venerdì 12 aprile 2013

La sostanza del Grillo

Che facciamo? C'è lo stallo, che si fa quando c'è uno stallo? Semplice si gioca un'altra partita. Non credo valga la pena di sprecare troppo parole: i grillini sono inaffidabili, anche se hanno ragione su molti punti, e su uno in particolare, l'irriformabilità di un sistema dove le varie componenti sono parti di un unica sostanza. 
Bersani biascica, non parla, allude, dice mezze frasi, lasciando il discorso in sospeso, esprime concetti generici e mai niente di specifico e di concreto. Perché Bersani è un così pessimo comunicatore? Perché la frase più graffiante che è stato in grado di dire è : “ ti conosco mascherina” riferendosi a Berlusconi? Colpa sicuramente di una forma mentis modellata dalle geometrie piatte della pianura padana e dalla nebbia appiccicosa che la avvolge, ma non solo. Persino un bambino saprebbe cantargliele ai berlusconiani, basterebbe evocare costantemente i Dell'Utri, i Mangano, i Previti, i soldi di provenienza dubbia, le leggi ad personam e infinite altre porcate e si potrebbero zittire per sempre, è solo una questione di modi e tempi nel pronunciare la battuta, ma i politici navigati queste cose dovrebbero conoscerle. Invece niente, mai niente, anzi addirittura spesso si fanno dare lezioni di morale dai pidiellini che di par loro non si fanno sfuggire un'occasione per suonargliele al Pd, fosse un Penati o qualche oscuro burocrate sorpreso con le mani in pasta. Perché tutto ciò? Semplice, perché cane non morde cane, o se preferite la metafora spinoziana, la sostanza ha mille attributi ma è sempre unitaria, ed è questa in poche parola l'essenza del pensiero grilliano, non si può fare accordi con un parte sapendo che tale parte non si può separare dal tutto. Il Pd non può fare opposizione al Pdl perché dovrebbe farla anche a se stesso e quindi non si può permettere di essere troppo incisivo nella sua azione, dovessero scoprirsi altarini e saltare puntelli fondamentali del sistema. Grillo ha ragione da vendere su questo, se non fosse che la politica è di per sé imperfetta e compromissoria, ed è per questo che la ragione anche se giusta come in questo caso, non funziona. 
Risolvere questo vecchio dilemma, è cosa difficile. Pare che la democrazia diretta l'abbiamo scoperta adesso, quando già Rousseau si è posto gli stessi nostri problemi duecento anni or sono, senza riuscire a venire fuori da un'aporia fondamentale, quello del non dover delegare le decisioni per non smentire il principio della “volontà generale”, senza poter evitare di doverlo fare in un contesto in cui le istituzioni risultano un elemento inaggirabile, per la necessità di un'azione rapida e l'impossibilità di mediare con ogni singola testa.

Vorrei avere un'idea più pratica per risolvere questo impasse, ma l'unica cosa che mi viene in mente è l'augurio che il Pd si scinda, nasca una sinistra in grado di governare e permetta a Grillo di fare un'opposizione seria. Augurio che presuppone una condizione ancora più utopistica della capacità dei grillini di governare.

Ultima spallata alla Costituzione

di Tonino D'Orazio

Il presidenzialismo, o, per meglio intorbidire le acque, il semi-presidenzialismo, sempre alla francese. Un presidente “semi”, la solita mediazione italiana affinché non sia mai qualcosa di chiaro.
Siamo già riusciti a fare sì che i due rami del parlamento si annullino e per far funzionare un esecutivo, il governo, ci debbano essere le peggiori amalgami ideali e politiche. La mercificazione degli interessi o lo stallo.
Che si possa far svolgere una funzione diversa al ramo Senato non è una cosa indecente, anzi, purché le funzioni siano chiare. Mettersi d’accordo su questo, però, mi sembra difficile, e tutti i fallimenti delle commissioni bicamerali sono presenti alla nostra memoria. Più facile trovare un presidente che comandi su tutti. I collegi elettorali? O a uno o all’altro.
Quello che rimane preoccupante è la fase finale del programma fascista della loggia massonica della P2 di Gelli ormai in atto e riuscito con un forte sgretolamento della Costituzione. Dopo aver impostato una cultura non partecipativa ma sempre più di vertice, di capi, gli unici che possono velocizzare le decisioni e abbiano potere di far funzionare le cose, i commissari, il necessario leader altrimenti non si “va avanti”, siamo arrivati ai tecnici, imposti dal presidente, che possono rimpiazzare gli esecutivi parlamentari. Siamo già di fatto in un ambiguo presidenzialismo, e la terminologia strombazzata “governo del presidente”, “governo di scopo” già non inquieta più nessuno.
Lo stesso sistema elettorale non fa che propugnare un leader, in un falso democratico e costituzionale clamoroso perché addirittura già designato elettoralmente capo dell’esecutivo, a cui il parlamento dovrà per forza affidare il governo.
Anzi il sistema parte già all’interno dei partiti i quali propugnano un capo, o un leader, o un segretario magari eletto in primarie “private”, perché di partito, che potrà, dovrà, diventare capo del governo. Notate che anche la parola “Presidente del Consiglio” sta scomparendo nella dizione quotidiana di alcuni giornali, sostituita da “capo del governo”. Tutto il potere a uno di triste memoria. E’ una nozione culturale proprietaria. Come il “capo dello stato” e non il presidente della repubblica. E’ la difficile posizione di Bersani. Ha vinto le sue primarie per governare il paese, e pur non avendo vinto le vere elezioni repubblicane, il parlamento non glielo vuol riconoscere e il presidente nicchia e ciurla perché in testa non ha altro che l’inciucio e il disastro (negato) della “continuità” prima di andare via.
In seguito a questo concetto gli stessi cittadini sono costretti a votare per uomini o donne decisi, o mediati, dal leader. La metà della nostra Costituzione può considerarsi espropriata, in nome di una efficienza che non ha funzionato.
Ormai i tempi sono maturi per inserire questo concetto di “capo” in Costituzione, e tutti i leader si adoperano a mettere fra le varie urgenze tutte le “riforme” possibili per sgretolarla definitivamente. In questo c’è anche un asse tra Pdl e Pd a definire la nostra Costituzione “obsoleta”, propugnando non solo la trasformazione degli aggiustamenti per un migliore funzionamento dello stato, pur necessario, ma anche sui valori e gli ideali in essa contenuti. Non dimentichiamo che i neofascisti, i banchieri e gli industriali, hanno governato il paese in questi ultimi vent’anni. Con il fiscal compact, che mette a disposizione di paesi terzi la nostra economia e autonomia, anche parlamentare, non hanno esitato minimamente ad inserirlo in Costituzione. La modifica è tale che sembra che nessun referendum possa ormai cancellarla, a meno di uscire dall’euro facendola così decadere di fatto. Anzi la “modifica della Costituzione”, senza entrare nei dettagli perché si vedrà dopo “cosa fare”, rientra in un eventuale patto di governo Pdl-Pd voluto dal piduista Berlusconi. Si può anche presupporre una cessione di autonomia del nostro paese, in parte, ma solo verso organismi europei federali e parlamentari con poteri effettivi di armonizzazione fra gli stati dell’Unione. Non verso plenipotenziari tecnocrati, gente che nessuno ha eletto. Grazie presidente garante! Si goda le sue tre o quattro pensioni, abbia la decenza di non percepire ulteriori emolumenti come senatore a vita e speri che la storia non scavi troppo nel suo settennato.
Se l’Europa di oggi è fondata solo sull’euro e sul massacro del sociale e dei lavoratori, essa non merita un interesso storico nella costruzione degli stati uniti d’Europa. L’euro poteva rappresentare una parte non indifferente, ma secondaria e non di preminenza assoluta. L’Europa oggi rappresenta per molti popoli, eccetto per i ricchi che comunque hanno trasferito tutti le loro ricchezze altrove, sempre più il nemico. Bel risultato! Non vale la pena costruire questo tipo di Europa che ci stanno somministrando forzosamente e si deve ritenere giusta l’ipotesi di uscire da questo sgorbio storico che dal trattato puramente mercantile di Lisbona ci ha fatto già perdere vent’anni e forse pure mezzo secolo. Bisogna ricominciare da tre, anche sulle macerie, se si hanno altri ideali. Bisogna ricominciare dal concetto di comunità, termine molto simile a solidarietà. Qualunque referendum tendente a farci uscire dalla gabbia costruita intorno a noi viene definito eversivo. Sono riusciti a non farlo fare alla Grecia, ma vedrete, non per molto. Per l’Italia proprio di questo eventuale referendum si è preoccupato l’altro giorno l’ambasciatore tedesco in Italia chiedendone ragione in un incontro specifico, (richiesto e con apprensione), ai capigruppo parlamentari del Movimento Cinque Stelle, che tra l’altro non lo hanno affatto rassicurato. Anzi hanno ribadito che verrà chiesto il parere al popolo perché è anche un problema di democrazia. E’ la dimostrazione che non tutto può essere delegato e quando questa rappresentanza non è condivisa si torni al popolo. A meno di considerarlo sempre scemo, impaurito e incapace.


