sabato 13 ottobre 2012

27 Ottobre: manifestazione nazionale a Roma. Una botta di vita

A parziale rettifica del post precedente, volevo precisare che il 27 Ottobre ci sarà si uno sciopero nazionale con tanto di manifestazione a Roma, ma per quanto mi è dato sapere riguarderà solo il comparto della sanità. Uno scioperò indetto dalla quasi totalità delle sigle sindacali operanti in ambito sanitario. 
Parallelamente si svolgerà il NO-Monti Day, una manifestazione contro le politiche liberiste del governo Monti, organizzata da varie sigle della sinista e dai movimenti. 
Salvo ulteriori sviste dovute a carenza di informazioni, questo è quanto.
Lo sciopero della sanità è importante, non solo per gli ovvi contenuti di opposizione ai tagli sempre maggiori al comparto sanitario, che mettono in ginocchio la sanità pubblica e l'erogazione di servizi essenziali, con la conseguenza di favorire il privato, ma anche perché, unitamente alla manifestazione anti-Monti, esprime un minimo segnale di ripresa dei parametri vitali di una società civile, al momento in piena depressione e profondamente astenica. 
Entrambe le manifestazioni sono importanti, eppure tanto più sono importanti, tanto meno sono pubblicizzate, e questo è inspiegabile. Si ha l'impressione che la convinzione generale sia quella che non valga la pena investire troppo in qualcosa che potrebbe rivelarsi una fallimento. Ovviamente questo è il meccanismo classico per cui si determinano i fallimenti. 
Credo purtroppo che alla base di tutto ci sia un retro-pensiero pericoloso che riflette la consapevolezza che i vincoli imposti dall'Europa possano rappresentare una trappola dalla quale è impossibile sfuggire. 
Un sentimento depressivo davvero pericoloso. 
Per questo motivo occorre sprecare un  po' di energie per far capire alla gente che l'agenda Monti non è vangelo e che ci sono alternative credibili. Già ma quali? 
Barnard con la sua MMT è l'unico che mostra sicurezza e fornisce una teoria organica alternativa al "neoclassicismo" montiano. Gli altri balbettano. Queste cose si notano e non promettono niente di buono.


giovedì 11 ottobre 2012

Con le popolazioni Maya del Guatemala

da soggettopoliticonuovo
 
La solidarietà con chi lotta per  il lavoro, i diritti, la dignità e la difesa delle proprie vite e del proprio territorio è per noi un dovere assolutamente irrinunciabile, anche quando si tratti di paesi e di popoli lontani e poco conosciuti.
Ci fu un tempo in cui la solidarietà internazionale (allora lo chiamavamo internazionalismo) era un’espressione naturale di tutte quelle realtà politiche, sindacali e associative che facevano riferimento al mondo del lavoro e a tutte le istanze di emancipazione.
A.L.B.A. (Alleanza Lavoro Benicomuni Ambiente) sente di doversi schierare senza esitazione con le popolazioni Maya del Guatemala, che in questi giorni sono state fatte oggetto di una feroce quanto ingiustificata repressione da parte delle forze governative nel distretto di Totonicapàn, regione del Quichè.
Morti, feriti e arresti sono il bilancio di una dissennata “operazione di polizia” che il governo del presidente Otto Perez Molina ha ordinato per eliminare la resistenza delle comunità contro una riforma costituzionale -  che ridurrebbe drasticamente i diritti (già messi a dura prova) delle popolazioni indigene sulle proprie terre – e contro una situazione sociale e politica che si sta configurando come un vero golpe strisciante.
Fra l’altro, la vicenda guatemalteca coinvolge noi italiani in misura particolarmente grave, dal momento che uno dei principali fronti di lotta delle comunità (e quindi uno dei principali punti critici della repressione)  riguarda l’opposizione  alle realizzazioni che la “nostra” ENEL (multinazionale italiana, tutt’ora in parte significativa a capitale pubblico) sta portando avanti in una parte del Paese, con conseguenze gravissime in termini di devastazione ambientale, di militarizzazione del territorio e di conculcamento dei diritti civili.
Riteniamo che su questo tema (e su tutte le lotte dei popoli per la terra, la libertà, il lavoro e il diritto ad autodeterminarsi) debba sollevarsi quell’ opinione pubblica internazionale che fu capace in altri momenti di proclamare scioperi generali e attuare forme di resistenza mondiale contro i soprusi e le vessazioni.
Chiediamo che il governo italiano non si renda oltre complice del massacro e delle violazioni perpetrate in Guatemala.
Chiediamo che tutte le realtà politiche prendano posizione decisa ed esigano che si avvi subito la smilitarizzazione del territorio Maya
Chiediamo a tutte le persone, alle quali potrà giungere questo comunicato, di inviare l’ adesione alla solidarietà attiva con le comunità guatemalteche, inviando il proprio messaggio (specificando nome, cognome, città di residenza e indirizzo e-mail) a       juventudesindigenasiximuleu@gmail.com

Comitato Esecutivo ALBA  9 ottobre 2012


27 Ottobre. Sciopero generale, una botta di vita.

Credo che di parole ne abbiamo dette tante e tante angherie da questo governo fraudolento abbiamo subito. E' ora di passare ai fatti.
Il 27 Ottobre è stata indetto uno sciopero generale da sindacati irregimentati, screditati al punto giusto e per giunta affetti da un letargismo resistente a qualsiasi stimolo naturale o artificiale. Non importa. Può comunque essere l'occasione per dire la nostra su questo governo e le sue politiche volutamente suicide che ci condannano ad un'era geologica di sottomissione e di povertà, con sopra la testa il ricatto costante della scarsità.
Non vogliamo la scarsità, rivogliamo la sovranità nazionale e la nostra moneta per gestirle democraticamente.
Non sprechiamo questa occasione, c'è il serio rischio che il senso dell'inutilità di qualsiasi azione, la frustrazione e la perdita di ogni istinto vitale, abbiano il definitivo sopravvento su di noi.

mercoledì 10 ottobre 2012

Luciano Gallino: vogliono trasformare in merce ogni pezzo dello stato sociale


L'ALBA deve ancora sorgere. Lavoro capillare, importante certo, ma che non tiene conto che l'offerta politica si deve accompagnare ad una visibilità ed ad una autorevolezza in grado di smuovere le coscienze...e le pance delle persone. 

lunedì 8 ottobre 2012

L’eclissi del sogno europeo

da Micromega

“I tagli al bilancio sono arrivati al limite di quello che possiamo chiedere ai cittadini. E’ a rischio la coesione sociale, minacciata dalla crescente disoccupazione, come alla fine della Repubblica di Weimar”. Lo ha detto il premier greco, Samaras. E in Italia, i giovani sono (finalmente) ritornati in piazza per protestare contro i tagli a scuola e istruzione, stanchi di sentirsi definire come una ‘generazione perduta’ per colpa degli errori altrui.

Qualcuno ha ‘ucciso’ l’Europa. Meglio: l’ha suicidata. Ma colpevoli non sono i populisti rinascenti, i comunitarismi d’accatto, gli anti-euro per vocazione e interesse e neppure l’antipolitica crescente. Certo, il sogno di costruire un’Europa in pace e di pace, senza più guerre civili al suo interno, un’Europa dove francesi e tedeschi, italiani e spagnoli e greci e via via fino all’attuale Europa a 27, fossero tutti cittadini di una unica casa comune è stato lasciato diventare (anche da noi cittadini europei) un ‘sogno malato’. E quel desiderio/progetto – tutto politico e culturale, ma soprattutto ideale – di un’Europa dove le differenze di lingua e di cultura non definissero più le frontiere o gli spazi di interdizione, ma fossero occasione di incontro e insieme di costruzione di una identità europea (possibile appunto solo attraverso il riconoscimento e la messa a valore delle differenze/alterità esistenti), questo sogno è svanito da tempo. L’Europa si è fatta sempre più lontana dai cittadini e sempre più evanescente quanto a idealità e progettualità (e appunto a sogno), divenendo invece vicinissima e soprattutto ‘pesantissima’ in termini di ‘disciplina’ economica e fiscale (e quindi sociale). Invece di pensare europeo e all’Europa come a un nuovo bene comune – e quindi da non lasciar privatizzare da nazionalismi, comunitarismi e neppure dai mercati o dai burocrati della Commissione – questo sogno da tempo si è liquefatto sotto il peso degli interessi e degli egoismi economici.

