mercoledì 14 novembre 2012

Grillismo: movimento o partito?



Dopo l’autoproclamazione di Beppe Grillo sul web a «capo politico» assoluto, il M5S si trova ad un bivio decisivo. Solo se troverà una adeguata e originale forma organizzativa, democratica e plurale, riuscirà a non omologarsi alla vecchia politica che ha imperversato finora.

di Michele Martelli da Micromega

 


Si chiama M5S (MoVimento 5 Stelle), ma la questione che si pone oggi, dopo il clamoroso successo elettorale in Sicilia e l’autoproclamazione di Beppe Grillo sul web a «capo politico» del movimento, è a mio parere la seguente: il grillismo è ancora un movimento, se mai lo è stato, o non lo è più? Non è ancora un partito o lo è già in nuce? E se lo è, quale tipo di partito? E per fare l’Altrapolitica o la Stessapolitica?

Per aiutarci a capire, ci possono essere utili due schemi concettuali, tratti da due filosofi novecenteschi che sono ideologicamente agli antipodi, anarco-comunista il primo, filonazista il secondo: Jean Paul Sartre e Carl Schmitt.

Espongo qui brevemente i due schemi.

Nel Libro secondo della Critica della ragione dialettica (1960), Sartre sostiene che i periodi rivoluzionari si dividono in tre fasi: 1) la genesi del «gruppo in fusione»; 2) il predominio della «Fraternità-Terrore», che sfocia nell’«istituzionalizzazione del capo»; 3) la ri-formazione delle istituzioni statuali. Prima di «unirsi in interiorità» nel gruppo in fusione, gli individui sono «uniti in esteriorità», dispersi, frammentati, atomizzati, estraniati nei «collettivi seriali» (esempio: gli assembramenti in attesa alla fermata dell’autobus o della metro, o le masse elettorali), e tali tornano ad essere nella terza fase, la restaurazione politica post-rivoluzionaria. Rispetto alla Rivoluzione francese dell’89, che per Sartre funge da modello, le tre fasi sono: la presa della Bastiglia, il Terrore di Robespierre, il Termidoro. A giudizio del filosofo francese, il pendolo della storia umana oscilla dalla “serie” al “gruppo” e dal “gruppo” alla “serie”.

Per Carl Schmitt, secondo quanto egli scrive in La dittatura (1921), Teologia politica (1922) e altrove, le crisi politico-sociali radicali (vedi la Rivoluzione inglese di Cromwell, l’89 francese, l’Ottobre bolscevico, ma anche la crisi della Germania di Weimar), che segnano la tragica scomparsa dei vecchi ordinamenti politici, non sono che caos nichilistico, totale sospensione e assenza di norme, caduta verticale, abissale nel pre-politico e pre-giuridico. Come se ne esce? Con lo «stato d’eccezione». Col «decisionismo». Con l’uomo, l’élite, il partito forte, che interviene per imporre autoritativamente un nuovo ordine. Non importa quale e come, importa che lo faccia. Ciò che conta non è il «che cosa» si fa, ma «chi» decide di farlo, il «dittatore», che si auto-attribuisce un potere sovrano assoluto, incondizionato, un potere dall’alto. Per Schmitt, il pendolo della storia oscilla dal caos all’ordine, dall’anarchia alla «dittatura» (che può essere, diciamo così, sia di destra sia di “sinistra”). Col rischio immanente, e sempre incombente, che ordine e dittatura riprecipitino nel caos e nell’anarchia.

Questa dialettica bloccata, anche se senza le connotazioni tragiche che ne danno Sartre e Schmitt, l’abbiamo vista operante negli ultimi tempi in più occasioni. Per esempio: tanti movimenti (il Sessantotto, i gruppi femministi, la “Pantera” e l’“Onda anomala” studentesca, i girotondi, “Se non ora quando”, ma si possono citare i recenti “Indignados” e “Occupy Wall Street”) sono falliti, scomparsi, per non essere riusciti a strutturarsi, a darsi una forma-partito, organizzativa e permanente, a istituzionalizzarsi. Ma d’altro canto i movimenti che hanno trovato una forma organizzativa stabile hanno però finito col cambiare pelle, col trasformarsi in organizzazioni, comitati e partiti più o meno burocratici, gerarchici e centralisti (Rifondazione comunista, gruppi dipietristi, cellule vendoliane, raggruppamenti ciascuno dei quali ha espresso il suo sartriano “capo istituzionalizzato” o il suo schmittiano “dittatore”).

Ora il M5S si trova ad un bivio.

Fino alle amministrative siciliane, è stato un “gruppo in fusione” anomalo e contraddittorio. Da un lato, movimento dal basso, manifestatosi soprattutto in Rete, virtualmente, in forma disordinata, spontanea, diretta, con la sostanziale accettazione della linea anti-casta di Grillo-Casaleggio. Era anti-politica? No, era il segnale, nella crisi che stiamo attraversando, della seria e drammatica richiesta di un altro modo di far politica, di Altrapolitica (rifiuto della partitocrazia e dell’auroferenzialità dei politici, denuncia dei privilegi, della corruzione e del saccheggio della cosa pubblica, voglia di cambiamento radicale, di controllo, partecipazione, democrazia diretta, ecc.). Dall’altro, nella interminabile serie delle sue assemblee-spettacoli, Grillo, con argomentazioni-flash, spesso urlate, lazzi, turpiloqui, imitazioni, barzellette, formulava dall’alto le sue radicali critiche e proposte politiche. Indisturbato. Senza confronti e contraddittorî. Con monologhi alla ricerca dell’applauso, mirati a trasformare gli spettatori in potenziali seguaci. Si presentava come il “portavoce” del movimento. Ne era invece già di fatto il “capo”, la guida carismatica, che ne delineava programmi, scelte, comportamenti.

Dopo il voto siciliano, nell’ormai famoso documento sul web Grillo si è auto-eletto a “capo politico”, “istituzionalizzato”, direbbe Sartre, ritenendo di impersonare un’autorità sovrana al di sopra del movimento, una sorta di padre-padrone (un premier in pectore?) che legifera imperativamente, in modo “decisionistico”, direbbe Schmitt, sulle nuove regole (iscrizione, legittimità di appartenenza, candidabilità, ecc.), di cui si è dichiarato al tempo stesso l’unico indiscutibile custode e controllore. Per il bene del movimento, s’intende! Non sapendo, o fingendo di non sapere, che il paternalismo, in politica, è il preannuncio e al tempo stesso il fratello gemello dell’autocratismo.

Dall’atto imperativo di Grillo sono nate infatti le prime serie contraddizioni e dissensi nel M5S. Tra chi, in nome dell’autonomia degli iscritti e dell’orizzontalità del movimento, ne lamenta l’assenza di «democrazia interna» o la prossimità mistica a «Scientology» (Favia, Salsi e altri). E chi invece difende a spada tratta Grillo e il suo diktat, accusando i dissidenti di incoerenza, eresia, tradimento, sbeffeggiandoli e screditandoli anche a livello personale (carrieristi, succubi, se donne, del punto G, ecc.). E cioè applicando sia la categoria sartriana della “Fraternità-Terrore” (in caso di discordia, la Fraternità si trasforma in Terrore, in violenza eliminatoria dell’altro, come è espresso anche dal proverbio popolare italiano “fratello-coltello”) sia la dicotomia schmittiana dell’«amico-nemico» (in politica o concordi con me, ti sottometti alla mia autorità, al mio comando, oppure, se ti opponi, sei un nemico da abbattere, e come tale vai trattato). Oggi, nel M5S, ciò significa ovviamente ricorso ai soli mezzi che la situazione consente, e cioè: discredito, emarginazione, espulsione del dissidente. E dissidente è chiunque in questa fase non riconosce il “potere costituente”, dall’alto, imposto da Grillo. In contraddizione con la storia sin qui trascorsa del movimento.

La sfida di fronte a cui oggi si trova il M5S è a mio avviso la seguente.

O riesce a trovare, a inventare una nuova e originale forma organizzativa, stabile ma “liquida”, capace di coniugare democrazia diretta e rappresentativa, ma garantendo il primato della “base”, la sua sovranità, l’esercizio di un efficace controllo dal basso su dirigenti ed eletti, consiglieri e parlamentari, superando quella dialettica bloccata di cui parlavo dianzi, cosa di cui finora nessun movimento, nessun “gruppo in fusione” è stato capace: un tale superamento sarebbe una novità politica e storica epocale.
Oppure è destinato a cambiare presto natura, a contaminarsi e degradarsi, ad omologarsi al tran-tran della vecchia politica, della Stessapolitica sprezzantemente autoreferenziale e “casto-cratica” che ha imperversato finora.


sabato 10 novembre 2012

Chi è davvero Milena Gabanelli? Al di sopra di ogni sospetto sempre e comunque?

di Joe Black da ComeDonChisciotte via Rischio Calcolato


Non so se Milena Gabanelli sia una persona intellettualmente onesta o meno, devo però confessare che non ho alcuna simpatia per lei. Non metto in dubbio le sue doti giornalistiche e mi guardo bene dal dire " ...allora perché ha indagato su questo e non su quest'altro ecc. ecc". Uno indaga su quello che vuole, ci mancherebbe, ma come lo fa rende a volte la cosa un po' sospetta. Su Di Pietro non si è comportata bene, tralasciando colpevolmente di dire che le questioni sollevate da certi personaggi erano roba vecchia, già sviscerata ed appurata anche in sede legale, tanto che detti personaggi le hanno pure prese in tribunale. 

Ad essere onesti debbo ammettere che i racconti di Barnard sul suo rapporto professionale con la conduttrice di Report hanno un po' influenzato il mio giudizio, ma va detto che se solo un decimo di quello che dice Barnard è vero basterebbe per fare della Gabanelli una da cui stare alla larga. Aldilà di tutto però, c un singolo fatto  specifico che me l'ha resa odiosa in maniera totalmente incondizionata, ed è stato il suo grido di vittoria quando la Fornero ha elevato l'età pensionabile, una battaglia di civiltà, secondo l'eroina del gornalismo d'inchiesta. Di solito non sono scurrile, ma in quel caso un ma vaff... mi è venuto dal profondo del cuore (F.C.)
 

Mi chiedo sempre più spesso se certi giornalisti (Vespa Bruno per fare un nome) siano davvero SOLO giornalisti.

Le loro frequentazioni, l’approccio ai problemi, le finalità REALI della loro azione a volte mi sfuggono…. O forse no…

La loro capacità di orientare opinioni, nel mondo della comunicazione, mi portano a considerare altri aspetti di queste figure dalla altissima visibilità. In un possibile scontro di poteri non paiono solo pedine, ma veri e propri attori che si muovono in modo pasionario dietro ad un imperativo, ad un risultato da cogliere, un obiettivo da raggiungere a volte non cosi palese.

Prendiamo il caso Gabanelli.


Esempio 1 – le energie rinnovabili ed il Fotovoltaico

In pieno boom fotovoltaico, nel momento stesso in cui i BIG si sono fatti i loro impianti (e che impianti, roba da 70MW, altro che il 3/5/20 KW) va in onda una trasmissione della nostra che fa vedere quanta speculazione ci sia e lancia l’allarme “consumo del suolo all’agricoltura”. (la cementificazione ne consuma 1000 volte tanto, ma non conta)

Subito dopo l’authority dell’energia sostiene che il peso delle rinnovabili sta assumendo cifre insostenibili (+3,9%) di cui solo 1,7% in realtà era dovuto alle rinnovabili ed il resto alle assimilate (inceneritori e riconversione sottoprodotti petroliferi). Nello stesso periodo il petrolio era salito del 22% e il gas del 40%, ma passava come secondario

Il ministro Romani entra a gamba tesa e, in presenza di migliaia di pratiche in corso passa dal secondo al quarto conto energia in pochi mesi (oggi siamo al quinto). Le principali imprese impegnate di grandi dimensioni presentano ricorso a Bruxelles (tuttora pendenti con ingenti rischi di risarcimento danni allo Stato per la retroattività di fatto delle nuove norme).

Qui di seguito la risposta del Gifi Anie

GIFI/ANIE RISPONDE A REPORT

Il Gruppo Imprese Fotovoltaiche Italiane parte di Confindustria ANIE invia una lettera alla Gaba­nelli per i necessari chiarimenti sui contenuti trasmessi durante la puntata del 28 novembre 2010

Milano, 1 Dicembre 2010 – Nella puntata andata in onda su RAI3 domenica 28 novembre, Report ha dedicato un approfondimento sul tema delle rinnovabili descrivendo, in particolare, gli incentivi alle rinnovabili come un “meccanismo perverso succhia soldi”. Non si è fatta attendere la risposta del GIFI (Gruppo Imprese Fotovoltaiche Italiane) parte di Confindustria ANIE, che in una lettera indirizzata a Milena Gabanelli ha trasmesso alla redazione della testata alcune doverose precisazioni con l’auspicio che le stesse possano essere veicolate ai telespettatori.

GIFI/ANIE con la pronta azione ha voluto in primo luogo evidenziare un aspetto importante che la trasmissione della Gabanelli ha trascurato: i benefici per il Sistema Paese che lo sviluppo del fotovoltaico ha creato – anche per effetto della Legge di incentivazione del Conto Energia.

“La quasi totalità della forza lavoro impiegata nell’installazione e manutenzione degli impianti FV, figure professionali di elevata specializzazione e vario profilo, è italiana – si precisa nella lettera che GIFI/ANIE ha trasmesso alla Gabanelli. “In soli tre anni lo sviluppo del mercato fotovoltaico ha creato in Italia almeno

20.000 posti di lavoro lungo tutta la filiera e ne stimiamo ulteriori 70.000 per i prossimi 10 anni. Sono numeri importanti che ci permettono di osservare come, in un periodo di crisi economica come quello che stiamo vivendo, l’industria fotovoltaica italiana – anche beneficiando dell’incentivazione – ha potuto fronteggiare la crisi e nel contempo creare nuova occupazione.”