mercoledì 10 aprile 2013

Madonna Bonino

Mi trovo in piena sintonia con Travaglio in merito al giudizio sulla Bonino. Ritengo che sia una di quelle persone la cui integrità morale e la cui dedizione alla causa non sia dissimile dallo zelo dei colonizzatori inglesi che massacravano i popoli ritenuti barbari autoconvincendosi di agire per il bene del progresso dell'umanità
 
di Marco Travaglio da notizie888.it
 

Quando ho scritto “Si fa presto a dire Bonino”, la sapevo apprezzata da molti italiani per le caratteristiche che illustravo nelle prime righe: donna, competente, onesta, impegnata per i diritti civili, umani e politici in tutto il mondo. Non la sospettavo, però, circondata di persone adoranti che la guardano con gli occhi che dovevano avere i pastorelli di Fatima davanti alla Madonna. A questi innamorati che non sentono ragioni, anzi preferiscono non conoscere o non ricordare le zone d’ombra (solo politiche, lo ripeto) della sua lunghissima carriera politica, non so che dire: al cuore non si comanda. Rispondo invece alle cortesi obiezioni del segretario radicale Mario Staderini, il quale – diversamente da me – la ritiene il presidente della Repubblica ideale. E, per nobilitarla e dipingerla come antropoligicamente estranea al berlusconismo, cita alcuni suoi imbarazzanti avversari (Ferrara, Gasparri, Libero ). Potrei rispondere che invece Mara Carfagna la vuole al Quirinale, ma preferisco concentrarmi sulla biografia della Bonino. Chi auspica un Presidente estraneo alla casta, tipo Zagrebelsky, Settis, Gabanelli, Caselli, Guariniello, Strada e altri, non può certo sostenere la Bonino, 8 volte parlamentare italiana e 3 volte europea. I suoi amici la raffigurano come un’outsider estranea all’establishment. Che però non è d’accordo: altrimenti la Bonino non sarebbe stata invitata a una riunione del gruppo Bilderberg, o almeno non ci sarebbe andata. Sulla sua vicinanza, “fra alti e bassi”, al Polo berlusconiano dal 1994 (quando fu eletta con Forza Italia fino al ’96, senza dire una parola contro le prime violenze alla Giustizia e alla Costituzione) al 2006, ci sono tonnellate di articoli di giornale, lanci di agenzia, esternazioni, vertici, incontri, tavoli, inseguimenti, corteggiamenti, ammuine. Il tutto mentre il Caimano ne combinava di tutti i colori, nel silenzio-assenso della Bonino (che ancora nel 2004 veniva proposta da Pannella per un posto di ministro; e nel 2005 dichiarava: “Con Berlusconi abbiamo iniziato un lavoro molto serio… apprezziamo ciò che sta facendo come premier, ma la posizione degli alleati è nota”: insomma cercava disperatamente l’alleanza con lui, che alla fine la scaricò per non inimicarsi “gli alleati” e il Vaticano). Poi la Emma passò armi e bagagli col centrosinistra e cambiò musica. Un po’ tardi, a mio modesto avviso. Ma neppure in seguito, sulle questioni cruciali del berlusconismo (leggi vergogna, rapporti con la mafia, corruzioni, attacchi ai magistrati e alla Costituzione, conflitti d’interessi, editti bulgari e postbulgari), risulta un solo monosillabo della Bonino. Forse perchè, pur con motivi molto diversi, sulla giustizia B&B hanno sempre convenuto: separazione delle carriere, abolizione dell’azione penale obbligatoria (altro che difesa della “Costituzione più bella del mondo”, caro Staderini), per non parlare dell’idea intimidatoria e pericolosa della responsabilità civile dei magistrati che non esiste in nessun’altra democrazia. La corrispondenza di amorosi sensi con B. si estende al No radicale all’arresto di Cosentino perchè “siamo contro l’immunità parlamentare, però esiste”. Al fastidio per i sindacati, definiti in blocco “barbari, oscurantisti e retrogradi” (Ansa, 22-1-2000). E alla lettura dell’inchiesta Mani Pulite come operazione politica filocomunista: per la Bonino le tangenti di Craxi furono solo “errori” e occorre “una rivisitazione seria di cosa è successo dal ’90 in poi: la mia analisi è che indubbiamente, soprattutto nel ’92, si è cercato di risolvere alcuni problemi politici per vie giudiziarie, un po’ orientate perchè poi se n’è salvato uno solo di partito” (Ansa, 19.11.99). Per non parlare dello scandalo delle frequenze negate per dieci anni a Europa7 per non disturbare Rete4 che le occupava abusivamente.
 
