sostanza economica, su come e quando si intende introdurlo non abbiamo ancora dei riferimenti chiari. Per quanto ci riguarda auspichiamo che sia uno dei punti da affrontare entro i famosi primi 100 giorni dell’azione governativa, che sia affrontato come una proposta urgente e necessaria per i cittadini di questo paese.
Circa un anno fa, all’avvio del governo Monti, denunciammo con una lettera aperta intitolata “Fate presto!” (www.bin-italia.org/informa.php?ID_NEWS=315) il rischio di default sociale del nostro Paese. Da allora la crisi sociale si è andata aggravando, gli ultimi dati a disposizione raccontano di un 29.9%  delle persone in Italia a rischio povertà. Non aver preso in seria considerazione il nostro appello a “Fare presto!”, nel quale si indicava il reddito garantito come uno degli strumenti di contrasto alla crisi, ha evidentemente aggravato la condizione sociale di milioni di persone. I furti dei generi di prima necessità nei supermercati sono aumentati, i giovani privi di occupazione ed espulsi anche dal ciclo della formazione sono oltre 2,5 milioni, tra i disoccupati solo 1 su 4 riesce a trovare un lavoro, sempre più spesso precario, entro un anno.
Si aggiunga l'emergere di continui scandali nella gestione delle risorse pubbliche (oltre 60 miliardi di euro il costo della corruzione per la Corte dei Conti), e la perdurante incapacità di agire in modo convincente sul fronte dell'evasione fiscale (l'Agenzia delle Entrate stima circa 120 miliardi annui), così come l’enorme massa di denaro pubblico che finisce in sprechi ed inutili opere o il costo delle spese militari, non ultime quelle per la dotazione di nuovi cacciabombardieri. Il mix esplosivo tra crisi economica e impoverimento di massa da un lato e corruzione e ingiustizie sociali dall'altro, rende sempre meno differibile l'avvio di un'operazione di importante redistribuzione delle risorse. 
La Commissione europea ci esorta da anni a combattere la “segmentazione“ del nostro mercato del lavoro e ci chiede di adottare misure universali di indennità di disoccupazione, oltre che efficienti misure di sostegno al reddito. Risale addirittura al 1992 la prima Raccomandazione in questo senso ed il Parlamento europeo ha adottato nell'ottobre del 2010 una Risoluzione dai toni ancora più netti verso il reddito minimo garantito. E' noto che in numerosi Stati europei si ha la possibilità di accedere ad un sussidio di disoccupazione (in Italia solo il 17,2% di disoccupati riesce a farlo, contro il 94,7% dell’Olanda, il 91,8% del Belgio, il 70,9% della Francia, l’80% della Germania) e sappiamo anche che quando questo termina si ha diritto al reddito minimo garantito con un ammontare medio pari a oltre 600 euro al mese in Belgio o Austria, a 800 euro in Irlanda o in Olanda, senza poi menzionare i livelli di tutela degli ordinamenti scandinavi. E' noto poi che oltre al sostegno finanziario i nostri concittadini europei possono contare sull'accesso ed il sostegno alla casa, ai trasporti, alla cultura o a misure per la famiglia o i figli.
A tale riguardo non sarà certo sfuggita ai candidati di questa tornata elettorale la straordinaria mobilitazione di questi ultimi mesi per l'istituzione di un reddito minimo garantito anche nel nostro Paese (si veda www.redditogarantito.it) con la raccolta di firme per l'adozione della legge di iniziativa popolare sul reddito minimo che ha attivato decine di comitati locali in tutto il Paese.
A ridosso delle elezioni politiche e per i governi di alcune importanti Regioni, riteniamo che a questo tema debba essere data la necessaria priorità e chiediamo che venga urgentemente inserito nelle agende di governo sia regionali che nazionali. Per questo il BIN Italia lancia una campagna dal titolo “il Reddito Garantito nell’Agenda politica” invitando la società civile, i movimenti, le reti e le associazioni, ma anche i candidati alle prossime elezioni sensibili al tema, ad organizzare iniziative pubbliche nei propri territori. Lanciamo un appello ad aprire in ogni territorio un confronto ed una discussione sulla necessità dell’introduzione del reddito garantito nel nostro paese.
Alle associazioni, alle reti ed ai movimenti della società civile chiediamo: di contribuire costruendo iniziative pubbliche nelle quali sollecitare ai candidati dei propri territori di riferimento un impegno a far inserire il tema del reddito garantito nell’agenda politica.
Ai candidati alle prossime elezioni politiche o regionali chiediamo: di prendere parola, di portare in agenda questo tema, di rendersi disponibili a partecipare ad iniziative pubbliche o di organizzare essi stessi incontri pubblici che diano visibilità e risalto alla questione del reddito garantito nel nostro paese.
Vi chiediamo di comunicarci data, ora, città e relatori dell’incontro che intendete organizzare così da consentirci di darne notizia anche sul sito del Bin Italia.
L’Associazione BIN Italia, oltre a garantire la pubblicazione on line delle iniziative si mette a disposizione per supportare – ove sia possibile – con pubblicazioni, materiali, relatori.