GIFI/ANIE ricorda che oltre il 99% degli impianti fotovoltaici italiani sono di taglia piccola e media, con l’obiettivo di aiutare le famiglie e le aziende a ridurre significativamente le spese energetiche. Di contro l’1% di impianti di grande taglia, che in termini di potenza installata rappresenta una quota molto rilevante, aiuta il settore nel suo complesso, garantendo economie di scala che vanno a vantaggio anche dei piccoli utenti, con riduzioni nei costi d’impianto che in pochi anni sono diminuiti anche del 40%, unico caso tra le fonti energetiche disponibili. I costi reali per la collettività sono molto inferiori ai costi derivanti dalle tariffe incentivanti in quanto i ricavi del Conto Energia, a parte i casi in cui il proprietario dell’impianto è una persona fisica, sono soggetti a imposizione fiscale. Le aziende del settore, nate proprio grazie alla disponibilità di tali incentivi, restituiscono allo Stato tramite la normale fiscalità un’ulteriore importante quota dei fondi utilizzati per la diffusione degli impianti fotovoltaici.

“In un contesto sicuramente favorevole l’industria fotovoltaica italiana rappresentata da GIFI/ANIE ha proposto al Governo di ridurre il valore dell’incentivo a partire dal 2011, in virtù del fatto che i prezzi per i componenti e i sistemi fotovoltaici hanno registrato una significativa riduzione conseguente alle economie di scala raggiunte – si prosegue nella lettera. “Il ruolo degli incentivi è quello di accompagnare gradualmente la crescita del fotovoltaico, fino a quando sarà un mercato capace di “camminare con le proprie gambe”. Chi guarda agli incentivi come a un sussidio perenne o a una occasione di speculazione opera in errore. Le aziende riunite nel GIFI, che profondamente credono nel valore di questo mercato e nel valore che gli operatori della filiera possono offrire al nostro Paese, non hanno mai guardato agli incentivi in una logica di speculazione.”

La lettera alla redazione di Report non ha tralasciato, infine, il delicato tema della legalità, dichiarando la ferma distanza delle aziende di GIFI/ANIE dal messaggio emerso chiaramente dai contenuti della trasmissione. Gli operatori che credono nello sviluppo del fotovoltaico in Italia, che hanno investito e creato occupazione negli anni, non condividono lo scenario delineato che associa al sistema delle rinnovabili un contesto di illegalità.

Report più volte in passato ha mostrato casi di Paesi europei quali buoni esempi da seguire in tema di sviluppo delle fonti rinnovabili, denunciando l’arretratezza dell’Italia – ha dichiarato Valerio Natalizia Presidente GIFI/ANIE. “La situazione oggi è finalmente cambiata, probabilmente grazie anche alle passate denunce di Report -ha proseguito Natalizia -e di questo la trasmissione andata in onda lo scorso 28 novembre non ne ha tenuto conto, limitandosi a dare evidenza dei malfunzionamenti nei meccanismi di incentivazione e degli elevati costi per la collettività.”


“I vantaggi economici e sociali di cui l’Italia beneficia dallo sviluppo del mercato fotovoltaico sono numerosi e le difficoltà nell’erogazione degli incentivi sono sì presenti ma in misura molto minore rispetto a quanto la redazione di Report ha voluto darne notizia -ha proseguito ancora Natalizia. “Il rischio che ci preoccupa maggiormente è che nel pubblico si diffonda un’opinione sbagliata sul fotovoltaico. Alla luce degli oggettivi vantaggi per la collettività e, più in generale, per il Sistema Paese – ha concluso Natalizia -il fotovoltaico ha invece bisogno di un supporto fattivo da parte di testate di informazione importanti come Report e dai mezzi di comunicazione in generale”

Fondato nel 1999, GIFI (Gruppo Imprese Fotovoltaiche Italiane) aderente a Confindustria ANIE rappresenta le imprese attive in Italia nel settore del fotovoltaico, come fornitori di tecnologia e di impianti completi. GIFI associa 143 aziende per un fatturato aggregato settoriale superiore a 1,5 miliardi di euro.

Confindustria ANIE, con oltre 1.100 aziende associate e circa 170.000 occupati, rappresenta il settore più strategico e avanzato tra i comparti industriali italiani, con un fatturato aggregato di 56 miliardi di euro (di cui 23 miliardi di esportazioni). Il saldo della bilancia commerciale è attivo per circa 800 milioni di euro. Le aziende aderenti a Confindustria ANIE investono in Ricerca e Sviluppo il 4% del fatturato, rappresentando più del 30% dell’intero investimento in R&S effettuato dal settore privato in Italia



Tuttavia l’intero comparto entro pochi mesi si schianta.


(Un motivo c’era anche nella volontà di riallocare risorse nel nucleare. Nel 2010 13 banche avevano aperto all’Enel una linea di credito di 10 MLD di euro. Ma poi Fukushima + il referendum ci misero il coperchio..)



Esempio 2 – Il denaro contante e l’Evasione Fiscale




E’ da poco insediato il Governo Monti. Con un assist che ha dell’incredibile la Gabanelli regala una trasmissione a Monti, mettendo in cattiva luce l’uso del contante e proponendo addirittura di tassarne le transazioni. Se non era previsto dal copione perfino Monti è sorpreso dall’impeto della pasionaria e per una frazione di secondo…



pare valutare seriamente la proposta, probabilmente non attuata (ancora) per questioni probabilmente legate a difficoltà di armonizzazione sul piano internazionale.

Intanto passa il limite ai 1000 euro, le banche restringono di molto le possibilità di ritirare il contante (perfino l’Abi è obbligata ad intervenire con una circolare precisando che prelevare soldi propri non è soggetto ad alcuna limitazione). Per motivi mai spiegati (se non con quello palese di aumentare la liquidità degli istituti di credito) le pensioni al di sopra di una certa soglia e gli stipendi dei dipendenti statali DEVONO affluire sui conti. Vien ridotta da 40.000 a 10.000 la liquidità in contanti che un cittadino italiano può portare con se all’estero.



Un articolato post a tema


Di Italo Romano
Ieri sera su Rai Tre è andata in onda una vergognosa puntata propagandistica di Report. Il programma diretto dalla giornalista Milena Gabanelli, da molti ritenuto l’alfiere della libera informazione italiana, si è schierato apertamente dalla parte dei poteri forti.
Genuflessi alle banche, sono diventanti braccio armato del regime tecnocratico montiano.
Il titolo della puntata era “CONTANTI saluti al nero“. Ha così inizio la guerra al contante. Il male del nostro paese viene identificato nell’evasione fiscale e nella non tracciabilità della moneta cartacea.
La Gabanelli arriva addirittura ad affermare che la pressione fiscale è divenuta insostenibile a causa degli evasori. Oggi lo spauracchio italico è l’evasore fiscale, che grazie a una massiccia campagna pubblicitaria, è paragonato ai più comuni parassiti che esistono in natura.
E’ un po’ come nel famoso film di Benigni “Johnny Stecchino”, dove lo “zio” mafioso identifica nel traffico la maggiore piaga della città di Palermo.
Il compito dei media di regime, è quello di proporre facili soluzioni, è quello di imporre alla massa l’idea che con l’introduzione della moneta elettronica, si porrà fine all’evasione fiscale. Solo così potremo vivere felici e sereni, ricchi e in buona salute in uno Stato perfetto.



Problema-reazione-soluzione, una tecnica del potere vecchia come il mondo. La famosa “dittatura per gradi” è arrivata a compimento, sta per materializzarsi sotto i nostri occhi inebetiti.
Tutti i governi precedenti, da Prodi a Berlusconi, burattini del vero potere, hanno dato il loro contributo nella lotta al contante. In un brevissimo lasso di tempo la soglia dei pagamenti cash è scesa rapidamente da 12.500 euro agli attuali 1.000 euro, ultimo diktat dalla “bancocrazia Monti”.
E’ utile e necessario ricordare che il Governo in carica non è stato legittimamente eletto dal popolo, ma imposto dai poteri finanziari internazionali, per traghettare l’Italia nel prossimo futuro regime tecnocratico europea. A questo proposito, vi invito a leggere uno sfacciato e nauseabondo articolo di Curzio Maltese, uscito il 13 Aprile 2012 su Repubblica: “L’Italia laboratorio della tecnocrazia che guiderà l’Europa”.
La schiettezza con cui si incita alla “classe tecnocratica” come guida illuminata di un super stato europeo è spudorata. Risalta ancor più su un giornale come Repubblica, che si è sempre vantanto attraverso i suoi maggiori esponenti di essere in prima linea, a difesa del libero pensiero, contro l’autoritarismo del precedente governo Berlusconi. Ora abbiamo capito, almeno spero, che sia solo un fatto di padroni.
La strada è tracciata. Ora i cani di regime guideranno il gregge verso la dittatura europeista.
Da anni, io e prima di me tantissimi altri studiosi, docenti, giornalisti e blogger vanno dicendo che uno dei punti cardini della prossima dittatura mondiale sarà la moneta elettronica. Tali tesi sono state spesso etichettate come “complottiste”, quindi derise, ma oggi sembrano divenire realtà con una velocità e una facilità disarmante.



Ancora in molti si chiedono quali sarebbero i vantaggi che questa fantomatica dittatura orwelliana avrebbe nell’imporre una moneta elettronica. Presto detto.
A) Il costo del denaro. E’ bene rammentare che stampare e gestire il denaro ha un costo per le banche. Solo per l’Italia si parla di cifre attorno ai 10 miliardi di euro l’anno. In Europa sono in circolazione oltre 14 miliardi e 418 milioni di banconote per un valore di 857 miliardi di euro. Eliminato il denaro cartaceo le banche eliminerebbero anche il valore intrinseco delle banconote, ovvero il costo di produzione.
B) Il diritto di signoraggio. Come ovvio gli introiti derivati dal signoraggio bancario saranno ancora più cospicui e rimarranno nelle tasche dei grandi usurai che controlleranno molto più facilmente il flusso monetario.
C) Il controllo della massa. La vita dei consumatori sarà registrata in appositi database. Con il denaro elettronico sarà possibile spiare ogni acquisto, capire i gusti delle persone, seguire i movimenti sul territorio, studiare le preferenze, tutto il loro agire, semplicemente grazie alla tracciabilità dei pagamenti. Questi dati saranno oro colato per le società dedite alle ricerche di marketing, che potranno scegliere l’apposita strategia da adottare per ogni singolo consumatore.
D) Il controllo dell’individuo. Semplicemente premendo un bottone potranno bloccare le nostre fonti di sostentamento (la carte di credito), per qualsiasi motivo da loro ritenuto valido, impedendoci di acquistare i beni di prima necessità
Vi sembra poco? Credete non sia uno straordinario sistema di controllo? Siete disposti a sacrificare una parte consistente della vostra libertà per risolvere un falso problema creato ad arte? Procediamo per gradi.
Secondo una ricerca del KRLS Network of Business Ethics, effettuata per conto di Contribuenti.it – Associazione Contribuenti Italiani, la maggior parte dell’evasione fiscale non riguarda le piccole-medie imprese, che hanno un giro di affari modesto (8,2 miliardi di euro l’anno), bensì le grandi corporation. Parlo della grandi società per azioni, che attraverso transazioni segrete o fondi speculativi nei paradisi fiscali, nascondono al fisco la bellezza di 60,4 miliardi di euro l’anno (22,4 le Spa e Srl e 38 le Big Company).
Insomma, aziende già abituate a trattare con denaro virtuale. Mentre programmi di regime come Report lasciano passare un messaggio pericoloso, ovvero che gli evasori fiscali potrebbero essere i tuoi vicini di casa, l’idraulico, il tassista, il fruttivendolo etc.. “Divide et impera”, si da il via a una guerra tra poveri, dove tutti sono controllati e tutti sono controllori. Ricorda tremendamente la trama della distopia orwelliana “1984”.
Il governo dei banchieri tira gli interessi della banche da cui sono lautamente stipendiati.

La moneta elettronica è lo strumento definitivo per il controllo di massa.






Se un domani perderete il vostro lavoro, non potrete rifinanziare il vostro conto in banca (o la carta di credito) e di conseguenza non potrete più acquistare il necessario, poichè anche il piccolo spaccio alimentare sotto casa sarà obbligato ad accettare solo pagamenti elettronici. Non ci saranno alternative, l’unica via sarà richiedere un prestito in banca, ipotecando beni reali, per chi avrà la fortuna di possederne ancora.
 

Spaventoso! Nessuno si indigna, nessuno protesta e nessuno grida al regime. Dove sono finiti gli alfieri della libertà?

Sparito il fantoccio berlusconiano si sono dileguati come neve al sole.

