domenica 6 maggio 2012

Stati Uniti: la carne al mercato delle carceri


di Miguel Martinez (da Kelebek Blog)

“Esigi il Meglio – da Te Stesso, dalla Tua Carriera e dalla CCA.Offriamo opportunità di carriera che cambiano la vita, dove tu puoi fare la differenza”

Con questa ennesima variante sull’American Dream, la CCA – Corrections Coporation of America – la più grande società carceraria privata del mondo, recluta secondini. [1]
Ogni crisi, ci dicono gli entusiasti, è un’opportunità.

In fondo, se ci pensate, peggio vanno le cose, più c’è bisogno di carceri; e ciò avviene in virtuosa sinergia con l’impoverimento delle autorità locali.

Così, la Prisoner Transportation Services (PTS) of America, che si occupa soprattutto di rimandare alla casella di partenza gli immigrati clandestini, ha aumentato i propri profitti di ben 13 volte in pochi anni.

La Corrections Corporation, che già gestisce 60 carceri con 90.000 posti-gabbia, sta cogliendo la grande crisi offrendo a 48 Stati l’acquisto in contanti delle strutture carcerarie (in modo da assicurarsi in futuro il monopolio di ciò che vi si svolge), assieme alla gestione completa delle stesse carceri per i prossimi vent’anni.
C’è però una condizione decisiva: le autorità dovranno garantire che durante tale periodo, le carceri saranno occupate per almeno il 90% della loro capienza.

L’impresa è indubbiamente redditizia: ad esempio, la CCA paga un dollaro al giorno ai detenuti che lavorano, ma si fa pagare da loro cinque dollari al minuto per fare una telefonata.

La Corrections Corporation of America, come ogni azienda, deve depositare un documento presso la U.S. Securities and Exchange Commission, in cui gli azionisti vengono avvertiti di possibili rischi.
La società quindi mette in guardia gli investitori dei pericoli che potrebbero incombere sui profitti dell’impresa, nel caso di

“rilassamento negli sforzi da parte della polizia, clemenza nelle sentenze o negli standard per il rilascio in libertà provvisoria, o la decriminalizzazione di certe attività attualmente vietate dalle nostre leggi penali”.

In particolare,

“ogni cambiamento riguardante la droga e le sostanze proibite o l’immigrazione clandestina potrebbe avere una ricaduta sul numero di persone arrestate, imputate e condannate, riducendo quindi potenzialmente la domanda per i servizi carcerari in cui ospitarle”.

La Corrections Corporation comunque difende con determinazione gli interessi dei propri investitori.
Tra il 2003 e il 2010, ha speso 14,8 milioni di dollari  in lobbying per far inasprire le leggi, in particolare quelle riguardanti l‘immigrazione clandestina.

La  Corrections Corporation aderisce poi a una superlobby, l’American Legislative Exchange Council o ALEC.[2]
Fondata da Paul Weyrich, uno dei più potenti organizzatori di think tank di destra e una vecchia conoscenza nostra, ALEC elabora direttamente i testi di legge, nazionali e locali su misura degli interessi dei propri soci, e poi si assicura che le autorità siano motivate ad adottarle: solo nel 2009, 826 proposte della ALEC divennero legge in vari stati.

Tra le invenzioni dell’ALEC, troviamo i Three Strikes Out, cioè l’ergastolo alla terza condanna, oggi adottato da 24 Stati: forse il più brillante esempio di fidelizzazione della clientela mai inventato.
Per ora, gli investitori nel sistema carcerario possono stare tranquilli: nel 1980, 220 cittadini statunitensi su 100.000 si trovavano in carcere, oggi ce ne sono 739, e la spesa per il sistema carcerario è aumentato sei volte di più di quella per l’istruzione superiore.

Nell’autunno del 2001, Steve Logan, CEO della Cornell – principale concorrente della CCA – venne intervistato durante un incontro con gli investitori. Rispose:

“Credo che sia chiaro che con gli eventi dell’11 settembre, c’è un aumentato interesse per la la detenzione, sia lungo i confini che all’interno degli Stati Uniti, e si catturano più persone. E questo è positivo per i nostri affari. Gli affari federali sono i migliori affari per noi. Sono i nostri affari principali, e gli eventi dell’11 settembre aumentano i livelli di quegli affari”.

Nota:
[1] Il sito della CCA presenta anche una video-intervista con un certo Clay Cox, “Unit Manager”, sotto il significativo titolo, “Why do you enjoy corrections?“, traducibile all’incirca, “perché ti piace incarcerare la gente?”
Non sorprendentemente, si dichiarano “military friendly employers”.
[2] Per chi credesse alla neutralità di certe aziende, fanno parte dell’ALEC anche quattro delle cinque principali società petrolifere e poi: Bayer, Hewlett-Packard, Wal-Mart, AOL  eBay, GlaxoSmithKline, Western Union, Novartis, Symantec, Amazon.com, Yahoo, VISA e Time Warner.
 Invece Coca-Cola, PepsiCo e la Bill & Melinda Gates Foundation hanno abbandonato l’ALEC quando la loro adesione è diventata di dominio pubblico.

Prego, il vero Gesù alzi la mano


di David Fitzgerald (dal suo prossimo libro Jesus: Mithyng in Action) (da freethoughtblogs.com)

traduzione di Domenico D'Amico



Il “Gesù della storia” è davvero più reale del “Gesù della fede”?

Il Cristianesimo è sulla breccia da molto, molto tempo. Ma ormai abbiamo superato da un pezzo il punto in cui sarebbe razionale mostrarsi agnostici riguardo il cosiddetto “Gesù della fede”. È ridicolo far finta che la mancanza di riscontri storici degli eventi spettacolari narrati dai Vangeli, tralasciando le contraddizioni presenti all'interno dello stesso Nuovo Testamento, non costituisca un problema esiziale per Gesù il divino Figlio di Dio.

sabato 5 maggio 2012

La crisi e i beni comuni

Mario Agostinelli da soggettopoliticonuovo
 

 Il “manifesto per un soggetto politico nuovo” affronta molte delle questioni irrisolte che riguardano un popolo determinato e sostanzialmente convergente verso il cambiamento, che tuttavia da ormai quindici anni affronta le nuove fratture, avanza e si ritrae da zone tematiche inesplorate (la pace globale permanente, i beni comuni, l’ingiustizia climatica, i diritti del lavoro globalizzato e dei migranti, solo per citarne alcune), senza trovare sintesi definitive, né riuscire a fissare nuovi rapporti di forza sotto forma di una rappresentanza di massa in una società che invece arretra nelle sue istituzioni partecipative. Ma non credo che l’adesione al “manifesto” sia l’unica forma per contribuire a fare il punto di una lunghissima fase di ricerca senza adeguato approdo. Anzi, io vorrei semplicemente mettere a fuoco le novità, rilevare alcuni limiti interpretativi, precisare alleanze e allargare il fronte dei contenuti senza pretese esaustive, stando però in un cammino comune ancora in corso, che trae la sua forza dall’inclusione e dall’ascolto.
Che la territorialità e i beni comuni costituiscano, in quanto ambito e contenuto, un punto di partenza indispensabile e dalle potenzialità non del tutto esperite per recuperare una soggettività conflittuale che si organizza stabilmente rispetto alla feroce astrattezza della globalizzazione, è un risultato che ha portato al successo dei referendum e che continuerà a produrre anche alle imminenti amministrative importanti effetti sulla rivitalizzazione delle autonomie locali. Il documento, tuttavia, non contestualizza la crisi e sottovaluta come l’attacco sociale e la gestione della recessione in corso siano riusciti a colpire in modo particolare la speranza di un mondo diverso possibile, rendendo più difficile la marcia di avvicinamento tra diverse esperienze, lasciandole confinate in spazi territoriali separati, senza fondere i rispettivi messaggi. Chi ha visto l’inizio della crisi come una opportunità, deve fare i conti adesso col fatto che, almeno in Europa, il discrimine posto dal risanamento del debito ad opera della troika è riuscito a bloccare una narrazione in atto che Ulrich Beck riteneva vincente ed ha ribaltato il giudizio inappellabile delle nuove generazioni sul liberismo e sui disvalori del sistema capitalista (voi l’1%, noi il 99%) in una recriminazione nei confronti delle conquiste del lavoro e della democrazia sociale del dopoguerra, bollati come eccessivi e pregiudizievoli per una rientro in gioco dei giovani.