Da Il Fatto Quotidiano del 10/04/2013.

Ricostruzione: Barnard bacchetta Barca, non può ricostruire con l'euro. Insulta l'Aquila.

di Paolo Barnard da Abruzzoweb

Il ministro Fabrizio Barca ha dimostrato per l’ennesima volta ai cittadini dell’Aquila la genialità dell’intuizione dell’intellettuale americano Edward Herman, quando definì la nostra epoca storica come quella dove i Poteri hanno “reso plausibile l’inimmaginabile”.
Abbiamo un ministro integrato nel primo governo economicida della storia repubblicana che si presenta nella vostra città, al cospetto della giornata della memoria e del dolore, per dire cose che ci tengo a definire oscene.
Barca ha insultato non solo le 309 vittime del terremoto, ma ha anche preso per i fondelli i vostri concittadini.
Il ministro apre una parte cruciale dell’intervista ad AbruzzoWeb con queste parole: “Contemporaneamente fare un’operazione keynesiana di apertura di cantieri... Le pare che sia un problema per un governo intelligente?”.
Primo, il governo che Barca ha diligentemente servito non è un governo, ma una tecnocrazia democraticamente illegittima insediata dalla Troika europea che nessun italiano ha mai votato.
Secondo, si tratta di un governo che ha ampiamente dimostrato, attraverso tagli selvaggi a tutto ciò che è servizio pubblico e con una tassazione grottesca, di perseguire il disegno Eurocratico di distruzione delle economie del Sud Europa per il vantaggio esclusivo dei poteri Neomercantili tedeschi e della speculazione finanziaria.
Terzo, Barca sa perfettamente che nel contesto sopraccitato la sola menzione di una spesa di Stato di stampo keynesiana è nientemeno che blasfemia, per cui non sarà mai neppure presa in considerazione.
Ma il ministro insiste: “Lo Stato può fare quello che vuole, se no non è uno Stato”. Mi prendo la personale responsabilità di affermare che qui Barca pecca di crassa incompetenza, o più probabilmente di totale malafede.
Il costrutto dell’Eurozona è precisamente sinonimo di totale perdita di ogni sovranità statale, da quella monetaria (Trattato di Maastricht), a quella parlamentare (Trattato di Lisbona) a quella democratica (si veda l’insediamento di Mario Monti).
Barca, se ha letto i Trattati sovranazionali e vincolanti impostici dall’Eurozona, sa benissimo che il Fiscal Compact, da noi ratificato, obbliga Roma a sottoporre alla Commissione Europea ogni singola voce di spesa per approvazione, mancante la quale il nostro governo non può spendere neppure per i cancellini delle lavagne delle scuole.
Infine, un altro Trattato vincolante già approvato, l’Europact, sottopone le decisioni di spesa nazionale a procedure di infrazione da parte di un qualsiasi membro del Parlamento Europeo o della Commissione, o anche al veto di una singola nazione dell’Eurozona.
Ancora Barca ad AbruzzoWeb, dopo la domanda del cronista che chiedeva se l’Italia necessitasse di una moneta sovrana per intervenire efficacemente a favore dell’Aquila: “La moneta è sovrana. È l’Euro”, chiosa il ministro, volendo sottolineare le sue precedenti affermazioni sulla possibilità che questo governo possa facilmente ricostruire la vostra città.
L’Euro non è affatto sovrano per l’Italia, che non lo può emettere, e che lo deve sempre prendere in prestito dai mercati di capitali privati, dovendo poi tassare pesantemente gli italiani per recuperare ogni centesimo speso per loro da restituire ai tali creditori privati.
Impossibile per Roma sborsare fondi per l’Aquila denominati in euro. Semplicemente, anche se accadesse (fantasia), essi sarebbero poi ri-sottratti a voi cittadini attraverso un prelievo fiscale grottesco.
Il ministro inopportunamente conclude: “Su un’operazione come questa io scommetto la faccia, e dimostro al resto del mondo che certo che risistemo la mia Aquila”.
Caro Barca, lei la faccia l’ha già persa in uno show dove, a fronte di migliaia di aquilani provati da anni di dolore, lei ha saputo falsificare la realtà con inesattezze, ignoranza, e cinismo menzognero.

