mercoledì 16 gennaio 2013
domenica 13 gennaio 2013
Un patto con la borghesia
So che quello che dirò farà storcere
il naso a molti, compagni e non, ma se vogliamo che Rivoluzione
Civile acquisti un peso determinante nella politica italiana e sia in
grado di cambiare la storia dell'Italia, occorre fare un patto
con la borghesia produttiva o se si preferisce illuminata di questo paese (esisite?). La cosa è
semplice e non occorrono troppi giri di parole: dobbiamo coinvolgere
quella parte (sana?) dell'imprenditoria italiana, sopratutto la
piccola e media impresa, che non condivide le politiche di austerità
a unirsi a noi in un ambizioso programma di risanamento del
territorio, riqualificazione delle periferie, valorizzazione del
patrimonio artistico e naturalistico, messa in sicurezza degli
edifici, incentivazione dell'edilizia scolastica, costruzione di
nuovi ospedali, de-cementificazione e riqualificazione delle coste
(impossibile? Può darsi, ma in alcune zone è sicuramente
possibile). Inoltre dobbiamo promuovere una riconversione ecologica di
tutta la società attraverso una incentivazione delle energie alternative e della riconversioni dei meccanismi produttivi, agricoltura biologica, prodotti a Km zero,
progettazione di nuovi edifici in base a criteri ecologici ecc. ecc. E' indispensabile finanziare la ricerca e incentivare l'innovazione del prodotto con sovvenzioni alla
ricerca nei vari settori. Ancora dobbiamo proporre un programma di semplificazione
burocratica e un'istituzione statale ad hoc di assistenza e
consulenza alle imprese (esiste già? Se esiste si nasconde molto
bene). Cose dette e ridette, ma sempre come auspici da delegare ad altri e a futuri governi, ma mai come programma di governo di una compagine alternativa e come necessità da mettere su un tavolo di trattativa con i ceti sociali. Dobbiamo fare cose che ci auspichiamo da tempo e molto di più
con un programma di detassazione in base alla natura dei progetti e
della ricaduta occupazionale e con un'apertura al finanziamento alla
imprese. Dobbiamo farlo non perché amiamo la doppiezza, per un malinteso realismo politico, o per connivenza con il potere, ma per puro senso della politica. Tutto questo in un'ottica capitalistica certo, ma di stampo
keynesiano o post- keynesiano se vi piace di più. Insomma in
un'ottica di deficit spending.
Vista l'attuale congiuntura anche Marx
sarebbe d'accordo, è quanto di più rivoluzionario potremmo
concepire in questo contesto storico-sociale ed è l'unica opzione
che ci consente una speranza concreta di strappare l'Italia dalle
mani di un capitalismo straccione e dei suoi sodali politici, oltre
ad avere una ricaduta in termini di consenso, commisurata
all'ampiezza dei ceti produttivi coinvolti e al volume occupazionale
implicato. Pensiamoci.
sabato 12 gennaio 2013
Rodotà: “Il Reddito di cittadinanza è un diritto universale”
Conversazione con Stefano Rodotà di Roberto Ciccarelli, da Micromega (Il Manifesto, 12 gennaio 2013)
«In Europa - sostiene Stefano Rodotà, uno dei giuristi italiani che hanno partecipato alla scrittura della Carta di Nizza e autore del recentissimo "Il diritto di avere diritti" - siamo di fronte ad un mutamento strutturale che spinge qualcuno ad adoperarsi per azzerare completamente i diritti sociali, espellere progressivamente i cittadini dalla cittadinanza e far ritornare il lavoro addirittura a prima di Locke. Per accedere ai beni fondamentali della vita come l'istruzione o la salute, dobbiamo passare per il mercato e acquistare servizi o prestazioni. Il reddito universale di cittadinanza è il tentativo di reagire al ritorno a questa idea di cittadinanza censitaria».
Il reddito di cittadinanza, dunque, non il «salario minimo sociale e legale» chiesto dal presidente uscente dell'Eurogruppo Jean-Claude Juncker. Come spiega questa dichiarazione?Juncker ha mostrato più volte un'attenzione rispetto ad una fase nella quale debbono essere ripensati una serie di strumenti anche partendo da una riflessione più profonda sulla dimensione dei diritti. A parte la sua citazione di Marx, credo che la sua dichiarazione dovrebbe essere valutata alla luce dell'articolo 34 della Carta dei diritti fondamentali. In una delle sue carte fondative l'Ue si impegna a riconoscere il diritto all'assistenza sociale e abitativa e a garantire un'esistenza dignitosa ai cittadini. C'è un'assonanza molto forte con uno dei più belli articoli della nostra Costituzione, il 36. Considerati insieme, questi articoli offrono una chiave per considerare il reddito fuori dalla prospettiva riduzionistica con la quale di solito viene considerata. Diversamente dall'approccio del salario minimo, o di quello del «reddito di sopravvivenza» di cui parla Monti nella sua agenda, il reddito non può essere considerato solo come uno strumento di lotta contro la marginalità. In Europa non c'è solo la povertà crescente. Io credo che oggi la lotta all'esclusione sociale passi attraverso l'adozione del reddito di cittadinanza.
Riesce ancora a mantenere una fiducia ammirevole nelle istituzioni europee e a non considerarle solo come l'emanazione diretta della Bce o della volontà tedesca di imporre politiche anti-inflattive e di rigore nei bilanci pubblici. Come mai?Ma perché l'Europa non può essere ridotta solo alle politiche dell'economia che assorbe tutte le altre dimensioni. Non è possibile ricordarsi degli aspetti virtuosi dell'Europa solo quando interviene per sanzionare i licenziamenti di Pomigliano oppure la legge italiana sul testamento biologico e dimenticarli quando impone di considerare l'economia come il Vangelo, con questa idea di mercato naturalizzato. L'Europa è un campo di battaglia. Io stesso ricordo la fatica di introdurre nella Carta di Nizza i principi di solidarietà e uguaglianza che prima mancavano.
Susanna Camusso (Cgil) sembra avere tutt'altra idea sulla proposta di Juncker e ha escluso il «salario minimo» perché danneggerebbe la contrattazione nazionale. Come lo spiega?Capisco la sua volontà di salvaguardare la dimensione contrattuale, ma la trasformazione strutturale che viviamo ci obbliga ad andare oltre questo orizzonte. Il tema capitale e ineludibile è il reddito universale di cittadinanza. Martedì 15 a Roma presentiamo il libro Reddito minimo garantito del Basic Income Network dove discuteremo anche le proposte di Tito Boeri e Pietro Garibaldi, persone tutt'altro che ascrivibili ad un'orizzonte estremista. Il reddito è uno strumento fondamentale per razionalizzare un sistema altamente disfunzionale e sgangherato come quello italiano sulle protezioni sociali. Nei primi giorni di governo l'aveva citato anche Elsa Fornero, poi ha abbandonato questa prospettiva.
Di solito la sinistra e i sindacati considerano il reddito come un ammortizzatore sociale. Lei ritiene che sia un approccio corretto?Assolutamente no. Oggi non è più possibile considerarlo come uno tra i tanti ammortizzatori sociali perchè dobbiamo cominciare a lavorare sulla distribuzione delle risorse. L'idea degli ammortizzatori sociali riflette un modo di guardare al precariato come un problema sostanzialmente transitorio che l'intervento dei governanti farà rientrare in una situazione di normalità. Oggi non è più così e il reddito è una precondizione della cittadinanza, uno strumento per affermare la pienezza della vita di una persona. Riguarda anche i lavoratori che si trovano in difficoltà, ma è un diritto di tutti i cittadini.
Quali sono le prime tappe del processo di una radicale riforma del Welfare?Ripristinare l'agibilità democratica nelle fabbriche; difendere il diritto del lavoro dalla privatizzazione strisciante che non è una fissazione della Fiom o di Maurizio Landini; una nuova legge sulla rappresentanza sindacale ma soprattutto ripristinare il diritto all'esistenza che passa attraverso il reddito di cittadinanza. È una questione di cui non possiamo liberarci né con un'alzata di spalle come ha fatto Carlo Dell'Aringa, ma anche dicendo che il contratto funziona bene, il sindacato fa la sua parte, mentre invece nella società c'è più di qualcosa che non funziona. Dobbiamo pensare a una trasformazione radicale, proprio come accadde con lo Statuto dei lavoratori. Perché non dovrebbe accadere oggi?