Stanno per far sparire definitivamente il denaro contante, un domani chissà, per non essere considerati “evasori”, e non essere esposti alla gogna mediatica, dovremmo accettare di farci impiantare un microchip sottocutaneo per effettuare qualsiasi pagamento. Fantasie deliranti? Ripeto, fino a pochi anni fa lo erano anche le teorie che profetizzavano la scomparsa del denaro cartaceo, e invece…
In un ipotetico domani, chi non avrà il microchip sarà considerato automaticamente un “evasore”. Se questa non è dittatura, spiegatemi voi cos’è!
La moneta elettronica, che adesso spacciano come soluzione all’evasione fiscale, sarà l’ennessima vittoria dell’oligarchia bancaria sui cittadini, l’ennesimo passo verso un nuovo ordine mondiale, l’ultimo verso l’abisso.
Ma andiamo alla fonte. Immaginiamo un rubinetto che rovescia acqua in una vasca, questa dopo poco traboccherà dalla stessa. Come fare per impedirlo? Prendiamo un secchio e svuotiamo l’acqua che riusciamo a prendere nel lavandino, oppure chiudiamo semplicemente il rubinetto? Questo piccolo esempio dimostra che l’unica risoluzione reale di un problema si attua alla fonte.
Oggi noi viviamo schiacciati da un debito illegale. A causa di ciò, la pressione fiscale ha raggiunto vette per la maggior parte insormontabili. I veri padroni del mondo sono coloro i quali gestiscono la moneta, ovvero le banche. Gli Stati nazionali hanno ceduto la sovranità monetaria e si indebitano quotidianamente per poter mandare avanti la baracca. L’attuale sistema di tassazione è illegale perché perpetra e sorregge un sistema fraudolento e dittatoriale. Lo scopo ultimo è il servaggio sociale totale. L’obiettivo è creare un popolo ricattabile e soggiogabile, schiavo e fiero di esserlo, in perenne adorazione, completamente dipendente.
E’ chiaro che la macchina della propaganda non farà cenno alla vera truffa. Lautamente ricompensati, essi dispensano “panem et circenses”, plagiando le già poveri e banali menti del popolo italiota. Il loro mestiere è mentire, e lo fanno spudoratamente.
Le soluzioni per uscire da questa crisi sistemica indotta ci sono. Ma se aspettiamo che gli stessi creatori della crisi, o i loro valletti, ci diano la soluzione ad essa, sbagliamo di grosso. Le crisi economiche sono golpe sociali preparati a tavolino, atti a schiavizzare le masse, per imporre il dominio totalitario.
La nostra economia è ferma non per assenza di opportunità o pigrizia, ne tanto meno a causa dell’evasione fiscale, ma per mancanza di denaro. Mancando questo vengono meno i beni e i servizi necessari per i cittadini, lo stato sociale viene smantellato, le aziende falliscono o vengono vendute. Il futuro di intere generazioni, che cresceranno all’ombra dell’incertezza, sarà sotto il giogo asfissiante della dittatura del nuovo ordine mondiale.
L’imposizione mondialista diventa ogni giorno più sfacciata e dichiarata, ci vogliono abituare lentamente che tutto quello che sta accadendo sia la normalità, inarrestabile e fatale.
Non facciamoci abbindolare dai falsi portatori di verità. Informiamoci in altro modo, è l’unica strada.
Link:
http://www.oltrelacoltre.com/?p=12227
http://www.oltrelacoltre.com/?p=11695
http://www.vocidallastrada.com/2012/04/perche-vogliono-imporci-la-moneta.html
http://digilander.libero.it/Terra_Nostra/Moneta%20elettronica.pdf

Esempio 3 Di Piero, l’Italia dei Valori



A pochissimi giorni dalle elezioni Siciliane e a poche settimane dalle due ultime offensive in parlamento (una contro il Quirinale per l’affaire Mancino e l’altra, intensissima, affinchè lo Stato si costituisse parte civile al processo per la trattativa Stato Mafia) scatta il trappolone. 56 immobili, donazioni per il partito utilizzate personalmente etc…. Donadi scatenato. Grillo interviene a difesa e lo popone al Quirinale. Apriti o cielo. Crozza piazza una delle sue battutechenonfannoridere a chiusura “Doveva cambiare il Paese, ha cambiato solo alcune case, anzi le ha comprate”. Trattasi di particelle. Le case in realtà sono 11 per tutta la famiglia. Le donazioni risalgono a tre anni prima della nascita del partito.

Ma la frittata è fatta. Il siluro ha raggiunto l’obiettivo. La nave incomincia ad affondare…

Un interessante post di questi giorni si chiedeva come mai la Gabanelli non ha fatto una trasmissione sul cambiamento della Costitituzione, sugli effetti pratici del Fiscal Compact e sui meccanismi del fondo ESM, o in generale sui meccanismo ANTIDEMOCRATICI che reggono la gestione dell’Europa.

E’ strano.



A suo tempo una trasmissione su S Lucia colpì e affondo Berlusconi con un danno di immagine devastante e assolutamente tempestivo. Ricordate che ci avevano sgonfiato con la casa a Montecarlo del cognato di Fini per mesi: E la Gabanelli non resiste, deve proprio chiederselo: con tutto il casino che si è fatto durante l’estate per la casa affittata da Giancarlo Tulliani a Montecarlo, e sul coinvolgimento di società offshore nella vendita effettuata dal partito allora presieduto dall’attuale presidente della Camera Gianfranco Fini, “e lì giustamente è richiesta trasparenza”. Qui no? Ma la chiusura è riservata al Pres Del Cons: “Rimane aperta la domanda: i 22 milioni di euro portati dal nostro premier ad Antigua corrispondono al reale valore di mercato di ciò che ha acquistato? E a chi li ha versati e chi è il proprietario di mezza isola? Un imprenditore catanese? Lui medesimo? Un’opacità che il presidente del Consiglio avrebbe il dovere di dissipare”.

Si ha dell’incredibile a leggere Travaglio e lo stesso Di Pietro a non mettere mai in dubbio la buona fede della giornalista, la quale è sempre al di sopra di ogni sospetto.

Ecco un’interessante post:

Come distruggere Di Pietro (con l’aiuto di Report)
Autore: redazione. Data: lunedì, 5 novembre 2012Commenti (3)
Il programma di Gabanelli diffonde notizie inesatte sull’ex pm di Mani Pulite. Forse una ‘disattenzione’, ma è strano ‘l’errore’ quando si colpisce l’avversario parlamentare più duro nei confronti del governo Monti.
Report, che tanto piace alla sinistra italiana, in realtà è stato sempre un programma altalenante. A seconda dell’argomento ‘azzeccava’ la puntata oppure diventava uno strano miscuglio di indizi che alla fine non portavano ad una verità accertata, ma solo a supposizioni.
La ‘scuola’ del giornalismo televisivo della gauche italiota non ha mai brillato, tanto che da almeno trent’anni, sebbene di materia per indagare ce ne fosse a tonnellate, non si è mai riusciti a stanare neppure un ladro di polli. Sono lontani i tempi dell’Espresso degli anni ’60, dell’Ora di Palermo, del Mondo di Pannunzio, del Panorama di Sechi.
La ‘denuncia totale’ alla Santoro, i verbali taglia incolla di Travaglio, i cartelli soporiferi di Floris o le altre trasmissioni televisive sono più uno strumento di training autogeno per i cittadini ‘indignati’ che una spietata macchina investigativa, come per esempio fu il Washington Post di Woodward e Bernstein durante il Watergate.
Ed infatti Nixon dovette tornarsene a casa dopo l’inchiesta dei due Premio Pulitzer, mentre al momento non sembra che nessun politico di rilievo sia stato costretto alle dimissioni da una investigazione giornalistica condotta dai pupilli del popolo di sinistra.
Fino a ieri, perchè adesso un ‘colpito ed affondato’ adesso potrebbe esserci: Tonino Di Pietro.
Il leader dell’ormai agonizzante Idv ha scritto cercando di difendersi da quelle che ha definito “alcune delle molte ‘perle’ di disinformazione diffuse in questi giorni in merito ad un mio presunto e inesistente ‘ingente patrimonio immobiliare’”.
Secondo Di Pietro “sui giornali e nelle televisioni sono stati attribuiti ad Anna ben otto immobili e a Toto sette. Vale a dire “15 case”, almeno così è stato fatto credere sia in diverse trasmissioni radiotelevisive che da molti giornali. Immobili che, con artifizi linguistici e raggiri comunicativi, io avrei acquistato per loro con i soldi dei rimborsi elettorali ricevuti dal partito IdV”.
Dopo aver annunciato querele (che alla luce dei fatti rimpingueranno ulteriormente il portafoglio dell’ex magistrato) Di Pietro ha continuato: “La verità è ben diversa, come da estratto catastale che, qui di seguito, allego e che deve essere letto per intero senza fermarsi alla prima pagina, come fraudolentemente è stato fatto”. Consulta i documenti: (allegato 1) (allegato 2).
Ed è a questo punto che le ‘investigazioni giornalistiche’ che avrebbero dovuto scoperchiare l’abisso diventano una testimonianza di surrealtà.



Infatti Di Pietro spiega: “Certo, nella prima pagina della visura catastale, si legge che Anna è titolare di 7 fabbricati a Milano e Toto di altri 6. Risulta, inoltre, che entrambi siano intestatari di un ulteriore “fabbricato” a Bergamo (cfr. prima pagina della visura per Anna e della visura per Antonio Giuseppe). Ma se si ha l’accortezza di “girare” le pagine successive delle singole visure catastali, ci si può facilmente rendere conto che, in realtà, i miei figli non sono affatto proprietari di “15 case” ma solo di due appartamentini, con annesso unico garage, entrambi siti al quarto piano di un condominio popolare di recente costruzione in zona Bovisa a Milano. Tutte le altre particelle immobiliari, indicate nell’estratto catastale, invece, altro non sono che “aree urbane” dell’intero condominio cedute al Comune di Milano per “servizi pubblici” (marciapiedi, parcheggi pubblici, svincoli e strade di accesso, giardinetti pubblici al servizio di tutta la collettività locale, etc.)”.
Insomma, se fosse dimostrato, come oggettivamente i documenti attesterebbero, ci sarà da chiedersi come mai Report abbia preso un granchio di questa portata. E, soprattutto, ci sarebbe da domandarsi come mai nessuno abbia ritenuto di far ricorso ad una regola fissa per qualsiasi giornalista investigativo al mondo: “Sottoporre i risultati dell’inchiesta all’accusato e chiedere il suo parere e le sue controrepliche”.
C’è da pensare che alla lunga se ne vedranno delle belle, perchè l’ex pm in tribunale è stato sempre un mastino.

Gli tsunami/terremoti mediatici sembrano quasi sempre seguire un certo copione…

Al di là della professionalità e delle notizie di prim’ordine che sviluppa, perché la Gabanelli tace su argomenti di amplissimo interesse, ma fastidiosi ai … sobri poteri forti.



Perché non spiegare agli Italiani che dovranno pagare 50 MLD nei prossimi vent’anni e che l’ESM può pretendere SENZA ALCUN PASSAGGIO PARLAMENTARE (A differenza della più civilizzata Germania) i denari che le servono?

Un’idea per un prossimo programma…?

Off the report





o Report is OFF?


A proposito… okkio allo spesometro….



Fonte: www.rischiocalcolato.it
Link: http://www.rischiocalcolato.it/2012/11/chi-e-davvero-milena-gabanelli-al-di-sopra-di-ogni-sospetto-sempre-e-comunque.html?
5.11.2012 



venerdì 9 novembre 2012

14 novembre, l’Europa in piazza contro il massacro sociale

di Giorgio Cremaschi da Micromega

E così tra il fumo dei lacrimogeni e delle bombe carta il parlamento greco ha approvato la nuova quota di tagli sociali, imposta dagli usurai della troika europea per concedere un po’ di crediti.
Con questa nuova rata l’insieme dei tagli alla spesa pubblica imposta da tutti, ripeto tutti, i governi della Unione Europea ammonta al 40% del pil greco. Come se da noi l’insieme delle manovre decise dai governi Berlusconi e Monti avesse tagliato oltre 600 miliardi di euro. Finora siamo ad un quarto di tale cifra e già le province annunciano che spegneranno il riscaldamento nelle scuole.
Immaginiamo dunque quale sia la condizione materiale del popolo greco, anche se facciamo fatica solo a concepirla perché quel paese, per restare nell’Europa dell’austerità, delle banche e dell’euro, sta uscendo dall’Europa dei diritti sociali e precipita in quella che una volta veniva chiamata la condizione del terzo mondo.
Quanti anziani, quanti bambini, quante donne, quanti poveri vedranno degradare le loro condizioni di vita fino a mettere a rischio la vita stessa, per la cancellazione di quel sistema di protezione che – dalla scuola, alla sanità, alle pensioni, ai contratti, alle tutele contro i licenziamenti – ha fatto faticosamente uscire dal medio evo questo nostro piccolo continente? Fu la vittoria contro il fascismo a costruire in Europa lo stato sociale e sono la destra liberista e la sinistra inutile e smemorata a demolirlo.
Da noi il regime dell’informazione tira un sospiro di sollievo bipartizan perché il parlamento greco ha messo sul lastrico altri milioni di persone: qui da noi tutto questo non è neanche degno di discussione, da noi si litiga su legge elettorale e primarie.
Già, le primarie del centrosinistra ove tutti i candidati sono impegnati a rispettare il fiscal compact e quei trattati europei grazie ai quali la Grecia viene distrutta, primarie ove si chiede a chi va votare di vigilare perché quei candidati mantengano quegli impegni.
Non so in quale percentuale, ma la responsabilità del massacro greco – attribuito quanto spetta al governo di quel paese, a Draghi, a Merkel e a Hollande – tocca anche a Monti, a Berlusconi, a Bersani e a chi accetta i vincoli europei.
Il popolo greco subisce danni e vittime paragonabili a quelli di una guerra e questo è un crimine e chi lo compie è un criminale.
Si può essere criminali perché si fa consapevolmente del male, oppure perché non ci si oppone a esso per opportunismo, paura, ignoranza. Ma resta il fatto che i crimini ci sono e i criminali sono tra noi.
Il 14 novembre ci sarà una prima giornata di lotta europea. È un appuntamento importante, giustamente fatto proprio dagli indignados spagnoli e dal No Monti Day, nonostante che la piattaforma ufficiale della confederazione sindacale europea sia totalmente subalterna alla criminalità economica. Noi andremo in piazza contro tutte le complicità verso il massacro della Grecia e di tutta l’Europa.

Cambiare si può

 

da cambiaresipuo.net

Per una presenza elettorale alternativa alle elezioni politiche del 2013

 Il sistema sta andando in pezzi.

Le differenze economiche e sociali crescono, le disonestà individuali o di gruppi sono diventate corruzione del sistema, la distanza tra stato e società e tra organi rappresentativi e cittadini non è mai stata così elevata. La possibilità di contare e di decidere sulla propria vita e sul proprio futuro è quotidianamente frustrata da decisioni verticistiche e incontrollabili. Così lo stesso desiderio di partecipazione politica si affievolisce, riducendosi a esplosioni di rabbia, alla fuga dal voto o all’adesione a proposte populiste (egualmente presenti dentro e fuori le forze politiche tradizionali). Prevale l’idea che non ci sia più nulla da fare perché ogni scelta è obbligata e «imposta dall'Europa» (cioè dai mercati). Il modello sociale europeo è cancellato dalle compatibilità economico-finanziarie in una concezione dell’economia che non lascia spazio alla politica.
Questa posizione è stata da tempo abbracciata dal Partito democratico e si è tradotta nell’appoggio senza se e senza ma al governo Monti, nel concorso all’approvazione del cosiddetto patto fiscale e della modifica costituzionale sul pareggio di bilancio, nel contributo alla riduzione delle tutele del lavoro, nel sostegno alle grandi opere, nel frequente aggiramento dell’esito referendario in favore dell’acqua pubblica. È una prospettiva nella quale si è inserito, da ultimo, il gruppo dirigente di Sel con la scelta di partecipare alle primarie, in una alleanza che ne sancisce la subalternità al Partito democratico (a prescindere dallo stesso esito delle primarie). Dall’altra parte c’è la posizione del Movimento 5 stelle di Beppe Grillo, che, pur partendo da una condivisibile critica radicale di questa classe politica e di questi partiti, non offre risposte sul piano della democrazia costituzionale e di una diversa uscita dalla crisi in atto.