sabato 6 aprile 2013

Si fa presto a dire Bonino

di Marco Travaglio da Megachip


Molti italiani vorrebbero Emma Bonino al Quirinale. Perché è donna, perché è competente, perché è onesta e mai sfiorata da scandali, perché ha condotto battaglie spesso solitarie per i diritti civili e umani e politici in tutto il mondo, forse anche perché è sopravvissuta a Pannella e perfino a Capezzone. Insomma, un sacco di ottimi motivi, tutti veri e condivisibili. Ma della sua biografia, in questo paese dalla memoria corta, sfuggono alcuni passaggi politici che potrebbero indurre qualcuno, magari troppo giovane o troppo vecchio per ricordarli, a cambiare idea e a ripiegare su candidati più vicini al proprio modo di pensare. A costo di essere equivocati, come ormai accade sempre più spesso, complice il frullatore del web, li ricordiamo qui per completezza dell’informazione, convinti come siamo che di tutti i candidati alle cariche pubbliche si debba sapere tutto. “Conoscere per deliberare”, diceva Luigi Einaudi, cuneese come lei.
Nata 65 anni fa, la Bonino è stata parlamentare in Italia sette volte e in Europa tre volte, a partire dal lontano 1976. Da sempre radicale, si è poi candidata nel ’94 con Forza Italia fondata da Berlusconi, Dell’Utri, Previti & C., e col centrodestra berlusconiano è rimasta alleata, fra alti e bassi, fino alla rottura del 2006, quando è passata al centrosinistra. Ha ricoperto le più svariate cariche: deputata, senatrice, europarlamentare, commissario europeo, vicepresidente del Senato, ministro per gli Affari europei nel governo Prodi.
Ed è stata candidata a quasi tutto: presidente della Repubblica, presidente del Consiglio, presidente delle Camere, ministro degli Esteri e della Difesa, presidente della Regione Piemonte e della Regione Lazio, alto commissario Onu ai rifugiati, rappresentante Onu in Iraq, addirittura a leader del centrodestra (da Pannella, nel 2000).
Nel ’94, quando si candidò per la prima volta con B., partecipò con lui e la Parenti a un comizio a Palermo contro le indagini su mafia e politica. Poi, appena eletta, fu indicata dal Cavaliere assieme a Monti come commissario europeo. Il che non le impedì di seguitare l’attività politica in Italia, nelle varie reincarnazioni dei radicali: Lista Sgarbi-Pannella, Riformatori, Lista Pannella, Lista Bonino.
Nel ’99 B. la sponsorizzò per il Quirinale, anche se poi confluì su Ciampi. Ancora nel 2005, alla vigilia della rottura, la Bonino dichiarava di “apprezzare ciò che Berlusconi sta facendo come premier” (una legge ad personam dopo l’altra, dalla Gasparri alla Frattini, dal lodo Schifani al falso in bilancio, dalla Cirami alle rogatorie alla Cirielli) e cercava disperatamente un accordo con lui. Sfumato il quale, scoprì all’improvviso i vizi del Cavaliere e le virtù di quelli che fino al giorno prima lei chiamava “komunisti” e “cattocomunisti”.
Molte delle sue battaglie, referendarie e non, coincidono col programma berlusconiano: dalla deregulation del mercato del lavoro (con tanti saluti allo Statuto dei lavoratori, articolo 18 in primis) e contro le trattenute sindacali in busta paga. Per non parlare del via libera alle guerre camuffate da “missioni di pace” in ex Jugoslavia, Afghanistan e Iraq. E soprattutto della giustizia: separazione delle carriere, amnistia, abolizione dell’azione penale obbligatoria, responsabilità civile delle toghe e no all’arresto per molti parlamentari accusati di gravi reati: perfino Nicola Cosentino, imputato per associazione camorristica.
Alle meritorie campagne contro il finanziamento pubblico dei partiti, fa da contrappunto la contraddizione dei soldi pubblici sempre chiesti e incassati per Radio Radicale.
Nel 2010 poi la Bonino fece da sponda all’editto di B. contro Annozero : il voto radicale in Vigilanza fu decisivo per chiudere i talk e abolire l’informazione tv prima delle elezioni.
Con tutto il rispetto per la persona, di questi errori politici è forse il caso di tenere e chiedere conto.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 06 aprile 2013.

venerdì 5 aprile 2013

Niente comici e froci al Governo

dal blog di Beppe Grillo
 

Dialogo fra Dario Fo e Giuseppina Manin. Anticipazione del libro che uscirà tra qualche settimana. “NIENTE COMICI E FROCI AL GOVERNO”.
Il giorno 2 aprile 2013 arriva al Tribunale di Palermo una lettera di minaccia rivolta al PM Di Matteo tanto esplicita che la Questura si preoccupa subito di raddoppiare la scorta e le difese a protezione dei giudici del capoluogo di Sicilia cercando di bloccare i mafiosi che, con quell’avvisata, vogliono mettere l’accento sulla crisi politica e condizionarne gli esiti.
Ci risiamo con il clima di stragi o è soltanto una minaccia generica?

