sabato 15 dicembre 2012

Riprendiamoci le banche.

di Tonino D’Orazio
 
Finché siamo in tempo.

Bisogna fare un passo indietro per capire meglio l’edificio ammirevole. Il mercato liberalizzato dei capitali, cioè quelli che hanno confezionato la crisi finanziaria attuale, continua a rimanere l’unico elemento all’attenzione delle politiche governative. Ai bancarottieri sono andate tutte le riserve finanziarie dei vari paesi a capitalismo avanzato, lasciando nudi e indebitati i cittadini, le loro istituzioni democratiche, lo stato sociale costruito in tanti decenni, e l’avvio della recessione.

E non basta.

Con il salvataggio della finanza privata e i costi della recessione ormai i bilanci statali sono a zero. La situazione è talmente incancrenita che le finanze pubbliche sono diventate esse stesse un problema e non hanno soluzioni. Chissà dove, con quali ulteriori e sempre più probabili “lacrime e sangue”, i governi (tutti di destra in Europa) potranno arrivare. E sempre per continuare a finanziare le banche?

Tutti quelli che hanno sostenuto il trattato di Lisbona fanno finta di non ricordare l’eccesso, più volte denunciato, di una “Europa economica e finanziaria” piuttosto che politica. Dimenticano la loro testarda volontà a sottomettere le politiche economiche in mano a folli creditori e banchieri europei e internazionali (in realtà leggi anglo-americani) peggiori. I romani dicevano: “Quelli che Giove vuol perdere comincia con il renderli pazzi”.

Risultato? I paesi europei stanno prosciugando i propri fondi per il salvataggio delle banche irlandesi ( e greche e portoghese) che hanno scientificamente affossato le finanze pubbliche del proprio paese. Il caso irlandese è interessante per la connessione tra finanza bancaria privata e finanza pubblica. Non c’è da sbagliare pensando che il problema non sia quello di salvare uno Stato (idem per Grecia e quelli che seguiranno) ma piuttosto quello di evitare un nuovo crollo del sistema finanziario. Infatti, per esempio, degli 85 miliardi di euro concessi, 35 andranno alle banche (si è saputo immediatamente dopo che non bastavano), senza contro partita, ovviamente, e 50 allo stato irlandese per tentare di mitigare i prossimi “lacrime e sangue”, ma in realtà per pagare i debiti di stato.

Insomma hanno costruito una Europa sottomessa alla finanza contro i propri cittadini, pronta a perire di finanza stessa.

In effetti è una finanza senza regole, e alla deriva, senza bussola, nemmeno per i necessari investimenti per una ripresa economica che potrebbe tra l’altro garantire soprattutto loro. Anzi. Il 30 settembre l’agenzia Moody’s ha avuto il coraggio di degradare il rating spagnolo a causa di “… una crescita insufficiente”, quando essa stessa vi ha concorso, in primavera, con l’adozione di politiche di rigore tali … che hanno ucciso la crescita. Lo stesso avviene e avverrà per tutte le prossime decisioni dei ministri economici della Comunità europea. E per tutti i paesi sotto debito o sotto speculazione, che guarda caso avvengono tramite finanziarie.

Senza voler aggiungere una considerazione di principio, ritenendola una specie di crimine contro la sovranità del popolo, si può pensare che sono stati aboliti i diritti di cittadinanza per aumentare quelli dei creditori.

L’European Financial Stability Facility (EFSF) (ossia fondo salva stati) cerca di nascondere il disastro. Il Fondo ha come parametro il bisogno finanziario degli stati dell’euro, cioè la somma del deficit corrente e delle scadenze dei debiti sui titoli di stato.

L’Irlanda e il Portogallo, insieme, dovranno trovare 60 miliardi nel 2011 e 40 per il 2012. Solo la Spagna avrà bisogno di 190 miliardi di euro per il 2011 e altri 140 miliardi per il 2012. Insomma 330 miliardi, più un anno prima della scadenza dell’EFSF, più i 100 dei due precedenti, 430 miliardi solo per questi tre paesi. L’EFSF ha un fondo globale di 440 miliardi. E speriamo che tutto vada per il meglio per l’Italia e la Francia, comunque già iscritti nella lista di attesa.

Bisogna aggiungere che, per emettere titoli, l’EFSF ha bisogno della tripla-A (ma guarda un po’ chi lo decide!), quindi di garantire per ulteriori 20% il fondo. Ciò significa che per ogni euro prestato bisogna conteggiarne 1,20 (a carico dei debitori) e dei 440 miliardi nominali soltanto 366 sono realmente disponibili. Potrebbero diventare anche di meno se i paesi che devono contribuire al fondo sono proprio quelli che ne hanno bisogno. E, finché mancano i 12 miliardi di euro della Grecia e i 7 dell’Irlanda, pazienza, ma il buco si comincerà a vedere se mancheranno i 52 della Spagna.

Infine l’EFSF è strutturato nella logica di salvataggi episodici, di numero piccolo e ristretto, e sarebbe assolutamente incapace a far fronte a situazioni di crisi per molti paesi europei. E ancora, spaventati da queste prospettive che hanno contribuito essi stessi a creare, gli investitori sono adesso ossessionati dall’ottenere garanzie perfette e, stranamente, non viene loro in mente di chiederle ai debitori privati.