Perchè forse allora c'era l'autunno caldo, la migliore cultura giuslavoristica con Giugni, Romagnoli, Mancini sostenne l'avanzata del movimento operaio. Oggi non è così...C'è una certa sordità del sindacato perché ritiene che gli strumenti acquisiti siano sufficienti per fronteggiare qualsiasi situazione. Ricordo che Romagnoli gli ha rivolto critiche molto severe quando abbiamo elaborato e firmato il referendum contro le modifiche all'articolo 18 e contro l'articolo 8. In generale trovo spaventoso constatare i guasti della progressiva emarginazione del dialogo con la cultura politica. E questo non accade solo nel mondo del lavoro.
«In Europa - sostiene Stefano Rodotà, uno dei giuristi italiani che hanno partecipato alla scrittura della Carta di Nizza e autore del recentissimo "Il diritto di avere diritti" - siamo di fronte ad un mutamento strutturale che spinge qualcuno ad adoperarsi per azzerare completamente i diritti sociali, espellere progressivamente i cittadini dalla cittadinanza e far ritornare il lavoro addirittura a prima di Locke. Per accedere ai beni fondamentali della vita come l'istruzione o la salute, dobbiamo passare per il mercato e acquistare servizi o prestazioni. Il reddito universale di cittadinanza è il tentativo di reagire al ritorno a questa idea di cittadinanza censitaria».
Il reddito di cittadinanza, dunque, non il «salario minimo sociale e legale» chiesto dal presidente uscente dell'Eurogruppo Jean-Claude Juncker. Come spiega questa dichiarazione?Juncker ha mostrato più volte un'attenzione rispetto ad una fase nella quale debbono essere ripensati una serie di strumenti anche partendo da una riflessione più profonda sulla dimensione dei diritti. A parte la sua citazione di Marx, credo che la sua dichiarazione dovrebbe essere valutata alla luce dell'articolo 34 della Carta dei diritti fondamentali. In una delle sue carte fondative l'Ue si impegna a riconoscere il diritto all'assistenza sociale e abitativa e a garantire un'esistenza dignitosa ai cittadini. C'è un'assonanza molto forte con uno dei più belli articoli della nostra Costituzione, il 36. Considerati insieme, questi articoli offrono una chiave per considerare il reddito fuori dalla prospettiva riduzionistica con la quale di solito viene considerata. Diversamente dall'approccio del salario minimo, o di quello del «reddito di sopravvivenza» di cui parla Monti nella sua agenda, il reddito non può essere considerato solo come uno strumento di lotta contro la marginalità. In Europa non c'è solo la povertà crescente. Io credo che oggi la lotta all'esclusione sociale passi attraverso l'adozione del reddito di cittadinanza.
Riesce ancora a mantenere una fiducia ammirevole nelle istituzioni europee e a non considerarle solo come l'emanazione diretta della Bce o della volontà tedesca di imporre politiche anti-inflattive e di rigore nei bilanci pubblici. Come mai?Ma perché l'Europa non può essere ridotta solo alle politiche dell'economia che assorbe tutte le altre dimensioni. Non è possibile ricordarsi degli aspetti virtuosi dell'Europa solo quando interviene per sanzionare i licenziamenti di Pomigliano oppure la legge italiana sul testamento biologico e dimenticarli quando impone di considerare l'economia come il Vangelo, con questa idea di mercato naturalizzato. L'Europa è un campo di battaglia. Io stesso ricordo la fatica di introdurre nella Carta di Nizza i principi di solidarietà e uguaglianza che prima mancavano.
Susanna Camusso (Cgil) sembra avere tutt'altra idea sulla proposta di Juncker e ha escluso il «salario minimo» perché danneggerebbe la contrattazione nazionale. Come lo spiega?Capisco la sua volontà di salvaguardare la dimensione contrattuale, ma la trasformazione strutturale che viviamo ci obbliga ad andare oltre questo orizzonte. Il tema capitale e ineludibile è il reddito universale di cittadinanza. Martedì 15 a Roma presentiamo il libro Reddito minimo garantito del Basic Income Network dove discuteremo anche le proposte di Tito Boeri e Pietro Garibaldi, persone tutt'altro che ascrivibili ad un'orizzonte estremista. Il reddito è uno strumento fondamentale per razionalizzare un sistema altamente disfunzionale e sgangherato come quello italiano sulle protezioni sociali. Nei primi giorni di governo l'aveva citato anche Elsa Fornero, poi ha abbandonato questa prospettiva.
Di solito la sinistra e i sindacati considerano il reddito come un ammortizzatore sociale. Lei ritiene che sia un approccio corretto?Assolutamente no. Oggi non è più possibile considerarlo come uno tra i tanti ammortizzatori sociali perchè dobbiamo cominciare a lavorare sulla distribuzione delle risorse. L'idea degli ammortizzatori sociali riflette un modo di guardare al precariato come un problema sostanzialmente transitorio che l'intervento dei governanti farà rientrare in una situazione di normalità. Oggi non è più così e il reddito è una precondizione della cittadinanza, uno strumento per affermare la pienezza della vita di una persona. Riguarda anche i lavoratori che si trovano in difficoltà, ma è un diritto di tutti i cittadini.
Quali sono le prime tappe del processo di una radicale riforma del Welfare?Ripristinare l'agibilità democratica nelle fabbriche; difendere il diritto del lavoro dalla privatizzazione strisciante che non è una fissazione della Fiom o di Maurizio Landini; una nuova legge sulla rappresentanza sindacale ma soprattutto ripristinare il diritto all'esistenza che passa attraverso il reddito di cittadinanza. È una questione di cui non possiamo liberarci né con un'alzata di spalle come ha fatto Carlo Dell'Aringa, ma anche dicendo che il contratto funziona bene, il sindacato fa la sua parte, mentre invece nella società c'è più di qualcosa che non funziona. Dobbiamo pensare a una trasformazione radicale, proprio come accadde con lo Statuto dei lavoratori. Perché non dovrebbe accadere oggi?
Perchè forse allora c'era l'autunno caldo, la migliore cultura giuslavoristica con Giugni, Romagnoli, Mancini sostenne l'avanzata del movimento operaio. Oggi non è così...C'è una certa sordità del sindacato perché ritiene che gli strumenti acquisiti siano sufficienti per fronteggiare qualsiasi situazione. Ricordo che Romagnoli gli ha rivolto critiche molto severe quando abbiamo elaborato e firmato il referendum contro le modifiche all'articolo 18 e contro l'articolo 8. In generale trovo spaventoso constatare i guasti della progressiva emarginazione del dialogo con la cultura politica. E questo non accade solo nel mondo del lavoro.
giovedì 10 gennaio 2013
Come Ronald Reagan ha involontariamente spianato la strada alla fine del capitalismo
di
Marc McDonald (da Beggars
Can Be Choosers)
traduzione
di Domenico D'Amico
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Fonte Immagine |
Grazie
a due decenni di sforzi indefessi da parte di storici revisionisti,
Ronadl Reagan si è visto accreditare molti successi di cui non è
stato minimamente responsabile. La “vittoria” nella Guerra Fredda
ne costituisce un buon esempio.
Nella
realtà le scelte politiche di Reagan hanno poco o nulla a che fare
con il collasso dell'Unione Sovietica. Difatti, l'ultima cosa
che il Complesso Militare Industriale avesse mai desiderato era la
fine della Guerra Fredda (e con essa la fine della cuccagna da
trilioni di dollari dei contratti per la “difesa”).
D'altro
canto, si dovrebbe riconoscere a Reagan il merito per qualcosa
che ha conseguito realmente: porre le basi preparatorie per la fine
del capitalismo per come lo conosciamo.
Il
capitalismo ha sperimentato la sua prima esperienza di pre-morte
durante la Grande Depressione. Ironicamente, venne salvato dal
presidente più progressista che gli Stati Uniti abbiano mai avuto:
Franklin D. Roosevelt. Sebbene venisse attaccato dalla comunità
d'affari dell'epoca, il New Deal di FDR di fatto rianimò il
capitalismo e gli infuse nuova vita. Il New Deal creò la Grande
Classe Media Americana: decine di milioni di lavoratori ben
retribuiti che avevano materialmente in tasca il denaro per
acquistare le merci prodotte dal sistema.
Si
trattò di uno straordinario accomodamento che rese l'America una
superpotenza e per molti decenni la nazione più invidiata del
pianeta.
In
ogni caso, i ricchi d'America non dimenticarono mai il loro odio per
FDR e il New Deal – a dispetto del fatto che quest'ultimo avesse
salvato il capitalismo da se stesso. I ricchi e i potenti brigarono
senza sosta per abolire il New Deal, e nel 1980, con l'elezione di
Reagan, videro finalmente la possibilità di iniziare ad attaccarlo –
un processo tuttora in corso.