A fronte di ciò non è più possibile stare a guardare o limitarsi alla critica.

L’attuale pensiero unico e il conseguente orizzonte politico sono modificabili. Esiste un'alternativa forte, sobria e convincente alla politica liberista che, in tutta Europa, sta distruggendo il tessuto sociale senza dare soluzione a una crisi che non accenna a diminuire nonostante le rassicurazioni di facciata.
È un’alternativa che si fonda sulle promesse di civiltà contenute nella nostra Carta fondamentale: la Costituzione stabilisce che tutti i cittadini hanno diritto al lavoro e, in quanto lavoratori, a una retribuzione sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa: noi vogliamo che questi principi siano attuati e posti a base delle politiche economiche e sociali. È un’alternativa che esprime una cultura politica nuova, che si prende cura degli altri e rifiuta il leaderismo, che parla il linguaggio della vita della persone e non quello degli apparati, che include nelle discussioni e decisioni pubbliche la cittadinanza attiva. Un’alternativa capace di fare emergere, con l’impegno collettivo, una nuova rappresentanza politica preparata, capace, disinteressata al tornaconto personale e realmente al servizio della comunità. Un’alternativa in grado di produrre antidoti a quel sistema clientelare che ha generato corruzione e inquinamento mafioso e di trasformare lo stato rendendolo trasparente, de-centralizzato ed efficiente. Un’alternativa, quindi, che guarda a un mondo diverso, in cui si rispetti l’ambiente, siano valorizzati i beni comuni, si pratichi l’accoglienza, si assicuri a tutte e tutti la possibilità di una vita degna di essere vissuta anche se si è vecchi, malati o senza lavoro o se si è arrivati nel nostro paese per viverci e lavorare. Non è un’illusione, ma il compito di una politica lungimirante: il welfare, lungi dall’essere un lusso dei periodi di prosperità, è la strada che ha portato alla soluzione delle grandi crisi economiche del secolo scorso. E non c’è solo una prospettiva di tempi lunghi. Ci sono azioni positive da realizzare e scelte sbagliate da contrastare. Subito.
L’elenco è semplice e riguarda sia gli interventi indispensabili che le modalità per recuperare le risorse necessarie. Da un lato, la rinegoziazione delle normative europee che impongono politiche economiche recessive; un progetto di riconversione di ampi settori dell’economia in grado di rilanciare rapidamente l’occupazione con migliaia di piccole opere di evidente e immediata utilità collettiva; un piano di riassetto del territorio nazionale e dei suoi usi mirante a garantire la sicurezza dei cittadini e la riduzione del consumo di suoli agricoli; un’imposizione fiscale equa ed efficace (estesa ai patrimoni e alle rendite finanziarie nonché alle proprietà ecclesiastiche); il potenziamento degli interventi a sostegno delle fasce più deboli e dei presidi dello stato sociale; il ripristino delle tutele fondamentali del lavoro e dei lavoratori; la sperimentazione di modalità di creazione diretta di occupazione, anche in ambito locale, affiancata dall’introduzione di un reddito di cittadinanza; l’attuazione di forme di sostegno e promozione delle esperienze di economie di cooperazione e solidarietà; l'investimento a favore della scuola e dell'università pubblica, a sostegno della formazione, della cultura, della ricerca e dell’innovazione; il rispetto pieno e immediato dei referendum 2011 sui beni comuni e contro la vendita ai privati dei servizi pubblici locali; un’effettiva riforma del sistema dell’informazione e del conflitto di interessi; il pieno riconoscimento dei diritti civili degli individui e delle coppie a prescindere dal genere e l’accesso alla cittadinanza per tutti i nati in Italia.
Dall’altro: una reale azione di contrasto dell’evasione fiscale e della corruzione; il ritiro da tutte le operazioni di guerra e l’abbattimento delle spese militari; la definitiva rinuncia alle grandi opere (a cominciare dalla linea Tav Torino-Lione e dal ponte sullo Stretto); l’abrogazione delle leggi ad personam (che sanciscono la disuguaglianza anche formale tra i cittadini); la previsione di un tetto massimo per i compensi pubblici e privati e l’azzeramento delle indennità aggiuntive della retribuzione per ogni titolare di funzioni pubbliche.

I fatti richiedono un’iniziativa politica nuova e intransigente, per non restare muti di fronte a opzioni che non ci corrispondono.

Un’iniziativa politica nuova e non la raccolta dei cocci di esperienze fallite, dei vecchi ceti politici, delle sigle di partito, della protesta populista. Un’iniziativa che porti alla costituzione di un polo alternativo agli attuali schieramenti, con uno sbocco immediato anche a livello elettorale. Un’iniziativa che parta dalle centinaia di migliaia di persone che nell’ultimo decennio si sono mobilitate in mille occasioni, dalla pace ai referendum, e che aggreghi movimenti, associazioni, singoli, amministratori di piccole e grandi città, lavoratrici e lavoratori, precari, disoccupati, studenti, insegnanti, intellettuali, pensionati, migranti in un progetto di rinnovamento delle modalità della rappresentanza che veda, tra l’altro, una effettiva parità dei sessi.
È un’operazione complicata ma necessaria, che deve essere messa in campo subito. Negli ultimi giorni si sono susseguiti numerosi appelli in questo senso. È tempo di unire passione, intelligenze, capacità ed entusiasmo per costruire una proposta elettorale coerente con questa prospettiva, in cui non ci siano ospiti e ospitanti, leader e gregari ma un popolo interessato a praticare e promuovere cambiamento.

È questo il senso della campagna “CAMBIARE SI PUÒ! NOI CI SIAMO”, nella quale abbiamo deciso di impegnarci con l’obiettivo di presentare alle elezioni politiche del 2013 una lista di cittadinanza politica, radicalmente democratica, alternativa al governo Monti, alle politiche liberiste che lo caratterizzano e alle forze che lo sostengono.
Noi ci siamo e pensiamo che molte e molti vogliano costruire con noi questo percorso.
Per questo ti chiediamo di esserci e di mandare la tua adesione.


Ma le firme non bastano.

Serve che tutti noi, che aderiamo a questa campagna, ci incontriamo in una assemblea pubblica, che proponiamo per il 1° dicembre.
 

martedì 6 novembre 2012

Movimenti a sinistra del PD da Gallino a De Magistris la rincorsa ai voti grillini

di Goffredo De Marchis da soggetopoliticonuovo
 
Tutti puntano al superamento dell´agenda Monti e della carta di intenti democratica. Per molti il candidato premier di questa galassia può essere il pm di Palermo Ingroia

Pezzi di sinistra che vogliono incrociare pezzi di elettorato «in liquefazione». L´astensionismo siciliano (53 per cento) e i sondaggi che danno il non voto a livello nazionale vicino al 40 stanno “accendendo” una serie di movimenti alla sinistra del Pd e anche di Sel. L´ultimo in ordine di tempo è il Manifesto di Marco Revelli, Paul Ginsborg, Luciano Gallino e Livio Pepino. “Cambiare si può” dicono nel titolo e puntano a «creare le condizioni per una presenza elettorale alternativa alle elezioni politiche del 2013». Alternativa a che cosa? A Bersani, a Grillo, a Vendola che «firmando la carta d´intenti del Pd si è vincolato in sostanza all´agenda Monti», spiega il professor Revelli. Si sono dati tempo fino a un´assemblea fissata per il primo dicembre. Se una parte dell´elettorato darà la risposta attesa, se le mille schegge di quel campo riusciranno a trovare un´intesa, la lista elettorale sarà nella scheda.
È una galassia mista e ancora piuttosto confusa. Il che non è certo un vantaggio a pochi mesi dal voto politico. C´è il Movimento dei sindaci, ossia la lista Arancione guidata da Luigi De Magistris, guardata con simpatia da Leoluca Orlando, a caccia di altri sostegni a cominciare da Marco Doria per finire a Giuliano Pisapia (molto complicato). Un tentativo solo abbozzato di creare le condizioni per un “partito” che non avrà i primi cittadini candidati ma la loro benedizione e il loro sostegno. C´è il corteggiamento nei confronti della Fiom, il sindacato dei metalmeccanici in guerra con Marchionne e al quale l´amministratore delegato della Fiat fa una bella pubblicità con le sue “iniziative” quotidiane. Maurizio Landini, il segretario delle tute blu, ha dichiarato con nettezza che il sindacato non scenderà in campo, non cederà alle lusinghe di nessuno, nemmeno a quelle di Tonino Di Pietro che con Maurizio Zipponi cerca in tutti i modi di agganciare le sue alle lotte degli operai. Ma quel bacino di voti fa gola a molti. «Noi – dice Revelli – ci muoviamo su una proposta molto vicina a quella della Fiom».
L´obiettivo sono i consensi degli astenuti e quelli di Grillo che vengono da sinistra. «Oggi l´unica offerta contro questo governo è il comico – dice Revelli -. Noi ci proponiamo di costruire un altro contenitore per quel tipo di protesta». Fra i firmatari del Manifesto Sabina Guzzanti, Massimo Carlotto, don Gallo, Haidi Giuliani, l´operaio Fiom di Pomigliano Antonio Di Luca, don Marcello Cozzi di Libera. Se il tentativo non potrà ambire a traguardi superiori «alla mini-testimonianza di bandiera» verrà archiviato. Si parla di un target oltre la soglia del 5 per cento. Il termometro saranno le adesioni sul sito www.cambiaresipuo.net. La legge elettorale invece è una variabile minore. «Per l´ampiezza dell´elettorato in libertà il sistema di voto ci interessa poco», dice Revelli. E con il Porcellum Antonio Ingroia sembra il candidato premier più adatto.
Ma i movimenti hanno certamente bisogno di un coordinamento perché nello stesso spazio si muove da tempo la Federazione della sinistra, ancora quotata nei sondaggi intorno al 2 per cento. La frammentazione non li aiuterà a raccogliere i voti in uscita e ad arginare il boom dei 5 stelle. Il primo dicembre, giorno dell´assemblea, è subito dopo le primarie del Partito democratico. Che diranno qualcosa su dove andrà il centrosinistra.


Fonte: Repubblica 06.11.2012

lunedì 5 novembre 2012

Considerazioni sulla M.M.T. - Modern Money Theory

di Salvatore Tamburro da salvatoretamburro.blogspot.it

Di recente va di moda parlare della M.M.T., Moder Money Theory, una teoria che cercano di farla passare come la panacea di tutti i mali, la soluzione migliore da applicare all'odierno sistema economico diretto al baratro.

Prima di analizzare questa teoria, vediamo però quali sono i presupposti su cui si basa.

Premesso che la M.M.T. non si basa sulla sovranità monetaria nelle mani dello Stato e conserva pertanto sempre 3 soggetti distinti nel contesto della politica economica: lo Stato (il Tesoro)-pubblico, la Banca Centrale(BC)-privata e le banche commerciali-private.
Inoltre, tutto il sistema raffigurato dalla MMT si basa sulla FIAT MONEY, ossia moneta a corso forzoso che altro non è che un credito d'imposta non supportato da alcun bene tangibile.
La Fiat Money nasce nel 1971 quando il presidente americano Nixon decise che il dollaro, prima ancorato all'oro (gold standard), dovesse abbandonare la convertibilità.
Da allora chi emette moneta può stampare tutta la moneta che vuole senza correrarla ad un bene tangibile, come poteva essere un tempo l'oro o l'argento.

Warren Mosler, uno dei grandi sostenitori della MMT, afferma:
"Lo scopo di questo lavoro è di dimostrare in modo chiaro, attraverso la pura forza della logica, che gran parte del dibattito pubblico di oggi su molte delle questioni economiche non è valido, spesso arrivando addirittura a confondere i costi con i benefici. Questo non è un lavoro su come dovrebbe funzionare il sistema finanziario. Si tratta di un tentativo di fornire una conoscenza precisa del sistema fiat money, sistema molto efficace attualmente in vigore."

In sostanza la MMT afferma che non bisogna avere paura di generare deficit di bilancio (uscite > entrate) e, anzi, creare deficit è una cosa buona, perchè significa che la spesa pubblica (uscite) è maggiore delle tasse (entrate), e così facendo aumenta il risparmio dei privati e allo stesso tempo aumentano i consumi, e l'economia gira bene.

G - T = S - I

(G=spesa pubblica; T=tasse; S=risparmio; I=investimento)


Dove se G > T si avrà un
deficit di bilancio.
Inoltre secondo la M.M.T. le tasse non servono a finanziare il governo (che con la fiat money può usare tutta la moneta che vuole), bensì sono solo uno strumento politico per regolare inflazione e disoccupazione.

Precisazione importante. La M.M.T. precisa che le banche sono obbligate per legge a detenere presso la Banca Centrale (Federal Reserve o BCE) delle riserve obbligatorie in percentuale dei depositi. Con l'obbligo di riserva la BC non può influenzare l'offerta di moneta, ma solo il tasso di interesse interbancario (ossia il costo del denaro). Le riserve necessarie vengono sempre contabilizzate in un periodo successivo (sfasamento di 2 giorni), quindi la BC sostiene le banche commerciali fornendo loro tutte la moneta necessaria. 
Fino a quando la BC ha il mandato di mantenere un certo Tasso Ufficiale di Sconto (ossia il tasso di interesse con cui la Banca centrale concede prestiti alle altre banche), la dimensione dei suoi acquisti e vendite di debito pubblico non è discrezionale.

QUALI SONO GLI ERRORI IN CUI INCORRE M.M.T.?

1) avendo una politica monetaria soggiogata all'obbligo legale della riserva frazionaria, non risulta vero che lo Stato possa generare una spesa pubblica infinita, perchè per farlo avrebbe bisogno di chi compra Titoli di Stato.
Secondo il modello MMT la BC sarebbe pronta ad emettere fiat money, concederla alla banche commerciali le quali acquisterebbero Titoli di Stato. 
Tutto ciò potrebbe non verificarsi, visto che gli investitori privati potrebbero decidere di non acquistare quei Titoli e magari dirigersi verso altri mercati che hanno una diversa regolamentazione o che risultino più convenienti (o diversificare es.: comprando oro) e, magari, con rendimenti più alti.
Del resto è la stessa M.M.T. ad affermare che l'aumento di spesa pubblica che genera un surplus di riserve, che genera un abbassamento del tasso di interesse, è valido solo nel breve periodo, mentre nel lungo periodo i Titoli possono non essere desiderati ed acquistati sul mercato.