Evidentemente non è aumentando i fondi che si troverà la soluzione perché regolare i problemi dei più indebitati indebitando quelli che lo sono meno, alla fine lo si noterà. Anche perché questi ultimi possono raggiungere rapidamente i primi nel disastro.

Tutto questo non può che finire male, anche perché parecchi movimenti sociali iniziano a “protestare”, perché il quadro nel suo insieme inizia ad essere chiaro e se ne vede la mostruosità:
la finanza privata è responsabile della più gigantesca crisi della storia del capitalismo; (inutile consolarmi dicendo che Marx l’aveva previsto);
Le banche sono riuscite a forzare i governi a soccorrerle per il fatto che sono la testa di ponte di tutto il sistema capitalista e sono riuscite a incatenare tutti gli strati sociali ai loro interessi;
Questa perfetta presa in ostaggio avrebbe potuto cessare col salvataggio del 2008, bloccando il gioco della finanza e riconducendo il sistema bancario alla comunità, in quanto essa è depositaria dei beni comuni vitali, cioè la sicurezza di incassare la moneta pubblica e garantire le condizioni generali del credito all’economia reale;
Infestati dalle lobby e dai poteri finanziari gli Stati non hanno fatto nulla e prestato soccorso gratuitamente, e per niente, anzi per una doppia fregatura dovuta al mantenimento delle remunerazioni esorbitanti dei dirigenti (quando si dice il merito) e soprattutto, più grave ancora, svuotando le casse statali e lasciandoli di fronte alla crisi e alla recessione;
 

Gli splendidi meccanismi dei mercati di capitali concorrono con rara eleganza all’organizzazione del peggio, rendendo irrisolta la crisi del debito che essi stessi hanno creato;
 

E questo finché questa crisi diventi irrimediabile e minacci di nuovo una seconda catastrofe come quella del 2008;
 

Nel frattempo l’Europa inventa con urgenza nuove istituzioni che dovrebbero aiutare gli “Stati” quando tutti capiscono che bisogna salvare le banche per la seconda volta. Sarebbe la seconda volta di troppo, e ci si chiede come sia stato possibile che i movimenti sociali abbiano potuto inghiottire la prima così facilmente. Almeno fino adesso. La fame vera non è ancora arrivata a quelli che non ci sono abituati.

Il messaggio culturale incomincia finalmente a circolare: “Le banche e i banchieri sono la causa dei nostri mali”.
 

In Francia un video di Cantona (sì, l’ex giocatore della Roma) ha fatto su Facebook circa 180.000 proseliti. Con un messaggio chiaro.

“Le banche e i banchieri sono la causa dei nostri mali”, “Esse vivono con i nostri depositi”, “ per cui, per abbattere le banche e sbarazzarci di questo flagello basta ritirare i nostri soldi”. Tecnicamente vero, ma alla fine catastroficamente falso.

Se uno ritira i propri risparmi, cosa ne fa ? Li mette sotto il materasso? A parte che bisognerebbe precipitarsi in banca tra i primi. Tutti sanno che le banche hanno una propensione relativa a rendere rapidamente i soldi, e che nelle casse non vi sono mai molte riserve, solo quelle determinate da una media ponderata di ritiri e di incassi giornalieri.

Comunque, ammettendo di aver messo le banche al tappeto, bisogna rappresentarsi la vita quotidiana e a cosa assomiglierebbe la vita materiale. Per esempio mangiare. Cioè comperare da mangiare. Pagare con assegni? Non è più possibile, non vi sono banche. Ritirare soldi al bancomat? Impossibile. Ottenere un credito? Impossibile. Rimangono i soldi liquidi in tasca. Per molti, rappresentano pochi giorni di possibilità di spesa.

Siccome distrugge istantaneamente il sistema dei pagamenti e del credito, il crollo bancario generale è l’avvenimento estremo dell’economia capitalista; blocco della produzione, incapacità di finanziare gli anticipi, impossibilità dei cambi, poiché la circolazione della moneta perderebbe le sue infrastrutture, una specie di caos, nel quale il mondo sociale pagherebbe di più perché quegli individui sono costretti a lottare una sopravvivenza materiale giornaliera.

La verità, anche se manca di poesia, è che abbiamo bisogno delle banche, anzi un bisogno vitale. Ma dire che abbiamo bisogno delle banche è una cosa e dire di quali banche abbiamo bisogno è un’altra.

Non sono le banche che bisogna distruggere in Europa, ma quel tipo di banche, quelle che ci stanno portando nel disastro. Nelle banche vi sono infrastrutture di sistemi di pagamento e di tenuta dei conti, cioè i requisiti per scambi possibili in una economia monetaria, e vi sono persone capaci (più o meno) di prendere decisioni per il credito alle famiglie, alle imprese e altre cose che abbiamo interesse a salvaguardare.