Dove sta il conflitto?

È proprio perché la caratteristica della crisi non si può ridurre ad aspetti settoriali, che il nuovo soggetto deve essere aperto, permeabile ad una prassi del conflitto che non ha bisogno di essere nominata preventivamente, nè circoscritta e nemmeno gerarchizzata, dato che il conflitto sociale è ormai penetrato nelle esistenze ed emerge in tutte le sue articolazioni – dal lavoro, alla natura, al genere – ad ogni passaggio in cui il potere rimarca l’insussistenza dei margini redistributivi entro cui nel passato si cercavano i compromessi sociali. Il conflitto potrebbe solo essere esorcizzato, legalmente abolito, ma non sembra esserci obiettivo di giustizia che si possa comporre naturalmente nella forma di un patto preventivo. Provatevi a scoprire la radicalità e la tensione al cambiamento che molti dei programmi per le prossime elezioni comunali vanno esibendo: noterete come spesso i partiti a livello locale sposino posizioni condivise dai loro elettori, che fanno strame delle rassicurazioni che Casini, Alfano e Bersani mandano all’austerità montiana. Sono programmi che, per dare senso all’amministrare, cercano punti di contatto praticabili tra conservazione dei beni comuni e creazione di lavoro, mentre la scure delle privatizzazioni e dei tagli ai servizi spingerebbe proprio in direzione opposta. La categoria dei beni comuni evoca conflitto, ma occorre guardarsi dal ricondurre ogni forma di alternativa al concetto dei commons. Bisogna, a mio parere, approfondire una strategia, prima di allargarne a dismisura il campo di applicazione. Io penso che i riferimenti debbano per ora andare solo alla insostituibilità per la vita e la riproduzione: occorre allora andare oltre l’esperienza, pur formidabile, dell’acqua, per disegnare un approccio complessivo alla natura – e quindi al lavoro e all’esistenza intera – alternativo a quello che il capitale oggi impone, esulando dai confini tradizionali della geopolitica (il Novecento) e invadendo quelli della biosfera.
Continuo a rimanere deluso di una organizzazione post-referendum in cui i singoli movimenti permangono organizzati come se dovessero procedere confederati.
Il rapporto energia-acqua-cibo-territorio dovrebbe essere invece pensato nella sua complessità e indissolubilità. Innanzitutto nell’ambito dell’autogoverno comunale e con la partecipazione della popolazione locale, e poi su su con concretezza, fino a contrastare la requisizione ad opera di un mercato che si organizza su scala continentale e mondiale. Si tratta già così di un programma politico di amplissime ambizioni: una alternativa alla dittatura delle borse e delle banche, che porta alla miseria i paesi, alla finanziarizzazione dei servizi locali essenziali, alla distruzione degli unici posti di lavoro programmabili in qualità e quantità con un livello di partecipazione autentico.

La riconversione produttiva

Il ritorno ad una descrizione qualitativa anziché solo quantitativa del mondo in cui viviamo ci consente di produrre sintesi politiche che i soli numeri e i modelli econometrici non sono in grado né di esprimere né di prevedere. Nella relazione tra gli elementi naturali rinnovabili, riproducibili ma anche degradabili, si ritrova un equilibrio tra uomo e ambiente in cui possono agire da mediatori il livello di civiltà che viene consegnata alle nuove generazioni e la creazione di un lavoro che trasforma conservando, nel segno della giustizia e della sufficienza. Un programma politico, potremmo dire, che funziona se trova rappresentanza adeguata e lotte vincenti. In pratica, si tratta di realizzare una organizzazione democratica della società ecosostenibile, ossia una società che soddisfa i propri bisogni senza alterare i complessi meccanismi che reggono il clima, che non preleva dalla natura più risorse di quanto essa possa rigenerare nel tempo, che non spreca e distrugge il territorio nella sua componente sociale e naturale. Questo proposito tiene insieme acqua, sole, aria, terra e cibo e consente l’avvio di una transizione che fissa anche i tempi urgentissimi del mutamento del quadro politico-organizzativo di riferimento. Inutile aggiungere che il mondo del lavoro torna ad essere il fulcro di un’azione che riporta al centro del conflitto la riconversione della produzione solo se di fronte al capitale riprende potere e si autorappresenta con la democrazia diretta.
Io credo che la questione energetica sia determinante e il tempo nuovo che stiamo vivendo e che offre la scoperta della soggettività relazionale, dell’emergenza di una coscienza di specie, richieda proprio quella democrazia dal basso a cui il “manifesto” dedica un’attenzione puntigliosa; un po’ astratta, forse, se non opta con decisione per il collegamento tra giustizia sociale e giustizia ecologica come leva interpretativa delle priorità per l’umanità e del superamento definitivo del produttivismo e della competizione.

Il paradigma energetico

Per il freddo calcolo dei banchieri al governo una politica energetica low carbon e improntata alla riduzione dei consumi è roba da sognatori e il ripensamento imposto dal referendum un incidente da metabolizzare quanto prima. In effetti, c’è intima coerenza tra l’azione e la speculazione del mondo finanziario e il sostegno al modello energetico attuale. Ed è fuor di dubbio che il sistema delle grandi banche tragga profitto dal rallentamento e dalla non diffusione delle fonti rinnovabili. Corrado Passera ha segnalato la direzione del Governo per affrontare la tematica energetica nella sua complessità. Si tratta di fare dell’Italia l’hub del gas in Europa, lasciando sostanzialmente inalterata la dipendenza del sistema dei trasporti dal petrolio: in altri termini, l’Italia diventerebbe, con il sostegno del fondo per la sicurezza energetica messo a disposizione dalla Ue, il punto di transito e di stoccaggio di gas e petrolio per l’Europa e di concentrazione della logistica per le merci di passaggio dai nuovi centri di produzione globali (il progetto della Tav Torino-Lione è del tutto coerente con questa logica). Niente, quindi, politica industriale di riconversione ecologica che, ponendo al centro rinnovabili e mobilità sostenibile, richiederebbe linee di credito trasparenti e basate sul consenso sociale, quando invece la manna del petrolio e del gas può giungere alle bocche dei soliti investitori con il corredo ulteriore di nuove centrali, condotte, navi, rigassificatori, stoccaggi sotterranei, perforazioni senza tregua.

Il conflitto è evidente, ma va di nuovo segnalato come sul cambio di paradigma incominciano a sintonizzarsi le autonomie locali più aperte e avvedute, che costruiscono coi cittadini, le associazioni ed i movimenti riassetti territoriali e piani regolatori partecipati, sistemi di mobilità sostenibile, progetti energetici innovativi per le loro città o i loro comuni. Siamo assai più avanti di quanto si dica. Il patto dei sindaci, previsto dalla Ue per i piani di azione per l’energia sostenibile (Paes), dispone direttamente fondi e sostegni alle comunità che in modo condiviso rendono virtuose le loro abitazioni, i loro stili di vita, l’approvvigionamento dalle fonti rinnovabili. Esistono oggi in Italia 1153 comuni che hanno aderito al patto dei sindaci su 2653 in Europa. Un movimento che è già intrecciato a gruppi di acquisto solidale, a reti di coenergia, ad azioni di risparmio solidale e che costituisce un brusco richiamo alle ipotesi finanziarie di creare multiutility da quotare in borsa. Perché allora non unificare quanto prima in progetti coerenti almeno i riferimenti territoriali che sui beni comuni sono già all’opera?