Questo sogno europeo/europeista – già debolissimo per incuria politica, per distrazione culturale, per indifferenza morale – ha subito il colpo di grazia dall’economia e dai mercati e non ri-sorgerà per molto tempo, almeno fino a quando non finirà questa ultima, sciagurata, masochistica guerra civile (economica) tra europei combattuta in nome dell’ultima ideologia del ‘900, il neoliberismo. Un sogno ‘ucciso’ non da un nemico esterno, non da qualcosa di incontrollabile, ma da una paranoia economicistica, ottusa ma ostinatissima che si chiama pareggio di bilancio e fiscal compact e che è tutta interna a questa Europa, meglio: interna alla loro Europa (dei banchieri, dei tecnici, degli economisti, degli ideologi e delle oligarchie finanziarie), ma certo non a quella che dovrebbe e potrebbe essere la nostra Europa dei cittadini, democratica, sociale e solidale, culturale, soprattutto progettuale. Una azione deliberata – pareggio di bilancio e controllo della spesa sono cose buone e giuste in tempi di crescita, non certo in tempi di recessione – ostinata, sadica, ultimo frutto (tra i tanti, il più avvelenato) del nichilismo neoliberista. Nichilismo che per vent’anni ha prima sostenuto indebitamento privato, edonismo ed egoismo, consumismo, principio di piacere e poi godimento sfrenato in nome dell’individualismo edonistico e narcisistico per farci vivere al di sopra dei nostri mezzi (e così garantire i profitti di banche e finanza), portando deliberatamente alla morte della società e della convivialità in nome dell’egoismo e dell’illusione di essere imprenditori di se stessi (era l’obiettivo dichiarato dei neoliberisti); e che ora impone, altrettanto deliberatamente, ostinatamente e cinicamente austerità, recessione, impoverimento, disoccupazione. E quel pensiero unico che ha prodotto la crisi e che pensavamo (ci illudevamo che) si fosse ritirato travolto dall’ignominia per i propri errori, è ancora qui, più forte di prima, più totalitario di prima e con troppi a dire che questa ricetta anti-economica e anti-sociale è l’unica possibile, che dopo Monti non potrà esserci che un Monti-bis, che un eventuale nuovo governo non potrà né dovrà cancellare quanto di buono (sic!) fatto da questo governo, autore/esecutore delle nuove ‘tavole della legge’ (adesso si chiamano ‘riforme strutturali’) della ‘religione del mercato’.

Uno ‘sfinimento del sogno europeo’ dunque, compiuto da politici incapaci di pensare alla politica come governo della polis europea, incapaci di concepire la politica come tecnica regia (diceva Platone) che tutte le altre tecniche (economia compresa, anzi: oggi soprattutto economia e mercati) deve controllare. Un sogno europeista ucciso da uomini piccoli piccoli, da uomini (e donne) senza qualità e che si chiamano Manuel Barroso, Olli Rehn, Angela Merkel, Mario Monti e Mario Draghi. Politici che si credono esperti o addirittura tecnici, in realtà tutti uomini grigi, vestiti di quella scienza triste che si chiama economia. E che oggi sta producendo regresso (ideale, progettuale, culturale, sociale) e insieme neo-autoritarismo da stato d’eccezione permanente.

In Europa, 18,2 milioni di disoccupati nella euro-zona e 25,5 milioni nell’Europa a 27. Se ne vogliono ancora di più? Sembrerebbe di sì, visto il silenzio che accompagna questa nuova e drammatica questione sociale (con la disoccupazione giovanile che è questione sociale dentro la questione sociale).

Liberare dal bisogno. Quel bisogno che “si definisce come insufficienza di reddito per ottenere i mezzi per una sana sussistenza”. Problema politico non da poco, che William Beveridge, autore della citazione, aveva provato a risolvere 70 anni fa. Oggi, la nuova questione sociale sta esplodendo in Italia e in (quasi) tutta Europa, eppure, quanto più il bisogno delle persone e della società aumenta a dismisura (creato dalle stesse politiche neoliberiste dei governi europei), tanto meno i governi sembrano preoccuparsi di liberare la gente da questo bisogno. Anzi. Nel nome della biopolitica neoliberista, si attua una pesantissima disciplina sociale fatta appunto di regresso, di recessione, di impoverimento, di mancanza di lavoro. Liberare dal bisogno, diceva Beveridge: primo compito di uno stato che voglia essere soggetto attivo e non solo spettatore passivo o complice dei mutamenti economici. E le sue erano proposte di riformismo autentico indispensabili ancora oggi per una democrazia europea che voglia avere ancora nei diritti sociali da estendere la base per consolidare i diritti politici e civili: per costruire un benessere diffuso; per ridare speranza e futuro alle persone fornendo loro quella rete di protezione di base senza la quale la libertà degli individui non può esprimersi veramente e resta solo una finzione, per una cittadinanza forse de jure ma certo non de facto.

Occorre allora rimettere la società e la società civile in primo piano, recuperare valori cancellati da trent’anni di neoliberismo, valori come socialità, aiuto, cura. E progetto, speranza, futuro. E anche utopia. Valori che i tecnici al governo non comprendono e non possono praticare perché non sono i valori della tecnica. Occorre smontare l’ipocrisia di chi prima fa la riforma del lavoro e delle pensioni e poi, oggi, si accorge che c’è un calo della domanda e che le imprese non assumono. Serve dire che agenda digitale, sviluppo delle start-up innovative, grandi opere con capitali privati e investimenti dall’estero sono solo pannicelli caldi. Ci vuole ben altro. Ben altro anche rispetto al fondo salva-stati europeo. E ben altro rispetto alle false retoriche europeiste di Merkel, Barroso, Draghi e Monti.

E allora: più Europa (dal basso) e non meno; più cittadinanza attiva a livello europeo e non meno. Più conflitto sociale europeo, più conflitto di modelli di società. E soprattutto, una società civile europea che rivendichi il ruolo che le appartiene. Che crei una sorta di Costituente della società civile (intellettuali, movimenti, indignati di ogni tipo, veri sindacati, movimenti studenteschi ecologisti, antipensierounico, neokeynesiani, neobeveridgiani, neonewdealisti, alternativsti e liberali-radicali). In rete non accontentandosi di essere in rete, ma con un progetto politico vero e non solo virtuale, da costruire insieme. Passando dalla protesta alla proposta.

Se il nichilismo dei mercati e dei ‘tecnici’ è ovunque in Europa, se è la ‘norma’ di vita che ci viene imposta, allora (e ovunque in Europa) serve produrre una ‘contro-condotta’ in nome della democrazia e della cittadinanza europea e soprattutto servono politiche economiche altre e diverse (perché non si possono uccidere così le società). Serve ricostruire una contro-egemonia rispetto al mercato e ai banchieri/tecnici, serve una gramsciana ‘guerra di posizione’ contro l’egemonia neoliberista (o, detto altrimenti, contro il biopotere neoliberista), per conquistare le casematte ben protette, elitarie, a-democratiche e apparentemente inespugnabili dell’Europa dei tecnici, dei burocrati, degli uomini grigi, degli uomini senza qualità. Serve spezzare il ‘loro’ nichilismo economico e tecnico offrendo un ‘nostro’ (di cittadini, di europei) anti-nichilismo politico, fatto di idealità e di progettualità per una polis europea che riparta dall’idea di dover avere una agorà diversa e altra dai mercati, dalle borse, dalla Bce e da quei mass-media che ci fanno credere che a questa politica (anti)europea, regressiva/recessiva, nichilista, da guerra civile (economica) non ci sarebbero alternative.
Ci sono. Bisogna però rimettere al potere l’immaginazione. E il colore contro il grigio dell’economia.