Non si tratta di affossarlo, ma di riprenderlo. Tanto il sistema bancario sta già lavorando al suo prossimo crollo. Nell’atmosfera attuale di panico dei mercati obbligazionari il fatto rilevante è notare la solidarietà (nel disastro) tra i titoli bancari e i titoli pubblici. Essi sono strettamente imbricati tanto che salvare le banche rovina gli Stati e il possibile fallimento degli Stati rovina le banche.

Tra far cadere le banche con un ritiro rabbioso dei depositi e vederle cadere da sole sotto l’effetto della loro proprio turpitudine, la differenza concreta è quella di lasciare al capitalismo finanziario e alle sue élites l’intera responsabilità storica della rovina finale. E se proprio non si vuole solo guardare cadere le banche ma attivamente farle cadere, la migliore opzione sarebbe quella che se ne incaricasse lo Stato dichiarando momentaneamente insolvente il suo debito pubblico.

La manovra prenderebbe un senso politico:

1 dimostrare con gesto unilaterale la propria sovranità e chi detiene veramente il potere democratico, il popolo e non la finanza;

2 con il ripudio di tutto o in parte del debito pubblico, di alleviare la popolazione dall’austerità e recuperare margini per politiche di crescita;

3) armarsi di una politica pubblica di trasformazione radicale necessaria all’affrancatura dal finanziamento del deficit pubblico dai mercati di capitale e alla ricostruzione completa delle strutture bancarie (comunque distrutte dall’insolvenza).

C’è da scommettere che tra i governi di oggi (l’eccezione è stata quella di Krouchner in Argentina quando decise di non rimborsare più i titoli di stato ai risparmiatori esteri, che poi abbiamo pagato noi agli speculatori italiani che poverini avevano perso i loro risparmi; l’altra quella delle banche islandesi, che si sono rapidamente ristabilite per il fatto di non aver riconosciuto i debiti con i non-residenti e, meglio ancora di aver convalidato questo gesto tramite referendum popolare) nessuno è capace di affermare la supremazia popolare e rivendicare, con l’insolvenza, una guerra aperta alla finanza. Questa può anche prenderci in ostaggio, noi e la democrazia, ma se diventa debitrice, anche lo Stato può rovinarla e ricomprarla a basso costo. E comunque è lo sviluppo endogeno della dinamica finanziaria che farà il resto, e lo Stato potrebbe ancora fare bella figura. Non abbiamo più scelta, solo quella di pensare all’ipotesi del crollo bancario conseguente all’insolvenza degli Stati, rivendicata o subita, cioè ad una nuova ipotesi “dell’autunno 2008”, con questa differenza però che la soluzione di salvataggio da parte dello Stato non sarà più possibile. (Né dal EFSF europeo).
 Il fallimento tecnico delle banche avrebbe almeno un effetto interessante, cioè permetterebbe di mettervi le mani sopra, e a poco costo. Sarebbe un ottimo argomento per una riappropriazione del sistema creditizio; il fallimento non lede il principio dei privati e degli azionisti anzi permette di operare una nazionalizzazione con presa giudiziaria. Sequestrare banche fallite non ha nessun carattere di attentato alla proprietà poiché questa è stata distrutta dal fallimento stesso. In questo senso sarebbe l’equivalente capitalista della bomba al neutrone che uccide i diritti di proprietà e lascia intatto gli immobili, le strutture e anche gli umani salariati capaci di far funzionare la macchina. Ma un fallimento non lascia a terra solo gli azionari, ma anche i creditori. Il diritto ordinario dei fallimenti e delle risoluzioni concordate offrono comunque a questi ultimi una possibilità di recuperare una parte. E’ questo che bisogna recuperare, finché si è in tempo. Anche culturalmente. Il governo Irlandese ha deciso di nazionalizzare una delle più grandi, ma più indebitate, banche del paese, ritenendo essere l’unico modo di rilanciare il credito produttivo alle piccole e medie imprese. Forse si può fare, prima di raggiungere una fase critica di disastro.

venerdì 14 dicembre 2012

Perché un Monti che fallisce è un “tecnico” e il Correa che ha successo è un “economista sinistrorso”?

di Bill Black (da Naked Capitalism)
Traduzione di Domenico D'Amico


Il New York Times ha pubblicato profili di leader nazionali quali Mario Monti per l'Italia e Rafael Correa per l'Ecuador. Vorrei invitare i lettori a porre a confronto il trattamento reverenziale riservato a Monti con quello riservato a Correa. La prossima volta che qualcuno vi dice che il NYT è un giornale “di sinistra” potrete fargli vedere quanto si spinga a destra nelle questioni finanziarie.

http://topics.nytimes.com/topics/reference/timestopics/people/m/mario_monti/index.html
http://topics.nytimes.com/top/reference/timestopics/people/c/rafael_correa/index.html

Il punto di vista che il NYT manifesta descrivendo Monti come un “tecnico” [1] e Correa come un “economista sinistrorso” è tipico dei media dominanti. Sia Monti sia Correa posseggono dottorati in economia presso università statunitensi, ed entrambi sono stati docenti di economia. Come mai il NYT tratta Monti con reverenza e Correa con sdegno?
Esiste una serie di parametri usati normalmente dai media statunitensi nello stilare giudizi di merito nei confronti di personaggi prominenti e leader nazionali. I media manifestano grande stima per i leader che mostrano:

De Magistris: “Quarto polo e Ingroia candidato premier”

Nessuna pregiudiziale contro il centrosinistra, ma per il sindaco di Napoli appare ad oggi difficile trovare un dialogo con questo Pd: “Avanti con una lista arancione composta da cittadini con la schiena dritta”. E domani sarà alla manifestazione di Salvatore Borsellino per ribadire il suo sostegno alla procura di Palermo.

colloquio con Luigi De Magistris di Giacomo Russo Spena da Micromega

“Nessuna pregiudiziale contro il centrosinistra, ma se il Pd continua su questa strada è anni luce lontano da me. Ad oggi immagino un Quarto Polo arancione con Ingroia candidato premier. Una lista nata dal basso composta da persone dalla ‘schiena dritta’, un qualcosa di innovativo capace non solo di scassare ma di costruire perché siamo la maggioranza del Paese”. Per il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, è finito il tempo di tifare, “dobbiamo metterci tutti in gioco per un reale cambiamento nel Paese”. E domani sarà in piazza Farnese a Roma per la manifestazione organizzata da Salvatore Borsellino in difesa della procura di Palermo.

Sindaco, partiamo da questo appuntamento. La lista arancione sarà la lista dei pm?Assolutamente no, ci sono magistrati e magistrati. Domani sarò in piazza per difendere la Costituzione e la giustizia e quei pm che si stanno battendo per la verità su una delle stagioni più buie del nostro Paese. Ancora una volta Salvatore Borsellino con le Agende Rosse ha chiamato la parte più impegnata dell’Italia, ha smosso le coscienze democratiche e l’indifferenza di molti. Vorrei immaginare un prossimo Parlamento in cui si farà senatore a vita uno come Borsellino e non Andreotti: sarebbe un bel cambiamento per lo Stato e la politica.

Che ne pensa del ruolo nella vicenda del Presidente Napolitano?Innanzitutto il mio non è un attacco alle istituzioni in generale, la questione è specifica: critico la decisione di sollevare il conflitto di attribuzione nei confronti della procura di Palermo e la sentenza della Corte, che non condivido da un punto di vista giuridico. Dalla strage di Piazza Fontana alle bombe 1992-93 lo Stato è stato attraversato da deviazioni e chi ha responsabilità nelle istituzioni dovrebbe supportare i magistrati che combattono depistaggi e segreti. Aprire loro le varie stanze buie di quei Palazzi dove il compromesso morale rilascia un olezzo insopportabile. Invece si fanno bizantinismi politici. Dobbiamo fare luce. E non si può stare nel mezzo: io sto con la procura di Palermo.

Il 12 dicembre a Roma, in un gremito Teatro Eliseo, Lei ha sancito la nascita del suo movimento arancione. L’ha definito “anarchico” e composto da “sovversivi”. Non le sembra di aver esagerato? Mercoledì scorso c’è stata l’ufficializzazione ma il movimento già esiste da tempo: è quello della primavera dei sindaci, del referendum per l’acqua pubblica, delle piazze di questi ultimi anni. I contenuti sono gli stessi. Ora proviamo a fare un passo ulteriore: organizzare il tutto con grande entusiasmo perché queste battaglie sono condivise dalla maggioranza del Paese. Il movimento sarà orizzontale, senza padroni: in questo senso anarchico. Deve infatti finire l’era del personalismo, veniamo da una stagione dove i partiti sono proprietà privata dei vari Berlusconi, Casini, Fini, Di Pietro. Preferisco ispirarmi, in tal senso, ai liberi pensatori anarchici, come De André. Poi se i pm Di Matteo e Ingroia vengono accusati di essere sovversivi, “rei” di cercare ostinatamente la verità di fronte ad ostacoli e impedimenti… allora anch’io sono sovversivo. Siamo al paradosso: difendere i diritti e lottare per libertà e giustizia è diventato un fatto rivoluzionario!

Ma ci sarà una lista elettorale arancione quindi?Il movimento arancione deve essere un soggetto protagonista nella politica del Paese, al di là della contingenza elettorale. Poi, ovvio, auspico alle prossime elezioni la nascita di una lista di liberazione da cricche, masso-mafie, corrotti dove il faro sia la nostra Costituzione. Nella lista ci devono essere cittadini con la “schiena dritta” che lottano nei propri territori, con una storia. Non per forza nomi noti a livello nazionale. Quelli potrebbero stare nel comitato promotore di sostegno, sul modello della campagna referendaria per l’acqua.

Nel frattempo sta procedendo un altro progetto arancione: quello di Cambiare si può che ha portato centinaia di persone al Teatro Vittoria di Roma il primo dicembre scorso e per domani ha organizzato un centinaio di assemblee pubbliche sui territori per costruire un nuova lista a sinistra. Qual è il rapporto tra i due movimenti? Si parlano o sono concorrenti?Stiamo facendo lo stessa strada, non penso sia proponibile un percorso separato: sarebbe una follia politica. In questa fase bisogna unire ed è un fattore positivo anche la pluralità di iniziative e di luoghi arancioni: uniti nella diversità.