Fonte: Il Manifesto del 4/05/2012

 

Addio art. 18 per gli statali



I «motivi disciplinari» saranno la chiave per fare licenziamenti individuali. Poi tanta mobilità, precarietà e tenure-track 

Tra sindacati, governo e autonomie locali è stata raggiunta la notte scorsa un’intesa per applicare al pubblico impiego i princìpi della «riforma del mercato del lavoro» che sono in discussione in Parlamento e contro cui la Cgil ha proclamato 16 ore di sciopero (comprese otto di mobiltazione generale).
Anche la Cgil, a quel che risulta dalle dichiarazioni contemporanee del ministero della Funzione pubblica e della Cisl (gli unici a prender parola, oltre al sindacato di base Usb, contrario all’intesa) avrebbe dato parere favorevole all’accordo. Aprendo di fatto un problema di credibilità per la mobilitazione tuttora in piedi contro la «riforma»: come si fa a chiamare la gente allo sciopero per impedire una riforma e contemporaneamente firmare accordi che ne accolgono «lo spirito» e le norme?
Il punto di partenza è stata la spending review, quell’analisi certosina delle singole voci di spesa pubblica che il governo ha affidato a Enrico Bondi. Il ministro della Funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi, l’ha sfruttata presentandola come «occasione per superare l’approccio finanziario e ragionieristico della spesa pubblica ed avviare un processo di modernizzazione dell’amministrazione pubblica attraverso un’attività di profonda razionalizzazione». Insomma, visto che si dovrà tagliare comunque, vediamo di farlo in modo «concertato», in modo da evitare conflitti.
Su questo ha trovato i sindacati confederali disponibili, dopo le mazzate ricevute in sede di trattativa «politica» con Monti e Fornero, proprio sul «mercato del lavoro». Anche per loro è stata l’«occasione» di rigiocare un ruolo politico, anche se su un terreno di merito ormai completamente disegnato dalla controparte. In tutto il testo (sette pagine) non si fa praticamente menzione del rinnovo dei contratti nazionali di categoria (bloccati ormai da diversi anni, con relativo congelamento degli stipendi), né nella stabilizzazione dei precari (alcune centinaia di migliaia, secondo diverse stime), nè – infine – dello sblocco del turnover (da 7-8 anni non si fanno più assunzioni, e le amministrazioni pubbliche di ogni livello fanno ricorso a giovani precari o a costosissime e clientelari «consulenze»).
Pacificamente accettato anche il principio della «mobilità» del personale considerato in eccesso in alcuni comparti. Qui il ruolo «cogestionale» del sindacato viene benedetto esplicitamente, coinvogendolo «in tutte le fasi» e nell’individuazione dei «percorsi di riqualificazione». Com’è noto, la mobilità per i «pubblici» dura due anni, con stipendio all’80%, dopo di che o ricollocati (anche in altre regioni) o fuori per sempre («la seconda che hai detto», capiscono i diretti interessati).
Nulla da eccepire anche per quanto riguarda il principio di «valutazione della performance», da cui dovrebbero discendere «meccanismi atti ad assicurare la retribuzione differenziata in relazione ai risultati conseguiti». E chiunque sappia come funziona un ufficio pubblico fa in effetti fatica a capire quali potranno mai essere questi «meccanismi», oltre la più banale ossequienza verso i «capi». I quali, guarda caso, si vedranno riconosciuto un «ruolo rafforzato», così come «funzioni e responsabilità». Cosa dovranno mai fare, rispetto al passato?
Semplice: ad esempio gestire i «licenziamenti per motivi disciplinari». Il testo prevede infatti il «rafforzamento dei doveri disciplinari dei dipendenti», anche se «prevedendo garanzie di stabilità in caso di licenziamento illegittimo», secondo lo stesso meccanismo immaginato per le imprese private e in corso di approvazione al Senato. Si sta parlando dell’articolo 18, come avrete capito. Sul quale non solo non si sta davvero combattendo uan battaglia, ma che si dà per praticamente morto e sepolto – come detto più volte dal ministro Elsa Fornero e da Mario Monti. Ma con il consenso a questo punto delle principali sigle sindacali.
Il Protocollo di intesa, in effetti, parte proprio dalla definizione di «un nuovo modello di relazioni sindacali» che punta alla «partecipazione consapevole dei lavoratori ai processi di razionalizzazione, innovazione e riorganizzazione». Per ottenere un’adesione non conflittuale viene garantito che «il provvedimento legislativo» riconoscerà al contratto nazionale il ruolo di «fonte deputata alla determinazione dell’assetto retributivo» e ai sindacati un ruolo «in tutte le fasi dei processi di mobilità collettiva».
Ma sono le «regole riguardanti il mercato del lavoro» il cuore di tenebra di questo accordo. Si prevedono interventi «al fine riordinare e razionalizzare le tipologie di lavoro flessibile», convergendo esplicitamente verso quelle applicate al lavoro privato e confermate senza modifiche anche nella «riforma» in atto. E poi c’è tutto il capitolo della «flessibilità in uscita», anche se viene riaffermato che il lavoro a tempo indeterminato resta la «forma ordinaria» di rapporto (e del resto la specificità del lavoro «per lo Stato» sembra richiedere tutto, meno la «saltuarietà»).
Ma ci sono le novità anche per quanto riguarda le assunzioni, fin qui disciplinate dai concorsi pubblici, e culminanti del «giuramento» di fedeltà alla Repubblica. Viene invece introdotta la tenure-track, una forma anglosassone di «apprendistato» che mette il lavoratore – in genere un ricercatore – per molti anni in condizioni durissime, in modo da essere «testato» sotto ogni punto di vista; al termine del percorso c’è un esame e non è affatto certo che venga superato. In quel caso si ricomincia da capo, altrove. Come questo «percorso» possa essere «conciliato» con l’art. 97 della Costituzione («Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge») è un mistero. Ma l’accordo afferma che «se po’ ffà». In fondo ricorre spesso la formula «riordinare la disciplina… fermo restando…». Doroteismo, si sarebbe detto in altri tempi.

Università: la rivolta dei ricercatori contro i concorsi manipolati


Fabio Sabatini da Micromega

L’università italiana sta cambiando. Non solo per le riforme, l’internazionalizzazione della ricerca e l’introduzione di nuovi sistemi di valutazione della produzione scientifica. I giovani ricercatori hanno cominciato a ribellarsi contro i concorsi manipolati. In modo organizzato, con azioni collettive da manuale che, negli ultimi mesi, hanno portato a bloccare due concorsi sospetti.
Ad avviare la mobilitazione sono stati gli economisti, su Facebook. Qui il gruppo “Secs in the cities”, nato come forum di discussione per ricercatori in cerca di lavoro, si è spontaneamente trasformato in un watchdog dei concorsi (il nome del gruppo deriva dal prefisso utilizzato dal Ministero dell’Università per identificare ai fini concorsuali i settori scientifico-disciplinari dell’area di Economia e Statistica).
Negli ultimi mesi le iniziative del “Secs-team” hanno portato all’annullamento di un concorso da ricercatore in economia politica presso l’Università del Piemonte Orientale e al differimento della nomina del vincitore di un concorso in politica economica presso l’Università dell’Insubria. In entrambi i casi il posto era stato vinto dal candidato che, secondo la denuncia del gruppo, aveva meno titoli rispetto agli altri concorrenti ma poteva vantare uno stretto legame professionale con il presidente della commissione giudicatrice. Un riassunto degli eventi si può trovare qui e qui.
La notizia di oggi è che cinque candidati del concorso dell’Insubria hanno presentato ricorso al Tar contro l’esito della procedura (i cui verbali sono disponibili sul sito dell’ateneo). Il Secs-team ha diffuso presso la sua mailing list un comunicato in cui annuncia l’avvio di una raccolta fondi per sostenere il ricorso.
Come si legge nel comunicato, “Oltre a rendere possibile l’azione legale in oggetto, tale sostegno fornirebbe infatti una dimostrazione inequivocabile del fatto che la comunità scientifica nazionale non è disposta ad assistere inerte all’attuazione di cattive pratiche nelle procedure di reclutamento, e intende agire concretamente per scoraggiarle”. La speranza degli estensori del comunicato è che la disapprovazione mostrata da una parte del mondo accademico in occasione dei concorsi contestati possa tradursi in un sostegno concreto.
Il link per effettuare la donazione si trova qui.
A mio parere ci sono diverse ragioni per contribuire alla raccolta fondi.
L’azione legale intrapresa dai candidati dell’Insubria è coraggiosa e meritoria, e non possiamo lasciarli soli. Uno dei deterrenti che impediscono ai ricercatori precari di ribellarsi ai concorsi manipolati è infatti il costo molto elevato dei ricorsi. I baroni lo sanno e ne approfittano, confidando nel fatto che la reazione dei candidati esclusi sarà nella maggior parte dei casi limitata a un effimero moto di indignazione. Oltre ai problemi finanziari, i potenziali ricorrenti spesso temono ritorsioni. È importante dimostrare che non hanno nulla da temere, perché il mondo accademico è sano e condivide pienamente la richiesta di trasparenza di chi denuncia le scorrettezze.
Al di là del concorso specifico, la partecipazione collettiva al finanziamento del ricorso corrisponde inoltre a un interesse generale, dato che, in caso di successo, recapiterà un segnale molto chiaro a tutti coloro che vogliono gestire le procedure di valutazione in modo poco trasparente: la comunità scientifica non ci sta, e oltre a firmare una petizione i ricercatori sono disposti anche a mettere mano al portafoglio.
L’interesse generale è ancora più esteso se consideriamo che una cosa del genere non era mai successa all’Università. Si tratta di una iniziativa “rivoluzionaria”, che nel suo piccolo dà un colpo alla cultura familista e particolarista che da secoli frena il rinnovamento delle istituzioni e lo sviluppo del nostro paese.