Il cattivo esempio di Hugo Chávez



L’immagine che non troverete commentare sui nostri media è quella di Hugo Chávez, del dittatore trinariciuto Hugo Chávez, accompagnato al seggio dal premio Nobel per la Pace guatemalteco Rigoberta Menchú e da Piedad Córdoba, che da noi è meno conosciuta ma che è un gigante della difesa dei diritti umani violati nella vicina Colombia. È una scelta simbolica e sono figure talmente cristalline e inattaccabili, quelle di Rigoberta e Piedad, che il fiele antichavista, che si sparge a piene mani in queste ore per sminuire l’importanza della vittoria del presidente venezuelano nelle presidenziali di ieri, semplicemente le ignora. Rigoberta Menchú e Piedad Córdoba che sostengono Chávez sono ingombranti per chi si dedica da anni a costruire l’immagine falsa di un violatore di diritti umani e quindi vanno cancellate. Sono donne latinoamericane, indigena una, nera l’altra. Sono state vittime e hanno combattuto il terrorismo di stato, sanno cosa sia il neoliberismo, sanno cosa sono le violazioni dei diritti umani e mai le avallerebbero, conoscono la storia del Continente e proprio per questo stanno con Hugo Chávez.
Mille commenti oggi si affannano a ragionare di percentuali e di erosione del consenso o mettono un cinico accento sulla salute del presidente che non avrebbe molto davanti. Eppure fino a ieri altrettanti commenti davano per sicura la sconfitta e sicuri i brogli (delle due l’una!), nonostante chiunque abbia toccato con mano, per esempio l’ex presidente statunitense Jimmy Carter, abbia definito esemplari le elezioni nel paese caraibico. Addirittura Mario Vargas Llosa dava così certa la vittoria di Capriles da prevedere l’assassinio di questo da parte del negraccio dell’Orinoco. Calunnie sfacciate. Ventiquattro ore dopo gli stessi editorialisti commentano il 55% di Chávez come una sconfitta del vincitore. Pace. Chi conosce la politica venezuelana sa come esistano geometrie variabili e storie di continue entrate e uscite sia da destra che da sinistra nell’appoggio al presidente che, fino a prova contraria -ne erano tutti sicurissimi- doveva essere bell’e morto di cancro per le elezioni di oggi. Invece non solo Chávez è vivo, e ne andrebbe elogiato il coraggio di fronte alla malattia, ma si è confermato presidente del Venezuela.
Chávez ha vinto, che vi piaccia o no, sia per quello che ha fatto che per quello che rappresenta. Chávez ha vinto perché per la prima volta ha investito la ricchezza del petrolio in beneficio delle classi popolari che in questi anni hanno visto migliorato ogni aspetto della loro vita (salute, educazione, casa, trasporti). Non c’è nulla di rivoluzionario in questo, nonostante la retorica usata spesso a piene mani: “è il riformismo, stupido” direbbe Bill Clinton. È quanto rappresenta, invece, che fa essere Chávez rivoluzionario: conquistare pane e salute non è una conseguenza di un’economia affluente nella quale chi sta sopra può permettersi di essere così magnanimo da lasciare qualche avanzo. È un diritto fondamentale che va conquistato con la continuazione delle due battaglie storiche per la giustizia sociale e la dignità: la lotta di classe, nella quale il merito di Chávez è portare sulle spalle il peso del conflitto e quella anticoloniale, nella quale l’integrazione del Continente è un passaggio chiave.
In questo contesto la prima e più importante lezione del voto di ieri è che i venezuelani, e con loro buona parte del continente latinoamericano, non vogliono, ri-fiu-ta-no, la restaurazione liberale, la restaurazione dell’imperio del Fondo Monetario Internazionale, la restaurazione di un modello nel quale sono condannati a essere per l’eternità figli di un dio minore, mantenuti in una condizione di dipendenza semicoloniale dove le decisioni fondamentali sulla loro vita sono prese altrove. C’è un dato che a mio modo di vedere rappresenta ciò: in epoca chavista il Venezuela ha moltiplicato gli investimenti in ricerca scientifica di 23 volte (2.300%). Soldi buttati, si affrettano a dire i critici. Soldi investiti in un futuro nel quale i venezuelani non saranno inferiori a nessuno. I latinoamericani ragionano con la loro testa, hanno vissuto per decenni sulla loro pelle il modello economico che la Troika sta imponendo al sud dell’Europa e non vogliono che quell’incubo d’ingiustizia, fame, repressione e diritti negati ritorni. Il patto sociale in Venezuela non è stato rotto da Chávez ma fu rotto nell’89 quando Carlos Andrés Pérez (vicepresidente in carica dell’Internazionale Socialista) con il caracazo fece massacrare migliaia di persone per imporre i voleri dell’FMI.
Ancora oggi alcuni commenti irriducibilmente antichavisti (la summa per disinformazione è quello di Gianni Riotta su La Stampa di Torino) rappresentano il candidato delle destre sconfitto come un seguace del presidente latinoamericano Lula. Divide et impera. Erano i velinari di George Bush ad aver deciso di rappresentare l’America latina spaccata in due tra governi di sinistra responsabili e governi di sinistra irresponsabili. È straordinario come i Minculpop continuino a far girare ancora le stesse veline: l’immagine di Capriles progressista e vicino a Lula è stata costruita a tavolino dai grandi gruppi mediatici, a partire da quello spagnolo Prisa. Il curioso è che Lula rispose immediatamente “a brutto muso” di non tirarlo in ballo, perché lui con Capriles non ha nulla a che vedere e appoggia con tutto se stesso l’amico e compagno Hugo Chávez. Non importa: loro, i Riotta, facendo finta di niente, continuano imperterriti a definire Capriles come il Lula venezuelano. Allo stesso modo continuano a ripetere la balla sulla mancanza di libertà d’espressione in un paese dove ancora l’80% dei giornali fa capo all’opposizione. È un’invenzione, ma la disparità mediatica è tale che è impossibile farsi ascoltare in un contesto mediatico monopolistico. Non siamo ingenui: nella demonizzazione di Chávez c’è ben altro che l’analisi degli eventi di un continente lontano. C’è lo schierare un cordone sanitario alla benché minima possibilità che anche in Europa si possa ragionare su alternative all’imperio della Troika. Lo abbiamo visto con il trattamento riservato ad Aleksis Tsipras in Grecia e a Jean-Luc Mélenchon in Francia: non è permesso sgarrare.
Soffermarci su tale dettaglio ci svela una realtà fondamentale difficilmente comprensibile dall’Europa: è talmente impresentabile il neoliberismo che in America latina è oggi necessario nasconderlo sotto il tappeto e spacciare anche i candidati di destra come progressisti. Aveva un che di paradossale ascoltare in campagna elettorale Capriles giurare amore eterno agli indispensabili medici cubani elogiandone il ruolo storico. Come già il suo predecessore Rosales, sapeva che senza medici non ci sarebbe pace in un Venezuela che oggi conosce i propri diritti e non è disposto a rinunciarvi, altro merito storico di Chávez. I Riotta di turno tergiversavano non solo sul riconoscimento dei meriti storici di Cuba nella solidarietà internazionale (o la riducono ad un mero scambio economico, salute per petrolio) ma negano anche l’informazione che era quello stesso Capriles, giovane dirigente politico dell’estrema destra venezuelana, che l’11 aprile 2002 diede l’assalto all’ambasciata cubana durante l’effimero golpe del quale fu complice. Che vittoria per i cubani se quello stesso Capriles fosse davvero stato sincero nel riconoscerne i meriti!
Questo è il segno del trionfo di Chávez: nelle classi medie e popolari venezuelane vige oggi un discorso contro-egemonico a quello liberale dell’imperio dell’economia sulla politica, della falsa retorica liberale per la quale tutti i diritti vanno garantiti a tutti ma a patto che siano messi su di uno scaffale ben in alto perché solo chi ci arriva con le proprie forze possa goderne. In Venezuela, in America latina, stanno spazzando via tutte le balle che racconta da decenni il Giavazzi di turno sul liberismo che sarebbe di sinistra. Chi lo ha provato, e nessuno come i latinoamericani lo ha provato davvero, sa bene di cosa si parla e non ci casca più. È un discorso quindi, quello chavista, che riporta in auge l’incancellabile ruolo della lotta di classe nella storia, la chiarezza della necessità della lotta anticoloniale, perché i “dannati della terra” continuano ad esistere e a risiedere nel Sud del mondo e non bastano 10 o 15 anni di governo popolare per sanare i guasti di 500 anni.
Eppure il Riotta di turno liquida ancora oggi come “inutili” i programmi sociali chavisti. Che ignoranza, malafede e disprezzo per il male di vivere di chi non ha avuto la sua fortuna. Milioni di venezuelani, che avevano come principale preoccupazione della vita l’alimentazione del giorno per giorno, la salute spiccia (banali cure per un mal di pancia, operazioni alla cateratta del nonno) che la privatizzazione della stessa nega a chi non può permettersela, l’educazione dei figli, la casa, passando da baracche a dignitose case popolari, oggi godono di un sistema sanitario pubblico che ha visto decuplicare i medici in servizio, di un sistema educativo pubblico che ha visto quintuplicare i maestri, di un sistema alimentare pubblico che permette a molti di mettere insieme il pranzo con la cena. “Inutili”, dice Riotta, con una volgarità razzista degna delle brioche di Maria Antonietta. Oggi queste persone, escluse fino a ieri, possono spingere il loro tetto di cristallo più in alto, respirare di più, desiderare di più, magari perfino leggere inefficienze e difetti del processo e avere preoccupazioni, quali la sicurezza, più simili alle classi medie che a quelle del sottoproletariato nel quale erano stati sommersi durante la IV Repubblica. Questo i Riotta non possono spiegarlo: è così inefficiente il chavismo che ha dimezzato i poveri che nella IV Repubblica erano arrivati al 70%.
Rispetto al nostro cammino già segnato, il fiscal compact, l’agenda Monti, il patto di stabilità, dogmi di fede che umiliano le democrazie europee, Chávez in questi anni ha cento volte errato perché cento volte ha fatto, provato, modificato ricette, ben riposto e mal riposto fiducia nelle persone e nei dirigenti in un paese terribilmente difficile come il Venezuela. È il caos creativo di un mondo, quello venezuelano e latinoamericano, che si è messo in moto in cerca della sua strada. Hanno chiamato questa strada socialismo, proprio per sfidare il pensiero unico che quel termine demonizzava. Anche se il cammino è tortuoso e ripido, è la più nobile delle vette.

sabato 6 ottobre 2012

Gli studenti dopo le botte dei celerini: “Non ci fermeremo”

Che ci è successo? Sembriamo una massa di lobotomizzati,  zombies che vagano senza speranza. Il ricatto del "non ci sono più soldi" che implicitamente significa "si salvi chi può", ha prodotto in noi il distacco emotivo di un mangiatore di loto. Certe cose non sono viste più come ingiustizie, ma come accadimenti neutrali, fotogrammi di una realtà  percepita con indifferenza. come se tutto fosse già scritto, come se l'unica cosa importante fosse salvaguardare il nostro piccolo universo personale. E' solo quello? Non so darmi una spiegazione soddisfacente, se non quella  che tutto ciò che accade sia solo il frutto di una specificità italiana: il frutto malato di una storia che ha gravemente danneggiato la nostra capacità umana di indignarci e di odiare l'oppressore e il corrotto. Parafrasando quel tale, forse è vero che non è tanto l'oppresore o il corrotto "in sé" il problema, ma l'oppressore e il corrotto "in me". Per questo solo menti ancora non totalemnte corrotte possono concepire lo scendere in piazza incazzate e con una speranza nel cuore. O forse stanno solo giocando.(F.C.)

da contropiano

Cariche violente, ragazzini picchiati e trascinati per terra, teste spaccate. Ma le botte ai ragazzini del governo tecnico non fermano la protesta degli studenti. Che si spera abbiano presto al loro fianco anche gli adulti...