Consiglio direttivo del Bin Italia


venerdì 4 gennaio 2013

La lista Ingroia è un punto di inizio

di Alberto Lucarelli da soggettopoliticonuovo
 
La consultazione interna al movimento «Cambiare si può», che ha visto la maggioranza esprimersi per la realizzazione di un vasto fronte con candidato premier Antonio Ingroia, indica la necessità di compattare a sinistra un solido e plurale punto di riferimento che nasca dalle lotte dei movimenti e da quei partiti che da subito si sono contrapposti al neoliberismo dell’Agenda Monti, sostenuta da Bersani, Casini e Alfano. Chi l’avrebbe detto fino a qualche settimana fa che sarebbe nato uno spazio politico a sinistra della coalizione Pd-Sel?
Tuttavia, è necessario rafforzare questo polo, soprattutto con il peso e l’energia dei movimenti che, con le loro lotte per la democrazia dal basso, in questi anni hanno dato linfa a una nuova passione politica e hanno posto la questione della crisi della rappresentanza, dei suoi sistemi di selezione e dell’urgenza di nuove forme della politica.
E’ evidente che il processo politico, pur con successi anche simbolici ragguardevoli, avrebbe dovuto caratterizzarsi attraverso atti più coraggiosi, espressione di una netta discontinuità rispetto ai modelli del passato, e soprattutto rispetto alle modalità di investitura, alla degenerazione del sistema dei partiti, al tradimento dello spirito dell’art. 49 della Costituzione, alla loro ingerenza e autoreferenzialità.
Il processo costituente di “Rivoluzione civile” non nasce dunque perfetto, ma perfettibile, ed in questo senso dovrà caratterizzarsi per divenire una reale area di confronto e di dialettica tra le diverse anime.
Le imperfezioni e le criticità non possono tuttavia far perdere di vista prospettive, scenari e nuovi orizzonti che possono aprirsi.
Con la nascita di questo nuovo spazio pubblico della sinistra, si dovrà lavorare per costruire un programma politico anticonformista, altermondialista che, partendo dall’affermazione dei principi costituzionali, sappia dar luogo ad un intreccio virtuoso tra diritti civili, politici e sociali.
Occorre lavorare dall’interno per costruire un soggetto politico che, dalla parte dei più deboli e degli esclusi, sappia rinnovare profondamente gli istituti classici della rappresentanza, ormai logori, attraverso un continuo collegamento con i movimenti, con i territori, le pratiche locali e le forme più evolute della democrazia diretta e partecipativa; attraverso la capacità di connettersi ed intercettare conflitti e dissensi, destrutturando sovranità e proprietà a vantaggio delle nuove categorie della partecipazione e dei beni comuni. Insomma, occorre guardare con coraggioso entusiasmo ai nuovi modelli di rappresentanza che si stanno sviluppando nel neo-costituzionalismo sudamericano, soprattutto quelli che hanno posto il problema del diritto all’insolvenza per i debiti sovrani incautamente assunti.
E’ dunque soltanto il punto di partenza di un processo che vede la costruzione di un polo che si contrappone alle politiche liberiste che hanno visto coinvolto da protagonista anche il Pd.
Ripartire dalla centralità del lavoro e soprattutto dare al lavoro una rappresentanza che, anche attraverso i referendum, sappia fronteggiare in maniera decisa e diretta le politiche insensate di Berlusconi prima, poi di Monti e della Fornero, che hanno svuotato di ogni valore fondativo l’art. 1 della nostra Costituzione.
Ripartire dall’affermazione dello stato sociale, spiegando che le sue radici, oltre che nella Costituzione, possono e devono essere ricercate anche in un’Europa libera dai vincoli imposti dalle multinazionali e dalle banche.
Ripartire dai punti programmatici di “Cambiare si può” che hanno ben indicato la strada da seguire.
Per questi motivi, il primo atto da porre in essere da parte della nuova compagine elettorale dovrà essere la proposta di abrogazione dell’attuale articolo 81 della Costituzione, che introducendo il pareggio di bilancio ha negato di fatto l’esistenza del welfare statale e locale e quindi la tutela e la garanzia dei diritti fondamentali dei cittadini.