venerdì 4 maggio 2012

Attaccare la lega 5. Attenti a Tosi


Tosi, il sindaco di Verona, che probabilmente verrà riconfermato alle prossime amministrative, mi inquieta un po'. Si dice che noi italiani abbiamo un'indole conciliante, un modo più educato per dire cialtrona, e che quindi non siamo in grado di portare i nostri sentimenti fino al calor bianco che genera odio e violenza  al massimo grado. Sarà ma noi italiani abbiamo inventato il fascismo, un fenomeno sicuramente cialtrone, ma anche fortemente classista e violento, perfezionato poi dai tedeschi, che ci hanno aggiunto potenza e tecnologia. Fatto sta che Tosi e in generale la lega, fortunatamente in affanno, rappresentano quel mix esplosivo la cui miccia può essere accesa dalla crisi e causare una detonazione pericolosa. Il sindaco di Verona esprime quel tanto di mistica neovolkish delle piccole patrie, populismo, clericalismo reazionario e fascismo dichiarato, che rappresenta l'humus ideale per lo sviluppo di un neo-totalitarismo. Insomma ingredienti vecchi e totalitarismo nuovo. Tosi ha la faccia gommosa e rassicurante di un Walter Matthau in erba e una grinta ferina esaltata da un mascellone volitivo, uniti ad un'indubbia capacità di modulare i toni del discorso passando dal ragionamento pacato con argomentazioni razionali, al piglio deciso del mastino che non si lascia mettere all'angolo. Tutto ciò gli conferisce indubbiamente un'immagine di estrema autorevolezza. La capacità di assimilare ingredienti estremistici nella propria compagine, dando loro un'apparenza di normalità, lo rende estremamente pericoloso. Il Veneto è stato sempre bianco e tradizionalista e la laboriosità del veneto casa e bottega, ha trovato negli anni dello sviluppo economico dei punti in comune con i ceti possidenti e imprenditoriali, supportati dal peggio della politica italiana. In tempi di crisi questo patto fra ceti sociali si può riscrivere come garanzia fraudolenta di reddito e sicurezza per  certuni, magari condito con una retorica xenofoba e razzista, e di intangibilità dei privilegi acquisti per gli altri. Se riusciremo a contenere fenomeni di questo tipo la loro parabola raggiungerà il suo acme e decadrà senza causare troppi danni, altrimenti il rischio è che un simile patto, nato sulle ceneri di una crisi devastante, contamini tutto il nord e allora saranno guai. Tosi non si fa nessuno scupolo e probabilmente nell'intimo è davvero un fascista. In più di un'occasione è stato immortalato alla testa di manifestazioni che vedevano sfilare fascisti e naziskin della peggiore specie. Il sindaco di Verona vanta nella sua compagine Andrea Miglioranzi con un passato nerissimo nel Fronte Veneto Skin Head, addirittura inizialmente insediato da Tosi ai vertici dell'Istituto di Storia della Resistenza. Uno che nella sua pagina Facebook ha messo un video che si intitola “ Croci celtiche, boia chi molla”. Miglioranzi non è però un personaggio solo folcloristico. Ha le mani in pasta in società come la Veneto Exibition ora il liquidazione, controllata in maggioranza da Veronafiere ed è presidente della Sicurint, aziende che vive di appalti pubblici ed è sponsor dell'Hellas Verona. Intrecci affaristici che servono a creare una ragnatela di interessi che possono ipotecare una buona fetta di consenso e rappresentare un modello efficiente come quello lombardo. Ovviamente non può mancare la curia in questa coalizione di volenterosi. Il vescovo Zenti ha già dato la sua benedizione a Tosi e al suo “leghismo di buonsenso”. Quello che stupisce un po', ma non più di tanto è l'appoggio a Tosi ( così dice certa stampa) di Cacciari, ma Cacciari si sa è un filosofo idealista con una strana idea del pragmatismo in politica. Come porre un argine a fenomeni del genere? In primo luogo svincolarsi dalle scelte scellerate del Pd, che in Veneto come in Lombardia ha sempre proposto candidati imposti dall'apparato e che erano solo dei vuoti a perdere. Inoltre con la sua smania di apparire un alunno diligente alla scuola del liberismo economico, il partito di Bersani è ormai irrecuperabile in un'ottica che guarda al bene comune come linea guida dell'azione politica. In secondo luogo se il progetto di un Soggetto Politico Nuovo prenderà piede e saprà incidere sugli assetti istituzionali, potremo recuperare una grossa fetta di delusi e astinenti dalla politica, e al contempo avviare dal basso un programma di riabilitazione socio-politica della società italiana.
In ogni caso attenti a Tosi e a quelli come lui.(F.C.)