Ieri nelle piazze di Roma e Torino in particolare, ed in parte di Milano, abbiamo rivisto le stesse scene di Genova del 2001. Ragazzine menate da poliziotti alti due metri e difesi da inattaccabili armature. Ragazzini trascinati per terra per metri, umiliati, offesi, trattati come criminali. Scene che stanno destando una enorme indignazione in Italia e oltreconfine, e che dovrebbero far riflettere sulla natura di un apparato di sicurezza sempre più violento. Il governo tecnico picchia duro, come e più dei governi di destra. Perché sa di essere al riparo da eventuali rappresaglie elettorali da parte di chi non perdona di veder tornare a casa i propri figli col naso rotto e la testa spaccata. E perché ha l’appoggio incondizionato di quel PD che continua a rappresentare un tappo, un freno quanto mai efficace alle mobilitazioni popolari contro le misure suicide –e genocide, economicamente e socialmente parlando – della troika.


Gli studenti ieri hanno dato una dimostrazione di forza non scontata in un paese in cui le piazze degli ‘adulti’ rimangono vuote. E lo hanno fatto con una piattaforma chiara, netta, azzeccata: no ai tagli, no al governo Monti e ai suoi tecnici, no alla cosiddetta austerità targata Ue. E anche le reazioni alle botte di ieri sono apprezzabili. Di seguito i comunicati degli studenti romani e di quelli torinesi.



Oggi 5.10.12 la città di Roma è stata invasa dagli studenti dell’Assemblea Cittadina dei licei romani. Questa data è nata dall’assemblea in Val di Susa, convocata dalla rete nazionale studaut, dove gli studenti di tutta l’Italia hanno sentito l’esigenza di scendere in piazza, per esprimere un’opposizione sociale reale al governo Monti e alle politiche di austerity che stanno sempre più strette a tutta la cittadinanza. Le istituzioni sottolineano continuamente la mancanza di fondi per l’istruzione mentre lo stato spende 500 milioni per cacciabombardieri e 2 cm di Tav corrispondono a una borsa di studio universitaria, legittimando queste scelte come tecniche e non politiche. In un quadro di drammatica trasformazione politica, la scuola rimane ancora una volta un luogo di costruzione e progettazione, opposizione e conflitto. Gli studenti infatti contrastano le politiche di questo sistema scolastico e se ne riappropriano dall’interno vivendo le proprie scuole e creando dal basso controcultura attraverso cineforum, mercatini di libri a prezzi popolari, ecc… per dare una risposta concreta alla crisi, producendo momenti di riflessione e conflitto. Queste iniziative si oppongono al progetto di scuola-azienda che questo governo, come il precendente, vuole realizzare attraverso il DDL Aprea e i test Invalsi, che mirano esclusivamente ad un appiattimento culturale generale e alla costruzione di una scuola che premi il merito e ignori i problemi. Il tentativo della questura di Roma, oggi, è stato quello di impedire che gli studenti raggiungessero il centro storico per manifestare la loro rabbia davanti ai palazzi del potere, opponendosi fisicamente, con uno sproporzionato impiego delle forze “dell’ordine”, al regolare svolgimento del corteo. Nonostante ciò, gli studenti non si sono arresi e fino all’ultimo hanno portato in piazza la loro determinazione. I manifestanti infatti, estenuati da una pessima gestione della piazza da parte della questura, che aveva il palese intento di emarginare e minimizzare la protesta, hanno tentato di riappropriarsi ancora una volta delle proprie strade. Nei pressi di Porta Portese, i soggetti che giorno dopo giorno militarizzano la nostra città hanno risposto all’iniziativa degli studenti non con semplici cariche di alleggerimento, inadeguate soprattutto contro un corteo costituito prevalentemente da minorenni, ma peggio, con una vera e propria esplosione di violenza verso gli studenti, minacciando, picchiando, manganellando, arrivando addirittura ad arrestare un quindicenne estraneo ai fatti, trascinandolo per terra. Dopo lo scontro e dopo essersi assicurati dell’imminente rilascio del ragazzo, il corteo non si è comunque arrestato ed ha ripreso il percorso fino a Piramide, dove al momento dello scioglimento ha pubblicamente denunciato la gravità dei fatti avvenuti in precedenza. Gli studenti oggi non si sono fatti intimorire dalla gestione tirannica, del sindaco Alemanno, della città, ma anzi hanno avuto la dimostrazione del fatto che l’unica risposta che il governo e le istituzioni sanno dare è di tipo poliziesco e militare.

LA VOSTRA REPRESSIONE NON FERMERA’ LA NOSTRA VOGLIA DI LOTTARE, QUESTO NON E’ CHE L’INIZIO

Studenti Medi in Mobilitazione – Roma



 
Oggi, 5 Ottobre 2012, gli studenti e le studentesse torinesi e valsusini sono scesi in piazza, come in molte altre città italiane, per manifestare il proprio dissenso e la propria rabbia nei confronti della situazione politica attuale. Il nodo principale della giornata è stato quello di smascherare, di indicare in maniera chiara, i responsabili delle politiche che stanno riducendo il paese in ginocchio. Non solo parlare del governo tecnico, che di fatto è il governo che si è assunto il compito di portare avanti quelle politiche di austerity tanto richieste dall’Europa e dai mercati, ma anche colpire chi a livello locale gestisce e continua a trarre profitto dalla condizione di crisi in cui la classe politica e finanziaria ci ha portato.

La città di Torino è infatti una delle più indebitate d’Italia, ha vissuto l’illusione delle Olimpiadi e una gestione totalmente asservita alle richieste di Intesa San Paolo, e i cittadini stanno pagando i prezzi di queste scelte. Fassino si è reso protagonista di uno smantellamento sistematico dei servizi pubblici (dagli operatori sociali, agli asili nido…), di una gestione che fa ricadere il costo della crisi sempre sugli stessi soggetti sociali: studenti, lavoratori, disoccupati, famiglie…

Ma se da un lato vediamo servizi e beni essenziali tagliati, il continuo aumento delle tasse scolastiche, degli abbonamenti GTT, dei libri, dall’altro ogni giorno assistiamo a politici di ogni colore che si appropriano indisturbatamente dei nostri soldi, attraverso strumenti di ogni tipo: appalti truccati, rimborsi gonfiati, bonifici e assegni…

Proprio per andare a chiedere conto in maniera diretta ai responsabili di queste vere e proprie rapine ai danni della popolazione questa mattina gli studenti hanno deciso di deviare da via Pietro Micca su via XX Settembre, per dirigersi verso la sede della regione di palazzo Lascaris. La risposta della questura è stata però immediatamente dura e provocativa. Il corteo è stato bloccato, e dopo alcuni minuti, in seguito alla determinazione degli studenti e il rifiuto di tornare indietro, la polizia ha caricato quest'ultimi per decine di metri, causando diversi feriti e fermando una quindicina di medi, due dei quali tutt’ora in stato di fermo. Gli studenti si sono poi ricompattati lungo via Garibaldi, per dirigersi sotto il comune, chiedendo la liberazione dei ragazzi fermati, e per poi continuare il corteo lungo le vie del centro. Il corteo si è sciolto davanti a Palazzo Nuovo, dove sono stati dati alle fiame i manichini raffiguranti alcune delle facce dei politici contestati: Monti, Profumo, Fornero, Fassino Cota.

Vi invitiamo tutti all'appuntamento di mercoledì prossimo alle ore 17 a Palazzo Nuovo per organizzare le prossime iniziative.

giovedì 4 ottobre 2012

Chavez o barbarie

La grave colpa di Chavez è quella di essere un "negro". Nulla mi toglie dalla testa che, propaganda a parte, se fosse stato un tizio biologicamente più compatibile e maggiormente empatico per la sensibilità  occidentale, avrebbe avuto un trattamento migliore. I media si ostinano a definirlo un dittatore o un caudillo, malgrado continui ad essere regolarmente eletto con libere elezioni e malgrado che le libertà democratich in Venezuela  siano garantite a tutti. Paradossalmente, vista la concentrazione dei media in mani non certo imparziali, il problema delle democrazia riguarda più l'opposizione di Chavez. Spero vivamente che vinca di nuovo(F.C.)

Fulvio Grimaldi  da Informare per Resistere

 

Nella nostra condizione di schiavi coloniali non riuscivamo a vedere che la “Civiltà Occidentale” nasconde dietro alla sua scintillante facciata una muta di jene e sciacalli. E’ l’unico termine da applicare a chi si aggira per realizzare “compiti umanitari”. Una belva carnivora che si nutre di genti disarmate. Ecco cosa fa all’umanità l’imperialismo. (Che Guevara, all’Assemblea Generale dell’ONU, 1964)

Per quante critiche possano essere la situazione e le circostanze in cui vi trovate, non disperate; è proprio nelle occasioni in cui c’è tutto da temere che non bisogna temere niente; è quando siamo circondati da pericoli di ogni tipo che non dobbiamo averne paura; è quando siamo senza risorse che dobbiamo contare su tutte; è quando siamo sorpresi che dobbiamo sorprendere il nemico. (Sun Tzu, L’arte della guerra)

Ci siamo seduti dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati. (Bertold Brecht)
Fra poche ore, con le elezioni presidenziali in Venezuela, dove Hugo Chavez si candida al terzo mandato, scocca un’ora decisiva per l’intero continente e, come succede col sasso gettato in acqua, l’increspatura delle onde arriverà ai lidi più lontani. In che contesto si inserisce questo avvenimento epocale? Scendiamo per l’America Latina, dall’alto in basso. Con l’eccezione del Nicaragua dei sandinisti (che ieri ha annunciato di aver creato più posti di lavoro a tempo indeterminato di tutto il Mesoamerica), dal Rio Bravo al confine colombiano, imperversa la militarizzazione neoliberista e narcotrafficante imposta dagli Usa con colpi di Stato, elezioni truccate, finti socialdemocratici ed effettivi fantocci. Il Messico di Neto, ladro delle vittoria di Lopez Obrador, insanguinato dall’incessante carneficina di cartelli e militari, entrambi controllati dagli “specialisti” Usa, e l’Honduras della decimazione degli oppositori al post-golpista Lobo e dei contadini nelle aree sequestrate dai latifondisti delle monoculture, sono i modelli di una riconquista strisciante del “cortile di casa” yankee. Con quelle basi militari che Zelaya, presidente liberal honduregno rovesciato dal golpe di Obama, voleva chiudere, l’intervento diretto di militari Usa contro i settori sociali in lotta (Misquitos), la DEA nuovamente regolatrice dei percorsi ed equilibri del narcotraffico, il corridoio, che deve assicurare il transito della droga dalla Colombia al famelico mercato Usa e alle sue banche, è stato consolidato e blindato.