Ad ogni buon conto il 3 aprile 2013, su Il Fatto Quotidiano si può leggere proprio in prima pagina il testo di un messaggio intimidatorio spedito a firma di Cosa Nostra ai giudici antimafia di Palermo. L’avviso centrale inviato da un personaggio che si firma “un uomo d’onore della famiglia trapanese” è esattamente questo: “Niente comici e froci al governo”.
I commentatori più accorti dei comportamenti della criminalità mafiosa temono che si voglia ripristinare il clima del 1992 quando ebbe inizio una serie di stragi per tutta l’Italia da Roma a Firenze fino a Milano. E soprattutto i criminali misero a segno il massacro di Falcone e della sua scorta e qualche tempo appresso fecero saltare in aria una macchina con un enorme carico di tritolo che uccise Paolo Borsellino e gli uomini che lo accompagnavano.
Anche allora, quelle stragi ebbero inizio proprio durante il crollo della Prima Repubblica “sotto i colpi della crisi finanziaria, di Mani Pulite e della Lega Nord”.
Come oggi, la popolazione viveva in una situazione di vuoto di potere che allarmò la criminalità organizzata di Cosa Nostra. Marco Travaglio sottolinea che la malavita rischiava di perdere il controllo del sistema e quindi reagì con inaudita violenza, “con un mix di stragi e trattative che miravano a ‘destabilizzare per stabilizzare’ secondo l’ormai risaputo sistema della strategia della tensione”.
GIUSEPPINA: Ma con chi ce l’ha Cosa Nostra quando minaccia “guai a voi se eleggete froci e comici al governo?”.
DARIO: Beh, il comico evidentemente è Grillo, non certo Berlusconi, che ha un altro rapporto, ben diverso, con la criminalità organizzata della Sicilia. Un rapporto molto più affettuoso grazie all’intercessione dell’amico fondatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri, che giustamente si può vantare per le sue relazioni davvero pericolose con la mafia testimoniate da una condanna a 7 anni ribadita nell’ultimo processo.
GIUSEPPINA: Ho capito, ma l’altro veto, diciamo così, contro gli omosessuali a cui accenna la missiva minatoria a chi si rivolge? A Vendola forse?
DARIO: Ma no, per carità! E’ un personaggio siciliano naturalmente, rappresentante del Partito Democratico, si chiama Rosario Crocetta, che ha assunto il ruolo di Presidente della Regione Sicilia e che, oltretutto, in compagnia e grazie alle sollecitazioni dei consiglieri eletti fra i Cinque Stelle sta ottenendo un successo mai raggiunto da nessun altra amministrazione nella storia d’Italia.
GIUSEPPINA: Evidentemente quel successo è qualcosa che irrita terribilmente Cosa Nostra, soprattutto perché è di esempio nefasto verso la popolazione, che così può rendersi conto che anche in una regione manovrata dalla criminalità più potente d’Europa, se si posseggono le volontà e gli adeguati progetti si può addirittura gestire la vita di un’isola così vasta e difficile.
DARIO: Sì sì, certo è straordinario che il successo elettorale dei grillini abbia addirittura mosso l’attenzione della mafia. A parte il segnale deleterio di fondo che esprime: con un po’ di cinismo questa attenzione si può anche leggere come una manifestazione di stima.
GIUSEPPINA: Già, lo stesso compiacimento che sicuramente prova un agnello vedendosi ammirato da un branco di lupi che lo osservano con la bava alla bocca... Nonostante tutto quello che è successo, continuano a considerarlo un despota.
DARIO: Beh, speriamo che Beppe non si monti la testa. D’altra parte ad attenzioni del genere lui c’è abbastanza abituato. Basta leggere i commenti di quasi tutti i giornali della penisola ogni volta che esprime un giudizio o dichiara il proprio programma.
GIUSEPPINA: E’ vero, il complimento più comune è sempre quello di essere un despota, un tiranno, il capo supremo di una confraternita di semplici che della politica sanno solo per sentito dire.
DARIO: Poi, soprattutto ci sono i maître à penser che tracciano elogi davvero magniloquenti sull’intelligenza e sulla cultura dei due associati Casaleggio e Grillo da produrre subito un attacco di dissenteria spernacchiosa aritmica.
GIUSEPPINA: Dobbiamo però ammettere che Grillo ha fatto l’impossibile per far levitare un interesse addirittura morboso verso il suo personaggio e il movimento tutto. Quel rifiutare la presenza delle televisioni nazionali durante i suoi comizi, il nascondersi durante le visite delle troupe della RAI e di Mediaset, il negare la partecipazione ai talk show ai suoi seguaci e, soprattutto, gli insulti elargiti in una smoderata sequenza alla volta di giornalisti, uomini politici, commentatori e opinionisti vari di gran fama...
DARIO: Adesso poi che anche la mafia si interessa a lui, chi può più arrestare la sua popolarità? Sarebbe esaltante vederlo protetto da truppe armate dello Stato arrivare sistemato dentro un carro armato dal quale spunta solo la sua testa coperta da un casco guerresco.
GIUSEPPINA: Ci manca solo che il Papa in persona da San Pietro mandi un saluto affettuoso al caro fratello Beppe il genovese.
DARIO: No, meglio ancora, sarebbe di maggior valore se Papa Francesco lo paragonasse al Santo di Assisi dicendo: “Non io son degno di portare quel nome, ma Beppe, solo lui, il nostro giullare più amato. Anzi, mi rivolgo a voi miei fedeli per indicarvelo come l’unico degno di salire al Colle del Quirinale per assumere l’incarico di Presidente della Repubblica del nostro paese!
GIUSEPPINA: Beh mi pare che qui si stia un po’ esagerando...
DARIO: E allora eleggiamolo almeno Presidente del Consiglio, è il minimo che possiamo accettare.
A proposito di mafia: fra tutti i giornali usciti in Italia in questi giorni le minacce di morte ai giudici, agli omosessuali nonché ai comici – leggi Grillo – sono state riportate solo da tre giornali: il Fatto Quotidiano, il Corriere e La Repubblica in testa. Per quanto riguarda invece i telegiornali ben pochi hanno dato la notizia e sempre accennandola a malapena. Siamo arrivati proprio alla barbarie informativa più smaccata.
Infatti nessun’autorità di Stato e di governo pronuncia un monosillabo per dare solidarietà e sostegno ai magistrati nel mirino, “non parliamo ai froci e ai comici”. Come commenta giustamente Travaglio: “Immaginate se la lettera [mafiosa] dicesse ‘non vogliamo al governo il PD’ o ‘Monti’ o ‘Berlusconi’, sarebbe il titolo di apertura di tutti i giornali e tg”. Ma nel nostro caso la regola è il silenzio.
GIUSEPPINA: In compenso quasi tutti i giornali hanno riportato la notizia che il PG della Cassazione Gianfranco Ciani ha appena promosso un’azione disciplinare contro Di Matteo - proprio il giudice che ha ricevuto la minaccia di morte da Cosa Nostra - e la Ministra della Giustizia Paola Severino ha inviato al Procuratore Generale un elogio per l’azione prodotta, per altre ragioni ma legate all’insabbiamento della trattativa Stato-mafia.
DARIO: Ad ogni modo fa impressione il tempismo con cui ci si getta contro personaggi caduti sotto le attenzioni della mafia. Ha quasi il sapore di un biglietto di condoglianze in anticipo. Se succedesse il disastro se la caverebbero tutti a tempo debito con una bella corona di fiori di Stato e Amen.

Perché il Fiscal Compact sprofonderà l’Europa nel baratro


 
La ratifica del Trattato di stabilità fiscale condurrà a una forma di austerità perpetua e a un restringimento mortale della democrazia in Europa. Proponiamo un capitolo da “Cosa salverà l'Europa. Critiche e proposte per un'economia diversa” a cura di B. Coriat, T. Coutrot, D. Lang e H. Sterdyniak, in questi giorni in libreria per Minimum Fax.

Un patto per l'austerità perpetua
«Più va a rotoli, più ci sono possibilità che funzioni» [1]
La crisi attuale, iniziata nel 2007, ha messo in evidenza i pericoli della costruzione europea attuale dominata dal neoliberismo. Nei primi mesi del 2012, le classi dirigenti così come la tecnocrazia europea sono state incapaci di superare la crisi. Ancora peggio, oggi utilizzano la crisi per raggiungere il loro principale e costante obiettivo: ridurre la spesa pubblica, indebolire il modello sociale europeo, il diritto al lavoro, e impedire ai cittadini di avere una qualsiasi voce in capitolo.


"Se non si cambia strada la fine dell'Euro è segnata". Intervista a Vladimiro Giacché