Col
governo Reagan sia le prerogative della classe media sia i programmi
di assistenza per i poveri subirono un taglio. E i radicali
cambiamenti nella politica fiscale cominciarono a privilegiare i
molto ricchi, a spese di classe media e poveri. Inoltre sindacato e
diritto del lavoro vennero smantellati. Per finire, sotto le
disastrose politiche reaganiane di “libero scambio”, l'America
iniziò a delocalizzare oltremare tutti i posti di lavoro ben
remunerati nel settore secondario.
Il
risultato di tutto questo fu che, sotto Reagan, la Grande Classe
Media Americana iniziò a rimpicciolire – un processo che continua
tuttora. E con una classe media tanto impoverita, il capitalismo
statunitense conosce una crisi di vaste proporzioni, dato che sempre
meno consumatori sono in grado di acquistare i beni prodotti dal
sistema.
Quest'ultima
è una componente cruciale del capitalismo che, curiosamente, è
stata a lungo trascurata dagli zeloti del “libero mercato” della
Scuola di Chicago, che da sempre hanno esaltato un'economia
completamente deregolamentata. Trovo interessante come simili zeloti
siano sempre tanto angosciati dal flagello delle troppe tasse e
troppe norme che opprimono i ricchi (che secondo loro sono l'unico
elemento necessario per un capitalismo di successo).
Ovviamente,
quello che questi zeloti non vedono dalle loro torri d'avorio è che
il capitalismo semplicemente non può sopravvivere senza una robusta
e vitale classe media che acquisti le merci prodotte dal sistema.
Sebbene
le politiche di Reagan avessero minato la classe media statunitense,
il danno fatale subito dal capitalismo non divenne evidente se non
molto tempo dopo. Questo perché l'intera crisi venne mascherata
dalla scelta di un consumo finanziato dal debito, il quale creava
l'illusione della prosperità.
Durante
la presidenza di Reagan, l'America smise semplicemente di pagare le
bollette. Il governo cominciò a prendere in prestito centinaia di
miliardi di dollari da paesi come il Giappone. E i consumatori, per i
loro acquisti, usavano sempre di più le carte di credito al posto
dei contanti.
Per
ultime arrivarono una serie di bolle che crearono l'ulteriore
illusione di un'economia americana più in salute di quanto lo fosse
in realtà, incluse quella delle Dot Com e la più recente, quella
immobiliare.
Va
da sé, l'intera truffa piramidale collassò nel 2008. Da allora,
l'economia statunitense è in sala rianimazione. La nazione continua
a sprofondare nei debiti, perfino mentre il dollaro subisce ribassi
mai visti prima. La classe media è praticamente estinta, insieme ai
posti di lavoro ben retribuiti che un tempo contribuirono a rendere
quella americana l'economia più forte della terra.
Virtualmente
tutto questo è un'eredità delle politiche reaganiane. E a
differenza di quanto accadde con la prima esperienza di pre-morte del
capitalismo, quella degli anni 30, è estremamente improbabile che
appaia all'orizzonte un altro FDR pronto a infondere nuova vita
all'intero sistema. Nella nostra epoca di sentenze [favorevoli agli
interessi delle corporation] come la Citizen United, questo
non avverrà mai.
Reagan
(o, per essere più precisi, i suoi ricchi sostenitori) in origine
voleva demolire il New Deal e far tornare gli Stati Uniti a una forma
di capitalismo senza regole, tipo homo homini lupus, da XIX
Secolo. Speravano che ciò avrebbe sospinto il capitalismo verso
nuove vette. Ma ignorando nei loro calcoli il ruolo dei consumi della
classe media, involontariamente danneggiarono gravemente lo stesso
capitalismo, e trasformarono l'America in una potenza di seconda
categoria.
Gli
effetti distruttivi dell'eredità reaganiana continuano sotto i
nostri occhi. I gravi problemi che cominciarono a emergere durante la
sua presidenza (deficit fiscale e commerciale senza controllo, classe
media in declino, perdita di posti di lavoro qualificati e dollaro in
picchiata) arrivano fino a noi.
Naturalmente,
la classe benestante continua a tutt'oggi a denegare che la cuccagna
capitalista sia ormai finita. Continua ad aggrapparsi alla speranza
che la crisi causata dal collasso del 2008 alla fine verrà superata
e che il capitalismo in qualche modo sopravviverà.
Il
problema è che i posti di lavoro ben pagati nel settore
manifatturiero sono perduti, e non torneranno. E la tanto decantata
economia dei servizi che avrebbe dovuto prenderne il posto si è
dimostrata un misero surrogato, offrendo perlopiù paghe e indennità
inferiori. Infatti, a tutt'oggi, l'America continua a perdere i pochi
buoni posti di lavoro superstiti, grazie alla totale assenza di
qualsiasi intelligente politica di scambio commerciale.
Di
più, dato un dollaro sempre più debole e un deficit fiscale e
commerciale sempre crescente, il peso dell'America nel contesto
mondiale non fa che diminuire. Nel corso di tutto il secondo
dopoguerra l'America non doveva far altro che stampare dollari per
salvarsi dalle crisi economiche, dato che il dollaro era la valuta di
riserva di tutto il mondo. Tale periodo, chiaramente, si avvicina
alla fine.
Col
declino del dollaro l'America sarà una nazione molto più debole e
molto meno ricca. Durante l'intero secondo dopoguerra l'America è
stata la pietra angolare del capitalismo. Col discredito di
quest'ultimo, è evidente che il resto del mondo stia allontanandosi
sempre di più dal modello economico statunitense, e inizi a guardare
come nuovi punti di riferimento a economie regolate e tecnocratiche
come quelle di Cina e Singapore.
L'era
di Reagan non solo ha decretato la fine del capitalismo, ma la sua
eredità avvelenata ha fatto sì che l'America troverà estremamente
difficile risollevarsi dalle crisi determinate dalla sua
amministrazione. Si va dal deterioramento dell'istruzione pubblica
dovuta ai tagli di bilancio di Reagan alle decadenti infrastrutture
del paese. Questi due fattori da soli renderanno per i prossimi anni
sempre più difficile, per gli Stati Uniti, competere a livello
globale.
Ma
l'eredità più venefica di Reagan forse è stata l'abolizione della
Fairness Doctrine [1]. Questo fece sì che i grandi media
americani, in maniera sempre crescente, fossero poco più che
portavoce dei potentati economici. Gli americano di oggi sono
disperatamente disinformati su tutti i problemi di attualità. E una
nazione disinformata troverà difficile avviare i passi necessari a
rimediare alle crisi scatenate dalle politiche reaganiane.
nota
del traduttore
[1]
La Fairness Doctrine
(abolita nel 1987) andava molto al di là della nostra par condicio:
“Più in generale, ed anche con riferimento a periodi non
elettorali, ha avuto vigore negli Stati Uniti la cd
fairness
doctrine (letteralmente dottrina dell'imparzialità);
questa fu canonizzata dalla FCC nel 1949, benché alcune applicazioni
dei principi propri di tale dottrina avessero già trovato
applicazione nel corso dei tardi anni '30 e negli anni '40 ad opera
di alcune decisioni della FCC. Tuttavia, la sua affermazione
autoritativa è contenuta nella relazione della FCC sulle politiche
editoriali delle emittenti televisive. In questo rapporto la FCC
sostenne la 'responsabilità
in capo ai licenziatari di mettere a disposizione ragionevoli spazi
per la messa in onda (...) di programmi dedicati alla discussione ed
all'esame di argomenti di pubblico interesse"
e stabiliva inoltre che il licenziatario doveva "operare
attenendosi ad una completa imparzialità, mettendo le proprie
strutture a disposizione dell'espressione delle visioni contrastanti
di tutti gli elementi responsabili della comunità sui vari oggetti
di pubblico dibattito che dovessero sorgere'.”
[Ordine dei Giornalisti -
Lombardia]
martedì 8 gennaio 2013
Il re è nudo
Tonino D’Orazio
La sparata di Monti sia
contro il Pdl di Berlusconi che il Pd di Bersani è di una verità
drammatica. Piena della solita alterigia: “mi avete sostenuto fino
ad oggi ed ora siete contro di me?”. Mi cercate per un continuo
approccio e sostegno alla mia agenda che pure ha salvato l’Italia
dei ricchi, (anche se tutti
gli indicatori economici e sociali ci dicono il contrario), come
nelle altre precedenti crisi decennali. Stupendo e veritiero ricatto.
I due partiti maggiori sono nudi.
Uno il Pdl perché ha
votato e fatto votare tutto quello che la banda dei tecnocrati al
governo voleva, o che altri paesi e le rapinatrici banche volevano
fosse fatto. Avete notato il pilotaggio dello spread a livello da far
cantare vittoria a Monti in campagna elettorale? Sarà veramente un
imbroglio come dicono sia Berlusconi che Grillo? Il Pd perché non ha
avuto il coraggio di andare subito alle elezioni nel settembre del
2011, frenato dal tattico Napolitano. Oggi molto silenzioso di fronte
al disastro sociale ed economico italiano e alla sua impossibilità
di reagire e orientare politicamente. L’ha fatto per le destre, ora
come si fa a sostenere ufficialmente il Pd in campagna elettorale?