Sì ma rimane il nodo della collocazione politica: mentre Cambiare si può si presenta come Quarto Polo, fuori dal centrosinistra, Lei sembra intenzionato ancora a dialogare con Bersani. Come se ne esce?Dobbiamo rappresentare un’alternativa assolutamente netta, radicale e forte nei contenuti e nelle persone candidate al Sistema che ha governato finora. Fatto sì da Berlusconi ma anche da chi ha sostenuto convintamente Monti e le sue politiche economiche, sul lavoro, sul sociale. Non vedo compromessi politici e morali. Però sarebbe anche sbagliato inserire pregiudiziali contro il centrosinistra, dipende dai contenuti. Non dobbiamo limitarci a fare mera testimonianza o solo protesta ma spostare gli equilibri esistenti affinché non vinca nuovamente Monti.

Quindi nessuna pregiudiziale anti centrosinistra, però quel che ha detto finora come fa a combaciare con il Bersani che ha affermato ieri che, dopo il voto, vuole aprire al Centro e non vuole rintrodurre l’art 18 così com’era? Ad oggi non ho alcun dubbio, soprattutto dopo aver sentito le ultime sortite di Bersani: mi vedo come Quarto Polo. Tra i non-allineati, tra coloro che non hanno sostenuto il montismo. Sono convinto di raggiungere il quorum sia alla Camera che al Senato. Se poi – ipoteticamente – dovesse arrivare nei prossimi giorni dall’area che ha vinto le primarie una proposta di dialogo, noi dovremmo essere pronti ad ascoltare. Ma non credo questo accadrà visto lo scenario che si sta delineando: l’idea malsana di un accordo Bersani premier e Monti al Quirinale. Un’altra ipotesi in campo è una nostra campagna elettorale forte, radicale nei programmi. Per ottenere un ottimo risultato elettorale e solo successivamente al voto provare a dialogare col centrosinistra per spostarlo verso politiche antiliberiste e in difesa della Costituzione.

Altra ipotesi Sindaco. Bersani, i primi di gennaio, la invita a sedersi al tavolo delle trattative. Quali sono i tre capisaldi principali che porta sul tavolo di confronto? Sono talmente tanti che bisognerebbe avere molte cartelle a disposizione. E’ necessario cambiare completamente: eliminare le leggi ad personam, il segreto di Stato dai delitti mafiosi, attuare diritti civili nel Paese, cambiare politiche economiche, il Fiscal Compact, il pareggio di bilancio, la riforma del lavoro etc… Bisognerebbe tornare alla sinistra di Berlinguer, a quel punto sì che mi siedo al tavolo delle trattative.

Va bene ho capito, sarà Quarto Polo.Ti ho risposto in maniera sincera alla domanda (e ride).

Antonio Ingroia sarà della partita arancione?
Mi auguro di sì. Lui candidato premier sarebbe un grande segnale di discontinuità, un elemento di rottura e di costruzione nello stesso tempo.

Nella lista arancione ci saranno anche i partiti come Rifondazione, Verdi e Idv?Certo, ma mi auguro che la lista sia composta da persone della società civile: volti nuovi quindi candidature innovative. I partiti non allineati con Monti spero abbiano l’intelligenza di fare un passo laterale e in avanti rinunciando al proprio simbolo e alla loro storia – formale non valoriale – sostenendo candidature forti e limpide sulla questione morale.

Quindi no alla candidatura di Ferrero e di Di Pietro? A me interessa che appoggino l’operazione della lista arancione poi non ho specifiche pregiudiziali contro qualcuno. Preferirei che facessero come me che rimango a fare il sindaco: un passo indietro per far largo alla società civile e a quei militanti di partito meno conosciuti ma bravi e da valorizzare. L’apertura ad un cambiamento anche nel ceto politico sarebbe un bel segnale.


Dalla Teologia della Liberazione al socialismo latino-americano.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo


di Tonino D’Orazio *

La Teologia della Liberazione è nata negli anni Sessanta dalla base, dal popolo, prima in Perù, poi in Brasile, e poi in tutta l’America Latina da religiosi convinti che non si possa insegnare la parola di Gesù senza insegnare quali sono i diritti delle persone, quale coscienza si deve avere per essere cittadini, per avere diritti e certezza dei propri diritti. In America Latina la maggior parte della gente vive nella povertà e la maggioranza è di fede cristiana. Quindi la domanda principale di questa gente è: Dio vuole che noi rimaniamo in questa sofferenza? Sicuramente no. Allora è la sistematizzazione dell’esperienza di fede dei poveri alla ricerca della loro liberazione e dello strumento necessario. Intanto con comunità ecclesiali di base, di gente povera. Significa coniugare la visione della fede con la liberazione, l'aspirazione e la speranza di superare la miseria, la povertà, la sofferenza, tramite l’impegno, la solidarietà e la lotta per la giustizia, compresa quella sociale. Insomma il processo di liberazione dalla povertà tramite la trasformazione sociale e politica. La povertà diventa un peccato sociale da combattere al pari dei vizi capitali.