da controlacrisi

Le parole di Draghi e della Bce non sono per niente rassicuranti. Tra l’altro, il sistema creditizio rimane come incagliato dentro la sua stessa trama. E la Bce non sembra darsi molta pena.
Continua a prodursi una divaricazione nei diversi paesi dell’Unione, con diversi trend negativi, tra cui il nostro. Tutto sommato, la situazione nel 2013 è del tutto simile a quella del 2012 per quanto riguarda la recessione. In una situazione come questa è normale che le banche restringano il credito. Sofferenze e tassi di copertura sono a livelli di guardia. Viceversa, con paesi con Pil positivi gli istituti bancari sono messi peggio. E quindi se ne deduce che la differenza la fa il livello dei titoli di Stato.
Le banche italiane però ora cominciano a soffrire proprio per la recessione e non solo per il differenziale tra i tassi legati al debito tra l’Italia e gli altri paesi…
Si certo, i problemi delle banche italiane derivano dalla recessione degli ultimi anni. Il punto è che questi fattori vanno visti nel loro rapporto. La divaricazione tra i vari paesi è causata dalla recessione, e aggravata dall’austerity.
Dalle tue parole capisco che a fare la differenza in questa crisi è stata la scelta della Germania di esportare la crisi verso i paesi più deboli…
Guarda, all’origine della crisi in Europa c’è sicuramente l’arrocco della Germania. Molti dimenticano che all’esplodere della crisi negli Usa è corrisposto il fallimento di una banca tedesca, finita anch’essa nelle maglie dei derivati, che aveva acquistato in grande quantità. Come negli anni ’30 tra Usa e Germania, si produce subito una precisa posizione della Germania nei confronti della Grecia. I tedeschi per non rischiare fanno rientrare centinaia di miliardi peggiorando di fatto la situazione dei paesi periferici. Ad un certo punto la situazione precipita per le troppe esitazioni dell’Europa.
Torniamo per un attimo al discorso sulla divaricazione tra i vari paesi…
Le condizioni macroeconomiche si stanno divaricando per tutti, e questo per una Europa che dice di essere unita sotto una stessa moneta è esiziale. Anche l’Olanda rischia la recessione. Nel frattempo però c’è stata una massiccia distruzione della capacità produttiva dei paesi periferici. La torta si restringe e la lotta non è più soltanto tra capitale e lavoro ma tra capitali. Certo, l’Italia ha ancora qualche cartuccia da sparare, soprattutto per quanto riguarda l’export. Ma anche qui c’è da dire che se aumenta è perché diminuisce l’import. La verità è che il crollo lo stanno subendo quei settori che producono per il mercato interno. Nel rapporto tra economie forti in Europa e paesi periferici si sta replicando quello che è accaduto tra la Germania dell’Ovest e quella dell’Est dopo la caduta del muro, ovvero un indebolimento straordinario che di fatto rende il paese più debole economicamente dipendente.
Draghi ha sorvolato sul piano B. Eppure è sempre più all’ordine del giorno.
Quello che sta succedendo da dopo le elezioni è la dimostrazione che il miglior programma era quello di Rivoluzione civile: lotta alla corruzione e all’evasione fiscale, non rispetto del fiscal compact e rinegoziazione delle condizioni. Soprattutto su questo ultimo punto, se non si riesce ad andare avanti è chiaro che la fine dell’euro è prossima. E non per una scelta di questo o quel partito politico ma per una tendenza oggettiva. Per dirla in breve, diciassette paesi con economie divergenti non stanno nella stessa moneta.
A quale soluzione si potrebbe pensare?
E’ molto tardi per rimettere insieme i cocci. L’euro potrebbe ritrovare una sua strada attraverso il deprezzanto, ma il punto è che i tedeschi non ci pensano proprio. Bisogna che qualcuno cominci a svegliarsi. E un po’ l’hanno fatto i sindacati tedeschi che parlano di un nuovo piano Marshall. Resta da vedere quanto questo conterà nelle elezioni in Germania il prossimo settembre.
Valutata da punto di vista delle ricette per uscire dalla crisi, quanto è inadeguata la nostra classe politica?
Abbiamo per la prima volta un Parlamento che ha una totale identità di vedute senza più distinzioni apprezzabili. Guarda quello che è accaduto sull’articolo 18. E’ chiaro che stanno sbagliando le priorità. Ritenere che il problema sia la cosiddetta casta politica e non la costruzione di un orizzonte per le imprese del Paese non sta né in cielo né in terra. C’è da dire che stanno indietro perfino rispetto a Confindustria che comincia a ricredersi rispetto all’austerity. In questo va detto che anche il sindacato ha sbagliato completamente la mira. Basta con questo collateralismo che di fatto ha portato alla paralisi del ruolo dei lavoratori.

giovedì 4 aprile 2013

The Grillo moment

 
Per capire cosa succederà in Italia dopo le elezioni occorre guardare Black Mirror, in cui un orsetto scurrile e antipolitico si candida alle elezioni

 
da rivistastudio.com

Spoiler alert: la prima parte dell’articolo contiene alcuni spoiler alla puntata della serie in questione, che non includono però il finale, di cui si parla invece nella seconda parte. Le due metà sono ben divise e segnalate, quindi niente paura.

Jamie Salter è un comico in disgrazia. Veste i panni di un pupazzo computerizzato, un orso blu che si comporta seguendo i suoi movimenti, sfruttando una tecnologia detta performance capture. Il personaggio digitale a cui dà vita si chiama Waldo ed è uno dei protagonisti di un programma comico inglese: il suo compito è prendere in giro un ospite mischiando il linguaggio tipico dei programmi per bambini a battutacce sul suo pene. È un successo. Il network decide di puntare sul personaggio e fargli seguire la campagna elettorale sfottendo i candidati politici. Il pubblico arriva presto ad acclamarlo, e – sull’onda dell’antipolitica, a chiedere a Waldo di fondare un partito e partecipare alle elezioni.
Ricorda qualcosa?
Beppe Grillo e il suo (suo e di Gianroberto Casaleggio) MoVimento 5 Stelle ha avuto una parabola simile: dai palasport al primo partito della Camera dei Deputati, passando per un blog e i MeetUp. Ma se questa è la realtà italiana, la storia di Waldo è fiction: è la prima parte della trama dell’ultimo episodio di Black Mirror, serie in onda su Channel 4 (in Gran Bretagna), scritta e prodotta dal comico-sceneggiatore-commentatore del Guardian Charlie Brooker. Iniziata nel 2011, Black Mirror ha da poco concluso la sua seconda stagione, composta come la prima da tre episodi totalmente indipendenti tra di loro. Ogni puntata è un viaggio in un mondo in cui la tecnologia ha in modi diversi annientato l’umano – inteso come quell’accozzaglia di sentimenti, pulsioni e istinti che ci bolle dentro. È anzi in parte errato liquidare Black Mirror come una seria distopico-tecnologica: nella maggioranza dei casi le puntate parlano di grandi sentimenti, l’umano per l’appunto, e il loro rapporto con una tecnologia sempre più incredibile, invasiva, asettica e perfetta. Lo show è una delle fusioni più riuscite tra satira e drama.
L’episodio a cui abbiamo accennato si intitola “The Waldo Moment”. È andato in onda – e qui il destino si è evidentemente messo di mezzo con il suo humour nero – il 25 febbraio scorso, giorno in cui l’Italia apriva le urne e contava estereffata i risultati elettorali: il fallimento del Pd bersaniano; il farsesco ritorno di Silvio Berlusconi, il trionfo del M5S di Beppe Grillo. O dovremmo dire “il trionfo del nostro Waldo”?
Senza anticipare il finale dell’episodio a chi non l’avesse visto, può essere utile ripercorrerlo a tratti, perché l’analisi di una serie satirica britannica può aiutarci – ed è ancora il destino a prendersi gioco di noi – a capire quanto sta succedendo in un momento in cui un neoparlamentare M5S vaneggia di chip sottocutanei e Zeitgeist, mentre un altro si affida a Google per trovare l’altrimenti celatissimo Senato della Repubblica italiana in quel di Roma, e il maggior partito progressista italiano valuta una qualche forma di coalizione con un movimento «nato dal basso» ma regolato piuttosto fermamente dall’alto delle ciocche del duo Grillo-Casaleggio.
“The Waldo Moment” sembra un documentario sulla nascita e lo sviluppo del M5S. Non ovviamente per la presenza del pupazzo – Grillo non lo è – me per il racconto della genesi di un partito che in una fase di crisi del Palazzo finisce per avere più credibilità dei tories e dei laburisti. La Casta. The Caste. Ed è ovviamente la storia di un personaggio comico – qui in versione bit – che parla alla cosiddetta e maledettissima pancia dell’elettorato, utilizzando il trivio, una retorica antipolitica bagnata nel Tamigi e il continuo rinfacciare gli altrui misfatti per nascondere la propria pochezza politica.
La storia comincia con il primo incontro di Waldo con Liam Monroe, politico conservatore che in diretta tv compie l’errore di non stare al gioco dell’orso blu, convincendo il network a continuare a tallonarlo per lanciare un nuovo programma tutto affidato al pupazzo. Un autore propone una provocazione: e se Waldo si lanciasse in una sua campagna parallela a quella ufficiale? Nel frattempo Jamie Salter, il comico che dà voce e movimento a Waldo, conosce e si innamora di una giovane laburista. Gli eventi portano i tre in una tribuna politica televisiva: due sono presenti in carne e ossa; il terzo, Waldo, partecipa attraverso un videowall. Poco prima della diretta, Gwendolyn Harris, la candidata del labour, spiega al comico che non potranno più vedersi perché ormai avversari politici a tutti gli effetti. Slater-Waldo è arrabbiato, deluso. Non solo: sta subendo le accuse del tory Monroe, accuse anche personali, ovvero rivolte alla persona che si nasconde dietro i suoi pixel. Salter sbotta, Waldo lo segue, e insieme si sfogano in diretta, offendendo il conservatore e la laburista. Piovono accuse. Quali? Quella di essere in combutta tra di loro («Lei è qui solo per rendere questo spettacolo credibile»), di non partecipare a una vera sfida perché due facce dello stesso sistema in quanto «politici di professione» (career politician). Guardando la scena vi aspetterete un riferimento al PdL-Pdmenoelle. Non arriverà.
Il comizio gridato (ancora: vi ricorda qualcosa?) di Waldo finisce così: «Voi siete meno veri di me, e io sono un pupazzo!».

