giovedì 24 maggio 2012
Il nemico politico in questa fase, è il Pd
Eugenio Orso da pauperclass.myblog.it
Ci sono sempre nella storia nemici principali e nemici secondari.
Ambedue si devono combattere, ma in determinate contingenze, prima di attaccare il nemico principale, è necessario “sgomberare il campo” dai nemici secondari, liberando spazi limitati (come quelli nazionali) per aggredire poi aree geopolitiche più vaste..
Ciò non significa che la lotta contro nemici di “rango” inferiore è tanto più agevole, e meno cruda, di quella che si svilupperà contro il nemico principale, ma è chiaro che si tratta di nemici più “prossimi” a noi, con maggiori punti deboli, e perciò attaccabili con maggiori speranze di successo.
Nell’Italia di oggi, paese occupato e soggetto al governo direttoriale euro-globalista affidato a Mario Monti, il nemico secondario locale, che si muove su un piano politico di sub-dominanza e supporta la dittatura globalista, è senza ombre di dubbio il Partito democratico.
Dopo l’inizio di una rapida dissoluzione del cosiddetto centro-destra, con la liquefazione del Pdl “abbandonato” da Berlusconi ed il crollo dei consensi registrato dalla Lega, travolta con singolare tempismo dagli scandali, resta soltanto il Pd all’interno del sistema, con tutte le forze di contorno, in rappresentanza di una sinistra neoliberista, filo-globalista, antipopolare ed “antipopulista”, che dovrebbe neutralizzare ipotetiche proteste di massa (per ora soltanto temute), imbrogliando i dominati e supportando le politiche applicate da Monti.
Infatti, il puntello al momento più saldo del governo direttoriale globalista – non eletto, non richiesto, non amato – che sta saccheggiando l’Italia e uccidendo la popolazione (letteralmente, dati i continui suicidi per ragioni economiche), è rappresentato dalla B del terzetto politico ABC di sostegno all’esecutivo, e cioè da Pier Luigi Bersani.
Questo piccolo funambolo della politica degenere, che “parla come mangia” (ed evidentemente mangia molto male, nutrendosi di cibo-spazzatura), ha stretto un patto di sangue con il grande capitale finanziario e con la classe neodominante che lo controlla, o meglio, si è proposto come servitore politico, ed ha accettato, in qualità di kapò di quel grande campo di concentramento sperimentale che è diventata l’Italia, di supportarne fino in fondo gli interessi.
Bersani – rappresentante di una squallida camarilla politico-burocratica che si annida in parlamento, collocata a sinistra nell’emiciclo, dietro la quale non sembra che ci sia un vero e coeso blocco-sociale – ha rinnegato il paese, ha ripudiato la bandiera, ha supportato Napolitano, ha appoggiato Monti, ha contribuito a svendere gli ultimi scampoli di sovranità, di socialità, di patrimonio pubblico, permettendo che si calpesti la residua dignità nazionale, in cambio del mantenimento, per lui e i suoi, di una posizione di sub-potere e dei benefit che questa comporta.
La consorteria politica della sinistra, alimentata dalla corruzione materiale ed etica, preda del cinismo che ha fatto seguito alla fine della Grande Narrazione marxista – della quale già il PCI “eurocomunista” figlio della svolta berlingueriana, prima di essere soppresso nel febbraio del 1991, cercava di sbarazzarsi definitivamente – è composta di un coacervo di forze del tutto subalterne al neocapitalismo e al neoliberalismo, a partire dall’informe alleanza fra apostati del comunismo e catto-democristiani “di sinistra,” chiamata Pd, e dai comunisti individualistici postsovietici del SEL, completamente fagocitati negli immaginari capitalistici, fino ad arrivare ai patetici resti di formazioni che ancora, impropriamente, si chiamano comuniste, come Rifondazione e il PdCI.
Il tutto integrato dalla CGIL di Camusso e dalla Fiom apparentemente ribelle, che indicono scioperi “parafulmine” a protezione del sistema neoliberista, impedendo che le proteste dei lavoratori trovino uno sfogo concreto, pericoloso per il potere e per i sindacati stessi.
Bersani viene dal PCI del crepuscolo, già socialdemocratico, poi eurocomunista (conferenza di Berlino del 1976), filoamericano e filo-NATO, e in qualità di “politico di professione” ha attraversato, facendo carriera e diventando ministro, tutta la concatenazione trasformistica successiva, PDS-DS-Pd, a ribasso, anzi, a precipizio, per quanto riguarda la rappresentanza politica effettiva delle classi subalterne, la tutela dello stato sociale e dei diritti dei lavoratori, la stessa legalità costituzionale (se mai si è veramente affermata, almeno per qualche anno, in Italia).
Bersani, burocrate trasformista e servo dell’Aristocrazia globale, prima comunista e poi liberista (autore, nel recente passato, di una “lenzuolata” di liberalizzazioni), non è un leader, non ha carisma, non esprime una linea politica chiara – infatti, il servile Pd non ha un programma, né è necessario che lo abbia, vista la sua funzione subalterna e di “ruota di scorta” del potere neocapitalista.
Bersani non è neppure un oratore apprezzabile, per quel che può contare, esprimendosi confusamente, non disdegnando discorsi ed espressioni da “bar sport”, pur di non dare l’impressione, davanti alle telecamere e ai microfoni, di usare il “politichese”.
La caduta del muro di Berlino, del 1989, non è stato soltanto un evento di grande portata storica, che ha aperto la strada al neoliberismo, alla globalizzazione e alla successiva caduta del “muro di Pechino”, con lo sdoganamento di un Golem neocapitalistico, cioè della potenza commerciale Cinese.
Un simile evento, dalle conseguenze socioeconomiche e geopolitiche epocali, qui, in Italia, in quella che oggi sta diventando periferia del sistema globale, ha rappresentato la fortuna per individui come Bersani (e D’Alema, e Veltroni, ed altri ancora), consentendogli finalmente di liquidare anche il ricordo del PCI, già edulcorato e interno al sistema della cosiddetta prima repubblica (arco costituzionale, unità nazionale, eurocomunismo), per riciclarsi e creare sulle sue rovine nuovi cartelli elettorali, di sostanza liberaldemocratica e liberista, adatti a servire la nuova classe dominante postborghese, razza padrona del ventunesimo secolo.
Consideriamo che se tutto fosse dipeso dal centro-destra, Lega compresa, anzi, soprattutto da quella Lega, oggi in rapido declino, che sapeva che con la fine del Cav. per lei sarebbe finita la “cuccagna”, Berlusconi sarebbe ancora lì dove si trovava fino al 16 novembre 2011, e per quanto sbilanciate verso alcuni gruppi sociali, per quanto raffazzonate ed elettoralistiche, le politiche attuate da un esecutivo berlusconiano non avrebbero potuto portare, in pochi mesi, alla drammatica situazione sociale che viviamo attualmente.
L’accelerazione delle politiche di de-emancipazione e il diffuso impoverimento si sono manifestati nel dopo Berlusconi, ed ora, a distanza di alcuni mesi dall’insediamento di Monti, cominciamo a sentirne in pieno gli effetti.
Queste ultime elezioni amministrative hanno dato inizio alla dissoluzione del PdL, hanno segnato il declino irreversibile della lega, ma hanno “graziato”, o colpito in misura minore, il Pd.
Per tale motivo Bersani ha potuto cantare vittoria “senza se e senza ma”, mentre l’esecutivo Monti-Napolitano da lui appoggiato e difeso a spada tratta, attraverso Fornero prepara il terreno per togliere il sussidio agli invalidi proprietari della loro casa, privandoli di assistenza e condannandoli così a morire di fame, e si lava le mani dei danni subiti dalle popolazioni dell’Emilia colpite dal terremoto, perché in seguito alla riforma della protezione civile, lo stato non ha più il dovere di ricostruire gli immobili distrutti o lesionati, e ci si deve arrangiare con assicurazioni private.
Ma a Bersani tutto ciò non importa, finge di non vedere o borbotta qualche assurdità, e non importa all’infame Pd, che esulta per la “vittoria” nei ballottaggi alle amministrative – elezioni concesse semplicemente perché non incidono sulle politiche strategiche nazionali – incurante delle astensioni e di un’affermazione della cosiddetta antipolitica (M5S a Parma con Pizzarotti sindaco), mentre i suoi giornali, come l’Unità, si occupano delle solite cose che interessano la politica minore, a partire dalla riforma elettorale.
Si procede truffaldinamente su due binari.
Sul primo binario, quello più importante, il direttorio globalista assegnato a Monti, voluto ed appoggiato fino alle estreme conseguenze dalla sinistra spergiura e truffatrice di Bersani, continua con l’applicazione del programma contenuto nella lettera del 5 agosto 2012, di Draghi e Trichet, all’allora esecutivo Berlusconi.