2) il concetto di deficit di bilancio all'infinito non è ammissibile in un contesto in cui, ad esempio nella normativa europea, si prevede addirittura il "pareggio di bilancio" da inserire nelle Costituzioni dei singoli Stati.

3) Dire che serve il deficit (G > T) per aumentare il risparmio privato e favorire i consumi è sbagliato, perchè per aumentare il risparmio non è necessario generare deficit; il risparmio può aumentare magari perchè la gente riduce i consumi e risparmia di più (a causa di tassi di interesse e alla loro aspettativa di oneri fiscali più elevati in futuro), ma può anche accadere che vadano giù gli investimenti del settore privato.

CONCLUSIONI

La M.M.T. è una teoria post-keynesiana e senza dubbio migliore di tante altre soluzioni economiche liberiste che non hanno nè capo nè coda e porterebbe senza dubbio anche ad alcuni vantaggi nel breve periodo, ma ritengo sbagliato lasciare la spesa pubblica, essenziale per lo sviluppo della collettività, ancorata alle riserve obbligatorie.
Lasciare, quindi, la politica monetaria vincolante, nel suo funzionamento, all'operato di banche centrali private e di banche commerciali private non porterebbe ad alcun grande beneficio.
Solo trasferendo la sovranità monetaria interamente nelle mani dello Stato si potrà garantire a questo ultimo di finanziare la spesa pubblica senza vincoli da parte di organismi privati, originando occupazione per soddisfare l'erogazione di beni\servizi alla collettività, e qualora non ci fosse una piena occupazione i consumi sarebbero favoriti dall'introduzione del reddito di cittadinanza. In ogni modo si favorirebbero i consumi e allo stesso tempo anche le tasse potrebbero attestarsi su livelli nulli od irrisori, quel tanto che basta a regolare l'inflazione (N.B.: non si genera inflazione se la moneta che stampi e crei ex nihilo sia adoperata per creare bene e servizi alla collettività).
In sostanza si conseguirebbero gli stessi obiettivi che vorrebbe realizzare la M.M.T., con la differenza che lo Stato non sarebbe sottomesso alle banche e al mercato finanziario, ma sarebbe detentore di una politica monetaria veramente autonoma da potentati privati che si spacciano per enti pubblici.
Se siamo in queste condizioni di crisi economica, obbligati a misure di austerity e di malessere collettivo, lo dobbiamo al fatto che, finora, la nostra politica monetaria è stata gestita da una lobby bancaria priva di morale. Pertanto l'unica via di svolta si avrà soltanto nel momento in cui questi infidi potentati bancaria saranno totalmente esclusi dai processi regolatori che strutturano la politica economica di un Paese.


FONTI:

http://modernmoneytheory.blogspot.com
/

http://vocidallestero.blogspot.com/p/economia-della-valuta-flessibile.html


http://en.wikipedia.org/wiki/Modern_Monetary_Theory


http://pragcap.com/resources/understanding-modern-monetary-system


http://bilbo.economicoutlook.net/blog/?p=9198


http://krugman.blogs.nytimes.com/2011/03/25/deficits-and-the-printing-press-somewhat-wonkish/


http://mises.org/daily/5260/The-UpsideDown-World-of-MMT

Le formule magiche degli economisti

La crisi economica ha riaperto la questione del rapporto tra matematica ed economia. La teoria mainstream ha fondato l’“equilibrio del sistema” su complesse costruzioni matematiche. Ma è incappata in clamorosi scivoloni: l’economia, infatti, non è una scienza esatta, ma una scienza storico-sociale.


di Roberto Petrini da keynesblog

 


Nel giugno del 2000 un gruppo di studenti di economia pubblicò sul web una petizione. I capi d’accusa che il documento formulava contro il modello di insegnamento dell’economia erano due: a) l’assenza di realismo; b) l’uso incontrollato e fine a se stesso della matematica. Il risultato – scrivevano gli studenti – era che l’economia stava correndo il rischio di diventare una scienza «autistica»: di qui l’esigenza impellente di bloccare questa nefasta tendenza. Da quell’appello nacque un vero e proprio movimento dal nome suggestivo ed evocativo: «Autisme-Economie».
Ma non sono solo gli studenti a denunciare il disagio dell’eccesso di matematizzazione dell’economia: già nel settembre del 1988, in una lettera a “Repubblica”, i maggiori economisti italiani lanciarono un severo ammonimento: “Economisti di varia tendenza e provenienza”, scrissero Paolo Sylos Labini, Giorgio Fuà, Giacomo Becattini, Onorato Castellino, Sergio Ricossa, Siro Lombardini e Orlando D’Alauro, “sentono il dovere di prendere pubblicamente posizione contro un pericolo che insidia gli studi di economia politica” ossia “che l’uso di strumenti raffinati di analisi venga scambiato, a prescindere dai contenuti, per una prova di maturità e competenza professionale o, peggio ancora, per il segno di riconoscimento del moderno studioso di economia politica”.[1]
Anni fa Paolo Sylos Labini puntò l’indice contro le «formalizzazioni astratte, eleganti ma inadatte ad interpretare la realtà».[2] Giorgio Fuà non si stancava mai di parlare delle «insidie dei numeri». «Grandi maestri del gioco del bridge, grandi maestri del gioco degli scacchi, hanno dimostrato capacità e destrezze straordinarie», diceva Fuà, riecheggiando più o meno le stesse opinioni di Sylos. «Ma un grande scacchista, mi chiedo, migliora il mondo? No, fa semplicemente vedere quanto è intelligente. La maggior parte degli economisti non si occupa di problemi gravi per l’umanità e per la società, ma di cose che danno loro il modo di dimostrare la propria destrezza».[3]
Nonostante questi moniti, gli economisti hanno continuato ad usare dosi massicce di matematica. Secondo un calcolo svolto qualche tempo fa, l’incidenza dell’algebra negli articoli delle principali riviste, che negli Anni Trenta era del 10 per cento, nel 1980 era salita all’80 per cento. Oggi siamo senz’altro a livelli superiori.[4]
Perché una minoranza assai qualificata di economisti non si stanca di mettere in guardia la disciplina da un uso eccessivo della matematica? In realtà è evidente come lo scetticismo di molti economisti nei confronti della “overdose dei numeri” non si basi su una scarsa considerazione della matematica in quanto scienza, dei suoi risultati, o addirittura su una antipatia nei confronti dei matematici. Il problema fondamentale è un altro e sta nell’uso che la scienza economica, a partire dalla fine dell’Ottocento, ha fatto della matematica. Nello specifico – e non a torto – nel mirino c’è il pensiero economico mainstream fautore del libero mercato e particolarmente sedotto dalla matematica.
Come riscostruiscono assai bene ne “La mano invisibile”, Bruna Ingrao e Giorgio Israel[5], la matematica – non la semplice algebra ma quella un po’ più complessa del calcolo infinitesimale, cioè degli assi cartesiani e delle derivate – entra alla grande nell’economia verso la metà dell’Ottocento. Sono i marginalisti – a partire da Léon Walras (1834-1910) – che di fronte ai tumulti sociali e alle teorie dei Marx e dei Proudhon, cercano di offrire una alternativa “scientificamente” fondata dell’economia.
Quale strumento appare più “scientifico” della matematica?  L’idea di base dei marginalisti è che il mondo economico sia regolato dalle leggi di natura e che allo “scienziato”, cioè all’economista, spetti il compito di scoprirle. Al centro del sistema c’è il consumatore, le sue preferenze e il mercato come meccanismo equilibratore tra domanda e offerta. Secondo i marginalisti il prezzo e il valore di un bene non scaturiscono da elementi «oggettivi» come la quantità di lavoro o i costi (come avveniva nell’economia classica), ma si fondano sull’aspetto «soggettivo» del valore d’uso. Il criterio che consente di misurare la «temperatura» delle preferenze del consumatore e del valore d’uso che egli attribuisce ad un bene, è l’utilità marginale che si calcola attraverso una funzione matematica. [6]
Del resto vale la pena notare che il concetto stesso di utilità marginale è stato tenuto a battesimo da un autorevole matematico, Daniel Bernoulli (1700-1782)[7]. Egli assume che la crescita della ricchezza individuale sia accompagnata da una crescita dell’utilità inversamente proporzionale alla ricchezza già posseduta, cioè fa ricorso ad un caso specifico dell’utilità marginale decrescente.[8]
Così descrive il metodo della scuola marginalista Federico Caffè: secondo l’indirizzo dell’equilibrio economico generale «date certe quantità iniziali di risorse produttive, data una certa tecnica di produzione, dato il sistema di preferenze dei soggetti economici, si mira a determinare la quantità di beni prodotti e scambiati, nonché i prezzi ai quali avvengono gli scambi, in una configurazione di equilibrio generale, nella quale sono realizzate simultaneamente le posizioni di equilibrio verso le quali tendono i vari soggetti economici». Caffè continua spiegando che i seguaci di questo indirizzo «nell’intento di rappresentare in modo simultaneo tutte le interdipendenze tra i fenomeni economici studiati, debbono necessariamente avvalersi del simbolismo matematico, che contraddistingue in modo specifico l’indirizzo stesso».[9]
Naturalmente l’impostazione marginalista-neoclassica, come è stato più volte osservato e sottolineato, ritiene che i lavoratori siano disposti ad accettare qualsiasi salario pur di ottenere un impiego e nega il conflitto distributivo – grande intuizione dell’economia classica – data l’esistenza di equilibri ottimali verso i quali il mercato indirizza automaticamente l’economia.
Tuttavia se si cerca di andare più a fondo nell’analisi del rapporto dell’economia con la matematica si scopre che il tema cruciale è di carattere epistemologico o, se vogliamo, di filosofia della scienza. L’economia, diversamente da altre scienze esatte, deve inevitabilmente interrogarsi sul tipo di razionalità che muove il consumatore, l’imprenditore o il risparmiatore (mentre, ad esempio, la fisica può ignorare la “psicologia” di un elettrone). Il processo dell’economia è una macchina in perenne movimento e gli operatori economici fanno scelte in continuazione: di conseguenza è fondamentale conoscere che percezione abbiano del futuro e come la elaborano. Sapere a quali dinamiche rispondano condizioni come quella della completa ignoranza, dell’incertezza o del semplice rischio.
L’incrocio più profondo dell’economia con la matematica, che con il calcolo delle probabilità ha tentato di dare indicazioni sugli eventi futuri, avviene proprio su questo terreno.
Vale la pena ricordare che per le teorie settecentesche della probabilità, quella classica di Jacques Bernoulli e quella frequentista di Gauss, quanto è accaduto nel passato può ripetersi e la “frequenza” di un avvenimento può darci indicazioni su quanto accadrà nel futuro. In questa cornice il “rischio”, inteso come qualcosa di oggettivo e misurabile, può essere calcolato in termini di probabilità (dadi, estrazioni del lotto, roulette, ecc.).
Negli Anni Trenta del Novecento – con Ramsey e De Finetti – si fa un passo in avanti: non solo il rischio oggettivo diventa calcolabile, ma anche l’incertezza. Quest’ultima viene assimilata al rischio, rendendola trattabile matematicamente attribuendo valutazioni di probabilità a ciascun evento possibile. L’estensione alla teoria economica di questa concezione è stata compiuta da von Neumann e Morgenstern: per costoro ciascun individuo, oltre ad un suo schema di preferenze, ha anche specifiche aspettative sul futuro organizzate in uno schema coerente[10].
Come si possono dare indicazioni sul futuro partendo da valutazioni soggettive e non più meramente oggettive? Per riuscire a valutare, oltre al più semplice rischio, anche l’incertezza bisogna prendere in considerazione le previsioni che i soggetti o gli operatori possono fare autonomamente su eventi o prezzi, marcandole sul mercato delle scommesse o, per esempio, sui mercati finanziari. Il “mercato” delle previsioni dei vari soggetti consente di attribuire a ciascun evento un coefficiente di probabilità e rende possibili previsioni su eventi incerti[11].
E’ evidente come l’approccio che conduce ad una certa  prevedibilità degli eventi coincida con l’idea di una forte razionalità degli operatori economici. Perfetta razionalità e perfetta concorrenza presiedono ad un mondo di equilibrio statico dove il bene comune verrebbe assicurato da un regime di liberi mercati concorrenziali grazie all’intervento di una mano invisibile.[12] Le variazioni intorno alla situazione “normale” non sono altro – per il mainstream -  che variazioni cicliche intorno ad una condizione “naturale”.
Eppure le ripetute crisi che hanno sconvolto il sistema capitalistico nei due secoli che abbiamo alle spalle dimostrano che l’economia è tutt’altro che stabile e tutt’altro che prevedibile perché gli operatori economici, lungi dal vivere in un mondo di rischio probabilistico calcolabile, vivono in un mondo di disarmante incertezza.
E’ sostanzialmente la tesi di John Maynard Keynes che scrisse un «Trattato sulla probabilità» nel 1931 e che vi iniziò a lavorare fin dalla sua dissertazione per ottenere una fellowship al King’s College di Cambridge nel 1908. Per Keynes – come argomenta Alessandro Roncaglia[13] -sostanzialmente ci si trova tra uno stato di assoluta ignoranza e la completa certezza (che include anche il rischio probabilistico), ma l’incertezza parziale costituisce la stragrande maggioranza delle situazioni concrete. Il futuro è dunque sempre pieno di sorprese, i periodi di tranquillità non durano in eterno. Nella impostazione di Keynes contano valutazioni soggettive fondate sull’esperienza e intuizioni personali che sono segnate anche dalla fiducia che chi fa una previsione ha nel proprio intuito.
La razionalità degli attori economici e finanziari sembra assai limitata e condizionata anche dall’effetto-gregge ben evidente quando si tenta di intuire la psicologia del mercato. “L’investimento professionale – scrive Keynes – può essere paragonato a quei concorsi dei giornali, nei quali i concorrenti devono scegliere i sei volti più graziosi fra un centinaio di fotografie, e nei quali vince il premio il concorrente che si è più avvicinato, con la sua scelta, alla media fra tutte le risposte; cosicché ciascun concorrente deve scegliere, non quei volti che egli ritenga più graziosi, ma quelli che ritiene più probabile attirino i gusti degli altri concorrenti, i quali a loro volta affrontano tutti quanti il problema dallo stesso punto di vista”.[14]
La recente crisi economica, scoppiata nell’estate del 2007 negli Stati Uniti e rimbalzata nel 2009-2012 in Europa, ha riaperto la questione del rapporto tra matematica ed economia. Sostanzialmente sui due fronti ai quali abbiamo accennato: l’equilibrio del sistema e la previsione del futuro. Su entrambi i fronti il pensiero mainstream, che  poggia fortemente su assunzioni di carattere matematico, è incappato in clamorosi scivoloni. Secondo Robert Lucas e la scuola di Chicago – che si espresse nella metà del decennio scorso – il sistema doveva andare incontro ad una Grande Moderazione ma così non è stato. I modelli econometrici Dsge, dynamic stochastic general equilibrium models, che incorporano molto dell’economia mainstream e non considerano il debito, hanno mancato clamorosamente le previsioni. Le equazioni di Merton e Scholes per prevedere l’andamento dei mercati finanziari, basate sostanzialmente sulla regolarità di quanto avvenuto nel passato, non sono servite ad evitare le clamorose perdite dei grandi gestori di capitali.
La cifra del capitalismo sembra sempre di più quella della instabilità: più che compiacersi di una “formula magica” in grado di spiegare definitivamente l’economia bisognerà essere pronti a rimboccarsi le maniche tenendo in debito conto che l’economia non è una scienza esatta ma bensì una scienza storico-sociale.
Intervento tenuto al convegno “Matematica e economia: presente e futuro” (Luspio, Laboratorio di scienze matematiche, Roma 14-15 settembre 2012)