Boato del pubblico.
Quella tribuna elettorale è il battesimo politico di Waldo. Un esperimento rischioso che conferma le potenzialità del personaggio. È il suo V-Day.
La storia prosegue e Salter è ormai a pezzi, in preda alla schizofrenia, costretto dal suo mestiere a fare il burattinaio di un capopopolo che può permettersi di mandare a fancuolo chiunque, mostrare il pene in erezione o scoreggiare in faccia a chi gli pare. Tanto non è un politico. È solo un pupazzo, a chi può fare del male? A chi?
Salter comincia a capirlo.

La scena clou è l’incontro tra il comico, il produttore televisivo Jack Napier e un signore «dell’agenzia», uno spin doctor che vuole curare l’immagine del candidato. È un uomo sicuro di sé, lo spin doctor. Parla del pupazzo come di un format esportabile in tutto il mondo, infallibile, il politico perfetto per la società dello spettacolo e dei tweet. L’uomo dell’agenzia è il nostro Casaleggio: ha le idee chiare e non vede cosa ci sia di strano nel fare di un orso virtuale un candidato politico. Fa ridere, la gente è con lui. A un certo punto dice: «Non abbiamo più bisogno dei politici: abbiamo smartphone e computer, possiamo far votare alla gente online».
Ricorda qualcosa?
Il resto è tutto da vedere, ovviamente. Segnalo però che anche nella fiction, ben presto il qualunquismo selvaggio (il “sono tutti uguali”) sfocia nell’ira nei confronti dei giornalisti. Ricorda qualcosa?
Tornando alla chiacchierata tra Waldo, il network e l’Agenzia, un altro scambio di battute.
«Possiamo portarlo in tutto il mondo», dice il pseudio-Casaleggio parlando di Waldo. «Come in un franchising».
«Come le Pringles!» lo sfotte Salter-Waldo, credendo stia scherzando.
«Esattamente», dice serio lo spin doctor, «come le Pringles».

***

SPOILER ALERT: DA QUI IN POI LA LETTURA È SCONSIGLIATA A CHI NON HA VISTO LA PUNTATA. SE INVECE NON VE NE FREGA O L’AVETE GIÀ VISTA, PROCEDETE PURE.


Poi arriva la rivolta personale, sofferta e inutile. Jamie Salter si scinde da Waldo – interessante notare che l’unica cosa a tenerli assieme fosse una macchina – si ribella al progetto di Napier e fa di tutto per convincere la popolazione che è sbagliato, assurdo e stupido votare per un pupazzo digitale. Ma è troppo tardi: mentre il comico tenta di fare proseliti, Napier ha già preso il suo posto nella “macchina” e ha ridato vita a Waldo, che lo ridicolizza, rendendo ogni sua critica inutile, perché disinnescata dalle battute dell’orso blu. Il pubblico dimentica subito che l’inventore stesso di Waldo sia ora anti-Waldo: ride semplicemente alle volgarità che piovono dallo schermo. Non vuole sentire altro. (Se Waldo organizzasse un comizio in Piazza San Giovanni, per dirne, una, sicuramente radunerebbe centinaia di migliaia di persone.) È così che Salter si rende conto di non essere Waldo. Waldo può essere chiunque (soprattutto Napier, che ne detiene i diritti). Il pubblico ama il pupazzo, non chi lo muove. Waldo è un avatar: una scatola vuota. È la faccia e l’essenza di un “partito” che, com’è svelato dal finale che interrompe i titoli di coda, nascerà e arriverà a dominare il pianeta in uno scenario un po’ 1984 e un po’ Cartoon Network.
E Beppe Grillo che cos’è? Lui si autodefinisce «il megafono» del MoVimento. Un megafono strano. Un megafono che si prepara ad andare a colloquio con il Capo di Stato, invece di lasciar fare agli eletti del M5S. Grillo rappresenta completamente il suo MoVimento: ne è il portavoce, il volto, il leader. Poco importa che lui rifiuti questa definizione: è così che viene percepito ed è così che si comporta. In questi giorni, per esempio, alcune delle comunicazioni più importanti sul futuro del MoVimento e la natura delle sue future alleanze sono piovute dall’account Twitter personale di Beppe Grillo (@beppegrillo), prima ancora di quello del M5S (@moviment5stelle), scarsamente seguito e utilizzato. Da quando i megafoni decidono il futuro di un partito? Grillo è quindi l’avatar del M5S – e non è chiaro se sia lui stesso a comandarlo o se, come Waldo, venga pilotato remotamente. Non possiamo saperlo ma guardando l’episodio di Black Mirror viene da ricordare all’ex comico, al MoVimento e tutti i suoi elettori che nessun avatar è mai libero completamente dal soggetto che rappresenta. Puoi fare l’antipolitico ribelle quanto vuoi ma alla fine arriva sempre qualcuno più Waldo di te che ti epura.