Sul secondo binario, si celebra il rito elettorale in “tono minore”, limitandolo ad una tornata amministrativa parziale, per legittimare i cartelli elettorali che sostengono Monti (a partire dal Pd), per eliminare gli indisciplinati (la Lega travolta dagli scandali esplosi al momento giusto) e per ricomporre in forma diversa il centro-destra, a partire dai pezzi di un PdL da sciogliere e dai rimasugli di un centro inesistente.
Il primo binario è una strada obbligata, tracciata dalle Aristocrazie finanziarie globaliste, e su questo viaggia il treno “blindato” di Monti-Napolitano, il secondo binario, invece, può riservare qualche limitata sorpresa, e serve a distrarre dalle grandi questioni politiche e sociali.
Così, si è avuta l’affermazione del M5S in qualche comune e una forte “diserzione” dell’elettorato nei ballottaggi (oltre il 48% non ha partecipato), riguardanti, se non erro, 4,5 milioni di “aventi diritto”e non certo l’intero corpo elettorale.
Ciò ha dato a Bersani, che oggi rappresenta il puntello più saldo dell’esecutivo Monti, l’occasione per cantare vittoria – con il conforto di Monti – alla Lega lo “sprone” per rinnovarsi (e per cessare una sia pur blanda opposizione in parlamento), e al cosiddetto centro-destra, ormai orfano di Berlusconi, la possibilità di ricomporsi in altra forma, magari mescolando Alfano e Casini, ma continuando ad appoggiare il direttorio globalista al potere.
E’ chiaro che da ora in poi, il nemico politico nazionale, che indubbiamente esiste ma è secondario – quello principale è rappresentato dall’Aristocrazia globale esterna – si identifica quasi per intero in quel infame centro-sinistra che sostiene Monti, supporta il genocidio sociale in atto, e va da Bersani a Vendola, dal Pd fino alla CGIL e alla Fiom “normalizzata”.
Queste forze ascare, corrispondenti ad altrettante strutture politiche e sindacali di sub-potere, lavorano incessantemente contro le masse pauperizzate e i ceti medi declassati, quindi partecipano, sia pur vigliaccamente, nascostamente, senza sporcarsi troppo le mani, alla demolizione dello stato sociale e dei diritti dei lavoratori, al ridimensionamento della struttura produttiva nazionale, al trasferimento di risorse collettive nelle tasche dei “grandi prenditori” finanziari.
Nessuna di queste forze della sinistra degenerata e serva fa eccezione.
Niente di loro può essere salvato, nessuno dei “sinistri” capi-kapò può essere assolto, a partire proprio da Pier Luigi Bersani.
mercoledì 23 maggio 2012
I veri valori degli antiabortisti
di
Domenico D'Amico
![]() |
Bubba Carpenter |
Queste
le parole di un parlamentare (Repubblicano) del Mississippi, Bubba
Carpenter (non è uno scherzo, si chiama davvero Bubba):
“Abbiamo letteralmente bloccato l'aborto nello stato del Mississippi. A tre isolati dal Parlamento ridiede l'unica clinica del Mississippi che pratica aborti. È stato presentato un progetto di legge. Dice che se qualcuno vuole praticare un aborto nello stato del Mississippi, bisogna essere ostetrici/ginecologi certificati e avere admitting privileges [1] presso un ospedale. Chiunque lavori in campo medico sa quanto sia difficile ottenere admitting privileges presso un ospedale. (…)Il disegno di legge troverà opposizione, è ovvio, alla Corte Suprema eccetera – ma abbiamo letteralmente bloccato l'aborto nello stato del Mississippi, legalmente, senza dovere [aver a che fare con] Roe contro Wade [2]. E così l'abbiamo fatto. Ne sono orgoglioso. Il governatore ha controfirmato la trasformazione in legge. E naturalmente adesso c'è l'altra parte. Dicono, tipo 'allora le povere misere donne che non si possono permettere di andare fuori dallo stato cominceranno a farlo da sole a casa col ferro da calza [3].' L'ho sentito e risentito e risentito.Ma, ehi, dei valori morali bisogna averli. Bisogna cominciare da qualche parte, ed è quello che abbiamo deciso di fare. È diventata legge e il governatore l'ha firmata, e credo che per una volta qui nello stato del Mississippi siamo in testa alla nazione.”
Non
è magnifico? (I Repubblicani hanno cercato di far
sparire le prove di quanto detto dal loro collega)-
Il
Mississippi ha anche il tasso più alto di mortalità infantile degli
USA, e naturalmente saranno le donne nere e di basso reddito che
ricorreranno all'aborto clandestino. Esattamente come nella vecchia
Italia prima della 194, ai maschi abbienti non secca che le donne
ricche vadano all'estero ad abortire, ma fa orrore che quelle di
classe plebea possano farlo senza essere macellate. Negli USA c'è
l'aggravante del razzismo più repellente.
Quando
sento che, in un contesto come quello italiano, i sepolcri
imbiancati di un parlamento a delinquere vogliono che sia
concesso ai
farmacisti di fare obiezione di coscienza e di non prescrivere la
pillola del giorno dopo, mi verrebbe da vomitare, ma poi guardo la
faccia di Bubba.
È
la faccia di uno che ti bombarderebbe senza pensarci un secondo.
Ehi,
ma bisogna pur averli dei valori, no?
[1]
Cioè la facoltà di curare i pazienti in quanto si fa parte dello
staff dell'ospedale o si è su una lista di medici autorizzati a
farlo. [USLegal]
[2]
“Roe contro Wade o Roe vs Wade (1973) è una sentenza della Corte
Suprema degli Stati Uniti d'America che rappresenta uno dei
principali precedenti riguardo alla legislazione sull'aborto.”
[Wikipedia]
[3]
Nell'originale si parla di coathanger (gruccia di metallo) che
è l'esatto equivalente (nei discorsi relativi all'aborto
clandestino) del famigerato “ferro da calza” delle mammane
italiche.
Proposta choc di Beppe Grillo: "Reddito di cittadinanza per tutti"
Io sono uno a a cui piace dire te lo avevo detto
(F.C.)
Beppe Grillo dal suo blog propone "un reddito di cittadinanza
che consenta di vivere dignitosamente a ogni persona va introdotto al
più presto. Non è più derogabile. I suicidi per disperazione,
come quello di Brescia dove un uomo si è ucciso con i suoi bambini, sono
omicidi sociali. Nessuno deve essere lasciato indietro. A chi obietta
che non ci sono i soldi va risposto sul muso che i soldi ci sono e anche
tanti - sottolinea Grillo - Tagliamo le spese militari, i contributi
elettorali, gli stipendi dei consiglieri regionali, le pensioni d'oro, i
finanziamenti ai giornali. La lista dei tagli è infinita, ma Monti non
la puo' attuare. Il Sistema non può riformare se stesso, e intanto la
gente muore. Reddito di cittadinanza. Subito!"
martedì 22 maggio 2012
Forza costituente dell’occupazione
Ritengo questo articolo fondamentale e non solo per come viene trattato il problema specifico relativo all'occupazione del Teatro Valle di Roma e della Torre Galfa di Milano, ma soprattutto perché finalmente il diritto di proprietà, e direi il diritto in generale, viene ricondotto ad una dialettica in seno alla società. Non sta scritto in nessuna tavola dei comandamenti che la proprietà di un bene sia tale per diritto divino e qualora esistesse un tale comandamento sarebbe un buon motivo per violarlo.
Ugo Mattei da soggettopoliticonuovo
Analogie e differenze tra l’esperienza del Teatro Valle di Roma e
quella della Torre Galfa di Milano secondo il dettato costituzionale
Aun anno dalla occupazione del Teatro Valle di Roma vale la pena di
riflettere sul senso costituzionale di una strategia politica, quella
della riconquista dei beni comuni artistici, che sta articolandosi in
tutto il paese e che mi pare costituisca lo specifico italiano della
lotta globale di liberazione dei popoli contro la follia neoliberale. Il
recente sgombero della Torre Galfa di Milano riapre in modo prepotente
la discussione sul rapporto fra legalità e legittimità, nonché quello
fra il potere formalmente costituito, la forza costituente dei beni
comuni e la sua compatibilità con la democrazia rappresentativa e con la
struttura proprietaria oggi dominante. Alcune questioni giuridiche di
diretta rilevanza politica sono sul tappeto e vanno affrontate anche in
vista delle prossime occupazioni che, adeguatamente puntellate sul piano
giuridico e politico, anche tramite la trasformazione della
soggettività (e si legga qui in chiave sovversiva il manifesto di Alba),
devono necessariamente intensificarsi. Le occupazioni sono oggi il solo
strumento idoneo a mettere all’ordine del giorno il grido d’allarme per
una democrazia messa in crisi dal governo tecnico e dalla sospensione
emergenziale della sovranità politica. Infatti, il dispositivo
biopolitico totalizzante rende inutili le armi della critica, se
rimangono incapaci di azione politica concreta, cioè fisica.