Soprattutto se la Chiesa,
con la solita ipocrisia, ci rimette del suo. I partiti, "se
credono in un riformismo pieno e rispettoso delle persone, devono
comprendere nei loro programmi e nelle loro agende, alcuni principi
di fondo quali il diritto al lavoro, la tutela dello Stato sociale e
democratico contrastando la sua erosione, i tentativi di abbatterlo e
la crescita delle diseguaglianze". Sostenere Monti indicandogli
il programma. Esattamente ciò che non ha fatto e non potrà fare, ma
può sempre dirlo. Le vie del Signore sono infinite. E un nuovo
Messia potrebbe anche nascere sulle macerie della seconda repubblica.
Fa parte dell’arroganza del vecchio tecnocrate: “Mi sento
pioniere della politica”. Ha imparato ovviamente che bisogna
cambiare legge elettorale per poter comandare veramente.
Presidenzialismo, per lui, e fuori tutte le ali. Da questo punto di
vista mi sembra che in questi anni il fondo non si possa ancora
toccare e dio ci liberi da una terza repubblica siffatta. Il loro
numero e l’accelerazione delle repubbliche per non cambiare nulla
non mi sembra riformista per niente. Vi sono in giro troppi padri
della patria. E poi bisogna bloccare “il nuovo Gesù detto Beppe
Grillo” (Parola di Casaleggio).
Il Papa chiama anche ad
un cambio di ideale. Ormai il bene comune non sono i “beni comuni”
ma la pace. Mai siamo stati così in guerra come in quest’ultimo
decennio. E siamo pronti, dopo la Libia, ad altre eventualità come
la Siria e magari anche l’Iran se non si sbrigano ad avere il
deterrente atomico della morte che potrebbe frenarci. Altrimenti
perché acquistare 100 bombardieri di “nuova generazione”? Chi
dobbiamo bombardare per “difenderci” in anticipo?
L’appello più patetico
viene fatto a Monti sulla questione del lavoro. Gli si consiglia di
farne campagna elettorale. Dovrebbe scaricare la Fornero che ha
ribadito che il lavoro non è un diritto dimostrando di non aver
letto nemmeno l’articolo uno della Costituzione del paese che la
strapaga. il Pontefice dice che “e' un bene fondamentale e non un
optional, come farebbe intendere la nuova dottrina del capitalismo
finanziario. Pertanto, occorre promuovere politiche attive del lavoro
per tutti e la politica non deve puntare all'abbattimento dello stato
sociale e democratico, erodendo i diritti sociali, pena la crescita
delle diseguaglianze e il conseguente indebolimento della democrazia
partecipativa. Senza i diritti sociali, non sono fruibili i diritti
civili e politici". Si fosse iscritto alla Fiom-Cgil?
Evidentemente no. Chiede di salvare lo stato sociale adesso che è
distrutto strutturalmente anche per il futuro, tanto che nessuno
propone di rispolverarlo e adeguarlo meglio. Ed è per questo che non
è credibile, però non ci si può aspettare che sia un bugiardo o un
demagogo populista anche lui. Anche se è una moda consolidata penso
ne dovremmo avere un po’ meno in questo paese. Non potrebbe essere
un assist boomerang? Magari per dare ossigeno a Casini,
schiacciato tra le varie destre?
“Ulteriore taglio alle
spese”. Il nostro sarà un paese in cui attecchisce facilmente il
populismo però adesso ci si aggiunge anche un non meglio definito
sadomasochismo. Dietro questa formula, fino ad oggi, le spese erano
rappresentate per milioni di persone dalla perdita del potere
d’acquisto delle misere pensioni, dalla straricchezza del possesso
della propria casa dopo anni di sacrificati mutui, dai contratti
nazionali troppo ricchi che facevano vivere i lavoratori al di sopra
dei loro mezzi e nel mondo dei sogni, dall’aumento delle tasse
racimolandole sui consumi tramite l’aumento dell’Iva e accise
varie, dall’aumento incredibile della disoccupazione soprattutto
quella giovanile e femminile (malgrado vadano via dall’Italia
200.000 italiani all’anno da tre anni, non più conteggiati), dallo
spreco delle spese per la ricerca (unica vera ricchezza italiana) e
per la scuola (“provate a vedere quanto costa l’ignoranza per un
paese”).
Ulteriori
privatizzazioni, che loro, Berlusconi compreso ma non solo, chiamano
liberalizzazioni. C’è rimasto veramente poco di pubblico che dia
latte, o denaro fresco, quotidiano a fiumi. I monopoli pubblici sono
già diventati privati, sin dal primo Prodi. L’agroalimentare è
totalmente in mano francese e da oggi forse anche l’Alitalia,
quella senza debiti, perché questi passivi vengono pagati da noi. Ci
rimane da vendere, meglio da regalare per quattro spiccioli,
l’Inps-Inail, la Cassa Depositi e vedere come appropriarsi dei
libretti di piccolo risparmio dei pensionati. Gli immobili, per quel
che valgono oggi sono a buon prezzo, ma la rivendita a plus valore
risulta troppo in là per essere un affare.
lunedì 7 gennaio 2013
Il silenzio dei prosciutti
La faccia di Monti mi ricorda il film
di Carpenter “ Essi vivono”, non tanto perché Monti sia un
alieno, Monti è molto “terreno”, ma perché quando vedo lui mi
sembra di vedere in controluce l'immagine filigranata di uno zombie
coi denti aguzzi affamato di sangue, uno insomma che dietro le
spoglie umane nasconde la sua vera natura di predatore e i suoi
reali proponimenti. E' questo ciò che accade in Italia, acclamiamo i
nostri macellai, perché non abbiamo niente di meglio da fare e
perché il macello appare come l'unica realtà fruibile. Inoltre
il macellaio si presenta bene, è rassicurante ed è benedetto dalle tonache.
Prendete Bersani e il suo scudiero
Vendola, nessuna persona sana di mente potrebbe bersi la favola che
per salvare l'Italia era necessario segargli una gamba e venderla al
miglior offerente per poi avere i soldi per comprarle una protesi. Eppure molta gente per bene se la beve. Sindrome di Stoccolma? No,
più semplicemente un orizzonte dove l'unica cosa che riesci a vedere
è quello che ti permettono di vedere e anche se ti sembra assurdo
non c'è altro.
Bestie votate il macellaio e il vostro futuro sarà assicurato.
Altra scenetta che mi tormenta in
questo periodo è quella di una vecchia pubblicità di una ditta di
salumi, dove un' allegra brigata di maiali si avvia fischiettando al
macello dentro una fabbrica di prosciutti, esibendo per entrare il
“passaporco”. Non posso non scorgere le similitudini con la
situazione politica attuale, sarà anche perché Bersani è emiliano
e lì i prosciutti e porcilaie vanno alla grande.
Continuo a chiedermi, come è possibile
che gente del genere venga a chiederti il voto dopo che ti ha
tagliato pensioni, stipendi e welfare e dice che siamo appena
all'inizio, subito dopo averti detto che la crescita è vicina a che
siamo ormai fuori dal tunnel? Eppure ormai dovrebbe essere arrivata
la voce che il prossimo anno taglieranno altri 46 miliardi di euro al
bilancio dello stato. Eppure a volere tendere un po' l'orecchio uno
dovrebbe aver sentito Monti che dice: tagliamo un tanto di IRPEF e di
IVA, ma solo dopo aver ridotto la spesa pubblica. Tradotto: faccio
finta di dati 10, ma poi ti tolgo 1000 di ospedali, scuole,
assistenza agli anziani, ricerca e quant'altro, tanto, come ha avuto
la sfacciataggine di affermare il professore la sanità non è più
sostenibile e figuriamoci il resto. Non c'è verso.