Il Centroamerica normalizzato, mannaia sul Venezuela
La regione tra Caraibi e Pacifico torna ai nefasti Usa degli anni ’70-’80, quando marines, squadroni della morte e gorilla locali la chiusero in una morsa che costò centinaia di migliaia di vittime civili. Strumenti aggiornati sono, oltre a quelli praticati allora, i cartelli della droga e la bande criminali giovanili, pandillas, frutto dell’emarginazione e della fame, e una militarizzazione gestita da specialisti Usa, finalizzata a reprimere ogni accenno di protesta sociale. Tra Guatemala, Salvador e Honduras, triangolo Nord della fascia centrale, gli indici di violenza sono i più alti del mondo e l’Honduras, tornato amerikano, ha ora superato il Messico come numero di omicidi, anche di giornalisti. A che tutto si svolga secondo i piani sinergici Pentagono-Cia-DEA , ai termini dei nuovi trattati di sottomissione conclusi tra Usa e questi paesi (“Associazione di Sicurezza Civile dell’America Centrale” e “Iniziativa Rergionale di Sicurezza per l’America Centrale”, creature di Obama che estendono i precedenti Plan Colombia e Plan Merida) ci pensano le forniture militari, quadruplicate rispetto a dieci anni fa, l’incremento degli effettivi militari nel ruolo di poliziotti, la militarizzazione della polizia, la corruzione colossale di tutti i gangli dello Stato, così resi ricattabili, e, last but not least, l’ultimo ritrovato delle guerre e repressioni imperiali, i droni, Già volteggiano su tutto il Centroamerica, come su Afghanistan, Pakistan, Yemen, Somalia, gli stessi Usa, capaci di tutto vedere e di tutto colpire, secondo le liste di assassinandi “su sospetto” compilate da Obama.




Il Cono Sur stacca gli ormeggi dalla nave ammiraglia
La Colombia, costellata di 7 basi nordamericane, ha sostituito al brutale narcofascista Uribe il “moderato” Santos, arresosi alla forza di un movimento di massa , la Marcha Patriotica, che ha imposto il negoziato tra regime e l’invincibile guerriglia delle FARC, ma mantiene il ruolo di eventuale strumento bellico contro il Venezuela. Con l’eccezione dell’Ecuador di Correa, la costa del Pacifico che va dalla Colombia attraverso il Perù fino al Cile, è in mano a vassalli mascherati (Ollanta Humala), o dichiarati (Sebastian Pinera), che si vedono però affrontati da indomabili movimenti di contestazione, di studenti e masse popolari in Cile e di comunità indigene e campesine nel Perù. Paraguay e Uruguay sono finiti sotto le grinfie Usa, il primo con il colpo di Stato che ha defenestrato Fernando Lugo, il secondo condotto dall’ex-tupamaro Mujica dalla speranza del riscatto, dopo decenni di dittatura, alla desolazione del rientro negli schemi repressivi del neoliberismo.
Brasile e Argentina hanno in comune la difesa della sovranità e dell’autonoma politica estera dalle incursioni Usa e UE, il primo con aspirazioni subimperialiste e dominio del mercato e la seconda impegnata con Cristina Kirchner in un difficile, ma progressivo spostamento verso un’autentica socialdemocrazia. Le varie alleanze di carattere politico-economico, Mercosur, Unasur, Alba, Celac, hanno però tutte un segno di integrazione continentale, indipendenza economica, riscatto sociale e rifiuto delle interferenze esterne al continente, al punto che perfino regimi di destra, succubi degli Usa nei trattati di libero scambio, come il Cile e la Colombia, non hanno potuto che schierarsi con il resto del continente contro il golpe in Paraguay. Con l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), che in passato determinava esiti di conflitti favorevoli agli Usa, fortemente indebolita da questi organismi interstatuali da cui Washington è esclusa, l’egemonia imperialista sull’America Latina è ridotta ai brandelli delle roccaforti militari sparse sul continente e delle operazioni di destabilizzazione affidate a movimenti separatisti, spesso indigeni con la copertura di più o meno fondati integralismi ecologici. Questi, finalizzati anche a suscitare nelle sinistre mondiali critiche e opposizione ai paesi della svolta progressista o radicale.
Il motore dei cambiamenti verificatisi in America Latina dagli ultimi fuochi neoliberisti del Novecento, con l’argentinazo del 2001, i movimenti insurrezionali trionfanti in Bolivia ed Ecuador con successive vittorie elettorali delle sinistre antimperialiste in questi paesi, come in Nicaragua e Venezuela, è fuor di ogni dubbio la rivoluzione bolivariana di Hugo Chavez. Il miglioramento delle condizioni di vita di popolazioni storicamente emarginate e oppresse, il ricupero della dignità nazionale, la spinta all’integrazione di popoli uniti da lingua, cultura, storia di lotte anticoloniali, nel solco di Martì e Bolivar, il potenziamento economico e diplomatico derivato da una configurazione planetaria che al dominio degli Usa ha sostituito la collaborazione con grandi aree strategiche (Iran, Cina, Russia, Africa, India), la grande attenzione all’ambiente, sono tutte medaglie che, per primo, si può fissare al petto l’ex-capitano dei parà che, attraverso le più democratiche delle elezioni, confortate dalla mobilitazione popolare contro ogni reazione, ha dimostrato la possibilità del cammino verso il “Socialismo del XXI Secolo”. Sono questi antecedenti a fare delle elezioni del 7 ottobre la pietra filosofale che trasforma il piombo della dipendenza e del sottosviluppo in oro rivoluzionario per tutto il continente.
 
 
Rivoluzione bolivariana
Una sconfitta di Chavez rischia di implicare, venendo a mancare il protagonista e l’ispirazione ideologica della spinta al cambiamento, l’arretramento generale per l’intera regione. La sua vittoria, resa prevedibile da un vantaggio sull’avversario Capriles, che da sempre si aggira intorno ai venti punti, comporta il rafforzamento del blocco più o meno antiliberista, ma uniformemente antimperialista e la messa all’angolo dei rigurgiti reazionari e collaborazionisti. L’effetto emozionale, psicologico, oltrechè economico e politico, dell’ennesima vittoria di Chavez, su noi sprofondati nella crisi costruita per derubarci e annichilirci, sui popoli in resistenza, con conferma e accelerazione dell’alternativa latinoamericana al necrocapitalismo neoliberista, antidemocratico e guerrafondaio, sarà incalcolabile. L’Impero e i suoi regimi sguatteri hanno ben presente l’effetto contagio sull’oceano dei deprivati del fenomenale riscatto delle masse popolari realizzato in Venezuela con le varie missioni sociali (casa, salute, istruzione, indigeni, donne, lavoro) e la riorganizzazione dello Stato dal basso, con le nazionalizzazioni strategiche, con i consigli comunitari sul territorio e i consigli operai nelle fabbriche, dotati di poteri d’intervento e decisione. La povertà ridotta del 40%, un’istruzione capillare, con le decine di nuove università pubbliche gratuite, che, insieme ai movimenti di base a sostegno e sollecitazione del chavismo, ha elevato a livello generale la coscientizzazione politica della popolazione, la sovranità alimentare perseguita con i km zero e l’intervento statale su produzione e distribuzione che ha tagliato le unghie ai supermercati oligarchici e multinazionali, sono modelli a cui guardano milioni di latinoamericani privati di giustizia sociale, emancipazione politica e culturale.
Ho ancora luminoso il ricordo di quel Mercal di tutti i Mercal locali, che si svolge ogni mese, immenso, in Avenida Bolivar di Caracas, dove folle di famiglie, anziani, donne, acquistano tutto a prezzi ridotti della metà, godono di visite oculistiche e mediche gratis, si suona, si canta, si balla,in quell’allegria che viene evocata in ogni discorso del Comandante. La spesa pubblica per investimenti del welfare rappresenta il 61% di tutti gli introiti dal 1999 al 2011. Prima era del 36%. I dati ONU confermano che il Venezuela è oggi il paese latinoamericano con meno diseguaglianze. Particolare rimbombo non può non aver suscitato la nuove legge “antiforneriana” del lavoro, con la riduzione dell’orario da 44 a 40 ore, un aumento dei salari che è il più alto del continente e il rifiuto dei licenziamenti  a discrezione del datore di lavoro.