L’occupazione, configurandosi appunto come azione di conquista fisica di
uno spazio, è nozione prima di tutto intimamente giuridica, perché il
possesso come «situazione di fatto corrispondente alla proprietà» è il
principale elemento giustificativo della stessa, anche nell’ottica
liberale (da John Locke in avanti). L’occupazione ha cioè nel suo seno
la potenza sovversiva dell’ordine costituito e, se capace di asserire
sovranità fisica, è forza costituente. Giuridicamente, in un mondo che
si presume come tutto occupato dalla proprietà privata o dall’autorità
pubblica (a modello demaniale) l’occupazione è relegata a casi di
scuola, come le conchiglie sulla spiaggia. La res nullius,
giuridicamente occupabile, è nozione culturale (dunque politica) non
ontologica, come ben ci dimostra l’esempio della conquista delle
Americhe, considerate giuridicamente vuote e dunque occupabili, che fu
coeva alle enclosures nella madre patria e parimenti parte
dell’accumulazione originaria del capitalismo nascente. Alla res nullius
ha sempre fatto compagnia la res derelicta , la cosa abbandonata, la
cui proprietà può pure acquisirsi per occupazione (il giornale lasciato
sul treno, il televisore vicino al cassonetto della monnezza). Nel
nostro sistema costituzionale la proprietà privata è riconosciuta e
garantita solo nella misura in cui essa risponda a una «funzione
sociale», idea che i giuristi hanno da sempre visto come legata alle
«utilità» prodotte dal bene e non certo alla cosa “in sé” oggetto di
proprietà (il grattacielo, il giornale o il televisore), perché una
funzione dipende dal contesto e non dall’oggetto. Chi occupa in
“funzione costituente” ancorché limitata alla realizzazione concreta di
uno o più testi costituzionali, come l’art. 42, restati gravemente
lettera morta, critica così la «meritevolezza di tutela» da parte
dell’ordinamento giuridico dell’accumulo proprietario al puro scopo di
accaparramento privato della rendita fondiaria. Noi sosteniamo che
l’indecenza delle pratiche di accumulo antisociale della ricchezza vada
considerata costituzionalmente una derelictio delle utilità comuni del
bene, che le rende occupabili da chi le restituisca, rendendole aperte,
alla loro natura di beni comuni. Questo vale tanto per la proprietà
privata quanto per quella pubblica, perché esse condividono un modello
di governo di tipo autoritario ed escludente. Per questo, esperienze
come Macao si oppongono a istituzioni comunali, ancorché “amiche” che,
invece di lavorare alla giusta distribuzione di quanto prodotto
dall’intera collettività (rendita fondiaria appunto, che dà valore a un
grattacielo fatiscente) tacciono conniventi rispetto agli abusi di un
ministro della Repubblica che manda la forza pubblica per tutelare una
rendita fondiaria privata del tutto parassitaria. Questa è la vera
questione di legalità che Macao ha voluto mettere all’ordine del giorno,
collocandosi in perfetta continuità con l’esperienza di critica alla
proprietà privata antisociale condotta al Cinema Palazzo, recentemente
premiata da un’importantissima sentenza del Tribunale di Roma (VII sez.,
8 febbraio 2012). Che “funzione sociale” può mai avere la proprietà
privata della Torre Galfa, chiusa e abbandonata da 15 anni, rispetto
alla sua apertura come “bene comune” a disposizione della collettività
grazie all’impegno civile e politico di Macao? Che funzione sociale
potrebbe avere il Cinema Palazzo, ridotto ad un bingo, ed invece
restituito al quartiere di San Lorenzo grazie all’impegno sociale e
politico della moltitudine, tramite un’azione di natura politica, non
finalizzata al conseguimento di un profitto personale o di un interesse
di natura patrimoniale? Le utilità di questi beni immobili, come di
altri che invece sono in proprietà pubblica come il Teatro Valle o il
Palazzo Citterio di Brera presso il quale Macao continua la sua
battaglia, sono rivendicate come “beni comuni” in funzione costituente
materiale. Si vuole così dare piena e diretta applicazione popolare del
fraseggio della Costituzione del ’48, contro il suo continuo tradimento
causato della connivenza fra istituzioni private (grandi concentrati di
proprietà, per lo più azionaria) e pubbliche anche al più alto livello.
Se per legittimare l’occupazione di una proprietà privata parassitaria
occorre fondarsi sull’art. 42 (funzione sociale), nel caso di una
proprietà pubblica la norma chiave è l’art. 43 (inserito in Costituzione
riconoscendo il contributo dei consigli di fabbrica alla liberazione
antifascista), e diviene cruciale la proposta di un governo partecipato e
autenticamente democratico delle utilità prodotte dai beni comuni
creativi (di qui l’importanza costituente della natura aperta
dell’istituenda Fondazione Teatro Valle Bene Comune). È dunque ben
evidente come la lotta per i beni comuni creativi ponga al centro
dell’attuale fase politica la questione proprietaria, smascherando la
finta opposizione fra pubblico e privato. L’esempio di Torre Galfa, e la
sua traslazione a Palazzo Citterio, è esplicativo. Un manager (privato)
telefona a un ministro (pubblico) affinché questi usi la forza
(pubblica, ossia pagata da tutti noi) per tutelare una proprietà
(privata) in stato di abbandono terminale da oltre 15 anni, il cui solo
valore è l’assorbimento (privato) della rendita prodotta dalla pressione
urbanistica (con relativa necessità di infrastrutture pubbliche, ecc.).
Si noti che se un cittadino normale, dopo esser stato assente per molto
meno tempo, trova in casa propria un altro cittadino normale ivi
intruso (a maggior ragione o un inquilino moroso) egli non potrà che far
ricorso alle regole del diritto privato per sgomberarlo. In altri
termini, la proprietà privata ordinaria deve contentarsi delle regole
civilistiche (ossia del diritto privato), mentre la grande proprietà
azionaria, che accumula rendita fondiaria in modo parassitario (senza
far uso del bene ma anzi lasciandolo deperire), può contare sull’uso
immediato degli apparati repressivi dello Stato. Ciò dimostra che i
rapporti di potere fra pubblico e privato sono oggi invertiti ed il
potere pubblico semplicemente non ha la forza o il coraggio di resistere
ad un ordine proveniente dai poteri privati (finanziari o quant’altro)
anche se quest’ordine è completamente contrario all’interesse della
cittadinanza. Non c’è dubbio che la Torre Galfa, una volta aperta dagli
occupanti, avrebbe restituito alla cittadinanza in senso ampio almeno
una parte di quella ricchezza collettiva (quel bene comune) che è la
rendita fondiaria, assorbita senza giustificazione alcuna dal gruppo
Ligresti. Lo stesso quotidiano La Repubblica , che nella sua edizione
milanese accusa Macao sgomberata e in transizione democraticamente
decisa verso Brera dell’infamia mediatica di condividere un avvocato col
movimento No Tav, in quella romana, lo stesso giorno, elogia gli
occupanti di una proprietà pubblica, il Teatro Valle, sostenendo
giustamente che il Comune di Roma deve almeno continuare a pagare le
bollette, perché una stagione così bella mai l’avrebbe organizzata! Come
noto ai giuristi, sul piano del diritto positivo vigente, una proprietà
pubblica è tutelata rispetto all’occupazione in modo più intenso di una
proprietà privata (per esempio gli occupanti del Teatro Valle non
potrebbero mai acquistarlo per uso capione) mentre nella pratica le
cose, per il suddetto mutamento dei rapporti di forza, vanno esattamente
al contrario. Per la verità, nel sistema dell’art. 42 Cost., proprietà
privata e pubblica sono poste sullo stesso piano. La «funzione sociale
della proprietà» si garantisce rendendo un bene «accessibile a tutti»,
denunciando chi esclude al solo scopo di accumulare la rendita, sia essa
direttamente economica o indirettamente politica. La prassi
dell’occupazione artistica costituente abbatte la falsa coscienza della
distinzione fra privato e pubblico, mettendo al centro beni comuni le
cui utilità sociali vanno funzionalizzate alla soddisfazione dei diritti
fondamentali (anche di partecipazione politica effettiva e x art.3
Cost.) garantiti alla collettività. In questo senso Macao, spostandosi
dalla Torre Galfa a Brera, offre un contributo definitivo a chiarimento
dell’ irrilevanza del titolo formale per le vertenze sui beni comuni. Al
sindaco di Milano si continua a chiedere di schierarsi apertamente a
favore dei beni comuni, chiarendo l’intreccio dei legami con Ligresti
(Torre Galfa) e condividendo con la cittadinanza attiva le scelte sul
futuro di Palazzo Citterio. Un’occupazione condotta in nome della
cultura come bene comune può mettere in campo il potere della creatività
artistica per abbattere il principale scudo ideologico e mediatico
dietro il quale si nascondono gli abusi del grande accumulo proprietario
parassitario: la paura piccolo-borghese per la critica alla proprietà
privata personale. Chi critica l’accumulo proprietario di Ligresti non
discute la proprietà del signor Rossi, proprio come chi critica un
potere autoritario (anche se esercitato da un sindaco amico), non
discute la democrazia e la legalità, ma si batte per una loro
realizzazione coerente con una Costituzione rispettosa dell’uguaglianza
sostanziale. Questo è il messaggio politico con cui l’arte può
sconfiggere la ricostruzione mediatica dominante.