Polverini: con una mano taglia e con l’altra firma

Luisa Betti da Il Manifesto

Sono già più di 20mila le firme che stanno giustamente sostenendo l’appello “Mai più complici” (Zanardo-Lipperini-Snoq) per fermare il femmicidio in Italia chiedendo un rapido intervento del governo: ma a che serve accettare il sostegno nominale da chi si è preso la responsabilità pratica di tagliare i fondi ai centri antiviolenza che sono il fulcro della questione soprattutto in questo momento di emergenza? A cosa serve avere la firma di chi ha controfirmato tagli drastici per gli interventi territoriali contro la violenza di genere e ha sostenuto normative nefande come la legge “Tarzia” che vuole far sparire i consultori da tutto il Lazio portando questa regione indietro di 50 anni con i centri per la famiglia? A cosa serve che la presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, reciti testualmente che “in Italia è in atto un attacco al cuore dei diritti delle ragazze, delle bambine, delle donne, che sono le prime vittime della crisi, le prime vittime delle violenze domestiche”, quando lei stessa ha portato quest’anno i finanziamenti per contrastare questa violenza da 700mila a 400mila euro? A dirlo non sono io ma chi l’ha vista. Il Consigliere Pd, Tonino D’annibale, ha dichiarato sul suo sito (quindi è pubblico) testuale commento: “Il sostegno alla donne vittime di violenza è un problema di sanità pubblica.  Lo dice anche l’Organizzazione mondiale della sanità ma, evidentemente non la pensa cosi questa Giunta regionale anche se presieduta da una donna. Sportello donna funzionante al S. Camillo dal 2009 e che ha prestato assistenza in due anni  a oltre 700 donne , infatti sta per chiudere. La Regione non ha fondi e di certo non è spesa di cui si può far carico in modo autonomo l’azienda ospedaliera S. Camillo, che non ha per niente i conti a posto.  Le lavoratrici del centro non percepiscono lo stipendio dallo scorso novembre ma lavorano comunque. Sono un esempio di solidarietà di donne verso le donne. Lo stesso non si può dire della Polverini. Perdere altro tempo vuol dire assumersi la responsabilità di chiudere un esperienza all’avanguardia in tutta Italia , ma soprattutto lasciare mano libera ai violenti”. L’Associazione nazionale dei centri antiviolenza Dire, in occasione della presentazione del primo piano triennale contro la violenza di genere e lo stalking alla conferenza organizzata al Villaggio So.Spe – il centro romano guidato da suor Paola che accoglie ragazze madri e i loro bambini – ha chiesto il perché una così degna attenzione non fosse dedicata anche alle strutture già esistenti che operano da anni e con esperienza contro la violenza, dato che esistono solo 67 posti letto in tutta la regione Lazio e le difficoltà pratiche che i centri antiviolenza del territorio hanno nel garantire il servizio di accoglienza e di sostegno necessari alle donne che chiedono aiuto sono costantemente in bilico. In partica la presidente, che ha firmato l’appello “Mai più complici” con tanto di dichiarazione, nella realtà ha messo in discussione l’esistenza e il sostegno a due nodi fondamentali per combattere la violenza: gli sportelli antiviolenza del pronto soccorso dove la donna può accedere direttamente 24 ore su 24 per poi venire indirizzata ai centri e alla procura per eventuale denuncia (e quello del San Camillo posso garantire che era di una stanzetta che le operatrici della onlus BeFree avevano messo a posto per accogliere le donne), e i centri antiviolenza provvisti di avvocate, psicologhe e operatrici specializzate (laiche) che, in alcuni casi, sono anche provvisti di rifugio per donne e bambini che ne hanno bisogno (qui le donne vengono nascoste quando in pericolo di vita). La Regione Lazio della Presidente Polverini ha inoltre appoggiato e sostenuto la legge Tarzia (proposta dall’on. Olimpia Tarzia) che prevede di abrogare la L.15/76 istituente i consultori nati come servizi socio sanitari integrati di base, volti alla promozione e alla prevenzione della salute della donna e aperti alle famiglie di ogni genere, alle coppie, alle donne, agli uomini e agli adolescenti anche non accompagnati, a persone con diverse identità etiche, religiose, culturali, introducendo invece una impostazione ideologica e confessionale finalizzati a servizi consultoriali per la tutela “della famiglia fondata sul matrimonio”  promuovendo la partecipazione e la gestione dei servizi di tutte le associazioni confessionali pro-life ed escludendo le associazioni/assemblee delle donne. La Tarzia prevede di duplicare obbligatoriamente i percorsi di applicazione della Legge 194/78 (il diritto all’interruzione di gravidanza) considerando implicitamente l’inadeguatezza e l’incapacità delle donne di assumere con senso di responsabilità decisioni relative alla propria vita, e contempla i consultori organizzati da strutture private non a scopo di lucro e da strutture private lucrative – in questo ultimo caso in contrasto con l’art. 2 della L. 405/75 – prevedendo la possibilità di accreditarli, di finanziarli con risorse pubbliche e di delegare loro la gestione di servizi consultoriali pubblici. Ovvero prevede un attacco diretto alla salute e al diritto delle donne italiane, ricreando così un terreno fertile dove la violenza e il femmicidio sono solo un triste e vergognoso epilogo.

mercoledì 2 maggio 2012

La vera storia della crisi greca

La Grecia ha costituito il pretesto della crisi dell'Euro, non ne è stata, tuttavia, la causa. La sua causa va ricercata nel fatto che la zona dell'euro è un'unione monetaria a tutti gli effetti, ma non è una vera e propria unione economica e fiscale di stati-membri con differenti caratteristiche strutturali. Se le governance europea non saprà riformarsi ci saranno nuove crisi in futuro.

di Kostas Simitis e Yannis Stournaras*, da Micromega (fonte il Sole 24 ore)

 
Durante la recente discussione svoltasi nei Parlamenti di numerosi stati-membri dell'area dell'Euro circa l'approvazione del nuovo piano di aiuti di 130 miliardi di Euro alla Grecia, alcuni deputati si sono chiesti se la Grecia fosse pronta a partecipare al progetto della moneta unica, l'euro.

Dalla metà degli anni Novanta, la Grecia ha fatto degli sforzi formidabili per riuscire a soddisfare i criteri della convergenza. Ha utilizzato tutti i mezzi disponibili: politica fiscale, politica monetaria, politica dei redditi, vaste privatizzazioni di banche ed imprese pubbliche. Qualunque sia il modo con cui si misura la performance fiscale (a livello del saldo di cassa o della contabilità nazionale), il deficit pubblico è calato di dieci punti percentuali, dal 12,5% del Pil nel 1993, al 2,5% nel 1999, l'anno dei dati economici con i quali si è decisa l'ammissione della Grecia nella zona dell'Euro, in occasione del Consiglio Europeo di Santa Maria da Feira, tenutosi nel mese di giugno del 2000. Simili sviluppi positivi, si sono osservati anche per gli altri criteri di convergenza nominale richiesti (inflazione, tassi di interesse a lungo termine, debito pubblico, tasso di cambio).

È opportuno ricordare a questo punto, che la decisione di ammissione è stata presa in seguito ad un accuratissimo controllo delle performances dell'economia greca da parte della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea e del Comitato Economico e Finanziario, con i loro relativi pareri. Anzi, è degno di nota il fatto che, malgrado la restrittiva politica fiscale e monetaria di quel periodo, indispensabili per ridurre il disavanzo pubblico e l'inflazione, il ritmo di crescita del Pil era iniziato a migliorare. Da negativo nel 1993, era salito al 4%, alla fine degli anni Novanta, per mantenersi a questi livelli fino al 2007. Si è osservato un aumento degli investimenti privati e del flusso di capitali dall'estero verso la Grecia, grazie al calo dell'inflazione e degli interessi, che avevano raggiunto percentuali al di sotto del 10%, dopo venti anni in cui superavano questa cifra.

Due sono i motivi addotti da quanti sostengono che la Grecia non doveva far parte dell'Unione Economica e Monetaria d'Europa. Il primo motivo, che è anche quello maggiormente noto, è che la Grecia ha contraffatto i dati economici per riuscire ad accedere all'Uem.

Il governo neo-eletto di Nuova Democrazia nelle elezioni del 2004, quattro anni dopo l'approvazione dei dati relativi all'adesione della Grecia, ha avuto un'ispirazione politica estremamente infelice, cambiando il modo con cui venivano iscritte le spese per la difesa, allo scopo di alleggerire il loro peso nel bilancio, durante il suo mandato. Tuttavia, il cambiamento ha avuto l'effetto di aumentare i deficit pubblici negli anni precedenti al 2004, con un conseguente periodo di intensa contestazione e diffamazione della Grecia. L'asserzione che la Grecia fosse entrata a far parte dell'area dell'Euro con dati falsificati, si leggeva sulle prime pagine di numerose testate giornalistiche in tutto il mondo. Purtroppo, questa asserzione è stata adottata anche da molti uomini politici dell'area dell'euro ed è ripetuta ancora oggi. Questa accusa, tuttavia, dimostra quanta disinformazione ed eventualmente quanta ipocrisia ci sia in queste dichiarazioni. Anche con il cambiamento della metodologia, e secondo i dati revisionati, il disavanzo pubblico in quell'anno cruciale (1999), aveva raggiunto il 3.1% del Pil, contro il precedente 2.5%. Più precisamente, aveva raggiunto il 3.07%, secondo Eurostat.Questo deficit resta inferiore al corrispondente deficit revisionato di altri stati membri, la cui valutazione è stata effettuata con i dati statistici relativi all'anno 1997, affinché costituissero la «prima ondata» degli stati-membri, creatori dell'Euro nel 1999. Dal sito web di Eurostat, risulta che molti altri stati-membri erano stati ammessi nell'area dell'euro con un deficit pubblico superiore al 3.1% del Pil, senza che ciò fosse oggetto di continui riferimenti, anche se questi paesi presentano oggi problemi simili a quelli della Grecia.