Votiamo i macellai.
sabato 5 gennaio 2013
Organismi Geneticamente Monetizzati
Se
i movimenti desiderano davvero migliorare la qualità del cibo,
dovrebbero seguire la pista dei soldi piuttosto che perdere tempo con
le etichettature
di
Frederick Kaufman (da Slate)
traduzione
di Domenico D'Amico
Traduciamo
questo pezzo da Slate non perché contenga informazioni inedite (la
storia del seme suicida della Monsanto, del pesticida Roundup e delle
demenziali cause legali ad essi legate è fin troppo conosciuta) ma
perché costituisce un ulteriore chiarimento di un elemento
paradossale presente all'interno dei movimenti (definiamoli così per
brevità) antiliberisti, un elemento che noi non ci stancheremo mai
di stigmatizzare. Si tratta di una congerie di tratti culturali che
appartengono (per lo più) al deprimete legato della paranoia
statunitense derivata dalla fusione di un certo fondamentalismo
religioso con un certo libertarismo anarcoide, tratti culturali che
si possono riassumere con le idee esposte dal personaggio del
Generale Ripper nel film Il
Dottor Stranamore. Questo guazzabuglio di fuffa
(fluorizzazione delle acque, scie chimiche, anti-vaccinismo,
negazionismo dell'HIV eccetera eccetera) fa massa con le pseudo
teorie dell'estrema destra liberista janqui (gold standard,
signoraggio, congiura della Fed, sovereign citizens, lager della FEMA
eccetera eccetera), inquinando alcune frange del movimento
anti-imperialista, generando il profilo paradossale e autolesionista
di un movimento “di sinistra” che si ritrova a diffondere le idee
della peggiore e più reazionaria cultura statunitense... Se fossimo
cospirazionisti ci verrebbe il sospetto che i vari propalatori di
teorie sul signoraggio, scie chimiche e compagnia debbano per forza
di cose essere sul libro paga dei fratelli Koch.
Ma
del resto tutto è possibile.
Ho
trascorso la maggior parte degli ultimi anni all'interno di
laboratori ad accesso riservato che facevano ricerche sugli OGM.
Durante le ricerche per il mio ultimo libro, ho scrutato l'uva che
brilla nel buio (i suoi semi corretti con geni di medusa), assistito
al tentativo di realizzare pomodori cubici (una sequenza di DNA
potrebbe determinare la forma di qualsiasi frutto), e ammirato piante
di riso progettate per essere immuni alle più fatali malattie
dell'Asia. Nessuna di queste leccornie OGM è commercialmente
disponibile – non ancora. Ma anche se nessuno di questi prodotti di
laboratorio riuscisse a raggiungere gli scaffali, il 70% dei cibi
lavorati presenti nei supermercati statunitensi contiene già
ingredienti geneticamente modificati.
Dovremmo
preoccuparci della salubrità di questo cibo? È la domanda che ha
monopolizzato una buona percentuale delle recenti polemiche
sviluppatesi a ridosso del voto californiano sulla Proposition 37 del
mese scorso, che avrebbe potuto imporre l'etichettatura dei cibi
contenenti OGM.
Ma
è la domanda sbagliata.
Ecco
perché: non c'è certezza sull'effetto dei cibi OGM sulla salute
umana, ma il loro effetto sui coltivatori, gli scienziati e i mercati
sono lampanti. Un cibo geneticamente modificato potrebbe essere
dannoso, un altro no; ogni manipolazione genetica è diversa. Ma ogni
cibo geneticamente modificato diventa pericoloso – non per la
salute ma per la società – nel momento in cui è possibile
brevettarlo. In questo momento la spinta maggiore dietro lo sviluppo
di raccolti OGM è costituita dalla possibilità di ricavarne enormi
profitti, e l'origine di questi profitti potenziali sta tutta in una
frasetta legale apparentemente inoffensiva:
“Chiunque inventi o scopra qualsiasi nuovo e fruttuoso procedimento, macchinario, metodo di fabbricazione, composizione materiale, o qualunque miglioramento nuovo e proficuo dei predetti, può ottenerne il brevetto.”
Questo
è il succo della prima legge americana sui brevetti (all'inizio al
posto del termine procedimento c'era la parola arte) –
ed è la ragione che spinge i biologi molecolari a infilare geni di
medusa nell'uva e a passare notti insonni all'inseguimento del
pomodoro quadrato. In origine la legge sui brevetti si applicava solo
a invenzioni non commestibili, ma a partire dall'approvazione del
Plant Patent Act del 1930, il cibo manipolato geneticamente è
diventato oggetto di protezione della proprietà intellettuale, e la
creazione di nuovi alimenti è divenuta un modo sicuro di assicurarsi
fonti di profitto per chiunque li brevetti per primo. Nel 1930 un
cibo geneticamente modificato poteva essere una mela innestata da un
albero all'altro, ma quarant'anni dopo la norma venne estesa dalle
piante originate da innesto alle piante cresciute da sementi, ad
esempio il frumento. La protezione per le “Utility patent” [1]
arrivò in seguito, nel 1985, ed estese i diritti di proprietà
intellettuale ai metodi di progettazione delle piante, incluse le
sequenze genetiche inserite nel genoma di una specie.
L'impatto
di queste leggi è stato enorme. Essenzialmente sono state quelle
leggi a creare il sistema di industria alimentare che i movimenti di
base giustamente stigmatizzano.
La
Monsanto, la più vituperata delle corporation in campo
agroalimentare, è autrice di numerosissime malefatte che i canali
impegnati politicamente hanno ampiamente denunciato. Quello che non è
stato ampiamente comunicato è che sono i brevetti sui vegetali a
costituire il quadro legale che consente quelle malefatte. È stata
la protezione dei brevetti di utilità ad aprire la strada alla
panoplia globale di semi e pesticidi della Monsanto di oggi, inclusa
la famigerata tecnologia dei semi “terminator” (o “suicidi”)
che di fatto sterilizzano le piante di seconda generazione e rendono
non solo inutile ma illegale, da parte dei coltivatori, mettere da
parte i semi per la semina dell'anno seguente). La Monsanto ha fatto
causa ai contadini che si ritrovavano frumento o soia transgenici nei
loro campi, piante generate dai semi portati dal vento provenienti da
campi vicini coltivati a OGM. Qual era la base per simili ridicole
cause? I brevetti sui vegetali. Questi coltivatori stanno
involontariamente violando i diritti di proprietà intellettuale
della Monsanto. Peggio ancora, la Monsanto ha avuto la perfida idea
di sviluppare un tipo di pesticida (nello specifico, un diserbante
chiamato “Roundup”, scoperto e brevettato da un chimico della
Monsanto nel 1970) che opera al meglio quando utilizzato coi semi
brevettati dalla corporation. Le leggi sui brevetti, in pratica,
hanno permesso alla corporation l'istituzione di un monopolio
verticale – se vuoi le sementi ad alto rendimento Roundup Ready
avrai bisogno dell'insetticida Roundup della Monsanto; e se compri
l'insetticida Roundup avrai bisogno delle sementi Roundup Ready (dato
che le aziende agricole di grandi dimensioni desiderano il maggior
rendimento possibile, tendono ad abbozzare e a comprare tutt'e due i
prodotti).
L'effetto
complessivo di queste azioni sul sistema mondiale dell'alimentazione
è stato straordinariamente negativo.
Considerate
il caso della dott.sa Pamela Ronald, professoressa di Genomica
Vegetale presso la UC-Davis. Come per molti altri scienziati, la
motivazione principale della dott.sa Ronald non è il profitto, ma la
comprensione dei meccanismi naturali. Dopo aver lavorato per un
decennio alla decodifica del genoma del riso, Ronald e il suo team
realizzarono un'alterazione genetica che resisteva allo Xanthonomas,
una delle peggiori patologie del riso in Asia. Potrebbe esserci una
migliore, più socialmente utile applicazione delle manipolazioni
genetiche di questa? Ronald e la UC-Davis registrarono il gene presso
l'ufficio brevetti statunitense, in modo da ottenere la proprietà
intellettuale della sequenza dell'immunità allo Xanthomonas, e quasi
subito la Monsanto e la Pioneer [2] chiesero l'autorizzazione all'uso
del gene.
Ma
mentre l'Office of Technology Transfer della UC-Davis lavorava ai
termini dell'accordo, la Monsanto e la Pioneer persero interesse alla
questione, e le prospettive commerciali del riso di Ronald giunsero a
un'impasse. A quanto pare la resistenza a una patologia non era
attraente per le multinazionali dell'alimentazione quanto invece lo
era per la dott.sa Ronald e la UC-Davis, forse perché i potenziali
profitti derivati da un riso che resiste alla ruggine non potevano
rivaleggiare con quelli derivati dal frumento Roundup Ready. Il riso
di Pamela Ronald prometteva di salvare vite in Asia, ma le lungaggini
legali lo relegarono nella sua serra.