Fonte: Il Manifesto – 22 maggio 2012
lunedì 21 maggio 2012
La «gabbia d'acciaio» e lo spettro anticapitalista
Francesco Raparelli da globalproject
Di converso, in basso, per terra, ci sono il corpo del sesso e quello della droga. A Francoforte, City finanziaria, quartiere a luci rosse e strade della droga coincidono. La prima sta sopra, assieme agli angeli, per strada ci sono puttane, gioco d'azzardo (quello di terra e non quello di cielo, quello fatto con i derivati) e “pere”. Sì, a Francoforte ci sono le pere, le siringhe, c'è la gente che si fa le pere in strada, in una strada, quella dedicata a loro. In quella strada si può morire, tranquillamente, lì la polizia non passa o se passa non guarda o se guarda non gliene frega un cazzo. A Francoforte il reddito medio pro capite è di 72.000 euro l'anno (pensate un po' quali saranno i redditi alti!?), i servizi funzionano perfettamente, come nel resto della Germania, d'altronde, chi non ce l'ha fatta fa bene a crepare. Quindi quando si cammina, come in un balzo nel passato, nelle periferie romane dei primi anni '80 (o nella provincia italica degli anni '90), si incontrano i tossici che si fanno.
Del quartiere a luci rosse, topos delle metropoli del nord Europa, colpisce lo squallore. Ad Amesterdam o Copenhagen c'è quasi un po' di eleganza, Amburgo è una città elegante quasi ovunque e nel quartiere del sesso perde qualche colpo, ma non crolla. A Francoforte, la piccola metropoli (500.000 abitanti circa) della finanza europea, il quartier generale del neoliberalismo tedesco, il sesso sembra non aver alcun tratto gentile: non si scopa, “si fotte”. D'altronde la finanza non è per nulla gentile, chi rischia con il denaro altrui ha bisogno di 3 cose, oltre a montagne di denaro altrui, agenzie di rating compiacenti e algoritmi vincenti: prozac, coca e fottere le puttane. Sì, prevalentemente si tratta di maschi, non è la prima volta che sono proprio loro i responsabili del disastro dell'umanità. Una indiscreta coazione a ripetere.
Ci siamo persi un po' tutti a Francoforte, anche perché i grattacieli confondono, sembrano un punto di riferimento inequivocabile e invece non c'è niente di più equivoco di un grattacielo quando si tenta di trovare l'orientamento in una metropoli sconosciuta. Solo una cosa ci ha reso la vita facile, in questi tre giorni di deriva psicogeografica: la polizia. Uno sguardo alla polizia e si capiva bene dove non era possibile andare, quasi ovunque nella City. Quasi 10.000 poliziotti a cingere d'assedio lo stato maggiore della finanza europea, da poco presieduto da Mario Draghi, uno dei due Mario che costella i sogni erotici di Eugenio Scalfari. Poliziotti in grado di muoversi in modo veloce, poliziotti pronti a rendere impossibile ogni assembramento umano: più di 5 persone in cammino e il rischio inevitabile di venire circondati, fermati, diffidati.
Le prime due giornate francofortesi ci hanno fatto vivere sulla pelle l'affermazione dei dispositivi di sicurezza nello Stato di diritto neoliberale. Un intervento poliziesco mobile e modulare: impedire ogni forma di blocco o di manif sauvage significa sfidare i movimenti sul loro stesso terreno. Non solo la mobilità diviene strumento decisivo per “bloccare il blocco”, ma la previsione diviene il tratto in assoluto più importante dell'azione poliziesca. Dopo due giorni di delirio e di rabbia, tra fermi e kettle, abbiamo cominciato a ridere della strategia attuariale della Polizei. Chi ricorda il film Minority report può comprendere il nostro sbigottimento stizzito. Ogni spostamento di gruppo rinvia ad un'azione possibile, in qualunque posto della città, dunque non fa nulla se il gruppo sta procedendo verso il campeggio per dormire, alle 10 di notte passate, meglio accerchiare e controllare, poi si vedrà. Proprio questo ci è capitato venerdì notte, al termine di due giorni infernali, con oltre 400 fermi complessivi e 79 fermi che ci hanno riguardato. Fermi che si sono conclusi con misure modulate caso per caso: a chi una sorta di Daspo temporaneo dalla City, a chi l'allontanamento da Francoforte. Asfissiante, soprattutto dal punto di vista emotivo (la sensazione di essere permanentemente in trappola può giocare brutti scherzi), la polizia tedesca è la polizia di uno Stato di diritto: si tratta di funzionari dello Stato, non di un bacino di raccolta e gestione della disoccupazione meridionale; si tratta di funzionari molto qualificati e ben pagati, che parlano con tranquillità più lingue e che credono nelle ragioni politiche dello Stato, non di una banda di periferia, solitamente neofascista, che ha il problema di far male alle «zecche». L'agibilità democratica delle nostre piazze è spesso invidiabile, ma il tratto teppistico e neofascista della nostra polizia è una malattia da cui sembra che non si riesca a venir fuori: le polizie dell'Europa del nord ci ricordano tutto questo, ogni volta.
È indubbio che la dinamica repressiva, giudicata inedita dagli stessi compagni tedeschi, ha messo profondamente in difficoltà lo schema d'azione elaborato da Blockupy Frankfurt. Per due giorni non abbiamo capito un cazzo noi italiani, e penso in buona parte anche loro, questo è inutile nasconderselo. Eppure la determinazione e il coraggio di migliaia di attivisti, sparsi e frammentati nella città, ha reso possibile il risultato sperato: il blocco della City. Venerdì 18 maggio mattina la City era ferma, chiusa, vuota. E la città indignata con la sua polizia. Città desertificata, città svuotata dei funzionari del denaro altrui, degli scommettitori. Metropoli senza la gabbia d'acciaio dell'austerità al lavoro, per un giorno, e non è poco. Una scommessa vinta, quella del movimento, questa volta, giocata in condizioni difficilissime. Condizioni difficili anche dal punto di vista soggettivo, Francoforte non è Berlino e non è Amburgo, dal punto di vista dei rapporti di forza e della capacità dei movimenti di combinare conflitto e radicamento sociale. Come giocare una partita importante fuori casa, tutto, solitamente, rema contro. Nonostante questo i compagni di Interventionische Linke, la rete che è stata nostro riferimento nella preparazione delle mobilitazioni e in questi lunghi giorni francofortesi, sono riusciti a giocare la partita in modo brillante e a costruire un evento inedito nella breve e dolorosa storia dell'Eurozona.
Sabato 19 maggio, infatti, si è consumato un fatto di portata epocale. Prima di partire ho prefigurato una nuova Seattle, e giustamente l'amico Beppe Caccia, che a Seattle c'era, mi ha messo in guardia, indicandomi una differenza qualitativa molto importante: il consenso sociale che in Germania le politiche di austerity cristiano-democratiche raccolgono, nonostante tutto. Verissimo. Eppure sabato 19 maggio è accaduto un fatto nuovo nella storia europea, quella storia che va da Maastricht alla circolazione dell'euro, fino alla crisi dei debiti sovrani: una imponente manifestazione europea ha assediato la City finanziaria, i grattacieli della Bce e della Deutsche Bank. I compagni tedeschi, con il rigore che pur sempre li contraddistingue, hanno parlato di 30.000 persone, in Italia in molti avrebbero parlato di 100.000 persone, con un certo realismo mescolato al mio consueto ottimismo della ragione direi 50.000 persone “vere”. Un fiume di corpi che ha costeggiato il Meno, per poi raggiungere la Bce. Un corteo aperto dalla Linke, unico partito presente, e da Ver.di, il sindacato tedesco dei servizi (fortissimo nel pubblico, ma anche nel privato) che sta svolgendo in Germania la stessa funzione che in Italia svolge la Fiom, l'apertura costituente ai movimenti sociali e la rottura del corporativismo (tipico dell'IG Metal, il sindacato metalmeccanico più corporativo e consociativo d'Europa). 10.000 giovani nello spezzone anticapitalista: possiamo dire con forza che l'anticapitalismo europeo è tutt'altro che torvo e nichilista, ma giovane e bello. Nello spezzone anticapitalista c'era anche lo schwarze block che, essendo una cosa seria, di fronte ad una manifestazione composita e ampia, sia politicamente che socialmente, ha ritenuto giusto rispettare i patti ed evitare di rispondere inadeguatamente alle continue provocazioni poliziesche. Qualche doveroso spintone per tenere a distanza la polizia che lo aveva accerchiato fin dai primi passi di corteo, ma niente avventurismi minoritari. Gli emuli italici non c'erano, ma si spera che abbiano ugualmente preso qualche appunto.