Un berlusconide di ritorno
Contro Chavez e la rivoluzione bolivariana, che ancora si muove nell’ambito dell’economia mista mercato-socialismo, ma nelle parole del presidente punta a un’accelerazione verso la fine del capitalismo, si è candidato alla presidenza Henrique Capriles Radonski, figlio di madre ebrea polacca e di padre ebreo sefardita (la comunità ebraica venezuelana è stata coinvolta ripetutamente, e fin dal tempo della serrata padronale post-golpe del 2001-2, in manovre di destabilizzazione. Si tratta del miliardario (in dollari) rampollo della più reazionaria componente dell’oligarchia golpista, già governatore dello Stato di Miranda, deputato e sindaco, protagonista del golpe che inaugurò una dittatura di 48 ore, privatizzatore accanito, fautore del ritorno della PDVSA, l’ente petrolifero di Stato, alle condizioni pre-Chavez di terra di razzìa dell’oligarchia e di controllo delle corporations Usa. Foraggiato da fondi Usa, sostenuto da una pletora di Ong teleguidate da organismi cripto-Cia, come NED, USAID, Freedom House, Amnesty, per la penetrazione dal basso, garante dichiarato dell’accordo capestro di libero scambio (ALCA) con gli Usa, collegato a fazioni fasciste come Tradicion, Familia y Propiedad, a guida del partito di estrema destra Primero Justicia, ora confluito nella coalizione antichavista MUD (Mesa de La Unidad Democratica), Capriles non pare avere la credibilità necessaria a sovvertire il pronostico che favorisce il vincitore di ben 14 successive elezioni. Il suo tentativo di mascherarsi da difensore degli interessi popolari con la promessa di mantenere e “migliorare” le misiones sociali, è ridicolizzato dal proposito di riprivatizzare la PDVSA, principale finanziatrice di tali misiones, in virtù del fatto che il Venezuela è il quarto produttore mondiale di idrocarburi e il detentore dei suoi giacimenti più cospicui.
 
 
La triade della reazione
Hugo Chavez viene attaccato da tre lati. Uno, del tutto irrazionale e irrilevante, popolare tra residui trotzkisti, è quello del massimalismo presunto marxista che gli imputa di non aver subito liquidato ogni proprietà privata, di essere affetto da caudillismo, di offrire un ulteriore alito di vita al capitalismo in crisi mortale. L’altro denuncia, con qualche fondamento, la formazione di una cosiddetta “boliburguesia”, con riferimento al consolidarsi di un ceto dirigente burocratico che mirerebbe essenzialmente alla conservazione dello status privilegiato acquisito all’ombra della ”rivoluzione”. Un fenomeno che conosciamo, in proporzioni sicuramente più gravi, in tutte le esperienze di “socialismo realizzato”, con particolare evidenza recente nella Cuba delle riforme di mercato. Qui il compito dell’alternativa bolivariana non poteva facilmente essere completato nei pur fattivi 13 anni del governo chavista. Si trattava di rivoltare come un calzino un paese le cui strutture erano corrose fino al midollo da una classe dirigente ladra, inetta e corrotta, prona a ogni diktat statunitense. Ci sarà pure un nuovo ceto medio “bolivariano” che ha avuto modo di inserirsi nei gangli dello Stato, ma non pare questa l’insidia maggiore. Piuttosto, con la lenta e faticosa formazione di nuovi quadri dirigenti rivoluzionari corre parallela anche la necessità di completare la bonifica di apparati, come il giudiziario e la polizia, intrisi di revanscismo  e sostenuti occultamente dai nemici interni ed esterni di Chavez. Il tridente d’attacco è completato dalle mene di Cia e Mossad, alimentatrici del grave problema di una sicurezza urbana compromessa dalla criminalità di strada e che tirano le fila delle costanti infiltrazioni terroristiche di paramilitari colombiani.
 

Vignetta del quotidiano padronale “El Universal”
Nessuna di queste armi controrivoluzionarie pare oggi in grado di sovvertire il pronostico elettorale e di destabilizzare in profondità l’assetto di Stato e società. Numerosi segnali, addirittura confortati da minacce di spericolati rappresentanti diplomatici Usa, indicano che nel Nord dell’emisfero ci si sia rassegnati alla stanca ripetizione di quanto tentato in precedenti elezioni, in particolare nel 2004, in occasione del referendum per la revoca del mandato di Chavez chiesto dall’oligarchia. Lo schemino è quello, alquanto logoro e screditato, messo in atto anche in Russia contro Putin e in Iran contro Ahmadi Nejad: vittorie eclatanti dei candidati sgraditi negate dall’accusa di brogli mosse dalle cancellerie occidentali, dai loro mercenari mediatici e da piazze incendiate per la bisogna. Grottesco, se si pensa alla limpidezza di elezioni condotte e risolte sotto il cappello a stelle e strisce, dal Messico all’Iraq, dall’Afghanistan all’Honduras, da Haiti alla stessa metropoli di Bush Primo e Secondo.
In Venezuela, nella carenza di altri strumenti propagandabili, si deve fare di necessità virtù e si punta alla migliore delle ipotesi: una jacquerie innescata da denunce di brogli urlate dal coro mediatico, tuttora sotto controllo oligarchico (nel sistema elettorale automatizzato giudicato il più trasparente e sicuro di tutto l’emisfero), che possa portare a interventi repressivi tali da poter gridare alla dittatura e invocare interventi esterni, diretti, o per interposta Colombia (a cui parecchio costerebbe, vista la funzione di quinta colonna interna che la sua robusta guerriglia e l’impetuosa nuova opposizione politica assumerebbero, sul modello del PKK curdo e delle sinistre in Turchia a contrasto del bellicismo antisiriano di Erdogan). Intanto, secondo molti, un campanello d’allarme e una prima prova di terrorismo destabilizzante sono stati, a fine agosto, l’esplosione e l’incendio di Amuay, la più grande raffineria del paese, una delle maggiori del mondo, garanzia del controllo nazionale sul ciclo petrolifero che prima era delocalizzato nelle raffinerie Usa. 40 morti  e scatenamento dell’informazione oligarchica su presunte responsabilità della gestione statale. Insicurezza e panico, basi su cui costruire un discontento di massa, campagne di demonizzazione e interventi esterni. L’inchiesta è in corso.
 
 
Voci della rivoluzione
Juan Contreras lo incontro a Caracas nel quartiere “23 gennaio”, casamatta rivoluzionaria fin dai tempi della lotta armata contro dittatori e despoti della seconda metà del secolo scorso. Militante rivoluzionario marxista, con la solita passione latinoamericana per Gramsci, è il fondatore e leader della Coordinadora Simon Bolivar. Il suo quartiere, roccaforte proletaria da quando il dittatore Jimenez sconvolse Caracas con il modernismo straccione dell’urbanistica da massimo sfruttamento del suolo, vanta la più bella distesa di murales della capitale. Narra le vicende di una lotta che origina nell’800 della liberazione anticoloniale e prosegue fino ai temi e obiettivi di oggi. Immancabile su tante pareti Che Guevara, mentre sulla parete in fondo alla sala delle assemblee, tra le tante di lotte in giro per il mondo, pende una bandiera dei nostri Cobas.
La base fondamentale del nostro processo è il movimento popolare che ha ancora molti compiti davanti a sé”, dice Juan. “Tra quelli principali è liberarsi della vecchia struttura dello Stato, marcata dalla logica del capitale. Chavez sottolinea il problema della transizione alla maniera di Gramsci: siamo intrappolati in uno Stato che rifiuta di morire e uno Stato che rifiuta di nascere. Dobbiamo liberarci delle vecchie strutture, quelle che impediscono l’avanzata del processo guidato da Chavez. Ci sono alcuni al vertice che pensano di poter imporre una rivoluzione dall’alto, ma noi ci troviamo in una fase di passaggio e senza la forza e le idee del movimento di massa non si andrebbe avanti. Dall’8 ottobre di quest’anno, il giorno dopo le elezioni presidenziali, il nostro obiettivo deve essere di contribuire a costruire una vera democrazia, rappresentativa e, come diciamo noi, protagonica. Protagoniste le masse. Il processo dal 1998 al 2012 è stato un processo di risveglio politico, di maturazione delle coscienze, di consegna alle masse di strumenti di riscatto sociale, economico e culturale. Ora è il tempo per passare all’incasso, con il popolo che assume il suo ruolo storico di protagonista. Non viviamo in una società perfetta. Abbiamo ancora un sacco di cose da fare, ma almeno conosciamo i nostri problemi. Stiamo costruendo una nuova società fondata sul lavoro di donne e uomini che, inevitabilmente, hanno debolezze.
Sono le idee e le parole di gente come Juan Contreras, e che lui auspica continuino ad essere quelle di Chavez e della sua squadra, che hanno posto il Venezuela al centro della geografia del pianeta. Sono i fatti e i propositi che mandano i brividi per la schiena di chi conta di trasformare questa geografia, la comunità sana dei popoli e delle classi, in dittatura dell’1%. Nel deserto che stiamo attraversando noialtri, dove non c’è riflesso d’acqua ma solo luci di miraggio, siamo al punto dove la speranza è l’ultima a morire. Ma dal Venezuela, dall’America Latina, si aprono sorgenti che promettono di far fiorire i deserti. Travolgendo coloro che ci vogliono convincere che l’ultima speranza è quella di morire.
 