Fonte: Il Manifesto 4.01.2013 



mercoledì 2 gennaio 2013

Le parole che vorremmo sentire da Ingroia

Adesso vorremmo sentire parole del tipo: abolizione della riforma Fornero, più soldi per ospedali, scuole, università, al diavolo il Fiscal Compact e l'austerità, rimessa in discussione dei vincoli europei, il liberismo è una sciagura provata e non un'idea vincente di società (e soprattutto non è di sinistra), lo stato produce moneta propria e non chiede prestiti alle banche, la troika (Commissione Europea + BCE + Fondo Monetario Internazionale) sta affamando i greci e vuol affamare anche l'Italia, riformismo non significa “togliere certe anacronistiche rigidità dei diritti dei lavoratori” ecc ecc.
Aspettiamo con ansia che Ingroia pronunci parole del genere, se non le conosce se le faccia suggerire, per noi va bene lo stesso.

Dalla padella alla brace

di Tonino D’Orazio 

Strani auguri di buon anno. “Siccome al peggio ormai non c’è più fine, speriamo che il 2013 sia disastrato solo come il 2012”.
In realtà stiamo assistendo ad una campagna elettorale strana. Senza politica del buon senso. Viene rilanciato, come ormai da più anni, il messaggio della riduzione delle tasse. Sia da Berlusconi che da Monti. Dopo. Nel frattempo i telegiornali sono pieni di aumenti a raffica lanciando una crescete apprensione. Con una certa insistenza maligna delle reti di Berlusconi. Aumenti su obblighi che non si possono sfuggire. Il cappio delle banche, delle assicurazioni e dei monopoli diventati privati si stringe. Sono pronti a divorare ancora, per legge. Tutti diventano collettori per lo stato mentre rimane loro qualche margine di beneficio gratis.
Tutti i partiti, fautori della legge elettorale definita giustamente “porcellum”, hanno capito che non si potrà governare il paese se non in una “grande Koalizione”. Si sa che la situazione elettorale del Senato è stata creata ad hoc. E allora tutti al centro. Diventa una campagna elettorale senza programma, oppure con tutto ed il contrario di tutto. Campagna elettorale tattica.
Tutti vorrebbero di nuovo Monti, uomo di estrema destra economica, proponendo di continuare la sua Agenda alla macelleria sociale, malgrado una percentuale alta dell’opinione pubblica contraria. Lui sa che avranno bisogno di lui al Senato, se la sua lista-barcone riesce a navigare un po, indipendentemente dalla volontà popolare maggioritaria contraria. La democrazia è troppo addomesticata. Le elezioni ad aprile erano troppo lontane per reggere, ma quelle di febbraio sono troppo vicine alla nuova raffica di aumenti e a una nuova stagione per contare altri poveri. Diventa patetico esibire “dolore” per le sofferenze sociali, e difendere le politiche che le producono
Straordinariamente il difensore dei ceti sociali eufemisticamente “meno abbienti” sta diventando Berlusconi, sparando a zero sui concorrenti di destra dopo averli sostenuti fino al mese scorso, rilanciando un anti-comunismo inesistente ma che funziona ancora, liberandosi o forse “rottamando” un bel po’ di voltagabbana, rilanciando invettive contro la Merkel responsabile della situazione italiana, spiega che con la Costituzione attuale non e' possibile governare (una terza repubblica più leggera e padronale) e ciliegina, “aboliremo l’Imu al primo Consiglio dei Ministri”. Riduzione del 50% dei parlamentari, massimo due legislature, dimezzamento degli emolumenti ecc… Si potrebbe dire che avrebbe potuto attuare tutte queste promesse in 18 anni di governo. Ma tant’è, i programmi massimi non servono in campagna elettorale, bisogna ricordare poco, individuare solo il proprio tornaconto, se ci si riesce.