Un fiume di gente, molto stratificata anche dal punto di vista generazionale, in una metropoli piccola e ordinata, ricca, ricchissima, e desertificata dallo sproporzionato intervento poliziesco.
Di Francoforte in Italia – salvo nobili eccezioni ovvero Santoro e il suo Servizio Pubblico e XL ‒ non si è parlato quasi per nulla, soprattutto non si è raccontata la straordinaria presenza italiana. R.I.S.E. Up, Rising Italy for Social Europe, la rete italiana composta da reti studentesche, centri sociali e precari dello spettacolo, ha fatto un piccolo miracolo: uno spezzone di 400 persone circa, all'interno dello spezzo anticapitalista, assieme a Interventionische Link, uno spezzone militante e gioioso nello stesso tempo. Un piccolo miracolo a conferma dell'anomalia politica dei movimenti italiani, unico vero controcanto alla peggiore scena politica e alla borghesia più stracciona d'Europa. Con R.I.S.E. Up la delegazione spagnola, da Madrid e Barcellona, e quella greca. Il corteo, infatti, ha seguito la bella assemblea della mattinata, assemblea nella quale è stata rilanciata la prospettiva europea dei movimenti, oltre l'evento francofortese.
Di Francoforte in Italia se n'è parlato poco, mentre si pensa che con il vertice del G8 a Chicago si sia chiusa l'infausta storia dell'austerity. Al di là delle modificazioni linguistiche imposte alla Merkel («consolidamento fiscale» è la formula vincente), e delle lusinghe da Obama e dalla Cnn riservate a Monti (il secondo Mario con cui si eccita Scalfari), lo scenario è ancora molto aperto. Mercoledì sera a Bruxelles si capirà se Hollande è seriamente in grado di portare a casa gli eurobond e se, come dice Rampini, è iniziato il declino della Merkel. Forse è più corretto pensare che il declino delle politiche neoliberali è iniziato sabato a Francoforte e che solo il consolidamento delle relazioni dei movimenti anticapitalisti europei sarà in grado di mettere all'angolo l'arroganza dei grattacieli che sovrastano il Meno e l'Europa tutta.
Ce n'est pas début, il pensiero della rivoluzione riparte da Francoforte, dove è vissuto Goethe, ma dove, soprattutto, nel '68 ha mosso i suoi passi politici Hans-Jürgen Krahl e il movimento studentesco più colto d'Europa.
I derivati di JP Morgan: l’avidità stavolta non paga. Proteste negli Usa
Speculatori, squali, mezze cartucce e i soliti discorsi su un modello che non si può cambiare...ma i risparmiatori hanno una grande carta da giocare
da investireoggi
Se è capitato anche a JP Morgan Chase, allora può succedere a tutti. Questo è un pò il tormentone degli ultimi giorni a Wall Street e presso tutte le altre sedi finanziarie del pianeta. La seconda più grande banca americana aveva una reputazione di ferro, fino a pochi giorni fa, perché era uscita indenne dalla crisi finanziaria 2007-2009, senza mai registrare una trimestrale in perdita. Ma due settimane fa, il Ceo Jamie Dimon, considerato un guru nascente della finanza americana, ha dovuto comunicare alla Sec che la sua banca ha accumulato in sole sei settimane perdite per 2,3 miliardi di dollari, a causa di operazioni sbagliate su titoli derivati.
In sostanza, la banca aveva effettuato investimenti ingenti, per almeno 100 miliardi di dollari, in titoli di protezione dal rischio, gli assicurativi cds (credit default swaps), ma andando nella direzione sbagliata (JP Morgan: dopo lo scandalo cadono le prime teste)
Una scommessa persa, insomma, che è costata cara alla banca e che ha travolto il suo management, con le dimissioni di Ina Drew, che sovraintendeva alle operazioni di “hedging”, le quali in teoria avrebbero dovuto assicurare dal rischio, ma nella pratica hanno condotto la banca in un gigantesco buco contabile.
Reputazione addio anche per Bruno Iksil, il trader di origine francese, che attuava le operazioni e che era stato chiamato il “London Whale”, “la balena di Londra”, a sottolinearne l’importanza. Tutti travolti dalla crisi dei derivati, su cui le perdite potrebbero arrivare presto fino alla cifra di 4 miliardi, spiegano gli analisti.
Lo scontro politico negli Stati Uniti: i Repubblicani a difesa di un cadavere
Da un punto di vista puramente contabile, la perdita è del tutto assorbibile, anche se dovesse arrivare a 5 miliardi, se si pensa che la banca ha chiuso il primo trimestre con un utile superiore ai 5 miliardi. Tuttavia, il caso JP Morgan sta suscitando un accesso dibattito politico sulla cosiddetta legge Dodd-Frank, che prende a sua volta spunto dalla Volcker Rule, dal nome dell’ex governatore della Federal Reserve, che dai prossimi mesi in poi dovrebbe impedire a un istituto di credito americano di effettuare operazioni speculative con capitali propri, a meno che ciò non avvenga per ragioni di “hedging”.Ora, questa postilla è stata il frutto di un’intensa attività di lobbismo da parte delle banche, che ha addolcito un pò la norma voluta dai democratici e dalla Casa Bianca. Tuttavia, è lo stesso Dimon a chiarire che tale norma non avrebbe alcun effetto su una situazione alla JP Morgan, visto che la sua banca si era avvalsa di un’unità formalmente esterna, la Chief Investment Office, per fare gli investimenti.
Obama vorrebbe approfittare del caso, per cercare di stringere maggiormente sulle regole di Wall Street. I repubblicani non concordano. Lo sfidante Mitt Romney si è detto contrario a qualsiasi forma di regolamentazione, sostenendo che il caso della banca americana dimostra che uno ci perde, ma un altro ci guadagna. L’America va così, ha aggiunto.
Una massa di derivati che non hanno alcun rapporto con quella che è l’economia reale
I timori degli investitori si concentrano, invece, su quella massa enorme di titoli derivati, che nel mondo ammonta a 650 mila miliardi di dollari, cioè 10 volte in più del pil mondiale.E si pensi che la variazione dello 0,25% dei tassi d’interesse ha spostato posizioni nozionali di investimento per 150-200 miliardi di dollari, quindi, basta un nonnulla per variazioni molto forti.
D’altronde, è difficile che una legge possa impedire un’operazione di “hedging”, ossia di tutela dal rischio. Un cds, ad esempio, è un vero contratto di assicurazione, che permette a un investitore di tutelarsi dal rischio sottostante, come abbiamo visto per il caso dei bond pubblici. Più sono considerati rischiosi, più costa tutelarsi dal rischio default, perché bisognerà pagare un interesse maggiore. Il problema di JP Morgan è che ha perso la scommessa, nel senso che non è stata in grado di capire in quale direzione andasse il rischio, se al rialzo o al ribasso. Ora, è evidente che la Drew non aveva acquistato 100 miliardi di titoli per tutelarsi dal rischio, bensì per fare pura attività di speculazione, nel senso che avrebbe voluto fare soldi, investendo soldi.
Ma se vendi un cds, pensando che il rischio del titolo sottostante scenda, ma poi sei costretto a riacquistarlo a prezzi più alti, perché nel frattempo il rischio è, invece, salito, allora hai subito una perdita. A meno che tu voglia rinunciare a tutelarti, cosa che non puoi fare allegramente con i soldi dei risparmiatori.
I risparmiatori possono fare tanto contro gli zombi della finanza
Per un’economia della realtà
Iniziamo a punire seriamente dal basso chi sbaglia, evitando di delegare agli altri questo compito. Solo premiando chi fa bene, si indirizzano i manager a fare meno cattiva finanza e più investimenti oculati. Ma forse un pò tutti siamo colti dalla smania di fare tanti soldi, subito e senza lavorare. E l’eccessiva avidità scriteriata è sempre alla base delle grandi crisi. Lo fu nel ’29 e lo è stato anche nel 2008. Forse, lo sarà anche in questo 2012?domenica 20 maggio 2012
Contro la strategia della tensione, rivolta democratica
di Paolo Flores d'Arcais da Micromega
Non è vero che non abbiamo paura. Abbiamo paura eccome! Non aver paura sarebbe folle. Chi ha compiuto l’atroce e lurido crimine di Brindisi è convinto dell’impunità, altrimenti non avrebbe osato un delitto talmente esecrando ed esecrato (perfino dalla criminalità comune) che, se scoperto, promette il linciaggio in carcere. Chi ha compiuto l’orrore sa di avere spalle coperte, copertissime. E’ certo di far parte di una potentissima “strategia della tensione”, informale o formale che sia. Abbiamo paura e rabbia, un’infinita e democratica rabbia. Vogliamo trasformare entrambe in azione politica di democratica rivolta.