NOTE

[1] G.Becattini, O.Castellino, O. D’Alauro, G.Fuà, S.Lombardini, S. Ricossa, P. Sylos Labini, Lettera al Direttore, “La Repubblica”, 30 settembre 1988.
[2] P.Sylos Labini, Un paese a civiltà limitata (intervista a cura di Roberto Petrini), Laterza, Roma-Bari 2001, p.72
[3] Cfr. G.Fuà, Uomini e leader, Centro studi Piero Calamandrei, Jesi 2000 (intervista a cura di Roberto Petrini). Fuà riecheggiava una frase di Richard Kahn.
[4] S.C.Dow, The use of mathematics in economics, Esrc – Public understanding of mathematics seminar, Birmingham, maggio 1999
[5] Cfr. B.Ingrao, G.Israel, La mano invisibile, Laterza, Roma-Bari, 1987
[6] Cfr. R.Petrini, Processo agli economisti, Chiarelettere, Milano 2009
[7] Membro della famiglia svizzera di matematici Bernoulli e nipote di Jacob o Jacques Bernoulli (1654-1705) autore di Ars conjectandi
[8] Crf. A.Roncaglia, La ricchezza delle idee, Laterza, Roma-Bari, 2003, p. 303
[9] F.Caffè, Lezioni di politica economica, Bollati Boringhieri, Torino, 2008, p.21
[10] Sul tema cfr. A.Roncaglia, Economisti che sbagliano, Laterza, Roma-Bari 2010 e A.Roncaglia, Le origini culturali della crisi, Moneta e credito, vol. 63 n.250 (2010), 107-118
[11] Ibidem
[12] H.Minsky, Keynes e l’instabilità del capitalismo, Bollati Boringhieri, Torino 2009, p.28
[13] A.Roncaglia, Economisti che sbagliano, op. cit.,p.65
[14] J.M.Keynes, Teoria generale, Utet, Torino, 1978, p. 316


da Micromega online



venerdì 2 novembre 2012

Fra Grillo e Bersani preferirei qualcosa di meglio

Per il bene del paese Bersani non ci costringa a scegliere fra lui e Grillo, altrimenti la scelta sarà scontata. Se dobbiamo scegliere fra il pacato pragmatismo di chi vede il bene nel male dei poveri, sceglieremo senz'altro la furia scomposta di un eretico buffone. Siamo plebei in fondo, l'illuminismo borghese non ci è mai piaciuto troppo, abbiamo sempre preferito le lusinghe di preti, santi ed eretici, che ci offrivano il paradiso come orizzonte ultimo, al razionalismo di chi pretendeva di appagarci con la sua fredda ragione e col suo raffinato buongusto, promettendoci solo pezze al culo.
Per il bene del paese andate tutti a quel paese.

lunedì 29 ottobre 2012

Scassiamo

Scassiamo. Nel senso usato da Luigi De Magistris. Scompaginiamo i giochi: votiamo Renzi, votiamo Grillo a seconda, nel caso votiamo ALBA (se si decide a sorgere) o le liste civiche. Purché si scassi. Qui non è più questione ormai di discernimento, discriminanti o fedeltà politica, è questione che quando ti trovi circondato da un muro e vedi un'unica porticina aperta, quella prendi e vai a costituire un fuori, un fuori dal muro di silenzi, complicità e orrori. E scassi a più non posso. Scassi il terreno, lo vanghi e semini qualcos'altro. Non c'è rimasto altro da fare. Geometrie variabili e scassanti. Non lo dico io per strategia d'accatto o dadaismo da dopolavoro ferroviario, è quello che sta succedendo e che succederà a meno di una lobotomia frontale di massa.
Scassiamo, sarà sempre meglio di quello che abbiamo ora.