Alla
fine, la dott.sa Ronald ha contestato il suo stesso brevetto,
rendendo le informazioni genetiche da lei scoperte disponibili
gratuitamente per i paesi in via di sviluppo. L'atteggiamento di
Ronald nei confronti della legislazione riguardante la genetica in
agricoltura non è insolito tra gli scienziati. Parecchi dei biologi
molecolari che ho intervistato negli ultimi anni mi hanno detto che
le leggi sui brevetti intralciano il loro lavoro di ricerca, nel
momento in cui l'innovazione molecolare diviene proprietà
intellettuale della compagnia o università proprietarie del
laboratorio che ha effettuato la scoperta. Il diritto alla proprietà
della propria scoperta sembrerebbe una bella cosa – tranne che per
il fatto che la conseguenza è il blocco della collaborazione
scientifica su larga scala, spesso fondamentale per il progresso
della ricerca. Di fatto, l'interesse degli scienziati per una
circolazione delle idee più libera potrebbe essere un'alleata nella
lotta dei movimenti contro la Monsanto e i colossi
dell'agroalimentare, nella lotta per una riforma dei brevetti
vegetali – se i movimenti smettessero per un momento di
concentrarsi sulla questione delle etichettature e guardassero al
quadro più ampio.
Le
normative sulla proprietà intellettuale devono essere ripensate. Un
film o un libro coperti da copyright restano comunque lo stesso film
e lo stesso libro, ma quando il cibo diventa un concetto legale o una
proprietà intellettuale, cessa di essere cibo. Naturalmente si può
consumare un popcorn brevettato allo stesso modo di un suo cugino che
non lo sia. Ma a differenza di un iPhone o di un tv a schermo piatto,
del cibo ne hanno bisogno tutti, e ne hanno bisogno ogni giorno. I
rappresentanti maggiori dell'industria alimentare globale vorrebbero
convincerci che il mercato mondiale delle derrate alimentari sia un
libero mercato come quello di qualsiasi gadget tecnologico – anche
se nessuno può decidere di fare a meno a lungo di fare colazione,
pranzo o cena. Dato che la partecipazione al mercato delle derrate è
obbligatoria, al ritmo di circa 2700 calorie al giorno, i brevetti
sul cibo permettono ai loro proprietari una quota garantita di
profitti proveniente da una garantita quantità di acquisti, il che è
fondamentalmente iniquo. Per quale motivo l'industria agroalimentare
dovrebbe godere di privilegi negati a ogni altro genere di business?
Le norme che regolamentano i brevetti nel campo dell'elettronica o
dello spettacolo non dovrebbero essere i medesimi anche per quel che
riguarda gli elementi più essenziali dell'esistenza umana.
Più
di ottanta anni di protezione dei brevetti vegetali hanno costruito
uno dei bastioni più imponenti dell'industria agroalimentare – ed
ecco perché dovrebbero essere questi brevetti l'obbiettivo dei
movimenti. Il modo più diretto ed efficace di minare il monopolio
degli industriali delle sementi modificate è una riforma di quelle
leggi (in particolare quella sui brevetti di utilità del 1985), e
rendere i diritti di proprietà che riguardano il cibo meno
esclusivi, meno profittevoli e meno duraturi.
Se
i movimenti di base che si interessano della questione alimentare
hanno come obbiettivo l'alternativa ai colossi dell'alimentazione, se
l'obbiettivo è il miglioramento a livello globale delle condizioni
dei piccoli coltivatori, lo sviluppo di un rapporto migliore tra
ambiente rurale e ambiente urbano, e il sostegno allo sviluppo di
un'agricoltura più sostenibile – allora l'etichettatura dei cibi
contenenti OGM, come avrebbe ottenuto la Proposition 37 in
California, non avrebbe dato il minimo contributo alla causa. Per
cambiare il sistema alimentare, il movimento deve sviluppare un
pensiero strategico. Per le Monsanto di questo mondo, il cibo è
diventato una fonte di profitti sfrenati e un concetto legale da
difendere a ogni costo nei tribunali. Questo significa che per il
movimento è venuta l'ora di prendere di mira le leggi sui brevetti.
Invece di giostrare coi mulini a vento delle etichettature, le
organizzazioni non profit che si occupano del settore alimentare
dovrebbero ingaggiare uno stuolo di avvocati esperti di proprietà
intellettuale e scatenarli su Washington per pretendere una riforma
del Plant Patent Act. Nel momento in cui la manipolazione genetica
sarà meno redditizia, le cose andranno meglio sia per i consumatori,
sia per i coltivatori, sia per i ricercatori – praticamente per
tutti tranne che per i dirigenti delle corporation.
La
copertura informativa sul settore alimentare di Slate
è resa in parte possibile dal contributo della W.K.
Kellogg Foundation.
Note
del traduttore
[1]
“Negli
Stati Uniti, sono disponibili due tipi di protezione di brevetti:
utilità e design. La
differenza di base tra questi due tipi è che un'“utilità di
brevetto” protegge il modo in cui un articolo viene usato e
lavorato (35 U.S.C. §101), e un “brevetto per design” protegge
il modo in cui un articolo appare (35 U.S.C,. §171). Entrambe le
forme di protezione possono essere ottenute per un singolo articolo
che possiede entrambe le caratteristiche funzionali e ornamentali.”
[Unioncamere
Lombardia]
[2]
La Pioneer
è un'industria che opera nel settore agroalimentare come la
Monsanto, ed è di proprietà del colosso chimico DuPont.
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traduzioni
Mettiamo un reddito garantito nell'Agenda politica
Appello alle associazioni, alle reti, ai movimenti della società civile.
Appello ai candidati ed ai partiti per le prossime elezioni politiche e regionali.
In
questa campagna elettorale si è cominciato, ancora con troppa
timidezza, a citare il tema del sostegno al reddito, evocato con
declinazioni diverse, a volte confuse e spesso contrapposte. Su come e
quando il tema del reddito sarà discusso, su come si intende
articolarlo, quali saranno i criteri che lo caratterizzeranno nella
forma e nella sostanza economica, su come e quando si intende introdurlo
non abbiamo ancora dei riferimenti chiari. Per quanto ci riguarda
auspichiamo che sia uno dei punti da affrontare entro i famosi primi 100
giorni dell’azione governativa, che sia affrontato come una proposta
urgente e necessaria per i cittadini di questo paese.
Circa un anno fa, all’avvio del governo Monti, denunciammo con una lettera aperta intitolata “Fate presto!” (www.bin-italia.org/informa. php?ID_NEWS=315) il rischio di default
sociale del nostro Paese. Da allora la crisi sociale si è andata
aggravando, gli ultimi dati a disposizione raccontano di un 29.9% delle
persone in Italia a rischio povertà. Non aver preso in seria
considerazione il nostro appello a “Fare presto!”, nel quale si indicava
il reddito garantito come uno degli strumenti di contrasto alla crisi,
ha evidentemente aggravato la condizione sociale di milioni di persone. I
furti dei generi di prima necessità nei supermercati sono aumentati, i
giovani privi di occupazione ed espulsi anche dal ciclo della formazione
sono oltre 2,5 milioni, tra i disoccupati solo 1 su 4 riesce a trovare
un lavoro, sempre più spesso precario, entro un anno.
Si
aggiunga l'emergere di continui scandali nella gestione delle risorse
pubbliche (oltre 60 miliardi di euro il costo della corruzione per la
Corte dei Conti), e la perdurante incapacità di agire in modo
convincente sul fronte dell'evasione fiscale (l'Agenzia delle Entrate
stima circa 120 miliardi annui), così come l’enorme massa di denaro
pubblico che finisce in sprechi ed inutili opere o il costo delle spese
militari, non ultime quelle per la dotazione di nuovi cacciabombardieri.
Il mix esplosivo tra crisi economica e impoverimento di massa da un
lato e corruzione e ingiustizie sociali dall'altro, rende sempre meno
differibile l'avvio di un'operazione di importante redistribuzione delle
risorse.
La
Commissione europea ci esorta da anni a combattere la “segmentazione“
del nostro mercato del lavoro e ci chiede di adottare misure universali
di indennità di disoccupazione, oltre che efficienti misure di sostegno
al reddito. Risale addirittura al 1992 la prima Raccomandazione in
questo senso ed il Parlamento europeo ha adottato nell'ottobre del 2010
una Risoluzione dai toni ancora più netti verso il reddito minimo
garantito. E' noto che in numerosi Stati europei si ha la possibilità di
accedere ad un sussidio di disoccupazione (in Italia solo il 17,2% di
disoccupati riesce a farlo, contro il 94,7% dell’Olanda, il 91,8% del
Belgio, il 70,9% della Francia, l’80% della Germania) e sappiamo anche
che quando questo termina si ha diritto al reddito minimo garantito con
un ammontare medio pari a oltre 600 euro al mese in Belgio o Austria, a
800 euro in Irlanda o in Olanda, senza poi menzionare i livelli di
tutela degli ordinamenti scandinavi. E' noto poi che oltre al sostegno
finanziario i nostri concittadini europei possono contare sull'accesso
ed il sostegno alla casa, ai trasporti, alla cultura o a misure per la
famiglia o i figli.