In Italia orrori di così ributtante cinismo li abbiamo già visti troppe volte: nell’immediato dopoguerra, quando a Portella della Ginestra si vuole terrorizzare il movimento sindacale e la speranza/incubo (dipende per chi) di un domani “rosso”. Negli anni successivi al ’69, da piazza Fontana a Milano a piazza della Loggia a Brescia, la strage è di Stato, un intreccio di criminali neofascisti, mafie, servizi deviati (e politici di riferimento), con cui i settori eversivi (molto ampli) dell’establishment (non solo politico) esorcizzano nel sangue il timore di un rinnovamento democratico sull’onda lunga del sessantotto studentesco e operaio. Nel ’91-’93 le stragi sono il volto osceno di una trattativa tra mafie e establishment (soprattutto politico, ma non solo) per paralizzare nel sangue, una volta di più, un rinnovamento democratico che il tracollo del Caf fa avvertire plausibile e prossimo. Poi il quasi ventennio berlusconiano, regime in cui i settori eversivi (molto ampli) dell’establishment vanno direttamente al governo e la strategia della tensione e delle stragi sarebbe autolesionista.
Ora la strategia della tensione è tornata, strategia di morte puntuale come la morte, perché le macerie cui il berlusconismo ha ridotto il paese, e la mancanza di un’alternativa parlamentare (l’opposizione Pd invischiata fino al midollo in due decenni di inciuci e leggi bipartisan contro la legalità), hanno portato la fiducia dei cittadini nei partiti (complessivamente presi!) ad un comatoso quattro per cento. E perciò da questa crisi verticale potrebbe uscire come soluzione anche un rinnovamento vero della democrazia italiana, la realizzazione della Costituzione anziché il suo affossamento (la parola “crisi” in cinese è composta da due ideogrammi, “pericolo” e “opportunità”, che in politica equivale a speranza).
Non ha senso azzardare chi specificamente abbia realizzato l’infame attentato di Brindisi, ma sarebbe assurdo non dire quello che anche un bambino capisce: la paura di una soluzione democratica della crisi alle prossime elezioni, con una maggioranza in cui una presenza massiccia di società civile garantisca la fine del berlusconismo e dello spadroneggiare delle illegalità di ogni risma, costituisce un incubo incombente e immediato per i mille strapoteri che sulla illegalità lucrano e metastatizzano. Da esorcizzare, una volta di più, nel sangue di cittadini innocenti: dall’impudenza di colpire le due personalità più scortate del paese (Falcone e Borsellino) a quella di uccidere ragazze adolescenti che entrano a scuola. E’ l’impudenza illimitata di chi pensa che detterà sempre e comunque le proprie condizioni, e può spingersi perciò a qualsiasi orrore perché non pagherà mai.
Perché nessuno ha pagato, per tutto il sangue del dopoguerra. Tranne qualche pesce piccolo, qualche “scartina”. Gli assi, i re, i jolly di questo mostruoso “gioco al massacro” sono sempre restati e restano più che mai i padroni del tavolo. Riveriti, anzi. Omaggiati. Chiamati in mille interviste e porte a porte a fare gli oracoli su come combattere il potere illegale ed eversivo che essi stessi sono. Che sia iniziata una “seconda trattativa” perché l’Italia delle ingiustizie conosca come unico rinnovamento possibile quello del gattopardo, è l’ipotesi che razionalità e storia impongono. Saremo felici se dovremo riconoscere di esserci sbagliati, e che si tratti di un crimine orrendo ma senza “santi in paradiso”. Ma troppe volte abbiamo visto in questi decenni che solo i depistaggi di establishment hanno – anche molto a lungo, purtroppo – consentito versioni del genere.
Oltre all’impegno per smascherare ogni depistaggio (che si realizza per atti ma anche per omissioni) da parte di ciò che resta in Italia di giornalismo degno del nome, e che si spera avrà un sussulto anche al di là di quel paio e poco più di testate che il giornalismo già onorano, urgentissima è la necessità di una risposta democratica di massa. Nessun rituale “unitario” però: è davvero mera retorica, anche qualora sincera, pretendere di “unire tutti gli italiani”, quando se si vuole unire il 90% (si spera che tanti siano gli italiani onesti) bisogna voler combattere senza infingimenti e senza compromessi, con intransigente “tolleranza zero”, quel restante 10% di intreccio affaristico/politico/
Il che significa una grande manifestazione di massa, subito, sabato prossimo a Roma, da affidare – per le decisioni su chi parlerà – a una figura incontestabile come don Luigi Ciotti, e che imponga al governo pochi e non negoziabili misure: dall’abrogazione di tutte le leggi ad personam alla reintroduzione con pene “americane” del falso in bilancio e della falsa testimonianza, all’introduzione (sempre con pene “americane”) di quello di “ostruzione di giustizia e alle altre misure che tutti conoscono e troppi nell’establishment (anche non “colluso”) non vogliono realizzare per una affinità di classe che di fronte alla barbarie di Brindisi non è più tollerabile.
Vedremo allora alla prova dei fatti chi vuole liberare l’Italia e chi ha scelto invece la convivenza con i “mostri” della continuità del potere.
sabato 19 maggio 2012
Questo attentato...
Qualunque sia il motivo, qualunque
risposta alla fatidica domanda, cui prodest possiamo dare, ciò
che è successo a Brindisi è il ripresentarsi di una malattia
cancrenosa, solo temporanemante intorpidita, che affligge l'Italia
da decenni, una malattia che ha seminato morti e ridato fiato alle
forze peggiori di questo paese.
Questo attentato, che ha stroncato una
giovane vita e ha devastato altri giovani vite, è una spia di ciò
che sta accedendo, ci fa capire he ci troviamo come nel 68 e negli
anni immediatamente successivi in un momento di svolta, una svolta
pericolosa per certi equilibri di potere, che da sempre hanno fatto
dell'Italia una zona franca per disonesti di tutte le risme, politici senza scrupoli,
fascisti e mafiosi. Tutti noi sappiamo come Pasolini, chi sono gli
artefici di questa situazione, non occorrono nomi.
Questo attentato ci fa intendere che siamo
alla viglia di cambiamenti epocali, un'intera classe politica
potrebbe finalmente essere spazzata via, molti potenti potrebbero
perdere il loro scettro e con la loro caduta crollerebbe un intero sistema di
atrocità e di menzogne.
Questo attentato ci dice che dobbiamo
andare avanti e non lasciarci intidimidire né tantomeno dare
l'opportunità a questo sitema di potersi ricompattarsi in nome
dell'emergenza, per consentirgli di finire il lavoro sporco che i mercati gli hanno assegnato. Dobbiamo andare avanti e spazzare via una volta per
tutte una classe politica che ha sempre coperto e difeso i mandanti
delle stragi e custodito gelosamente i suoi segreti. La storia ci
dice che nulla è cambiato, continueranno a volere il nostro sangue.