domenica 28 ottobre 2012

A proposito di costituzione e capitale finanziario

da controlacrisi

Organizzerò il mio intervento su tre punti fondamentali. Cercherò innanzitutto di definire la convenzione finanziaria che oggi ci domina e come essa abbia modificato il rapporto tra privato e pubblico. In secondo luogo cercherò di analizzare come il privato e il pubblico siano stati fissati nella costituzione del 1948, ma soprattutto come essi si presentino nel farsi della costituzione europea. Infine, cercherò di capire come, in nome del comune, possa essere rotta la convenzione costituzionale che ci lega, opponendo dispositivi antagonisti all’esercizio del potere finanziario, costruendo una “moneta del comune” – insomma, che cosa significa, dentro/contro l’attuale convenzione finanziaria europea, procedere nella costruzione del comune?
1.1
La convenzione collettiva che oggi domina il rapporto costituzionale è una convenzione finanziaria. Laddove una volta era posto il valore-lavoro come norma regolatrice e misura delle attività sociali e produttive, ora è stata eletta la regola finanziaria.
Analizziamo quindi la relazione capitale finanziario / costituzione materiale. Il capitale finanziario, nella situazione attuale, si pone come autorità legitimante la costituzione effettiva della società postindustriale. Se in epoca fordista la Costituzione organizzava la società sulla base del tallone-misura del valore lavoro, e tale era lo schema di organizzazione della società industriale, ora, a quello standard, si sostituisce una misura finanziaria. Ne vengono subito alcune conseguenze. Mentre la misura-lavoro, nella costituzione fordista, era dura e relativamente stabile, direttamente dipendente dal rapporto di forza fra le classi (tale fu la condizione di ogni costituzione nel “secolo breve”), la convenzione finanziaria quando si materializza in forma costituzionale, quando cioè incarna in maniera egemone il rapporto politico capitalista, si presenta come potenza indipendente ed eccedente. I lavori di André Orléan e di Christian Marazzi hanno insistito opportunamente su questa evenienza istituzionale. Si tratta di un’indipendenza che, dal punto di vista del valore, consolida e fissa un “segno proprietario” (nei termini della “proprietà privata”: vedi soprattutto Leo Specht) ma che contemporaneamente si presenta anche come “crisi”, come “eccedenza” non semplicemente rispetto alle vecchie e statiche determinazioni del valore-lavoro ma soprattutto in riferimento a quell’“anticipazione” e a quell’“incremento” continui che gli sono propri nel confrontarsi con la captazione finanziaria del valore socialmente prodotto e nell’operare alla sua estensione sul livello globale. La convenzione finanziaria si presenta quindi, istituzionalmente, come governance globale, perché la crisi è permanente, in quanto organica al regime del capitale finanziario. Meglio è, in queste condizioni, parlare di varie fasi del business cycle, piuttosto che di crisi.
Sia chiaro quindi che, in questa nuova configurazione della regola costituzionale, permane la base materiale della legge del valore: non più lavoro individuale che diviene astratto, ma lavoro immediatamente sociale, comune, direttamente sfruttato dal capitale. La regola finanziaria può porsi in maniera egemone perché nel nuovo modo di produzione il comune è emerso come potenza eminente, come sostanza di rapporti di produzione, e va sempre più invadendo ogni spazio sociale come norma di valorizzazione. Il capitale finanziario insegue questo estendersi, cerca di anticiparlo, incalza il profitto e lo anticipa come rendita finanziaria. Bene dice Harribey, discutendone con Orléan, il valore non si presenta più qui in termini sostanziali ma neppure come una semplice fantasmagoria contabile: è il segno di un comune produttivo, mistificato ma effettivo, che si sviluppa sempre più intensivamente ed estesamente.
Facciamo il punto. Da un lato possiamo sottolineare che, nella società contemporanea, nei processi di sussunzione della società nel capitale, valore d’uso e valore di scambio si sovrappongono. Dall’altro lato, si avverte che il lavoro astratto non differisce dal lavoro concreto solo perché esso rappresenta l’astrazione della forma concreta del lavoro: questa è, per così dire, una differenza puramente epistemologica. La vera differenza – quella positiva –consiste nel fatto che, nel lavoro astratto, si eguagliano ora tutte le forme del lavoro, e ciò avviene nel quadro di uno scambio multilaterale e cooperativo di attività singolari produttive.
Su questa base si trarranno due conseguenze:
la prima è che quella sussunzione della vita, quando si presenta come comando sulle attività produttive attraverso i mezzi della finanza, incarna un biopotere, cioè la capacità di sfruttare, di estrarre plusvalore, di accumularlo sull’insieme della vita sociale. Il denaro, i prodotti finanziari, la Banca diventano mezzi di produzione, non come forze produttive ma come strumenti di estorsione di plusvalore. (Per esempio, oggi in Francia tutta l’imposta sul reddito serve a pagare il servizio del debito);
la seconda conseguenza è che il valore si presenta sul mercato non tanto come sostanza, non tanto come mera quantità di merci, ma come insieme di attività e di servizi, sempre maggiormente cooperativi, e che la vita è così sussunta dal potere nella sua interezza e nell’insieme delle sue singolari espressioni; insomma, che i rapporti di produzione pongono in contraddizione i mercati e/o la finanza con il comune produttivo.
1.2
A partire degli anni ‘90 – dopo la lunga crisi iniziata negli anni ’70 con la demolizione degli standard di Bretton-Woods – si determina dunque, in maniera sempre meno caotica, un nuovo standard globale che sostituisce quello lavorista.
Due condizioni ne permettano lo sviluppo. La prima è il compiersi della globalizzazione: è confrontandosi alla globalizzazione che la convenzione fordista cede su un elemento centrale della sua legittimità e funzione, intendiamo lo Stato-nazione, come base sovrana. La convenzione monetaria è sottratta allo Stato-nazione e condotta a standard globali. Il debito pubblico è sottratto alla regolazione sovrana (congiuntamente dal capitale e dai singoli Stati-nazione) e sottoposto ai meccanismi di valore determinati, sul mercato globale, dai soggetti detentori del capitale finanziario. La concorrenza fra questi attori si fa sempre solidarietà nei confronti degli sfruttati.
La seconda condizione consiste nel fatto che, con la crisi della sovranità (nazionale), ilpubblico viene sostanzialmente patrimonializzato in maniera privatistica, anche prima di esserlo giuridicamente. Voglio dire che le finalità dell’accumulazione vengono piegate alle regole dell’appropriazione privata diretta di ogni bene pubblico. In questa situazione, la funzione di mediazione fra gli interessi di classe che il potere e la proprietà pubblici (a partire dagli anni ’30) esercitavano (e qui andrebbe definito fino a che punto la stessarappresentanza politica democratica non si confonda con quella funzione di mediazione), è profondamente indebolita quando non venga interamente meno (la proprietà pubblica è tanto indebolita quanto lo è la rappresentanza politica perché questa non è più finalizzata al governo ed al possesso del pubblico, dopo essere stata nella globalizzazione sempre maggiormente svuotata della sovranità).
Alla ricerca di nuove convenzioni si susseguono le bolle (new ecomonics, asiatica, argentina, ecc.). “I mercati, per così dire, impazziscono – notano Marazzi e Orléan – ma questo è del tutto coerente con il principio della concorrenza applicato alla finanza”. Ivi, infatti, un bene non è ricercato perché è raro, ma paradossalmente sempre più ricercato quanto più è richiesto. Ne consegue che la crisi non è “dovuta al fatto che le regole del gioco finanziario sono state aggirate ma al fatto che sono state eseguite.” La crisi, in altre parole, èendogena. Essa dipende esclusivamente dalla deregolazione dei mercati di capitali e dalla privatizzazione crescente dei beni pubblici. Ogni valore d’uso è così trasformato in beni (titoli) finanziari soggetti a speculazione. La sussunzione reale della società nel capitale agisce attraverso la finanziarizzazione. “In questo processo, la finanziarizzazione ha imposto la sua logica al mondo intero, facendo della crisi il fondamento del suo stesso modo di funzionare. È un processo, quello della finanziarizzazione, di inclusione della cooperazione, del comune cognitivo e sociale, e poi di esclusione, cioè di estensione del modo capitalistico di produzione a mercati pre-capitalistici, e di successiva espulsione e pauperizzazione di coloro che in questo processo sono stati privati dell’accesso ai beni comuni. Una sorta di riedizione continua dell’accumulazione primitiva, di recinzione delle terre (beni) comuni e di proletarizzazione di masse crescenti di cittadini”.
Meglio detto:
1) il dispositivo costituzionale nella maturità capitalista subordina all’astrazione finanziariadel processo di valorizzazione la forza-lavoro viva come società cognitiva e cooperativa. La biopotenza del comune è totalmente sottoposta al feticismo della convenzione finanziaria.
2) il dispositivo costituzionale capitalista vuole dare misura, fissare un tallone regolamentare all’interno di quelle crisi che abbiamo percorso, laddove cioè la rottura del rapporto keynesiano-fordista esige nuove convenzioni-misura. Valore-misura? Certo, come già abbiamo visto, questa misura non è qui qualcosa di sostanziale; è piuttosto una “convenzione politica”, di volta in volta determinata. O meglio: se alla sua base non c’è un valore sostanziale, tuttavia ciò che rende la convenzione “capitalista” (cioè adeguata all’attuale organizzazione del lavoro sociale per estrarne profitto o per accumulare rendita finanziaria) è comunque una misura, una misura di classe, un dispositivo di potere. Non val qui la pena di ricordare che Marx ha sempre definito il valore subordinandolo al plusvalore. Ora, questa misura sarà ancora fondata sul rapporto fra tempo necessario e sovrappiù di tempo non pagato – certo, ma solo se questo rapporto sociale sarà considerato globalmente, e in ciò, nella tensione di questo sforzo indefinito, nella tendenza ad approssimare un limite assoluto, in questo affastellarsi di bambole russe, consiste anche la permanenza della crisi.
3) Per fissare questa misura politica, il potere costituzionale capitalista (e la convenzione che lo regge) deve costruire una nuova forma di governo – la governance, appunto. Essa non agisce principalmente come “potere di eccezione”, ma come governo di un’“emergenza continua” (è un’eccezione spalmata sul tempo che rivela, negativamente, una continua instabilità; positivamente, captazioni impreviste di eccedenza, salti e dismisure, ecc.) dentro una temporalità fratturata, un’inattualità permanente.
Aggiungiamo a margine che, ora, in questa fase, il carattere “costituente” dell’azione neoliberale si affianca a potenti strategie “destituenti” (la minaccia del default, gli spostamenti di capitale come minaccia politica, ecc.). E notiamo anche che sul terreno dei movimenti, l’immaginazione costituente è piena di contenuti destituenti (solo per fare un esempio, il diritto all’insolvenza come primo passo per riconquistare un uso della moneta liberato dallo sfruttamento diretto).
Ne viene che una riflessione “costituzionale” oggi presuppone anche la messa in discussione ed il ripensamento dei linguaggi e delle pratiche di movimento su cui abbiamo fondato fino ad oggi la nostra riflessione. Si tratta di individuare degli “strumenti con i quali imporre al capitale finanziario un nuovo rapporto di forza”.
2.1
Torniamo a noi, alla costituzione italiana, a quell’art. 1 – la repubblica è fondata sul lavoro – che fin da piccoli ci ha tormentato (o fatto ridere). Ricordiamo semplicemente che l’operaismo nasce dalla dichiarazione che, in quella formula, in continuità con lo statalismo intervenzionista anni ’30, era fissata la convenzione keynesiano-fordista, come norma dello sfruttamento operaio e di regolazione politica di una società in cui – per ben che andasse – il pubblico era totalmente funzione della riproduzione allargata del capitale. La costituzione del ’48 promuove una società capitalista in termini riformisti: da poco l’Unione sovietica aveva battuto le armate del fascismo europeo, solo il riformismo era ormai concesso ai capitalisti. In queste condizioni, si comprende come, nella lotta di classe, possa esercitarsi la pressione dei proletari sul salario operaio, come strumento (badate bene!) di democrazia, da praticare dentro e contro la produttività del sistema: questo processo aumenta il reddito (diretto ed indiretto) della classe operaia e della società lavoratrice.
In questo quadro il pubblico si definisce come funzione di mediazione del rapporto sociale capitalistico, ovvero della lotta di classe – ed è attorno a questa funzione che si coagula e prende figura la rappresentanza politica borghese (nella fattispecie, italica). Come si sa, la Costituzione italiana non è mai stata realizzata completamente. Anche se lo fosse stata, non sarebbe comunque costitutiva di quel mondo di meraviglie socialiste di cui ci raccontano. Non volendo confonderla con lo spirito della Resistenza e della Costituente repubblicana, come troppi retori facevano e fanno, M.S. Giannini sottolineava, già negli anni ’60, che pensare che lo spirito di quest’ultima fosse ancor vivo, significava farsi beffa dei cittadini o truffarli. Comunque, la Costituzione del ’48 è stata presto “omologata” e cioè adattata allo sviluppo incrementale del capitalismo italiano attraverso l’azione di regolazione dello Stato, come rappresentante del capitale sociale, cioè come mediatore della lotta di classe. E quando arrivano la crisi degli anni ’70 e le riforme capitaliste degli anni ’80, si avvia piuttosto quel processo reazionario di ristrutturazione generale del sistema, nel quale ancora viviamo. Che cos’era avvenuto? Che le lotte operaie al centro dell’impero e le lotte di liberazione dal dominio coloniale avevano rotto la possibilità della regolazione fordista. Il capitale raccoglie la sfida e promuove il biocapitalismo nella forma finanziaria. E non è ricorrendo a Foucault che, già allora, negli anni ’60, abbiamo cominciato a parlare di lavoro sociale e di sfruttamento del bios nel definire le nuove figure della regolazione capitalista, attorno e dopo lo scossone del ’68. Ci riferivamo semplicemente al fatto che, dentro le ripetute crisi fiscali della regolazione pubblica, il capitale aveva incominciato a ricorrere ai fondi pensione ed alle assicurazioni sociali per risistemare i suoi conti. Che cos’era successo? Che, a fronte alle trasformazioni che le lotte di classe operaia determinano dall’interno del sistema industriale, a fronte degli effetti micidiali del “rifiuto del lavoro” fordista ed in relazione alla pressione biopolitica del lavoratore sociale, a fronte della crisi dello Stato-piano, la risposta capitalistica avviene attraverso una ripresa di controllo politico dall’esterno del sistema industriale e la determinazione dell’egemonia politica della sfera monetaria sull’insieme della produzione sociale. La crisi fiscale di New York sta all’inizio di questo nuovo ciclo politico. E lo raffigura esemplarmente.
Occorre fare molta attenzione a questo passaggio (d’altra parte Marazzi, Offe, O’Connor, Aglietta ed altri già allora ne segnalarono il carattere sociale) perché qui non si verifica solo la destituzione del pubblico dalla sua funzione di mediatore dello sfruttamento (a tutto vantaggio dei cosiddetti “mercati”) ma comincia a svilupparsi una nuova figura dello sfruttamento – lo sfruttamento diretto del bios, l’esaltazione del welfare come base di valorizzazione finanziaria. Il mondo della produzione di sanità, dell’assicurazione dell’infanzia e della vecchiaia, della istruzione e dell’educazione, ecc., il mondo cioè della “produzione dell’uomo per l’uomo” diviene la materia prima, meglio, il sangue che circola nel sistema arterioso del capitale finanziario globale. Il mondo del lavoro è sfruttato in quanto bios, non solo in quanto “forza-lavoro” ma in quanto “forza vivente”, non solo in quanto macchina di produzione ma in quanto corpo comune della società lavorativa.
Ecco dunque che cosa diventa il pubblico nello sviluppo di queste pratiche di sfruttamento e di conseguente valorizzazione che la nuova costituzione europea contiene ed impone attraverso i cosiddetti “governi tecnici”. Dopo aver personificato la mediazione del potere capitalistico, nella sua lotta contro la classe operaia e i produttori sociali, dopo esser stato lo strumento attraverso il quale, vista l’impossibilità di sbloccare la rigidità del salario verso il basso e di recuperare attraverso l’inflazione i vantaggi relativi di reddito della società operaia… ecco dunque il pubblico che, in nome del capitale, comincia a saccheggiare i fondi pensione, a svuotare il Welfarestate del suo senso emancipatorio, a nutrirsi direttamente del comune produttivo. Tutto questo avviene attraverso i nuovi regimi monetari che sono imposti ai soggetti europei. Nella moneta europea il pubblico è totalmente assoggettato, violentato dal privato.
2.2
Se consideriamo molto rapidamente come si configuri giuridicamente il pubblico nella costituzione europea che viene formandosi, ci troviamo ovviamente a fronte di una sorta di codificazione di quanto siamo venuti fin qui definendo come il nuovo ordinamento del biopotere capitalista.
Ormai, quando si parla di costituzione europea, si parla essenzialmente di economic governance, e quando si parla di governance economica, spesso si traduce sostantivamente il concetto nel tedesco Ordo-liberalismus (ci è stato detto che questa traduzione si è data anche in documenti ufficiali). Vale a dire in una autoritaria “economia sociale di mercato” che, non a caso, sotto la pressione dei mercati, ha perduto ogni dimensione sociale e riformista per esaltare al massimo quella autoritaria ed ordinativa. Prodotto da una scuola che, assumendo diverse – e spesso inquietanti – figure politiche, si prolunga e si trasforma dagli anni ’20 ad oggi: essa domina gli attuali processi costituenti europei.
Stabilità dei prezzi, regolazione repressiva di ogni deficit budgetario inappropriato, unione monetaria separata dall’unione politica, sono diventati principi cui attenersi – con alcune conseguenze dissolutive di ogni pur formale regola democratica. Il controllo e la supervisione burocratica dei bilanci sono infatti privi di ogni legittimazione democratica (non solo delle istituzioni nazionali ma anche di quelle comunitarie); gli interventi regolatori sono di volta in volta individualizzati fuori da ogni norma generale – il carattere di giustizia dell’azione comunitaria è del tutto svuotato; e, in terzo luogo, le politiche europee di regolazione sociale, distributive e compensatorie, risultano effettivamente dissolte. Per dirla con Jörges, nella crisi l’Europa è passata da una costruzione giurisdizionale ad una costituzione autoritaria e da un deficit di democrazia ad un default democratico.
Ma, una volta fissata la temibile faccia di questa nuova costituzione del pubblico, ci lasceremo affascinare ed imprigionare dal suo gorgonesco sorriso? No di certo. Di nuovo riscendiamo a livello della composizione materiale della moltitudine europea, la si voglia o no considerare come classe. Ora, la separazione fra ordinamento economico del potere e strutturazione sociale delle classi lavoratrici, il primo centralizzato nella Costituzione europea, la seconda lasciata ai singoli Stati-parte, non rivela solo una crisi democratica profonda; essa produce – ancora riprendendo Jörges – una sorta di big bang. Rivelando paradossalmente proprio quello che si voleva celare.