La responsabilità di quanto su esposto, certamente pesa sul governo dell'epoca in Grecia, di Nuova Democrazia. Tuttavia, è una responsabilità che pesa anche sull'amministrazione di Eurostat e sulla Commissione Europea, che hanno adottato i dati fiscali inviati dall'allora governo greco e non hanno convocato ufficialmente la Banca di Grecia e neanche il governo precedente per esprimere il loro parere. Anzi, è del tutto incoerente quanto avvenuto successivamente, il 2006: Eurostat ha ritenuto che il metodo corretto di iscrizione delle spese sulla difesa fosse quello di iscriverle in base alla consegna del materiale, cioè quello applicato dalla Grecia prima del 2004. Tuttavia, Eurostat, pur dovendo, non ha provveduto alla correzione retrospettiva di questi dati: il 3,07% del Pil quale disavanzo pubblico per la Grecia nel 1999 si è mantenuto, mentre invece si sarebbe dovuta applicare la nuova decisione. Questa irrilevante discrepanza di 0.07% del Pil, rispetto ai limiti posti dal Trattato, adottato senza molta riflessione dalle amministrazioni dell'area dell'Euro, non consente di apprezzare l'enorme sforzo di adeguamento economico.

Ricordiamo a questo proposito che anche recentemente si è diffusa una campagna di diffamazione contro la Grecia, per un'abituale operazione di swap valutario avvenuta tra il Ministero greco delle Finanze e la banca Goldman Sachs, alla fine del 2001, di quelle che in quel periodo erano fatte a centinaia da tutti gli stati-membri, come semplici operazioni di gestione del disavanzo pubblico. Ancora una volta, si è detto che la Grecia aveva contraffatto i dati per accedere all'euro: il nuovo titolo a caratteri cubitali sulla prima pagina dei giornali, adottato però anche da numerosi politici. Ma hanno tutti dimenticato che questa operazione finanziaria ha avuto luogo ben due anni dopo il 1999, anno i cui dati sono stati valutati per decidere l'adesione della Grecia all'Euro, e un anno intero dopo l'ammissione della Grecia nell'Euro, approvata dal Consiglio Europeo di Santa Maria da Feira!

Il secondo motivo addotto a giustificazione dell'errore commesso di aver accettato il paese nell'Unione economica e monetaria europea, è costituito dagli sprechi statali ed i suoi eccessivi deficit. Le performances economiche della Grecia dopo il 2003, in particolare durante la seconda metà del decennio del 2000, purtroppo non hanno seguito quelle degli otto anni precedenti. Nel 2006, il governo dell'epoca ha iniziato a perdere il controllo delle spese e delle entrate pubbliche, per raggiungere il culmine, negli anni 2008 e 2009, quando il deficit pubblico è salito vertiginosamente, superando il 10% del Pil.

Il crollo della Lehman Brothers e la rivalutazione dei rischi finanziari da parte dei mercati, ha comportato l'aumento degli interessi sui prestiti della Grecia, che costituiva l'anello debole dell'area Euro. Così è scoppiata la crisi greca del deficit pubblico. La mancata adozione di misure urgenti e severe di stabilizzazione da parte di due governi greci consecutivi e l'esitazione della zona Euro ad intervenire, hanno provocato la chiusura dei mercati finanziari per la Grecia, per poi arrivare al suo salvataggio, dopo numerosi tentennamenti, con l'intervento della "troika" (Fmi, Ue, Bce), un salvataggio soggetto ad una severa applicazione delle misure di risanamento dell'equilibrio finanziario e della competitività.

Gli effettivi sprechi rappresentano il motivo esclusivo di questi sviluppi? La principale causa della crisi, in Grecia come negli altri stati-membri periferici dell'area dell'Euro, è stata principalmente provocata dagli enormi disavanzi in continua crescita delle partite correnti di questi paesi, dalla perdita di competitività e, soprattutto, dai differenti livelli di sviluppo tra Nord e Sud, e non tanto dall'incapacità gestionale dei loro leaders. Il Sud acquista dal Nord prodotti industriali di alta qualità ed elevato livello tecnologico. Il Nord, invece, acquista dal Sud una quantità molto minore di prodotti. In media, nel periodo tra il 2000 ed il 2007, il disavanzo delle partite correnti della Grecia era pari al 8,4% del Pil, e del Portogallo del 9,4%, mentre le eccedenze della Germania erano del 3,2% del Pil, e dell'Olanda 5,4%. Per coprire questi disavanzi delle partite correnti in continua crescita, i Paesi periferici sono stati costretti ad indebitarsi sempre più. Il risultato è stato l'aumento del loro debito.

Il ritardo nel funzionamento dell'amministrazione statale e delle istituzioni ancora una volta ha costituito il pretesto, per ribadire che la Grecia, e forse anche altri stati-membri periferici, non avrebbero dovuto diventare membri dell'Unione economica e monetaria. Questa Uem, tuttavia, non è un club di Paesi evoluti con interessi comuni, contrapposti a quelli dei Paesi in ritardo. Si tratta di una fase evolutiva dell'Unione, per facilitare la cooperazione economica tra i suoi membri, per creare rapporti che possano rafforzare gli sforzi comuni volti allo sviluppo, per ottenere la graduale convergenza delle loro economie e per sfruttare nel modo migliore le opportunità fornite dall'abolizione dei confini e dagli obiettivi condivisi. È un piano comune per raggiungere il progresso che quindi, deve includere nella sua pianificazione, i più potenti con le loro capacità, ma anche i più deboli, con le loro debolezze; deve prendere in considerazione gli squilibri e valutare il fatto che i paesi evoluti non sono solo soggetti ad oneri, anzi, ne traggono notevoli benefici, grazie ai loro servizi finanziari e le loro esportazioni.

L'implementazione delle misure di stabilizzazione in Grecia, a maggio del 2010, ha comportato un miglioramento significativo dei risultati finanziari e della competitività, ma ha contribuito anche a creare una recessione economica profonda e di lunga durata, ad aumentare vertiginosamente la disoccupazione che ha raggiunto il 20%, incrementando la povertà e la miseria di parte del popolo greco. Non è solo la Grecia responsabile di questo risultato. La combinazione della politica economica imposta dal primo piano di aiuti non era la più adeguata e quindi le performances attese non sono realistiche, finanche per quei paesi dotati di economie molto più potenti di quella greca. Si ha la sensazione che le condizioni imposte dovessero costituire un esempio da evitare per gli altri Paesi, punendo in modo esemplare la Grecia. La recessione, inizialmente prevista dal Fme per il periodo 2009-2012 al -7,5%, attualmente si calcola sia a -18%, fatto questo che non consente il raggiungimento degli altri obiettivi, generando anche intense agitazioni sociali.

La Grecia ha costituito il pretesto della crisi dell'Euro, non ne è stata, tuttavia, la causa. La sua causa va ricercata nel fatto che la zona dell'euro è un'unione monetaria a tutti gli effetti, ma non è una vera e propria unione economica e fiscale di stati-membri con differenti caratteristiche strutturali: quelle dei Paesi maturi dell'Europa del Nord, e quelle delle economie meno mature del Sud europeo. La crisi attuale è solo in parte crisi di debito pubblico, e ciò interessa principalmente la Grecia ed il Portogallo. Per il resto, si tratta di crisi del settore privato e del sistema bancario di numerosi stati-membri, e anche crisi del controllo e della sorveglianza da parte delle autorità monetarie dell'area euro. L'Unione europea non ha ancora ideato un contesto complessivo di governance economica, un nuovo modo per affrontare gli squilibri tra il nucleo centrale sviluppato e la sua periferia meno evoluta; non si è occupata sistematicamente di promuovere realmente la crescita economica. Se ciò non avrà luogo, allora ci saranno nuove crisi in futuro.

Il fiscal compact che, secondo le leaderships dei paesi dell'euro, sarà in grado di assicurare la stabilità delle loro economie, non riuscirà a raggiungere questo risultato, senza altre misure che favoriscano la crescita e la convergenza effettiva e per finire, senza un progresso adeguato verso l'integrazione economica e politica dell'Unione.