E’ un programma socialista e di ridistribuzione della ricchezza, anche se molti loro esponenti hanno rifiutato un appellativo politico così carico di morti e di sangue. Individuato tale però dalla Chiesa cattolica romana e quindi da combattere perché Gesù non era socialista, anche se beatificava i poveri e scacciava i mercanti e i ricchi epuloni dal tempio del Padre e forse anche dal paradiso.

Bisogna dire che il Concilio Vaticano Secondo di papa Giovanni XXIII aveva recepito nella chiesa l’immensa sofferenza sociale del popolo cristiano e in particolare cattolico. La ventata di apertura sociale fu quasi una tempesta. Ci vollero tre papi consecutivi e tutte le compromissioni possibili per annullarne i principi. La lotta continua ancora oggi. In America Latina invece rimasero latenti e popolari, proprio tramite la Teologia della Liberazione e forse, anche, per la lontananza da Roma. Ma proprio lì la repressione delle classi padronali fu più feroce, militarizzata, vicina al genocidio. Per esempio la pace firmata verso la fine di dicembre del 1996 tra i guerriglieri e le forze armate in Bolivia, pose fine ad un conflitto durato oltre trent'anni, durante il quale morirono, spesso in modo atroce, 170.000 persone. I numeri parlano chiaro e non sono ignorabili: oltre 200.000 morti e 40.000 desaparecidos, (1960-1996), su una popolazione di dieci milioni d’abitanti in Guatemala. Le cifre per Argentina e Cile non sono ancora tutte note. In Perù la guerra civile, ha provocato circa 40.000 morti a partire dal 1980. Un silenzio degli innocenti che molti ritengono protetto dall’omertà della Chiesa ufficiale. Tra l’altro sembra che il Tribunale Penale Internazionale si occupi solo di leader ex comunisti dei loro amici, o dei “cattivi” indicati dagli Stati Uniti.

I diversi metodi repressivi, la guerra sporca, gli squadroni della morte, le esecuzioni selettive (in modo particolare di sindacalisti), le sparizioni, le torture, i massacri, ecc.., applicati con particolare sevizia dalle varie forze armate e dai gruppi paramilitari e padronali, sono stati assimilati nei manuali nordamericani, e ispirati alla "teoria della sicurezza nazionale". Anche con l’invasione diretta degli Usa a Granada (1983) e a Panama (1989). Il tentativo fallito dell’invasione di Cuba (1959), ordinato dal quasi beato guerrafondaio JFG Kennedy. I vari colpi di stato kissingueriani del Cile, dell’Argentina, del Venezuela, del Guatemala. Nell'applicazione di questa teoria si è continuato ad aggredire militarmente, per più di 40 anni, coloro che in modo pacifico ed utilizzando le vie democratiche, lottavano per la terra ed il diritto di vivere in pace. E’ nata così la resistenza armata, che con lo scorrere degli anni, l'assenza di democrazia e il terrorismo di Stato hanno alimentato e si è convertita nell'unica forma possibile d'opposizione. La guerriglia.

Però a nulla sono valse le forze politico-sociali rivoluzionare,(eccezion fatta per Cuba), Che Guevara, Sendero Luminoso in Perù poi diventato l'Mrta, il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale del Nicaragua, i tupamaros in Uruguay, l'Esercito rivoluzionario del popolo (Erp) e i montoneros in Argentina e ancora i Todos por la patria sempre in Argentina (1989), erede dell'Erp, Ejército revolucionario del pueblo distrutto dalla dittatura militare, fine anni settanta, l'Azione di liberazione nazionale (Aln) e l'Avanguardia popolare rivoluzionaria (Vpr) in Brasile, Sol Rojo in Ecuador, le Forze armate rivoluzionarie colombiane (Farc), Frente patriotico Manuel Rodriguez in Cile, le Forze armate rivoluzionarie (Far) in Guatemala, nel Chiapas, Ezln! Esercito zapatista di liberazione nazionale nel Messico con il mitico subcomandante Marcos, allEPP, Ejercito del Pueblo Paraguayo.

La rivolta e l’occupazione delle terre incolte da parte dei contadini Sin Terra in vari paesi sud americani in una striscia continua di sangue..

E poi si arriva ai giorni nostri. Il popolo si organizza democraticamente ripudiando la guerriglia. La sinistra socialista di concezione latino americana vince in vari paesi, cominciando dal Venezuela di Chavez. Lo stesso ha precisato che “la guerra di guerriglia ormai è passata alla storia” in America Latina e che nella fase attuale, “un movimento guerrigliero armato è fuori luogo”. Da poco l’accordo delle Farc e il governo colombiano per un cessate il fuoco, sotto il patronato di Chavez, di Cuba e della Norvegia. Bella diplomazia quella norvegese, sempre pronta ad aiutare a risolvere le situazioni più drammatiche, compresa quella di Gaza in Palestina.

Ma non per questo non rimangono ancora sacche di resistenza armata. Spesso a guidarle sono stati anche preti e seminaristi della Teologia della Liberazione, mischiando alla cultura cristiana le teorie di Marx.