Attentato di Brindisi, fiaccolate in tutta Italia – Ecco gli appuntamenti – Diffondere
violapost
Dopo il vile attentato di Brindisi arriva la reazione dei cittadini. Tante le iniziative che stanno nascendo spontaneamente. Ecco le prime
Brindisi ore 18 piazza Vittoria
Milano piazza San Fedele ore 17
Roma 18.30 davanti al Pantheon
Napoli piazza del Municipio ore 18.30
Torino 0re 18 piazza San Carlo
Cagliari ore 18.00 davanti Comune
Palermo all’Albero di Falcone (via Notarbartolo) ore 16 e poi ore 20 presidio davanti la scuola giovanni falcone
Catania davanti prefettura ore 17
Verona – Sit-in in Piazza dei Signori (Piazza Dante) ore 18.00
Perugia – Piazza IV Novembre – ore 18.00
Firenze presso Biblioteca Nazionale ore 20
Napoli Palazzo San Giacomo
Brescia, ore 19 piazza della Loggia
Sassari alle 18 in piazza Castello
Padova ore 19 davanti al Comune
Genova ore 17 Piazza De Ferrari
Ancona ore 18.00 Piazza Salvo D’Acquisto
Fano (pu) ore 21,00 piazza xx Settembre
Pescara ore 17,30 presidio in Piazza Sacro Cuore, dalle 21,00 in Piazza Salotto
Forte dei Marmi ore 15 in piazza falcone e borsellino
Trapani alle 22, davanti Palazzo Cavarretta
Molfetta, altezza Liceo Classico, appuntamento con sit-in alle 19.00
San Benedetto del Tronto, ore 19, di fronte al Comune
Capaci ore alla casetta “No mafia”
Macerata ore 19, piazza della Libertà
Pavia 17,30 presidio in piazza della Vittoria
Parma ore 18:30 in piazza Garibaldi
Vicenza, 16.30 davanti al palazzo del comune, vestiti di bianco
Terlizzi (BARI) ore 19:00 piazza Cavour
Baricetta (Rovigo) ore 20.45
Cremona ore 17:30 Pagoda dei giardini di Piazza Roma
Pisa ore 17 Piazza del Carmine
San Donà di Piave (VE), davanti al duomo ore 18.00
Cosenza ore 18.00 P.zza XI Settembre
Ascoli Piceno ore 18.00 presso Comune
Bergamo alle ore 17 al Liceo Falcone
Novara ore 16,30 presidio davanti la prefettura
Rimini, piazza Cavour ore 17:00
Modena alle 18 davanti alla ghirlandina
Civitavecchia (RM) ore 17.30 piazza Fratti (Ghetto)
Carpi ore 19 piazza Martiri
Forlì ore 21.00 davanti al Comune in piazza Saffi
Terni ore 18 davanti al Comune
L’Aquila ore 18:30 a Piazza Palazzo, ognuno con un fazzoletto bianco
Mestre alle 18 in Piazza Ferretto
Cassino ( fr ) P.zza Falcone e Borsellino – Villa Comunale
Varese ore 18 Piazza XX Settembre
Bari piazza prefettura ore 18
Alcamo – ore 21:30 in piazza Ciullo
Cascina (PISA) ore 18 in corso Matteotti davanti al palazzo comunale
Ferrara, piazza Trento-Trieste ore 18
Foligno fiaccolata in piazza della Repubblica alle ore 18.15
Lecce Piazza Duomo ore 20.00
Carrara (MS), ore 16.30, piazza 2 Giugno, di fronte al Comune
Siracusa ore 17.30 davanti Prefettura
Lucca 18.30 Piazza S. Michele
Trento davanti al Comune ore 18.00
Caserta ore 19 piazza Margherita
Prato ore 18 piazza del Comune
Piombino ore 18.00 davanti al Comune
Bra, (Cn) ore 18.00 Piazza Falcone e Borsellino
Lodi ore 21.00 in piazza Broletto
Canicattini Bagni (SR) alle 15:30 in piazza Borsellino
Pieve Emanuele (MI), piazza Peppino Impastato dalle 17
Nardò (LECCE) H. 21.00 Piazza Salandra
Grottaglie Piazza Principe di Piemonte, ore 18 30 (21 maggio)
Lecco presidio ore 17 via XX Settembre
Siena, ore 21 piazza Salimbeni
Venezia ore 19 davanti al comune
Merate piazza degli eroi ore 18
Empoli presidio ore 17 Piazza della Vittoria
DIFFONDETE!
LISTA IN CORSO DI AGGIORNAMENTO – Vi invitiamo a segnalare le altre iniziative nello spazio commento, le aggiungeremo alla lista
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venerdì 18 maggio 2012
"Quello che non ho" e mi guardo bene dall'avere
Non condivido tutto quello che dice Grimaldi, ma per quanto riguarda certi utili idioti, velinari consapevoli o inconsapevoli di una propaganda trasportata via etere da spacciatori di emozioni a buon mercato, ha ragione da vendere.
Fulvio Grimaldi da ComeDonChisciotte
A proposito di armi di distrazione di massa, non poteva non accorrere alla chiamata a quelle armi la provetta coppia dalla lacrima tossica Fazio-Saviano? Ed è accorsa dotata del migliore armamentario necessario alla distruzione della razionalità con cui l’essere umano provvede alla difesa della sua autonomia di giudizio. Ho visto su La 7 la megakermesse dell’emozione lacrimoso-buonista “Quello che (non) ho”, il parossismo del politicamente corretto, una parata patetico-melò nella quale hanno affogato anche alcune delle personalità più rispettabili, per quanto nell’occasione a loro dispetto strumentalizzate, vedi Scola, Olmi, Elio Germano, Raffaele La Capria, il solipsista Guccini, vedi la partigiana, vedi il maestro di strada Cesare Moreno, mio compagno nella lontana Lotta Continua, messi lì per arruffianarsi e intorpidire la sinistra.
Hanno addirittura commesso il sacrilegio di inserire nelle loro turpitudini l’immagine e la parola di Pasolini. Il pubblico, rasserenato dallo sghignazzo per il buffone di corte Littizzetto che elegantemente chiedeva a Fassino se non gradiva farsi Carla Bruni, subiva l’annichilimento di ogni ragione critica nelle suggestioni revival di Elisa, nelle storie di bambini napoletani sputazzoni e sputacchiati, nelle melensaggini bibliche – o quanto praticate! – sull’amore per il prossimo, nell’edificante evoluzione di Rocco Papaleo dal sasso lanciato in faccia al nemico, al sasso riscattato al “costruire”.
Miravano alla pancia e prendevano alle spalle. Con gli spettatori presi per il culo da tutta questa fuffa di sciropposa emotività, nemica, sì, del freddo raziocinio, ma molto amica di un compassionevole autocompiacimento, la traiettoria delle salve autentiche del duo di vivandiere dell’armata dei diritti umani con il pugnale tra i denti partivano dalla pancia (e, nel caso della coprologa Littizzetto, dal basso ventre) e agevolmente arrivavano a colpire cervelli ormai disarmati. Prima, a spazzare il campo da ogni resistenza, le mine anti-comuniste piazzate dagli artificieri della democrazia, Lerner e Gramellini, con il recupero all’etica dell'anticomunismo di Solidarnosc, i prezzolati terminali polacchi di Vaticano e Usa. A dissodare il terreno provvedevano due accorate fanciulle che, rispettivamente, dovevano satanizzare lo Stato canaglia Iran ed esaltare una rivoluzione dei gelsomini tunisina di cui si trascurava la fine tra le fauci dei Fratelli Musulmani, che si sa quanto sono promotori della dignità e felicità delle donne. Indi, messosi sulle vergogne la foglia di fico del fervorino antimafia, arrampicatosi sulla croce della sua periclante vita sotto scorta, Saviano, a prima vista vampiro a corto di sangue, assumeva il ruolo del cannoniere di sfondamento. Riesumando i cadaveri putrefatti della disinformazione imperiale, eseguiva alla perfezione gli ordini dei mandanti dell’operazione.
Una breve, micidiale, per quanto ormai antistorica bordata contro la Libia, con i ratti Nato-Al Qaida messi sullo stesso piano dei laici rivoluzionari antimperialisti e anti-tirannici delle primavere arabe autentiche, questi ultimi felicemente liquidati da savianei Nato-islamisti in Bahrein, Egitto, Yemen. Consapevole delle benefiche ricadute tra i politically correct, delle primavere, esaltava il ruolo delle donne (che in Libia erano invisibili tra i “ribelli”, se non stuprate e sgozzate, mentre erano in prima fila nella resistenza patriottica). Poi la stoccata strategica contro il nemico assoluto, la Russia di Putin (in sintonia a destra con il terminator Obama e, a “sinistra”, con il rivoluzionario colorato e slavofobo del “manifesto”, Astrit Dakli), rilanciando l’infame falsificazione mediatica della tragedia di Beslan, Ossezia del Nord, 1/9/2004. Sguazzando tra i bambini falcidiati in quella scuola dai terroristi Nato-ceceni, scaricava la responsabilità del massacro sui russi, intervenuti per porre fine al massacro. Avreste dovuto godervi le lacrime di Fabio Fazio al termine della “testimonianza” di una povera complice della fetecchia. Se immaginavo che mai ci avrebbe potuto essere qualcosa di più oscenamente ipocrita del finto pianto della Fornero, mi sbagliavo.