* Kostas Simitis è stato primo ministro greco e leader del partito socialista (Pasok) dal 1996 al 2004, Yannis Stournaras è direttore della Fondazione per la ricerca economica e industriale di Atene 


Alle elezioni con un disegno comune

Da diversi anni ormai questo blog sta invocando fino alla nausea la necessità di un nuovo soggetto politico che raduni le forze migliori del paese in un progetto unitario di cambiamento. Per tale motivo, seppure in misura microscopica ci prendiamo parte del merito di questo nuovo progetto. Siamo però in forte ritardo. Grillo ha da tempo fiutato l'aria e utilizzando strategie di marketing efficaci ha costruito un forte radicamento sul territorio proponendosi come unica alternativa possibile all'attuale stato di cose. Non è troppo tardi per recuperare un consenso mosso in larga misura da una reazione di rigetto istintivo verso questa classe politica, possiamo competere con Grillo sulla base dei contenuti e di una proposta politica meno ambigua e meno compiacente verso gli istinti peggiori di una parte della società. Ma soprattutto possiamo aggregare quei milioni di persone di sinistra e non che non si sentono rappresentati né dai partiti né da Grillo.
Concordo pienamente con il senso dell'articolo di Luca Nivarra, in special modo quando dice: "Alba immagina una strategia di rafforzamento della democrazia rappresentativa con pratiche nuove e, in larga misura, da sperimentare, di democrazia partecipata: e, tuttavia, per ciò stesso, considera l’ingresso nelle istituzioni della democrazia borghese, per quanto agonizzanti, un’opzione tattica non rinunciabile". Se è così c'è da sperare per il meglio

di Luca Nivarra da soggettopoliticonuovo

L’assemblea del “nuovo soggetto politico” svoltasi il 28 aprile scorso a Firenze si presta ad un bilancio decisamente positivo. Oltre al nome – Alba – impartito a maggioranza dai presenti; oltre alla partecipazione – molto nutrita tenuto conto anche del clima generale di disaffezione nei confronti della politica – ci sono vari elementi che lasciano ben sperare e che sarebbe sciocco non cogliere. Procediamo per ordine, segnalando, in primo luogo, l’assenza di un leader e il carattere decisamente collettivo di un’elaborazione ancora abbozzata ma, appunto, davvero plurale e non calata dall’alto. Certo, prima o poi bisognerà affrontare il problema dell’organizzazione: ma se le premesse sono quelle di Firenze, per la prima volta da molto tempo a questa parte potrebbe affacciarsi sulla scena una forma politica a struttura non proprietaria ma che, viceversa, in perfetta sintonia con il suo retroterra culturale, incarni e rappresenti l’idea stessa di un bene comune.
Sul piano dei contenuti, il dibattito e le due mozioni presentate (la prima contro la riforma dell’art. 81 e l’introduzione del cosiddetto pareggio di bilancio, la seconda contro la riforma del mercato del lavoro, entrambe perseguite dal governo dei padroni e sostenute dal Pd) non lasciano più spazio a dubbi, a meno che non si voglia coltivare la nobile arte del dubbio metodico, che, però, applicata alla politica, è del tutta inappropriata e potrebbe rivelarsi assai meno nobile. Alba si disloca, con grande chiarezza, in un’area antiliberista ed anticapitalista: non è la riedizione dei girotondi, non è la versione meno paludata di “Libertà e Giustizia” et similia, nutre una profonda avversione per il berlusconismo ma, a differenza del Pd(R) (Partito di Repubblica), vede nel berlusconismo, ieri, e nel montismo, oggi, le epifanie della stessa essenza, violenta, sovversiva dell’ordine costituzionale e totalmente asservita al capitale finanziario. E se un merito il governo Monti ce l’ha, è proprio quello di aver fatto cadere il velo di Maja (o di Ruby) dietro al quale il Pd(R) celava la sua finta opposizione a Berlusconi e la sua adesione alle politiche liberiste tradottesi nell’attacco al Ccnl, nella riforma Gelmini, nella privatizzazione dei servizi pubblici. Oggi, a nessuno è consentito di non vedere quale sia la vera natura del Pd, il suo essere un convinto e tenace fautore di quelle stesse politiche, alle quali Alba vuole contrapporsi frontalmente: ed è da questo dato, inoppugnabile, che bisogna ripartire anche in vista delle politiche del 2013.
Ultima questione. Appunto, le politiche del 2013 e, più in generale, il rapporto con il circuito istituzionale. Come emerge chiaramente dal documento programmatico, Alba immagina una strategia di rafforzamento della democrazia rappresentativa con pratiche nuove e, in larga misura, da sperimentare, di democrazia partecipata: e, tuttavia, per ciò stesso, considera l’ingresso nelle istituzioni della democrazia borghese, per quanto agonizzanti, un’opzione tattica non rinunciabile. Si può dissentire da una scelta del genere, ma, a mio avviso, vi sono alcune buone ragioni che la sostengono, la prima delle quali è quella di offrire, dalla sponda del Parlamento, un riferimento politico, simbolico, mediatico e finanziario alle soggettività antagoniste che si muovono nel sociale: altrimenti il rischio è che si ripeta quello che è già accaduto con il referendum, cancellato nell’indifferenza generale. Se questo è vero, però, e se è vero quello che si diceva prima a proposito del Pd, è evidente che, per Alba, la partecipazione alle elezioni ha un senso soltanto se l’obiettivo è quello di avviare un processo di riaggregazione a sinistra, proponendosi come spazio all’interno del quale le varie identità, a cui tutti sembrano così pervicacemente e autolesionisticamente avvinghiati, possono provare a coesistere contribuendo ad un disegno comune – la creazione di una massa critica oltre il Pd, senza della quale non si va da nessuna parte – autoconservandosi sino al momento, speriamo non troppo lontano, in cui saranno finalmente maturate le condizioni per la nascita di un nuovo soggetto politico. Insomma, una sorta di holding dell’antagonismo e del conflitto, che dovrà presentarsi alle elezioni come un novello Cln, per citare Mattei, o Fronte di liberazione popolare, il cui compito specifico sarà quello d occupare il segmento “istituzionale” del terreno di scontro, in quanto ancora praticabile.
Personalmente credo che ci sia spazio per tutti (singoli, soggetti collettivi, movimenti) coloro che hanno come obiettivo quello di avviare un processo costituente di segno eguale e contrario a quello di impronta liberista: e, del resto, è ormai chiaro che le cucine del convento novecentesco, salvo qualche spruzzatina di leadership carismatica in salsa ruspante, non sono più in grado di sfornare nulla, e certamente nulla di commestibile.