Cinquant’anni fa persino un prete colombiano scelse di predicare la lotta armata: «Se Gesù fosse vivo, sarebbe un guerrigliero». Un vescovo (di San Pedro), svestito, Fernando Lugo, fa il presidente del Paraguay. In Brasile nacquero circa 100.000 Comunità di Base, grazie anche al cardinale di San Paolo Paulo Evaristo Arns e al vescovo Camara; in Nicaragua numerosi cattolici, sacerdoti e laici, presero parte alla lotta armata contro la dittatura di Somoza e in seguito diversi sacerdoti, entrarono a far parte del governo sandinista. Padre J.B.Aristide divenne presidente della repubblica di Haiti, ma fu destituito e esiliato dagli Stati Uniti. I socialisti erano troppo vicino al “cortile di casa”.

Anche il neoliberismo, il capitalismo e la gerarchia della Chiesa romana hanno sempre ritenuto che fosse mischiare il diavolo con l’acqua santa, e si sono schierati per la repressione. Da sempre, dalla nascita della Teologia della Liberazione. Alcuni rappresentanti della gerarchia ecclesiastica sudamericana, sin dal 1968, presero posizione a favore delle popolazioni più diseredate e delle loro lotte, pronunciandosi per una chiesa popolare e socialmente attiva tramite le Comunità Ecclesiali di Base. Comunità impegnate a vivere e diffondere una fede attiva, solidale e partecipe dei problemi della società. Insieme alla discussione dei teologi, è l'intero episcopato ad assumersi il compito di essere al fianco delle lotte di liberazione del popolo e molti vescovi definiscono il loro ministero unilateralmente con il concetto di opzione preferenziale dei poveri.

I contenuti della Teologia della liberazione si trovarono, e si trovano, in rapporto di contrasto con quelli della Santa Sede, la quale adottò misure disciplinari contro quasi tutti i suoi maggiori esponenti. Wojtyla dichiarò che la «concezione di Cristo come politico, rivoluzionario, come il sovversivo di Nazaret, non si compagina con la catechesi della Chiesa.». (nella III Conferenza generale dell'episcopato Latinoamericano, del 28 gennaio 1979). Anzi sollecitò il suo braccio destro Ratzingher (degno successore della rigida continuità) a sostenere che le ideologie sociali erano incompatibili con la dottrina della Chiesa. Certo non poteva dire dei Vangeli. Quindi sotto il pontificato del pastore Giovanni Paolo II, le pecorelle smarrite furono tutte cacciate dai vertici del gregge e abbandonate. Leonardo Boff, uno dei primi ideologi e protagonisti della Teologia della Liberazione subì diversi processi ecclesiastici e dovette poi abbandonare, nel 1992, l'ordine francescano. Ma tanti altri gesuiti (Padre Arrupe) e francescani che si occuparono del sociale e della pace furono espulsi. Troppo vicini al comunismo e al socialismo. La frattura di Ratzingher con l'area latinoamericana apertasi già nei primi giorni del suo pontificato, potrà difficilmente essere ricucita con spettacolari e mediatici viaggi, compreso nell’ultimo bastione comunista di Cuba. 

Basta pensare all’omicidio di monsignor Romero, arcivescovo di San Salvador dal 1977 al 1980. Ucciso mentre celebrava messa e denunciava le violenze della dittatura del suo paese. Ai suoi funerali (in cui avvenne un nuovo massacro di fedeli da parte dell'esercito) Wojtyla, su pressioni del governo salvadoregno, non andò. L’episodio è rimasto come macchia nera nel suo curriculum per la beatificazione. Molte responsabilità vengono attribuite proprio a Wojtyla, con i suoi cordiali incontri con i dittatori militari, tanto che successivamente dovette ammettere che la Teologia della Liberazione aveva avuto un ruolo «buono, utile e necessario» per la difesa dei poveri. Ma anche perché il popolo acclamava già Romero come santo e non rispettava più la gerarchia ecclesiastica.
Secondo frei Betto, teorico della Teologia della Liberazione, se si analizzano i quattro Vangeli ci sono principalmente due domande che vengono rivolte a Gesù. La prima è: “Signore, che devo fare per guadagnare la vita eterna?”. “Ecco - spiega il frate - mai questa domanda esce dalla bocca di un povero. Esce sempre da coloro che si sono assicurati la vita terrena e che quindi pensano ad assicurarsi anche l’al di là. È la domanda tipica dell’uomo ricco, che vuol sapere come poter comprare anche il paradiso. E tutte le volte che Gesù ascolta questa domanda si sente a disagio se non irritato.

La seconda domanda che si incontra è invece: ‘Signore, come devo fare per avere una vita in questa vita?’. Ecco, questa viene solamente dalla bocca dei poveri. ‘Le mie mani sono inerti, hanno bisogno di lavorare. Sono cieco, ho bisogno di vedere. Sono paralitico, voglio camminare. Mio fratello è morto, vorrei vivesse. Mia figlia è malata, vorrei che guarisse’. I poveri chiedono a Gesù vita in questa vita. E a loro Gesù risponde sempre con misericordia e compassione. Perché lui stesso ha detto io sono venuto qui perché tutti abbiano vita, e una vita piena”.