Immagine: una scena di “The Waldo Moment”, Black Mirror / @Channel 4

martedì 2 aprile 2013

Un nuovo ‘68

di Tonino D’Orazio 

Analogie e differenze semplici o troppo facili ? Eppure vi sono molti parallelismi, anche se la storia non si ripete. Il ’68 francese fu estremamente libertario, contenente in questa parola gli assiomi sempre ricorrenti della rivoluzione francese, liberté, égalité, fraternité. Quello italiano più centrato, alla fine, con un crescente partito comunista, sul sociale, il lavoro e l’antimilitarismo. Quest’ultimo termine accomunava in realtà gran parte della generazione giovanile mondiale contro la guerra del Vietnam.
Quello del rinnovamento sociale e politico, a parte lo Statuto dei Lavoratori che aspettava di essere recepito dal 1950, fu stroncato ogni volta da una serie di attentati terroristici dello stato (servizi segreti deviati, stay behind , manipolazione di Brigate Rosse o di Nar, …)
Quella generazione, giovane, spingeva al rinnovamento sociale e politico. Salvo in alcuni casi, nella sinistra politica arrivarono nelle segreterie dei partiti forze giovanili con un ricambio generazionale evidente. Purtroppo quei “giovani” sono ancora oggi al comando, nei partiti e nelle istituzioni, con un nepotismo e una lungimiranza eccezionali. Non c’è stato nessun ricambio generazionale evidente da più di 40 anni. Mentre nel mondo occidentale anglosassone, ma anche francese, arrivavano alla direzione governativa spesso dei quarantenni, da noi si ragionava, e si ragiona, come se avere meno di 60/70 anni fosse un handicap. Bloccando in questo modo un rinnovo e un rilancio generazionale effettivo nel nostro paese, con il risultato punitivo di non considerazione dei giovani. Certamente, salviamo qualche mosca bianca, ritenendola comunque inglobata, almeno dal sistema elettorale, in un meccanismo esclusivo e chiuso.
Il ’68 spinse un po’ in là la generazione precedente. Del ’13 di oggi si può dire la stessa cosa? Deve dirlo per forza l’ambasciatore americano a Roma sollecitando i giovani a “prendere il loro destino in mano”? I nostri vecchi e servili politici, scandalizzati, non hanno osato farlo chiamare “a rapporto”. Ma forse anche gli americani sono stufi del ricorrente e inalterato vecchiume italiano. Anzi sembra che Napolitano, quasi novantenne, ci possa anche morire, Dio ne scampi, sulla poltrona presidenziale con un mandato rinnovato che si schermisce a non volere. Ci rifarebbe quasi, dopo i danni che ha combinato in sette anni insieme all’amico Berlusconi, un quasi ottantenne pronto per quella poltrona. Se si dimettesse subito non farebbe più danno alla sinistra, anzi. Nessun presidente ha mai permesso un tale sgretolamento della nostra Costituzione e l’aver reso la nostra una repubblica quasi presidenziale, a colpi di decisioni costituzionalmente dubbiose, ma dettate “dall’urgenza della situazione”. Una foglia di fico.
Cosa possono pensare i giovani disoccupati e senza speranza davanti alle dichiarazioni di una Livia Turco, settantenne, che è stata in parlamento per 30 anni (e anche il più deleterio ministro contro i cittadini immigrati insieme a Napolitano), quando dice: “il partito mi troverà un lavoro”.
Il canale generazionale di cambiamento è il M5S? Sembra proprio di sì. La piazza, dove ricordo anche le manganellate, non è più quella reale ma quella virtuale di internet. Dove le “manganellate”, oggi, sono quelle coercitive di reti televisive e mediatiche ammaestrate che ci condizionano in modo sistematico, tra un sondaggio pilotato e un altro. Linciaggio mediatico, a reti unificate, soprattutto adesso, perché un movimento come il M5S non fa quello che gli si chiede sotto il nome di “responsabilità” da chi pensa di poter continuare impunemente il disastro politico-economico del paese.
Penso che i giovani, ma anche i meno giovani, non abbiano chiesto al M5S di farsi carico di questo paese ridotto a brandelli insieme ai loro autori, appassionatamente insieme, ma di cambiarlo profondamente, se possibile. E, finalmente, con strumenti costituzionali, con il ripristino della concezione repubblicana del Parlamento che utilizza un esecutivo (chiamato governo) per applicare le sue leggi, e non viceversa. Chiede il ripristino della democrazia, una testa un voto e la scelta di poter votare le persone che si ritengono giuste. Unica possibilità per il popolo di entrare in Parlamento. Chiede il ripristino della politica sull’economia. Altro che giovani ingenui. Gli altri continuano a parlare solo di economia (spead, borsa, rating, banche, debito …), a discapito dei cittadini, ma di tanti cittadini. Quale semplice rivoluzione culturale del sistema attuale!
I partiti attuali, diciamo le loro oligarchie, hanno ridotto il Parlamento in un centro di potere, una Camera delle Corporazioni di vecchia memoria. Gli onorevoli non sono personalmente eletti ma nominati dai loro segretari tutto potere dopo delle primarie interne che non hanno nulla a che vedere con la Costituzione repubblicana. Vi sono 87 avvocati, 90 giornalisti, 46 commercialisti, 38 medici, ingegneri, industriali, …. Niente sociale, niente mondo del lavoro, niente giovani veri. Cioè gran parte dei voti del M5S di oggi. E se sono una “minaccia per l’Europa”, ben vengano, visto che questa è ridotta alla guerra fratricida dei ricchi contro i poveri, sia dei paesi che delle persone, e alla morte sociale. E’ giusto che si sentano minacciati nella loro feroce ideologia liberista e fascista.
Allora diciamo che sta succedendo qualcosa di importante e, al momento, se la storia ci sta passando a fianco dovremmo dargli almeno un’occhiata, senza la pretesa di catalogarla in vecchi schemi di analisi affinché non cambi nulla e possiamo rimanere nelle nostre sempre più misere e fatali certezze, senza alternativa.