A
tale riguardo non sarà certo sfuggita ai candidati di questa tornata
elettorale la straordinaria mobilitazione di questi ultimi mesi per
l'istituzione di un reddito minimo garantito anche nel nostro Paese (si
veda www.redditogarantito.it) con la raccolta di firme per l'adozione della legge di iniziativa popolare sul reddito minimo che ha attivato decine di comitati locali in tutto il Paese.
A
ridosso delle elezioni politiche e per i governi di alcune importanti
Regioni, riteniamo che a questo tema debba essere data la necessaria
priorità e chiediamo che venga urgentemente inserito nelle agende di
governo sia regionali che nazionali. Per questo il BIN Italia lancia una
campagna dal titolo “il Reddito Garantito nell’Agenda politica”
invitando la società civile, i movimenti, le reti e le associazioni, ma
anche i candidati alle prossime elezioni sensibili al tema, ad
organizzare iniziative pubbliche nei propri territori. Lanciamo un
appello ad aprire in ogni territorio un confronto ed una discussione
sulla necessità dell’introduzione del reddito garantito nel nostro
paese.
Alle associazioni, alle reti ed ai movimenti della società civile chiediamo: di
contribuire costruendo iniziative pubbliche nelle quali sollecitare ai
candidati dei propri territori di riferimento un impegno a far inserire
il tema del reddito garantito nell’agenda politica.
Ai candidati alle prossime elezioni politiche o regionali chiediamo: di
prendere parola, di portare in agenda questo tema, di rendersi
disponibili a partecipare ad iniziative pubbliche o di organizzare essi
stessi incontri pubblici che diano visibilità e risalto alla questione
del reddito garantito nel nostro paese.
Vi
chiediamo di comunicarci data, ora, città e relatori dell’incontro che
intendete organizzare così da consentirci di darne notizia anche sul
sito del Bin Italia.
L’Associazione BIN Italia, oltre a garantire la pubblicazione on line delle iniziative si mette a disposizione per supportare – ove sia possibile – con pubblicazioni, materiali, relatori.
Consiglio direttivo del Bin Italia
venerdì 4 gennaio 2013
La lista Ingroia è un punto di inizio
di Alberto Lucarelli da soggettopoliticonuovo
La consultazione interna al movimento «Cambiare si può», che ha visto la maggioranza esprimersi per la realizzazione di un vasto fronte con candidato premier Antonio Ingroia, indica la necessità di compattare a sinistra un solido e plurale punto di riferimento che nasca dalle lotte dei movimenti e da quei partiti che da subito si sono contrapposti al neoliberismo dell’Agenda Monti, sostenuta da Bersani, Casini e Alfano. Chi l’avrebbe detto fino a qualche settimana fa che sarebbe nato uno spazio politico a sinistra della coalizione Pd-Sel?
Tuttavia, è necessario rafforzare questo polo, soprattutto con il peso e l’energia dei movimenti che, con le loro lotte per la democrazia dal basso, in questi anni hanno dato linfa a una nuova passione politica e hanno posto la questione della crisi della rappresentanza, dei suoi sistemi di selezione e dell’urgenza di nuove forme della politica.
E’ evidente che il processo politico, pur con successi anche simbolici ragguardevoli, avrebbe dovuto caratterizzarsi attraverso atti più coraggiosi, espressione di una netta discontinuità rispetto ai modelli del passato, e soprattutto rispetto alle modalità di investitura, alla degenerazione del sistema dei partiti, al tradimento dello spirito dell’art. 49 della Costituzione, alla loro ingerenza e autoreferenzialità.
Il processo costituente di “Rivoluzione civile” non nasce dunque perfetto, ma perfettibile, ed in questo senso dovrà caratterizzarsi per divenire una reale area di confronto e di dialettica tra le diverse anime.
Le imperfezioni e le criticità non possono tuttavia far perdere di vista prospettive, scenari e nuovi orizzonti che possono aprirsi.
Con la nascita di questo nuovo spazio pubblico della sinistra, si dovrà lavorare per costruire un programma politico anticonformista, altermondialista che, partendo dall’affermazione dei principi costituzionali, sappia dar luogo ad un intreccio virtuoso tra diritti civili, politici e sociali.
Occorre lavorare dall’interno per costruire un soggetto politico che, dalla parte dei più deboli e degli esclusi, sappia rinnovare profondamente gli istituti classici della rappresentanza, ormai logori, attraverso un continuo collegamento con i movimenti, con i territori, le pratiche locali e le forme più evolute della democrazia diretta e partecipativa; attraverso la capacità di connettersi ed intercettare conflitti e dissensi, destrutturando sovranità e proprietà a vantaggio delle nuove categorie della partecipazione e dei beni comuni. Insomma, occorre guardare con coraggioso entusiasmo ai nuovi modelli di rappresentanza che si stanno sviluppando nel neo-costituzionalismo sudamericano, soprattutto quelli che hanno posto il problema del diritto all’insolvenza per i debiti sovrani incautamente assunti.
E’ dunque soltanto il punto di partenza di un processo che vede la costruzione di un polo che si contrappone alle politiche liberiste che hanno visto coinvolto da protagonista anche il Pd.
Ripartire dalla centralità del lavoro e soprattutto dare al lavoro una rappresentanza che, anche attraverso i referendum, sappia fronteggiare in maniera decisa e diretta le politiche insensate di Berlusconi prima, poi di Monti e della Fornero, che hanno svuotato di ogni valore fondativo l’art. 1 della nostra Costituzione.
Ripartire dall’affermazione dello stato sociale, spiegando che le sue radici, oltre che nella Costituzione, possono e devono essere ricercate anche in un’Europa libera dai vincoli imposti dalle multinazionali e dalle banche.
Ripartire dai punti programmatici di “Cambiare si può” che hanno ben indicato la strada da seguire.
Per questi motivi, il primo atto da porre in essere da parte della nuova compagine elettorale dovrà essere la proposta di abrogazione dell’attuale articolo 81 della Costituzione, che introducendo il pareggio di bilancio ha negato di fatto l’esistenza del welfare statale e locale e quindi la tutela e la garanzia dei diritti fondamentali dei cittadini.
Fonte: Il Manifesto 4.01.2013
La consultazione interna al movimento «Cambiare si può», che ha visto la maggioranza esprimersi per la realizzazione di un vasto fronte con candidato premier Antonio Ingroia, indica la necessità di compattare a sinistra un solido e plurale punto di riferimento che nasca dalle lotte dei movimenti e da quei partiti che da subito si sono contrapposti al neoliberismo dell’Agenda Monti, sostenuta da Bersani, Casini e Alfano. Chi l’avrebbe detto fino a qualche settimana fa che sarebbe nato uno spazio politico a sinistra della coalizione Pd-Sel?
Tuttavia, è necessario rafforzare questo polo, soprattutto con il peso e l’energia dei movimenti che, con le loro lotte per la democrazia dal basso, in questi anni hanno dato linfa a una nuova passione politica e hanno posto la questione della crisi della rappresentanza, dei suoi sistemi di selezione e dell’urgenza di nuove forme della politica.
E’ evidente che il processo politico, pur con successi anche simbolici ragguardevoli, avrebbe dovuto caratterizzarsi attraverso atti più coraggiosi, espressione di una netta discontinuità rispetto ai modelli del passato, e soprattutto rispetto alle modalità di investitura, alla degenerazione del sistema dei partiti, al tradimento dello spirito dell’art. 49 della Costituzione, alla loro ingerenza e autoreferenzialità.
Il processo costituente di “Rivoluzione civile” non nasce dunque perfetto, ma perfettibile, ed in questo senso dovrà caratterizzarsi per divenire una reale area di confronto e di dialettica tra le diverse anime.
Le imperfezioni e le criticità non possono tuttavia far perdere di vista prospettive, scenari e nuovi orizzonti che possono aprirsi.
Con la nascita di questo nuovo spazio pubblico della sinistra, si dovrà lavorare per costruire un programma politico anticonformista, altermondialista che, partendo dall’affermazione dei principi costituzionali, sappia dar luogo ad un intreccio virtuoso tra diritti civili, politici e sociali.
Occorre lavorare dall’interno per costruire un soggetto politico che, dalla parte dei più deboli e degli esclusi, sappia rinnovare profondamente gli istituti classici della rappresentanza, ormai logori, attraverso un continuo collegamento con i movimenti, con i territori, le pratiche locali e le forme più evolute della democrazia diretta e partecipativa; attraverso la capacità di connettersi ed intercettare conflitti e dissensi, destrutturando sovranità e proprietà a vantaggio delle nuove categorie della partecipazione e dei beni comuni. Insomma, occorre guardare con coraggioso entusiasmo ai nuovi modelli di rappresentanza che si stanno sviluppando nel neo-costituzionalismo sudamericano, soprattutto quelli che hanno posto il problema del diritto all’insolvenza per i debiti sovrani incautamente assunti.