 

Sprechi delle Regioni: il male è l’euro, prima non era un disastro.

dal Blog di Paolo Barnard
Nell’Italia dell’euro, cioè nel Paese dove ogni singolo centesimo speso dallo Stato o dalle amministrazioni pubbliche va restituito ai mercati di capitali privati a tassi d’usura, sia la spesa pubblica che, a maggior ragione, la spesa pubblica sprecata/rubata si traducono in crescenti tasse e tagli ai servizi per i cittadini. Per forza: uno Stato come oggi è l’Italia che non può più emettere a costo zero la propria moneta e che deve invece usare una moneta di proprietà di altri (la BCE e i mercati), non ha scelta se non quella di pescare dalla nostre tasche ciò che deve restituire. Ergo: gli spreconi/ladroni alla Fiorito, oggi con l’euro, ci fanno un danno aggiuntivo enorme, oltre a essere laidi.
Questo deve farvi capire che il reale problema degli sprechi pubblici oggi non sono gli sprechi per sé, ma il fatto che tali sprechi sono denominati in una moneta straniera per l’Italia. Infatti…
Se l’Italia fosse sovrana nella moneta, ecco cosa sarebbero gli sprechi pubblici: sarebbero un intralcio alla politica di spesa, agli indirizzi di spesa, non tanto un danno all’economia nazionale. Anzi, l’economia dopo tutto finirebbe per beneficiare anche dagli sprechi.
Primo: qualsiasi massa finanziaria pubblica sottratta illecitamente e spesa, anche se spesa in auto di lusso, ristoranti, vacanze, ville, appalti poco chiari ecc., dal momento in cui è spesa alimenta consumi, lavori, aziende, professionisti, operai, e chiunque lavori nei settori dove quei soldi sono spesi. Questo di fatto alimenta l’economia, quella che dà lavoro ai camerieri dei ristoranti, ai venditori nei concessionari d’auto, agli operai che fanno le ville, ai lavoranti dei posti di vacanza, a tutto l’indotto degli appalti ecc.
Mi si obietterà a questo punto che, anche se il danno degli sprechi in una nazione a moneta sovrana non è strettamente economico, vi sono danni derivanti dal fatto che i milioni rubati/deviati dal corrotto pubblico ufficiale sono sottratti però all’asilo nido, all’ospedale, all’assistente per gli anziani, alle strade da riparare, ad altri appalti più utili ecc. No, sbagliato. Se questo accade è solo perché lo Stato a moneta sovrana non sa fare il suo mestiere. La Modern Money Theory (MMT) ci insegna che questo tipo di Stato, come io auspicherei tornasse a essere l’Italia, può sempre e illimitatamente espandere i propri bilanci per fornire denaro a quei settori essenziali, a prescindere da quanto altro denaro i Fiorito e i Lusi o i tangentari si sono pappati a sbafo. Se non lo fa, è una scelta politica, non è colpa dei Fiorito e dei corrotti. Per esempio, il governo americano ha dilatato in pochi anni i suoi bilanci di qualcosa come quasi tutto il suo PIL (14 trilioni di dollari) per tappare proprio i buchi fatti dagli spreconi e truffatori di Wall Street. Lo ha potuto fare perché ha moneta sovrana, e non è per questo fallito, ha un’inflazione microscopica, e tassi sui suoi titoli sono ai minimi storici.
Ecco che arriviamo al vero danno degli sprechi/ruberie se ancora avessimo una moneta sovrana. Il danno starebbe solo nel fatto che l’amministratore pubblico, che devia somme importanti dalla loro destinazione sancita dalle politiche e dagli indirizzi di spesa delle autorità, appunto scardina quelle politiche e quegli indirizzi. Grave, certo, ma non un disastro sociale. Tutto qui. La Regione voleva spendere 100 soldi per i servizi, e invece nelle casse ce ne sono solo 98, o 90, oppure 87, e questo inquina le buone intenzioni degli amministratori. Poi costringe le autorità (Stato) a espandere la propria spesa a deficit per sopperire ai vuoti causati dal fatto che quel denaro invece che arrivare all’asilo nido è arrivato a un ristorante o a un hotel o a un concessionario o a una ditta edile. Ok, un po’ più di deficit (non un  problema a moneta sovrana) dedicato a qualcosa di non voluto, male, ma dall’altra parte, nell’insieme di tutti i fondi sottratti e spesi, vi saranno stati più cuochi assunti, più idraulici e muratori a fare nuovi hotel o ville, più vendite di auto, più operai assunti in quel settore ecc. Infatti l’Italia della Lira sovrana, nonostante tutte le voragini della sua epica corruzione, era un Paese molto ma molto più benestante di oggi in termini relativi, ma ormai anche in termini reali. Ripeto: allora gli sprechi erano più un danno agli indirizzi sociali che al benessere sociale.
Ma se quindi un Fiorito in un’Italia a moneta sovrana dopo tutto alimenterebbe una parte dell’economia, e se le sue ruberie non sottrarrebbero nulla alla spesa sociale se rimediate dalla MMT, allora si riconferma come vero che il nostro Fiorito nell’Eurozona diviene un danno micidiale non perché ruba, ma perché c’è l’euro e non c'è la MMT. Fermo restando il peccato di etica, e la sua antipatia, per carità.  



mercoledì 3 ottobre 2012

Spagna: diritto di manifestazione a rischio


da contropiano


Il prefetto di Madrid chiede un restringimento del diritto di manifestazione. Otto coordinatori del movimento 'Rodea el Congreso' chiamati a comparire davanti all'Audiencia Nacional per 'crimini contro le istituzioni dello Stato'.
Ancora una volta è Cristina Cifuentes ad esternare senza peli sulla lingua ciò che i ministri di Rajoy dicono a mezza bocca o tacciono per convenienza. “Bisogna rimodulare il diritto di manifestazione perché la legge che lo regola, del 1983, ormai ha molti anni – ha detto ieri la Cifuentes – Andrebbe riscritta, non per ridurre i diritti, ma per razionalizzare l’uso dello spazio pubblico. Non è possibile che lo stesso giorno a Madrid ci siano dieci diverse manifestazioni. I commercianti e gli abitanti del centro sono disperati e hanno ragione”. Sembra il sindaco di Roma Alemanno ma invece è il prefetto di Madrid. Che commercianti e abitanti siano disperati è indubbio, ma non certo per i cortei e i presidi. In un paese dove i consumi sono precipitati e la disoccupazione ufficiale è al 25% non mancano certo i motivi per disperarsi.


L’esponente del Partito Popolare, con un linguaggio sibillino la cui sostanza hanno però colto tutti, propone che l’amministrazione pubblica possa modificare d’autorità gli orari, i luoghi e le forme delle manifestazioni. “La legge è molto permissiva sul diritto di manifestazione” ha chiarito il prefetto, intendendo ‘troppo permissiva’. Nelle stesse ore il grande vecchio del PP ed ex ministro degli interni di Aznar, Jaime Mayor Oreja, si è lamentato del fatto che le tv mostrino le immagini delle manifestazioni perché, ha detto, incitano i cittadini a scendere in piazza.

Paradossalmente a difendere – anche se a proprio vantaggio – il diritto a manifestare liberamente sono stati ieri i due principali sindacati di Polizia, il SUP e la CEP. I segretari delle due sigle – che ieri hanno manifestato a Madrid contro i tagli ai salari del settore pubblico, anche se senza slogan e in maniera silenziosa – hanno risposto alla Cifuentes che “non è necessario” rimodulare la legge che regola il diritto di manifestazione e le hanno ricordato che si tratta di un diritto sacro. Hanno però anche suggerito alle autorità di proibire quelle proteste che non adempiano ai requisiti previsti dalla legge. 

 

 














Del resto le autorità politiche e di polizia spagnole non si sono mai fatte problemi dalla ‘fine’ del franchismo in poi a proibire manifestazioni e ad attaccarle duramente in piazza, in quei casi in cui i cittadini non abbiano accettato divieto vissuti come ingiusti. Ma per gli spagnoli della ‘Spagna profonda’ certi discorsi e certe minacce rappresentano indubbiamente una novità, essendo stati per decenni diretti quasi esclusivamente contro le organizzazioni sociali e politiche basche, senza che l’opinione pubblica progressista del resto dello stato prendesse molto a cuore le sorti del diritto di manifestazione e di riunione nelle province ribelli del Nord. Ma ora che il problema sta diventando la repressione dell’insorgenza sociale in tutta la Spagna i progetti autoritari del PP preoccupano partiti politici, sindacati e intellettuali finora un po’ distratti.

Anche perché il Partido Popular ci va giù pesante. Domani dovranno comparire davanti all’Audiencia Nacional di Madrid – tribunale speciale ereditato dal franchismo anche se ribattezzato – alcuni dei promotori della manifestazione che lo scorso 25 settembre ha portato decine di migliaia di persone ad assediare il Congresso. Sono accusati di “crimini contro le istituzioni dello stato”, un reato che già nella dizione ricorda quanto incompleta e di facciata sia stata la cosiddetta transizione dal fascismo alla ‘monarchia parlamentare’. La tesi accusatoria è che la protesta abbia sconvolto il normale iter dei lavori parlamentari configurando appunto un reato contro le istituzioni. L’articolo 494 del Codice Penale spagnolo di fatto punisce con la prigione da sei mesi ad un anno “coloro che promuovano, dirigano o assistano a manifestazioni o riunioni nei pressi delle sedi del Congresso dei Deputati, del Senato o dei Parlamenti Regionali alterandone il normale funzionamento”.

Il giudice Pedraz, che conduce l’inchiesta contro otto coordinatori dei movimenti ‘15M’ e ‘En piè’, ha deciso di chiedere al Congresso il registro dei lavori parlamentari, per comprovare se effettivamente siano stati sconvolti dai manifestanti tenuti a debita distanza da chilometri di transenne, manganelli e pallottole di gomma. Lo stesso Pedraz ha deciso di non applicare l’articolo 494 ai 34 manifestanti arrestati la sera del 25 settembre, che però saranno processati per reati equivalenti all’oltraggio, alla resistenza e ai danneggiamenti.