Per il gossip, con grande generosità, visto che si partiva da 300.000 euro al mese, ha “regalato” alla ex moglie Veronica Lario 3 milioni di euro al mese. Non c’è che dire. Un uomo nuovo e buono. (vedi le sue interviste a sostegno delle ragazze-figliole poverine che mantiene economicamente). Dal punto di vista economico i professorini al governo sono stati degli incapaci. Lo dimostra schierandosi con parecchi Nobel dell’economia contro la menzogna dello spread. La verità può essere multipla. Anzi istituirà una commissione-inquisizione per dimostrarlo, ma forse anche sull’operato “golpista” di Napolitano per capire perché è stato mandato via. Grande. I suoi processi sono passati in secondo piano e se questi giudici comunisti, sempre pronti a scendere in politica anche loro, a turno, ci provano a rilanciarli durante la campagna elettorale potrà urlare allo scandalo anti-democratico a reti unificate, almeno fino a marzo.
Dopo la morte della grande signora, senatrice a vita, Rita Levi di Montalcini, rimane già un posto vacante e c’è da scommettere che Napolitano, prima che finalmente vada via, ha già qualche altro amico da proporre, nel giro di 24 ore. Ne ha facoltà. Che ne pensate di un altro banchiere, segno dei tempi, per gradire? Magari Prodi.
Per gli uomini di sinistra il Pd rimane un problema insoluto. Costretto a rincorrere l’agenda Monti, accettata e votata in toto da più di un anno, senza possibilità di poterla ormai modificare, se non su quisquiglie, il Pd non sembra avere un programma chiaro, o almeno un po’ alternativo. Perché dire, ieri e oggi per domani, che Monti è pericoloso? Anzi qualche sostenuto ideologo del massacro dei lavoratori, come Cazzola e il renziano Ichino (da “gioiello della sinistra a giullare dei banchieri”) che da scienziato precisa che “Monti è più a sinistra di Bersani”, scelgono direttamente la lista del professore. Hanno fatto finalmente chiarezza. Tanto se Bersani dovrà fare poi l’accordo di governo con Monti sono in ottima posizione. Mossa del cavallo.
Oltre alle altre, si affacciano altre due liste civiche a sostegno di Monti una ex-Pdl (e si capisce, con un fantasma chiamato Frattini) e una ex-Pd (dei non rieletti alle ultime primarie). La confusione è totale. Sembra un “si salvi chi può”. Non c’è più il tanto decantato bipolarismo che avrebbe definitivamente fatto chiarezza istituzionale, ma un nugolo di pianetini che ruotano e si aggrappano dove sembra convenire di più. Tatticismo. E’ un quadro desolante. Si aggiunga che più a sinistra si fa il possibile per dividersi, frammentare le forze e continuare raggruppamenti e partitini strettamente nominativi e personali con percentuali così ininfluenti da favorire meglio le altre coalizioni. Ulteriore quadro desolante.
Non parlo di Grillo e il Movimento 5 Stelle, ma solo per rimarcare però che viene sempre presentato urlante dalle varie televisioni, di stato e padronali. Sono curioso di vedere lo share di ascolto se lo fanno parlare direttamente quando ne avrà diritto per la par condicio.
Se la paura dello spread è diminuita, cosa ci proporranno come nuovo thriller? Non ricominciamo con le stragi per favore, abbiamo già dato.
Perché essere ancora messi in condizioni di dover votare il meno peggio?