E’ dunque soltanto il punto di partenza di un processo che vede la costruzione di un polo che si contrappone alle politiche liberiste che hanno visto coinvolto da protagonista anche il Pd.
Ripartire dalla centralità del lavoro e soprattutto dare al lavoro una rappresentanza che, anche attraverso i referendum, sappia fronteggiare in maniera decisa e diretta le politiche insensate di Berlusconi prima, poi di Monti e della Fornero, che hanno svuotato di ogni valore fondativo l’art. 1 della nostra Costituzione.
Ripartire dall’affermazione dello stato sociale, spiegando che le sue radici, oltre che nella Costituzione, possono e devono essere ricercate anche in un’Europa libera dai vincoli imposti dalle multinazionali e dalle banche.
Ripartire dai punti programmatici di “Cambiare si può” che hanno ben indicato la strada da seguire.
Per questi motivi, il primo atto da porre in essere da parte della nuova compagine elettorale dovrà essere la proposta di abrogazione dell’attuale articolo 81 della Costituzione, che introducendo il pareggio di bilancio ha negato di fatto l’esistenza del welfare statale e locale e quindi la tutela e la garanzia dei diritti fondamentali dei cittadini.
Fonte: Il Manifesto 4.01.2013
mercoledì 2 gennaio 2013
Le parole che vorremmo sentire da Ingroia
Adesso vorremmo sentire parole del
tipo: abolizione della riforma Fornero, più soldi per ospedali,
scuole, università, al diavolo il Fiscal Compact e l'austerità,
rimessa in discussione dei vincoli europei, il liberismo è una
sciagura provata e non un'idea vincente di società (e soprattutto
non è di sinistra), lo stato produce moneta propria e non chiede
prestiti alle banche, la troika (Commissione Europea + BCE + Fondo
Monetario Internazionale) sta affamando i greci e vuol affamare
anche l'Italia, riformismo non significa “togliere certe
anacronistiche rigidità dei diritti dei lavoratori” ecc ecc.
Aspettiamo con ansia che Ingroia
pronunci parole del genere, se non le conosce se le faccia suggerire,
per noi va bene lo stesso.
Dalla padella alla brace
di Tonino D’Orazio
Strani auguri di buon
anno. “Siccome al peggio ormai non c’è più fine, speriamo che
il 2013 sia disastrato solo come il 2012”.
In realtà stiamo
assistendo ad una campagna elettorale strana. Senza politica del buon
senso. Viene rilanciato, come ormai da più anni, il messaggio della
riduzione delle tasse. Sia da Berlusconi che da Monti. Dopo. Nel
frattempo i telegiornali sono pieni di aumenti a raffica lanciando
una crescete apprensione. Con una certa insistenza maligna delle reti
di Berlusconi. Aumenti su obblighi che non si possono sfuggire. Il
cappio delle banche, delle assicurazioni e dei monopoli diventati
privati si stringe. Sono pronti a divorare ancora, per legge. Tutti
diventano collettori per lo stato mentre rimane loro qualche margine
di beneficio gratis.
Tutti i partiti, fautori
della legge elettorale definita giustamente “porcellum”, hanno
capito che non si potrà governare il paese se non in una “grande
Koalizione”. Si sa che la situazione elettorale del Senato è stata
creata ad hoc. E allora tutti al centro. Diventa una campagna
elettorale senza programma, oppure con tutto ed il contrario di
tutto. Campagna elettorale tattica.
Tutti vorrebbero di nuovo
Monti, uomo di estrema destra economica, proponendo di continuare la
sua Agenda alla macelleria sociale, malgrado una percentuale alta
dell’opinione pubblica contraria. Lui sa che avranno bisogno di lui
al Senato, se la sua lista-barcone riesce a navigare un po,
indipendentemente dalla volontà popolare maggioritaria contraria. La
democrazia è troppo addomesticata. Le elezioni ad aprile erano
troppo lontane per reggere, ma quelle di febbraio sono troppo vicine
alla nuova raffica di aumenti e a una nuova stagione per contare
altri poveri. Diventa patetico esibire “dolore” per le sofferenze
sociali, e difendere le politiche che le producono
Straordinariamente il
difensore dei ceti sociali eufemisticamente “meno abbienti” sta
diventando Berlusconi, sparando a zero sui concorrenti di destra dopo
averli sostenuti fino al mese scorso, rilanciando un anti-comunismo
inesistente ma che funziona ancora, liberandosi o forse “rottamando”
un bel po’ di voltagabbana, rilanciando invettive contro la Merkel
responsabile della situazione italiana, spiega che con la
Costituzione attuale non e' possibile governare (una terza repubblica
più leggera e padronale) e ciliegina, “aboliremo l’Imu al primo
Consiglio dei Ministri”. Riduzione del 50% dei parlamentari,
massimo due legislature, dimezzamento degli emolumenti ecc… Si
potrebbe dire che avrebbe potuto attuare tutte queste promesse in 18
anni di governo. Ma tant’è, i programmi massimi non servono in
campagna elettorale, bisogna ricordare poco, individuare solo il
proprio tornaconto, se ci si riesce.
Per il gossip, con grande
generosità, visto che si partiva da 300.000 euro al mese, ha
“regalato” alla ex moglie Veronica Lario 3 milioni di euro al
mese. Non c’è che dire. Un uomo nuovo e buono. (vedi le sue
interviste a sostegno delle ragazze-figliole poverine che mantiene
economicamente). Dal punto di vista economico i professorini al
governo sono stati degli incapaci. Lo dimostra schierandosi con
parecchi Nobel dell’economia contro la menzogna dello spread.
La verità può essere multipla. Anzi istituirà una
commissione-inquisizione per dimostrarlo, ma forse anche sull’operato
“golpista” di Napolitano per capire perché è stato mandato via.
Grande. I suoi processi sono passati in secondo piano e se questi
giudici comunisti, sempre pronti a scendere in politica anche loro, a
turno, ci provano a rilanciarli durante la campagna elettorale potrà
urlare allo scandalo anti-democratico a reti unificate, almeno fino a
marzo.
Dopo la morte della
grande signora, senatrice a vita, Rita Levi di Montalcini, rimane già
un posto vacante e c’è da scommettere che Napolitano, prima che
finalmente vada via, ha già qualche altro amico da proporre, nel
giro di 24 ore. Ne ha facoltà. Che ne pensate di un altro banchiere,
segno dei tempi, per gradire? Magari Prodi.
Per gli uomini di
sinistra il Pd rimane un problema insoluto. Costretto a rincorrere
l’agenda Monti, accettata e votata in toto da più di un anno,
senza possibilità di poterla ormai modificare, se non su
quisquiglie, il Pd non sembra avere un programma chiaro, o almeno un
po’ alternativo. Perché dire, ieri e oggi per domani, che Monti è
pericoloso? Anzi qualche sostenuto ideologo del massacro dei
lavoratori, come Cazzola e il renziano Ichino (da “gioiello della
sinistra a giullare dei banchieri”) che da scienziato precisa che
“Monti è più a sinistra di Bersani”, scelgono direttamente la
lista del professore. Hanno fatto finalmente chiarezza. Tanto se
Bersani dovrà fare poi l’accordo di governo con Monti sono in
ottima posizione. Mossa del cavallo.
Oltre alle altre, si
affacciano altre due liste civiche a sostegno di Monti una ex-Pdl (e
si capisce, con un fantasma chiamato Frattini) e una ex-Pd (dei non
rieletti alle ultime primarie). La confusione è totale. Sembra un
“si salvi chi può”. Non c’è più il tanto decantato
bipolarismo che avrebbe definitivamente fatto chiarezza
istituzionale, ma un nugolo di pianetini che ruotano e si aggrappano
dove sembra convenire di più. Tatticismo. E’ un quadro desolante.
Si aggiunga che più a sinistra si fa il possibile per dividersi,
frammentare le forze e continuare raggruppamenti e partitini
strettamente nominativi e personali con percentuali così ininfluenti
da favorire meglio le altre coalizioni. Ulteriore quadro desolante.
Non parlo di Grillo e il
Movimento 5 Stelle, ma solo per rimarcare però che viene sempre
presentato urlante dalle varie televisioni, di stato e padronali.
Sono curioso di vedere lo share di ascolto se lo fanno parlare
direttamente quando ne avrà diritto per la par condicio.
Se la paura dello spread
è diminuita, cosa ci proporranno come nuovo thriller? Non
ricominciamo con le stragi per favore, abbiamo già dato.
Perché essere ancora
messi in condizioni di dover votare il meno peggio?
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