Ma ai promotori della protesta – che hanno comunque invitato cittadini e attivisti a scendere di nuovo in piazza alla fine di ottobre in concomitanza con la discussione parlamentare della finanziaria di 40 miliardi di tasse e tagli – i tribunali spagnoli potrebbero applicare addirittura l’articolo 493 che prevede dai tre ai cinque anni di carcere per “coloro che invadono con la forza, la violenza o l’intimidazione” le sedi parlamentari statali e regionali.

 

Per non morire montiani

di Marco Revelli da Il Manifesto

Chi rappresenta, oggi, il lavoro?», E soprattutto: «Chi lo rappresenterà nell'Italia del dopo-elezioni?». E «come?» Queste domande, che la Fiom aveva posto il 9 giugno, chiamando le forze politiche della sinistra a confrontarsi a Roma, al Parco dei Principi, hanno assunto in questi mesi una sempre più drammatica rilevanza. Che si chiama Taranto, Alcoa, Fiat, Termini Imerese, Carbosulcis... con gli operai costretti a scendere nelle viscere della terra (a 400 metri di profondità), ad arrampicarsi in cielo, su ciminiere e carro-ponti a decine di metri di altezza, a esporre i propri corpi e le proprie vite nude, per forare il muro di silenzio che si è alzato intorno alla loro condizione. E rimediare al vuoto di parola - e di rappresentanza nello spazio pubblico - che affligge oggi il lavoro. Senza che nel mondo della politica «ufficiale» nulla accada.
La cronaca, a saperla leggere, ci dice che un punto-limite è stato raggiunto. Sulla soglia del disumano. Quando, come accade a Taranto, i lavoratori dell'Ilva sono posti di fronte all'alternativa mortale - biologicamente mortale - tra la difesa della propria vita e la difesa del proprio lavoro (dal quale dipende a sua volta la vita), vuol dire che il conflitto tra «capitale e lavoro» è uscito dalla sua dimensione fisiologica, ed è diventato questione morale. Problema che attiene ai fondamenti primi della nostra vita associata. Nodo che, se non sciolto a favore della vita, finirà per perderci tutti. Così come la vicenda - meno atroce nei suoi aspetti immediati, ma altrettanto scandalosa dal punto di vista etico e sociale - della Fiat di Marchionne, anch'essa protagonista di un ricatto mortale imposto ai propri operai: rinunciare ai propri diritti e al controllo sulla propria vita o rinunciare al lavoro, perdere se stessi o perdere il proprio posto. Anch'essa segnata da un'asimmetria assoluta tra il potere "del padrone" e quello del "lavoro". E dalla tracotante mancanza di sincerità e di credibilità di una proprietà irresponsabile, legibus soluta, indifferente a ogni impegno e a ogni patto. E poi, le decine di migliaia di «esodati», dimenticati in una terra di nessuno dall'incompetenza di una ministra del lavoro distratta. Le remunerazioni dei lavoratori dipendenti precipitate al di sotto del tasso di inflazione. I precari licenziati silenziosamente per «fisiologica» fine del contratto... E ogni volta, all'esplodere di un nuovo dramma, o alla pubblicazione di un nuovo dato, la politica che balbetta, inconsapevole della sua perdita di radici sociali. E il governo che gira la faccia dall'altra dopo aver messo pesantemente le mani nelle vite dei lavoratori per sottrarre reddito e diritti, coerente con il dogma liberista (il suo aspetto più devastante e asociale) che impone di ri-privatizzare il lavoro. Di ricacciarlo indietro rispetto a quella piena rilevanza di «soggetto pubblico» che aveva conquistato nel Novecento, e che aveva trovato piena sanzione nello stesso articolo 1 della Costituzione, per ridurlo, di nuovo, a fatto privato. Di «diritto privato». A contratto individuale tra singolo lavoratore e impresa, con il peso dell'immensa distanza che si dispiega tra l'impotenza dell'uno e l'estrema potenza dell'altra...
E tutti insieme, però, poteri pubblici e pubblici «rappresentanti», impegnati a scaricare il peso insostenibile dell' «interesse generale» sulle fragili spalle del lavoro (di quegli stessi lavoratori a cui tuttavia si negava contemporaneamente riconoscimento di «soggetto generale»), con un esercizio di ferocia non dichiarata inquietante. Feroce è ciò che avviene con i lavoratori dell'Ilva e con i cittadini di Taranto - quelli costretti a vivere sotto la spada di Damocle di un disastro ambientale dal profilo mostruoso -, chiamati un po' da tutti a «farsi carico» del fatto che quello stabilimento ha un interesse strategico per l'economia nazionale, che vale parecchi punti di Pil, che senza industria pesante non siamo nessuno nel mondo (come se con quell'industria lo fossimo), senza che nessuno si preoccupi davvero di chiedere ai più diretti responsabili di pagare i danni prodotti... Come feroce era stato, meno di due anni or sono, l'indecente scaricabarile di capi partito, amministratori, ministri sulla questione Fiat, quando si chiese ai cinquemila di Mirafiori, e prima ai quattromila di Pomigliano - uomini e donne provati da mesi e mesi di cassa integrazione, con i salari ridotti all'osso - di «farsi carico» della permanenza «di Fiat» (sic!) nel nostro Paese. Di permettere a Marchionne di effettuare quel rilancio da 20 miliardi che oggi sappiamo bene in che cosa consistesse...
Per questo è importante il «convegno-incontro» che si terrà a Torino i prossimi sabato e domenica, dedicato appunto al lavoro. A come ridare la parola al lavoro, e rimetterlo al centro della vicenda pubblica italiana, con la sua dignità di protagonista collettivo. Promosso da Alba, con la partecipazione di esponenti della Fiom, intellettuali, giornalisti, esperti e delle più significative realtà sociali italiane, a cominciare da Pomigliano, intende proseguire il discorso avviato il 9 giugno dalla Fiom su quelle domande iniziali che non hanno finora trovato risposte «in alto». Nelle sedi istituzionali della «rappresentanza». Si parlerà dunque di diritti - di diritti negati, o sottratti, o vulnerati - e di referendum, per ripristinarli (saremo alla vigilia dell'inizio della raccolta delle firme che ci dovrà vedere tutti impegnati), con la presenza di giuslavoristi e di costituzionalisti. Del frammentato mosaico del lavoro - sempre più scisso tra lavoro stabile e precario, tra lavoro e non lavoro, tra lavoro industriale e altro lavoro, a cominciare dal lavoro di cura...), alla ricerca di un quadro di rivendicazioni unificante (primo fra tutti un sistema di garanzia del reddito), dando voce ai protagonisti delle diverse realtà produttive e sociali. Ci si occuperà delle forme di lotta più adeguate a questa fase di vertiginosa de-industrializzazione, guardando con attenzione alle esperienze di autogestione vincenti in altri Paesi. Ma si parlerà anche di Europa: dell'Europa che non vogliamo, certo (questa, che va chiudendo ogni strada all'idea stessa di «giustizia sociale»), e dell'Europa che vorremmo (che sappia difendere con orgoglio quel «modello sociale» che era stato il suo miglior prodotto storico e che sta malamente sacrificando sull'altare del pareggio di bilancio e di un rigore fine a se stesso).
Naturalmente a Torino si parlerà anche della prossima primavera elettorale, perché la rappresentanza del lavoro non sia più affidata a chi sul sacrificio del lavoro ha fondato - esplicitamente o implicitamente - la propria dissennata strategia. E perché quello che c'è oggi «su piazza» non garantisce nulla al lavoro: né parola, né rispetto. Se l'orizzonte politico restasse limitato alla forze che sono attualmente in parlamento e che si spartiscono lo spazio mediatico ufficiale, davvero «dopo Monti» non ci potrebbe essere che Monti, in prima o per interposta persona. In carne ed ossa o in effige. Non c'è Vendola o primarie che tengano. Ha purtroppo ragione Eugenio Scalfari, che qualche giorno fa in televisione ha detto - senza forse ben rendersi conto delle implicazioni dell'affermazione - che chiunque vinca le prossime elezioni «la traccia è già scritta». Non potrà che recitare a copione. Tutto ciò su cui ci si potrà distinguere (immagino tra destra e sinistra) è «il condimento della pasta: se metterci il basilico o il prezzemolo» (ha detto proprio così!), ma il piatto è quello, e non si discute. E' la ricetta-Monti: la Bce sta lì, a Francoforte, per farsene garante.
Scalfari ha ragione, però, solo se non dovesse emergere - anche dentro lo spazio elettorale - nessuna credibile alternativa al dogma liberista imperante sul continente: in assenza di una cultura politica radicalmente altra - razionale, realistica, ma «altra» rispetto a quel paradigma mortale - davvero non resterebbe che «morire montiani», soffocati da primarie, Montezemolo, finiecasini, presi nella tenaglia orribile tra rottamatori e rottamati. Per questo è così importante rompere quel monopolio dello spazio pubblico: fare tutto il possibile perché anche sul terreno elettorale si condensi una galassia di forze e culture «di alternativa», che spezzino il cerchio chiuso dell'esistente, sulla base di una chiara individuazione delle discriminanti da mettere al centro di un percorso collettivo «verso il 2013». A questo sarà dedicata la domenica mattina, per un confronto vero su come lanciare una proposta che sia all'altezza della crisi della politica e di questi partiti.
Anche in questo caso non si può proprio più aspettare. Se non ora, quando?