Per ottundere la visione degli orrori in corso ad opera dei suoi mandanti tra Afghanistan, Iraq, Siria, Yemen, Somalia, Messico, Honduras, e di quelli strutturali degli alleati qatarioti, bahreiniti, sauditi, turchi, Usa, contro la propria popolazione, e per lubrificare i futuri lanciamissili contro Stati e popoli non normalizzati, l’uomo di Casal di Principe riesumava veline Cia-Mossad intrise del sangue della verità. La magnifica serata ha evidenziato il suo significato di presa per il culo dei narcotizzati dalla commozione, con un omaggio diretto alla Nato e ai suoi eroi: un certo ufficiale di marina in sfolgorante uniforme rievocava come, con la sua corvetta, avesse salvato bambini e donne alla deriva sul barcone al largo di Lampedusa. Gloria e onore alla nostra marina che in un solo anno ha salvato ben 32mila migranti dall’atroce fine in fondo al mare. Stupefatti, muti come pesci e bianchi come merluzzi, da quel fondo del mare seguivano la trasmissione decine di migliaia di non salvati dal nostro eroico capitano di corvetta. E neanche dalla corvetta Sibilla quando speronò la Kater i Rades per mandare sott’acqua 81 albanesi. E neanche dalle tante navi da guerra italiane che, per la Nato, guardavano e cannoneggiavano i libici e se ne fottevano altamente dei fuggiaschi da quelle granate mentre annegavano lì intorno. Effetti collaterali che non turbavano i buoni sentimenti, né degli artefici di questo Kolossal imperiale, né dei loro consapevoli o inconsapevoli complici, né di un pubblico che se ne tornava a casa in brodo di giuggiole per aver fatto e visto una cosa buona.
Per la terza puntata, l’uomo dagli occhi da morto vivente si era riservato il bersaglio grosso. Personaggio nerissimo,con le radici sprofondate nell’estrema destra, lettore appassionato di Julius Evola, sostenitore dello Stato criminale per eccellenza, Israele, non poteva non dare il suo contributo a quello a cui gli psicopatici nichilisti dell’armageddon biblico puntano come alla “battaglia finale”. Tutta la parata di stelle della più dignitosa intellettualità italiana, il panteon dei martiri di mafia e industria, le tempeste emotive suscitate dai vari “casi umani” (tipo “l’ansia della mamma con il figlio in missione di pace”, cioè professionista del killeraggio colonialista), le ruffianerie musicali collegate agli anni in cui “eravamo giovani e belli”, costituivano i preliminari in vista della penetrazione. Non servivano ad altro che a montare attenzioni, ascolti e consensi verso l’obiettivo vero di tutta l’operazione: la Cina. In un copione che poteva essere scritto a molte mani da Cia, Mossad, Amnesty, Human Rights Watch, Avaaz e Hillary Clinton, cioè dalla créme de la créme della sodomizzazione planetaria, ma che portava la firma dell’immancabile dissidente, Saviano incartava un pubblico ormai spogliato di ogni resistenza razionale. Non aveva mai messo il becco in Cina, Stato quanto mai discutibile nel suo paradossale capital-comunismo, ma incomparabilmente meno efferato rispetto a Stati divoratori e desertificatori di paesi e popoli, quali quelli a cui questo pifferaio del male assoluto presta i suoi servigi. Né sapeva citare alcunché di analisti seri e obiettivi. Gliene bastava la conoscenza, in tutti i suoi orrori, fornitagli dal dissidente Liu Xiao, uno che nei Laogai cinesi, campi di lavoro per detenuti, ma campi di sterminio per Saviano, aveva speso alcuni anni.
Saviano combina il piglio del fustigatore morale con quello del giustiziere. E il pubblico, inconsapevole del waterboarding psicoemotivo cui è sottoposto, applaude a ogni passaggio, sentendosi spostato sempre più dalla parte del bene assoluto: processi farsa, lavaggio del cervello, torture, confessioni estorte, fame, prigionieri ischeletriti. “Pare”, dice Fazio, dai 3 ai 5 milioni attualmente nei Laogai, 40 dai tempi di Mao, mica qualche ladro, rapinatore, omicida, corrotto, spia, macchè, tutta gente che si limitava a “pensarla diversamente”. Su un tavolino erano sparsi alcuni dei prodotti cinesi che invadono i nostri mercati, belli o brutti, ma anche loro travolti dall’esecrazione savianea, giacchè “del regime comunista” e, dunque, ontologicamente nefasti. Oltreché perniciosi per il monopolio mercataro delle multinazionali. Avesse un briciolo di onestà, questa sordida invettiva anticinese su cose che in Occidente si fanno meglio e su più vasta scala, avrebbe potuto prendersela con i portachiavi cinesi con, in un sacchetto, tartarughine vive. Vive per un mese, per poi morire soffocate. Ma ci pensate quanto gliene fotte al sicario e ai suoi mandanti? Mica si tratta di “diritti umani”.
A Saviano, al confronto con la cui indignazione contro i “regimi comunisti” (tutti, non risparmia neppure Ungheria, Bulgaria, Romania, buonanime e cita, en passant, gli irrinunciabili Castro e Chavez), quella del popolo di Occupy, della Puerta del Sol, o delle moglie dei suicidati da Monti-Fornero, risulta una banale irritazione, succede, piagnucoloso quanto serve, il dissidente Liu Xiao, appropriatamente Premio Nobel. Proprio come Kissinger, Begin e Obama. Ha fatto qualche anno di Laogai, accusato di corruzione. Liberato, in quale paese immaginate che si sia precipitato? In quello di tutte le libertà, santuario dell’habeas corpus, esportatore di diritti umani, equo ridistributore di ricchezze. Direttamente a Washington: “Sono stato fortunato, finalmente la libertà mi sorrideva”. Dagli Usa, alcuni anni dopo, premiato con cittadinanza statunitense, omaggiato dal Senato a maggioranza repubblicano-bellicista, assoldato e addestrato dalle centrali di spionaggio e destabilizzazione (quelle delle “rivoluzioni colorate”), veniva rispedito in Cina. Si dotò dell’immancabile copertura con una Fondazione Liu Xiao, fu quasi subito scoperto da chi ben conosceva i suoi polli, arrestato e, visto che gli Usa gli avevano fornito lo scudo della cittadinanza, rispedito a casa sua.
giovedì 17 maggio 2012
Un Pd da rottamare 6
Vendola, va bene dialogare con tutte le
liste civiche di sinistra e con chiunque sia espressione di una
politica antiliberista, ecologista, per i diritti ecc. Sono anche
contento di sentire che waiting for Casini è
come waiting for Godot,
ma perché tu ti ostini alla stessa maniera ad aspettare Bersani? E
perché vuoi escludere Rifondazione da un futura compagine di governo, per fare un favore a Veltroni?
Il Pd una sua scelta di campo l'ha già fatta, ed è antitetica alla
nostra, e non parlo solo di Monti, parlo di una visione
politico-economica che di fatto lo colloca fra le schiere dei
neoliberisti, cioè dei massacratori dello stato sociale e
propugnatori di una politica economica suicida, che agisce in base
alla logica dello sconfiggere la malattia a costo di uccidere il
paziente. Avere il Pd dalla nostra parte significa conquistare i suoi
elettori e non fare patti con i suoi burocrati corrotti. L'esperienza
di questi ultimi anni non ti ha insegnato nulla? Abbiamo sempre perso
per mancanza di coraggio e di chiarezza e perché abbiamo ceduto al
ricatto della scelta del meno peggio come unica scelta saggia e
responsabile, che aveva come corollario l'enorme stupidità della
rincorsa del centro moderato. Tutte cose che nascondevano in realtà
l'impossibilità da parte del Pd di svincolarsi da logiche
consociative e dall'incapacità di resistere alle lusinghe delle
sirene del neoliberismo. Come credi che sarà governare col Pd? Che
peso avrà questo partito nel dettare comportamenti tesi ad “maggiore
senso di responsabilità?”. Fino a dove si spingerà questo senso
di responsabilità? Fino a dover digerire la prossima guerra, magari
contro l'Iran? Fino ad accettare che non siano toccate le spese per
gli armamenti, comprese quelle per dei bidoni come gli F35? Fino a
tenere conto della “sensibilità dell'anima cattolica del partito”,
che significa niente diritti per coppie di fatto per omosessuali,
niente testamento biologico, niente eutanasia. Fino al dover ingoiare
quel tanto che basta di privatizzazioni e liberalizzazioni, perché
ce lo chiede l'Europa? Fino a mantenere una legge iniqua sull'età
pensionabile che costringe la gente ad andare in pensione a 70 anni.
Fino a quando? Potrei andare avanti fino a domattina, ma credo che il
senso sia chiaro. Si può anche governare con questa gente a patto di
rinunciare a un serio cambiamento di rotta sulla politica economica e
sui diritti. A questo punto avremmo perso anche vincendo le elezioni.
Chi ce lo fa fare?
A mio
modestissimo avviso la strategia vincente consiste nel lasciare che
il PD vada per la sua strada e formi una coalizione di moderati che
tanto gli piace, in modo da lasciare il campo, alle prossime
elezioni, ad una destra(il Pd) e ad una sinistra seria alleata dei
movimenti, con i rimasugli del Pdl e Udc ce la loro ciurma di
corrotti, nani e ballerine a fare da terzo incomodo in una posizione
minoritaria.
Per
quanto mi riguarda spero che nessun movimento voglia allearsi col Pd.
Grillo ha ragione anche su questo, sono morti, lasciamo in pace i
morti.
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