Fonte: Il Manifesto del 1/05/2012

martedì 1 maggio 2012

Crimini e misfatti: tutti gli orrori del governo Monti


da libreidee

Micromega” li chiama “errori”, ma quella che Marco Travaglio riassume – sulle pagine dell’“Espresso” – è una spaventosa galleria di orrori. Davanti ai quali si potrebbe dire, con una battuta, che ci vorrebbero dei tecnici per ripararne tutti i guasti: «Ma se questi guasti li fa il governo tecnico, chi li ripara?». In pochi mesi, il “governo dei banchieri” creato da Napolitano ha totalizzato un record micidiale di disastri, grazie alla ferrea guida dal super-lobbysta Monti, già advisor di Goldman Sachs e stratega della Trilateral Commission per l’Europa, membro dell’élite finanziaria mondiale incarnata dal Gruppo Bilderberg e già “ministro” della Commissione Europea, massima espressione dell’oligarchia tecnocratica contro cui l’Europa – per via elettorale – sta cominciando finalmente a ribellarsi, mentre affonda nella spirale della recessione con l’euro che trasforma in un incubo la voragine dei debiti sovrani.
Nella sua scarna essenzialità, il “bollettino della catastrofe” stilato da Travaglio è sbalorditivo, su tutti i fronti. Televisione: il “governo tecnico” l’8 gennaio promette di metter mano alla Rai «entro poche settimane» e poi non fa nulla per tre mesi e mezzo, anche dopo che il 28 marzo è scaduto il Cda. Finanziamento alla “casta”: l’esecutivo si dice «disponibile a un decreto» per tagliare i fondi pubblici ai partiti e poi non muove un dito. Province: il governo annuncia che saranno abolite, poi si scopre che restano, ma i consiglieri non li eleggono più i cittadini, bensì li nominano i consiglieri comunali. Pensioni: Monti alza l’età pensionabile a 68 anni, mentre decine di migliaia di lavoratori vengono “rottamati” a cinquant’anni; poi s’accorge che, così facendo, centinaia di migliaia di lavoratori restano senza stipendio né pensione; al che, annuncia che gli “esodati” sono 65.000 (perché i soldi bastano solo per quelli), salvo scoprire che invece sono 350.000.
Tassa sulla prima casa: il governo la ripristina creando l’Imu ma esentando le fondazioni bancarie – non invece le case di vecchi e invalidi ricoverati in ospizio; sempre Monti divide l’Imu prima in due, poi in tre rate, annunciando aliquote più alte ma senza fissarle. Risultato: contribuenti nel caos, mentre i tecnici della Camera accusano l’esecutivo di “incostituzionalità”. Ma non è finita: il “governo dei banchieri” abolisce le imposte sulle borse di studio fino a 11.500 euro, ma non per i 25.000 medici specializzandi, scippandogli così il 20% di quel poco che lo Stato concede loro per finire gli studi. Quindi il lavoro, con la “crociata” contro l’articolo 18: si abolisce il reintegro giudiziario per i licenziati ingiustamente con la scusa dei motivi economici, poi si annuncia che la riforma è immodificabile, infine si fa retromarcia alla prima minaccia di sciopero.
Economia: si lancia il decreto liberalizzazioni ma poi lo lascia svuotare in Parlamento dalle solite lobby, mentre la Ragioneria dello Stato segnala la mancanza di copertura finanziaria per alcune norme. Il governo dà parere favorevole a un emendamento Pd che cancella le commissioni bancarie, salvo poi accorgersene e cancellarlo con un altro decreto. Un altro emendamento, sempre del Pd, propone di tassare gli alcolici per assumere 10.000 precari della scuola: il governo prima lo accoglie, poi lo fa bocciare in extremis. Mario Monti annuncia la ritassazione dei capitali “scudati”, ma senza spiegare come si pagherà: così, nessuno riesce a pagare nemmeno se vuole. Altra tassa: sulle ville all’estero, ma dimenticando quelle intestate a società, che sono la maggioranza, così non paga quasi nessuno.
Episodi tragicomici: l’esecutivo toglie ai disoccupati l’esenzione dal ticket sanitario e poi la ripristina scusandosi per il “refuso”. E ancora: vara il decreto “svuotacarceri” per sfollare le celle, col risultato che i detenuti aumentano: 66.632 a fine febbraio, 66.695 a fine marzo. Sicurezza: il governo annuncia la tassa di 2 centesimi sugli sms per finanziare la Protezione civile, poi se la rimangia e aumenta le accise sulla benzina. Inoltre: annuncia due volte, nella Delega fiscale, un “fondo taglia-tasse” per abbassare le aliquote e abolire l’Irap coi proventi della lotta all’evasione, ma per due volte poi lo cancella. Sempre Monti depenalizza le condotte “ascrivibili all’elusione fiscale” con “abuso del diritto”, che vedono imputati Dolce e Gabbana, indagati dirigenti di Unicredit e Barclays e multati dal fisco Intesa Sanpaolo per 270 milioni e Montepaschi per 260 (lodo salva-banche). Ancora: inventa una tassa sulle barche di lusso ma cambia tre volte le regole, così pochi la pagano e quasi tutti portano gli yacht all’estero (“lodo Briatore”).
Nella riforma della Protezione civile, il governo Monti scrive che «il soggetto incaricato dell’attività di previsione e prevenzione del rischio è responsabile solo in caso di dolo o colpa grave», rischiando di mandare in fumo il processo per omicidio colposo in corso all’Aquila contro la Commissione grandi rischi, nonché le indagini sulla mancata prevenzione nel sisma del 2009 (lodo salva-Bertolaso & C.). E nel pacchetto anticorruzione, il ministro Severino cambia il nome e riduce la pena (e la prescrizione: da 15 a 10 anni) alla concussione per induzione, reato contestato a Berlusconi nel processo Ruby (lodo salva-Silvio). «Si diceva che il “governo dei professori” doveva riparare i danni fatti dai politici: ma agli errori che accumulano Monti e i suoi ministri chi porrà rimedio?», scrive “Micromega”, che riprende il «primo, sommario elenco» indicato da Travaglio. “Errori” o, meglio, orrori?

L’egemonia della scemenza


Pierfranco Pellizzetti da Micromega
 
Domanda: la comunicazione dispensa dai ragionamenti provvisti di un capo e di una coda? Insomma, non conta più fare affermazioni che stiano in piedi, visto che basta ripetere all’infinito una scemenza perché diventi automaticamente verità di fede?
Maurizio Gasparri – con quella faccia da Rugantino soddisfatto, “che ne ha prese tante, ma gliene ha dette…” – si piazza davanti ai microfoni dei TG e annuncia l’opposizione del conglomerato berlusconiano contro le modifiche omeopatiche al testo sulla riforma del lavoro del duo Fornero-Monti; in quanto – dice lui – scarse di effetti occupazionali. Ossia la tesi sul demenziale andante che per aumentare il numero degli occupati occorre moltiplicare quello dei licenziati.
Ma – direte voi – l’ex giovane neofascista non fa testo; perché è un tipico “trota” ante litteram, nello stagno di pesci sprovvisti di fosforo a cui si è ridotta la nostra politica.
Prendiamola – allora – più alla larga, in materia di accreditamento mediante mediatizzazione di qualsivoglia follia. Dall’Angela Merkel agli opinionisti de la Repubblica e del Corriere della Sera ci stanno sfinendo con il motivetto che per salvare l’economia bisogna tagliare la spesa sociale. Tesi avvalorata ai massimi livelli nazionali dagli uomini delle banche che attualmente ci governano.
Un’altra baggianata comunicativamente certificata.
Facciamo mente locale: la contrazione degli investimenti pubblici (intrecciata con la crescente disoccupazione) ha il primo e principale effetto di abbassare la capacità d’acquisto delle famiglie. Allo stesso tempo un’economia risanata dovrebbe tradursi nell’aumentata immissione di beni sul mercato. Ma se impoveriamo un numero crescente di persone, scaraventandole oltre le soglie della pura sopravvivenza, chi se li comprerà quei beni sempre più abbondanti? Senza essere dei geni mercatisti, basta guardare le vetrine dei negozi dove spuntano come funghi i cartelli che annunciano i saldi, mentre nei retrobottega si accumulano cataste di prodotti invenduti, per darsi da soli la risposta. Qualcuno ti spiega che così facendo si favoriscono le esportazioni. Ritenete pensabile un mondo in cui tutti esportano e nessuno compra?
Nient’altro che il tipico esempio del cane che si mangia la coda; che non induce a eccessiva fiducia nel buon senso e nella lungimiranza dei signori del denaro, dei chierici imbonitori lautamente ingaggiati per fare da grancassa alle tesi a favore di tali signori, nonché dei politicanti che reggono loro bordone mettendo in pratica politiche fiscali che sembrano la rotta del Titanic. In sostanza, la conferma di un’incredibile smemoratezza. Visto che la società di massa, su cui le centrali capitalistiche continuano a basare il loro arricchimento, nacque quando Henry Ford sr. (nel suo intimo, simpatizzante fascista) ne comprese l’essenza: se voleva vendere un mucchio di automobili (il modello “T”), doveva mettere in condizione queste masse di potersele acquistare; per primi i suoi stessi operai, a cui aumentò il salario.
Roba da studenti della scuola dell’obbligo. Va bene che i politici alla Gasparri non paiono nelle condizioni di capire. Ma da pensosi soci del club degli straricchi e dai loro ben remunerati consulenti ci si attenderebbe qualcosina di più, in termini di comprensione degli effetti autolesionistici delle loro stesse azioni. Ovviamente al di là di ogni valutazione d’ordine morale o ideale, nel loro caso senza dubbio fuori luogo (difatti nessuno chiacchiera più di “etica degli affari”, fortunatamente).
Si vede che anche a loro le spire della comunicazione hanno avvolto le menti; convincendoli che le stupidaggini propagandistiche messe in giro a favore dei propri porci comodi non sarebbero più tali. Sono diventate verità egemonica.
La verità vera, rimasta largamente incomunicabile, è che qui stanno scassando tutto.