E cioè: che l’affidamento dello sviluppo costituzionale europeo ad un potere monetario democraticamente incontrollabile, che lo sganciamento di un biopotere tecnicamente indipendente ed economicamente eccedente rispetto alla miseria sociale che impone, che la costruzione di un meccanismo regolatore sottratto ad ogni bilanciamento che non sia quello di un’austerità sociale insopportabile – bene, tutto ciò dimostra solamente che il “nuovo” potere pubblico incarnato dal MES (meccanismo europeo di stabilità) e nel TSCG (trattato per la stabilità, il coordinamento e la governance) rappresenta una spaventosa macchina di accumulazione privatistica originaria contro quel tessuto comune di cooperazione sociale e quel sostrato di attività produttive comuni che le lotte di classe operaia e i sommovimenti sociali avevano fin qui costruito.
E se è vero che questo processo distrugge ogni possibilità di una politica nazionale più o meno democratica (ma abbiamo già visto quanto il “meno” prevalesse); se è vero che non aiuta determinare nuove potenze comunitarie – è tuttavia anche vero che nel processo di unificazione in atto, paradossalmente, l’applicazione della golden rule mette in luce, meglio, fa risaltare con forza una nuova consistenza moltitudinaria, effettualmente resistente e virtualmente antagonista… da governare! Ma non sarà facile governare questo proletariato che, nella cooperazione e nella produzione, può organizzare la propria autonomia comune.
3.1
Come si può rompere, dal punto di vista dei lavoratori e con la forza del comune, ovvero della lotta di classe, la convenzione finanziaria (costituzionale) che ora ci domina? Per tentare di avanzare su questo terreno, ricordiamo alcune definizioni e, prima di tutto, alcuni presupposti della nostra analisi.
Il capitale finanziario è capitale, tout court, quindi non è una realtà parassitaria né un semplice insieme di strumenti di conto; è bensì una figura del capitale in senso pieno, così come lo è stato ed è e continuerà ad essere il capitale industriale, e come sono state altre figure padronali, storicamente date e/o dismesse nello sviluppo della lotta di classe. Un rapporto sociale: fra chi e chi?
Per comprenderlo bene occorre definire con il massimo di esattezza la posizione del “capitale costante” rispetto al “capitale variabile”, e cioè del comando capitalistico rispetto alla forza lavoro; e percorrere le forme attuali del processo di sottomissione del secondo da parte del primo. Ora, questo processo di sottomissione – pur essendo “reale”, cioè totale – è nuovo e singolare. Nel passaggio che analizziamo, la forza lavoro si è infatti riappropriata – in quanto forza-lavoro cooperativa e cognitiva – di parti (frammenti, attributi, modi, ecc.) del “capitale fisso”.
Se per “capitale costante” intendiamo l’insieme delle condizioni produttive nelle mani del capitale; se per “capitale variabile”, l’insieme dei valori trasferiti ai lavoratori perché si riproducano; e se per “capitale fisso” intendiamo le macchine e le strutture messe a disposizione del processo produttivo – va ora riconosciuto (nel passaggio che analizziamo) che la forza-lavoro, lungi dal funzionare semplicemente come capitale variabile, è venuta appropriandosi, meglio, incorporando quote di capitale fisso. Essa si mette così in una situazione di virtuale (relativa ma potenziale) estraneità rispetto al comando, cioè alla sintesi capitalista. Si aggiunga che, se alla rivelazione della sottrazione e dell’incorporazione di quote del capitale fisso da parte della moltitudine lavoratrice, si assommano gli episodi o le vicende di riappropriazione di “capitale circolante” (nella figura, per esempio, della forza-lavoro migrante), allora la situazione può mostrare una soglia critica nuova e positiva.
È in questa condizione modificata, che si realizza in una prima figura la sussunzione del lavoro vivo nel capitale costante, cioè nel capitale finanziario, cioè nel comando capitalistico nella figura principale che oggi presenta. E se così la composizione tecnica della forza-lavoro è divenuta assai rigida, avendo assorbito quote di capitale fisso e circolante, se dunque la sintesi capitalista deve comandare questa composizione (cioè rendere flessibile, meglio, frammentare, fracassare questa rigidità), allora il comando capitalista non potrà darsi che verticalizzandosi rispetto al piano della produzione, esternizzando (per così dire) e comunque esaltando il momento “politico” del comando su ogni altro elemento (ideologie, funzionalità, ecc.). Il capitale finanziario corrisponde a queste caratteristiche e svolge questo compito.
Ora, questa figura astratta del comando capitalista è sottoposta a grande tensione – e probabilmente a contraddizione – dal fatto che oggi il processo di valorizzazione, e quindi i processi di sfruttamento del lavoro vivo, debbano sempre di più diventare interni a quei corpi che esprimono direttamente funzioni produttive e, nella cooperazione sociale, esercitano funzioni organizzative del produrre. Tutto ciò comporta, di ritorno, l’investimento globale della vita da parte del capitale: il capitale diviene biopolitico. Ma di qui una contraddizione fondamentale: da un lato, il capitale esige una completa interiorizzazione del capitale variabile al processo di valorizzazione (come veniamo descrivendola or ora); dall’altro abbiamo, in funzione di comando, una forte, se non completa, astrazione del capitale costante (nella forma finanziaria) dal capitale variabile (in quanto lavoro vivo sociale ed in quanto lavoro cognitivo irriducibili – almeno per parte – alla mercificazione). Il capitale finanziario sembra dunque interpretare il rapporto sociale che costituisce il concetto di capitale come rapporto eminentemente politico.
Ora, come abbiamo visto, nella convenzione del capitale finanziario, il denaro prende il posto del valore-lavoro. Nella “relazione politica” che costituisce il capitale finanziario, laconvenzione di valore è monetaria. La convenzione monetaria prende luogo della convenzione valore-lavoro (cioè rappresenta una nuova figura dell’oltrepassamento della “legge del valore” interpretata, appunto, nella fase dello sfruttamento industriale del lavoro, alla maniera individualista, fabbrichista e salariale). Ora invece la convenzione è singolarizzata, sociale e debitoria. Al contrario di quanto avveniva nel keynesismo, essa definisce la parte salariale come il residuo delle unità monetarie di cui il lavoro astratto è l’equivalente.
Come muoversi a questo punto? Abbiamo (talora fastidiosamente) ripetuto che la richiesta di una nuova costituzionalizzazione del lavoro costituisce un tentativo completamente astratto di riproposizione di mediazioni pubblicistiche classiche ed abbiamo concluso (citando il documento di Giso Amendola, “Costituzione precaria”) che “oggi il senso della costituzionalizzione possibile sta nello sganciare l’idea stessa di costituzione dalla mediazione pubblico-sovranista entro la quale si è data originariamente e nell’intendere l’opposizione ai processi di decostituzionalizzazione come lotta per l’apertura continua diprocessi costituenti, lì dove la governance tende a neutralizzarli e a richiuderli nei canali di espressione costituiti. Si potrebbe dire, provocatoriamente ma neanche tanto, che le soggettività ‘precarie’ – più che la difesa della costituzione in quanto tale – hanno tutto l’interesse ad una ‘precarizzazione’ della costituzione stessa, a renderla cioè aperta allo sviluppo continuo a processi di autorganizzazione”.
Il nuovo terreno di lotta costituente, sul quale battersi, è dunque quello dellagovernamentalità. Che essa “non escluda il diritto ma piuttosto lo attraversi, provocandone la progressiva decentralizzazione e flessibilizzazione, e nello stesso tempo azzerandone la tradizionale pretesa di autonomia dalle altre scienze sociali”, mi sembra il punto sul quale insistere. Basti rifiutare, agendo la governance, l’illusione che ivi si possa dare una sorta di “dualismo di potere” che metta in tensione fino all’esplosione il processo costituente. No, non siamo sicuramente in una situazione insurrezionale, non sono ripetibili exploitsbolscevichi perché non si è di fronte ad un dualismo simmetrico di poteri in lotta; siamo invece a fronte dell’asimmetria potente della nuova figura della forza-lavoro cognitiva – la sua “ricca povertà” – che si confronta, certo, con il dominio del padrone, del capitale costante, ma non è indotta a precipitare nello scontro, poiché essa è nello stesso tempo irriducibilmente resistente, rigida anche nella precarietà, essendosi incorporata quote di capitale fisso e circolante.
Così arriviamo al vero problema, liberato da ogni presupposto catastrofico o palingenetico: cosa significa assumere i processi costituenti (a partire dalle sempre nuove produzioni di soggettività e di incorporazione di quote di capitale fisso) non come conclusivi ma come coessenziali ad un nuovo processo costituzionale? Certo, una nuova costituzionalizzazione del lavoro risulta essere un’idea del tutto reazionaria, pura nostalgia della mediazione pubblica-sovranista: ma di nuovo, cosa significa un processo costituente nell’accettazione della frammentazione, del pluralismo moltitudinario del lavoro e della società? Cosa significa costituire un “noi” comune dentro una realtà sociale in cui ogni identità sia stata dissolta ed ogni ricomposizione non possa essere, appunto, che “costituente”?
A questo punto ci permettiamo di insistere nuovamente sulla straordinaria opportunità che la convenzione costituzionale monetaria, imposta dal capitale, ci offre: quella di rivelare immediatamente che l’antagonismo anticapitalista non riguarda limitate sezioni della forza-lavoro sociale (esso non riguarda il lavoro vivo assunto in maniera individualistica, localizzata e salariale) bensì lo assume come moltitudine, quindi come realtà singolarizzata, sociale e in una relazione di dipendenza (indebitata, cioè) ma che tuttavia si prova nella riappropriazione della ricchezza, attraverso il riconoscimento e la costruzione del comune. Realtà moltitudinaria: certo, indebitata, sottoposta all’alienazione mediatica, invasa dalle tristi passioni dell’insicurezza, impedita nella rappresentanza democratica dal disgusto che essa merita e dall’impotenza politica che mostra – ma anche da ciò spinta ad esprimere una forte volontà di lotta. I movimenti “indignati” e quelli “occupy” hanno ampiamente avanzato questi comportamenti costituenti. I movimenti italiani sui “beni comuni” sono attivi essi stessi su questo terreno. Quello che ora è essenziale è di assumere la dimensione “costituente” per rompere con ogni momento “corporativo”, identitario e/o localistico di lotta. Non vogliamo certo negare che ogni momento di lotta sia legato ad interessi e/o luoghi specifici, ma la lotta oggi o è costruita contro l’universale immagine del dominio finanziario, o non c’è. Non siamo mai stati luddisti nei confronti del macchinario ma piuttosto sabotatori dello sfruttamento che veniva dall’organizzazione del lavoro, così oggi non spacchiamo i bancomat ma sabotiamo il sistema di dominio finanziario perché vogliamo costituzionalizzare – cioè appropriarci – delle banche, del potere che, attraverso la moneta, organizza e premia, separa e domina, capta e toglie il valore prodotto dai lavoratori, autonomamente e comunemente.
3.2
Autonomamente e comunemente.
Per quanto riguarda quell’“autonomamente”, ci spieghiamo subito. È a questo punto infatti che il nostro procedere si intreccia con quello di analisti che, nella rivoluzione post-sessantottesca dei saperi, hanno cominciato a riconoscere una nuova ontologia comune della società e del diritto. In particolare, come negli anni Settanta Claus Offe e i suoi compagni, così oggi Teubner e la sua scuola ci aiutano a comprendere (nella teoria delSocietal Constitutionalism) come la modernità (o la postmodernità) capitalista mostri ormai una insostenibile tensione insopportabile contro il dominio delle sterili alternative fra centralità del pubblico (statale) e istituzioni della proprietà privata – quando ormai le soggettività non appaiano più sulla scena come individui autoriflessivi ma piuttosto come reti di eventi sociali. Ci sono nuove forme di autopoiesis del collettivo che, attraverso i conflitti sociali, chiedono di farla finita con gli eccessi della proprietà privata ed ormai propongono nuove procedure di istituzionalità politica e di processualità sociale in differenti settori della società. [Su questi temi altri compagni interverranno]
Noi ci tratteremo piuttosto sull’altro termine posto in epigrafe: “comunemente”. Anche qui c’è da spiegarsi. Se c’è qualcosa da conquistare per trasformare in maniera vera questa società, questo qualcosa è il comune. Ed il comune non è una totalità ma un concetto di parte – si contrappone al privato e demistifica il pubblico. Se esso si presenta come totalità è perché il comando capitalistico se ne è impossessato e lo ha organizzato nell’indipendenza della Banca centrale, sottraendolo alla democrazia del 99%.
Di contro, quando noi non assumiamo più il comune come la “cattiva parte” da liberare ma come un compito da svolgere, come dispositivo da realizzare, lo opponiamo al privato ed al pubblico, e prima di tutto cominciamo col denunciare il feticismo del denaro, perché riconosciamo che in questa convenzione capitalista dell’istituzione sociale, esso ci è dato come simbolo e veicolo della violenza; mentre invece quella spettralità delle istituzioni finanziarie copre e mistifica un “qualcosa di comune” che non è più semplicemente una forza-lavoro complessiva della società (fissata come valore oggettivo nelle merci) ma un insieme molteplice di attività cooperative, creative, eccedenti [e – sottointeso – non più “popolo” ma “moltitudine” globale]. Così – nel progetto che emana da questa potenza, nel soggetto che lo incarna – nasce il desiderio di rimettere mano al nesso fra produzione e finanza, lottando contro l’impoverimento di coloro che, pur producendo nella cooperazione sociale, sono privati del comune prodotto – anche soprattutto di quello (il welfare, il benessere elementare) nel quale si riproducono miseramente.
La questione della Banca centrale e del sistema creditizio è dunque centrale dal punto di vista costituzionale. Il denaro è divenuto la misura costituzionale dei diritti dei cittadini ed ogni decisione politica – in nome dell’assolutezza del denaro e della sua funzione regolatrice – è stata così espropriata dalla Banca centrale. Essa infatti è divenuta non solo il deposito politico del valore ma il luogo dove si pone la questione del rapporto di forza fra le classi che compongono la società, quando la sostanza di valore sia intesa come un tessuto di rapporti sociali.
Il dispositivo utopico che guida la nostra pratica eversiva, consiste nell’imporre una convenzione costituzionale che fondi ed interpreti una “moneta del comune”. La moneta è sempre un’istituzione sociale che accompagna gli scambi, ed ogni valore sociale può essere espresso in forma monetaria. Se la banca produce moneta e se oggi essa la produce come mezzo di produzione, la democrazia, il comando del 99% deve impossessarsi della regola delle emissioni monetarie e piegarla al rapporto sociale nel quale, oggi, la forma del comune ha qualificato la cooperazione produttiva.
La costituzione consiste in genere nell’articolare il rapporto tra lavoro e scambi, nel fissare la circolazione fra attività e bisogni, subordinandoli alle necessità di rapporti produttivi comuni ed alle funzioni sociali che ne derivano. Solo se riusciremo in questo programma potremo restituire alla forza-lavoro sociale, alla fatica ed all’invenzione delle singolarità che compongono la moltitudine, il prodotto del comune. Così potremo realizzare la nostra utopia che consiste nello strappare il lavoro al plusvalore, alla schiavitù dello sfruttamento capitalista, alle determinazioni corporative della sua sindacalizzazione – ponendo dunque l’attività umana come misura della libertà e dell’uguaglianza della produzione del Comune, sull’orizzonte globale.
3.3
Ma tutto ciò è appunto un’utopia. D’altra parte, la capacità di rompere sulla quale un momento fa insistevamo, è il prodotto immediato della nostra indignazione. È possibile costruire una strategia costituente che realisticamente componga l’indignazione e il desiderio utopico? Quali dispositivi politici possiamo realisticamente mettere in azione per definire una strategia costituente?
O forse meglio, per prendere il potere? Troppo spesso ricordiamo a noi stessi che non c’è un Palazzo d’Inverno da conquistare. Ce lo siamo giustamente ripetuti, non volendo confondere il concetto di rivoluzione con quello di dittatura, l’idea di democrazia con quella dell’Uno sovrano. Talora abbiamo cancellato l’opportunità della prima per evitare le conseguenze del secondo. Il secolo XX° ce lo imponeva. Ora però siamo nel XXI° secolo. Che cosa vuol dire costruire quel “noi – potenza costituente – forza del comune” visto come un realistico punto di approdo delle lotte, davanti e contro all’unità costituzionale del denaro, dentro la nuova comune soggettivazione del lavoro astratto?
Ora, io penso che si tratti di muoversi evitando certo quel percorso utopistico e alla fine tragico che è stato del ‘secolo breve’ ma non per questo rinunciando ad un discorso istituzionale che non abbia paura di toccare, di slabbrare, di appropriarsi, attraverso un’esperienza militante, degli elementi universalistici delle rivoluzioni trascorse e delle attuali esperienze insurrezionali dentro/contro la democrazia capitalista. Per esempio: l’obbiettivo del reddito garantito incondizionato si appropria chiaramente di un momento universalistico ed interpreta allo stesso tempo un’istanza costituente, adeguata alle nuove forme di produzione delle merci ed alla nuova composizione sociale delle soggettività produttive. Ma così la montagna ha partorito un topolino, si ironizza! Vuol dire non comprendere come nel reddito garantito universale ed incondizionato sia implicito il riconoscimento di un soggetto produttivo comune.
Per esempio, ancora: c’è uno Zeitgeist che in tutto l’occidente (ma non solo) scredita i partiti politici, ne nega la rappresentatività, denuncia il senso di alienazione crescente che s’accompagna alla denuncia della corruzione del loro potere e dell’impotenza dei sudditi. È chiaro che qui, attraverso la critica della figura pubblicista del partito politico, si contesta di nuovo “il pubblico” – cioè la funzione della “rappresentanza politica” e la sua pretesa di non essere alle dipendenze della proprietà privata, la sua illusione di costituire uno strumento di decisione democratica. Ora, riprendendo il tema della sintesi di esperienze sovversive attuali e di proposte universaliste, si può certo concludere che solo il riconoscimento e la pratica del comune, come base produttiva e come scopo della produzione, come vita produttiva e ricerca della felicità, disposte insieme, possano oggi davvero fondare la democrazia. Perciò che cosa può essere il desiderio costituente se non la pulsione a incominciare subito a costruire strutture comuni che permettano di legalizzare azioni di espropriazione del privato, di legittimare strumenti di appropriazione del pubblico e di riconquistare la capacità di decidere assieme – e di organizzare così, in istituzioni adeguate, la forza del lavoro e la comune intelligenza delle moltitudini?