Tutto il mondo in cui viviamo oggi è una grande offesa al progetto di Dio. Perché in nessun versetto della Bibbia sta scritto che la povertà è gradita agli occhi di Dio. La povertà è una maledizione. È frutto dell’ingiustizia. Per questo Gesù si pone dalla parte dei poveri e li chiama beati: li considera i protagonisti della conquista di una società in cui tutti veramente avranno una vita degna.
 

Ma se la mappa politica dell'America Latina tende a cambiare nei primi anni del XXI secolo, quando in molti paesi, sconfitte le dittature, vanno al governo partiti con programmi progressisti e di sinistra che prevedono l'abbandono del neoliberismo e un'attenzione maggiore alle fasce deboli della popolazione, si può ritenere, per la Teologia della Liberazione, un metodo e una grande vittoria. Il lavoro sotterraneo di almeno un trentennio sulla “democrazia partecipata” e la coscientizzazione dei diritti portata avanti con grande sacrificio, spesso anche della vita, da questi oscuri e modesti preti “di base”, del popolo, hanno dato risultati profondi e eclatanti. La povertà non è sconfitta in America Latina, ma le premesse e la coscienza di doverla combattere insieme rappresenta uno dei punti salienti e possibili, anche politicamente, della Teologia della Liberazione di oggi e dei programmi sociali dei governi attuali. Intanto attraverso il recupero dei beni comuni e della ricchezza delle loro risorse naturali. Non sarà facile, i predoni sono sempre in agguato attraverso il Fondo Monetario Internazionale o la Banca Mondiale. Per il momento però sembrano non averne bisogno da quando hanno fondato insieme la loro Banca do Sur, sostenuta soprattutto dal petrolio venezuelano.

La riflessione di oggi della Teologia della Liberazione aggiunge la denuncia dell'economia di mercato, l'alienazione che il capitalismo causa a milioni di persone nel mondo, e la riscoperta dell’ambiente. Sposa le tesi dei movimenti no global, contesta il neoliberismo e il libero mercato, promuove la pace fondata sulla giustizia e la richiesta di una partecipazione democratica efficace da parte dei movimenti di base.

Andando oltre, oppure riprendendo e continuando le aperture di Vaticano II, nello scontro con le gerarchie della Chiesa, chiedono una reale partecipazione dei laici e delle donne alla guida della Chiesa, il decentramento del potere ecclesiale. Ma questa è un’altra storia. L’America Latina, il più grande “serbatoio” della chiesa cattolica, avrà sempre pochi cardinali. Nell’ultima sfornata dei 22 (6 gennaio 2012) non ce ne sono né per loro, né per l’Africa, la “Chiesa più giovane e in crescita del mondo”. Anche per la fame. 



* Direttore Ires Abruzzo


giovedì 13 dicembre 2012

Aperta la caccia al Grillo

di Franco Cilli

Non ho mai amato Grillo, l’ho detto e ribadito in più di un’occasione. I movimenti carismatici sospinti dal furore ereticale e dall'enfasi profetica sono roba vecchia. Purtuttavia va riconosciuto che Grillo è riuscito a creare un fenomeno con una notevole forza dirompente e aldilà del carisma il grillismo esprime tematiche e agire politico degni di interesse. Quello a cui assistiamo negli ultimi giorni da parte della politica e della stampa nei confronti del comico genoano è il segno palese di un riflesso di difesa ad opera di un regime decadente che si sente punto nel vivo e minacciato nei suoi interessi vitali. Il Movimento 5 stelle e il suo leader fanno paura c'è poco da fare. Politici e giornalisti uniti nella lotta, tutti contro il comico. Un attacco ampiamente prevedibile, e il duo Grillo Casaleggio era preparato a tutto ciò, sebbene alle volte sia apparso in affanno. Come non pensare che una classe politica screditata non schierasse l’artiglieria contro quel comico che guida  un movimento che potrebbe spazzarli via tutti? Come illudersi che una categoria di molluschi servili come quella dei giornalisti che vive di luce riflessa dalla politica, potesse giudicare con obiettività e distacco anglosassone un tizio che minaccia di bonificare l'acquitrino in cui nuotano? Allora dagli al despota fustigatore del dissenso. Dagli con le interviste ai traditori cacciati con atto di imperio come un ducetto dei carruggi, personaggi pieni di appeal che appaiono a loro agio davanti alla telecamere, in bella posa e senza risparmio di trucco. Commoventi gli ammiccamenti di solidarietà della Gruber nei confronti della martire Federica Salsi, bellona sapientemente agghindata e dalle pose telegeniche. La stampa, quella stampa che ha assistito indifferente agli scandali e alle infamie del regime più corrotto della storia d'Italia, sta facendo il pelo e il contropelo a Grillo, ergendosi a paladina della democrazia in difesa dei vari Favia e Salsi, vittime del dispotismo del dittatore genoano. Se Grillo è meno che perfetto è spacciato.

Da che pulpito. Parlano di democrazia, come se i partiti sostenitori di questo regime che oscilla dai satrapi barzellettieri ai tecnici succhia-sangue, marionette delle banche, avessero il marchio DOP di democratici. Chi è democratico, Bersani? Quello che in ossequio alla democrazia interna, leggasi spartizione delle candidature fra le correnti, ha fatto di tutto per perdere le elezioni regionali e avrebbe perso anche la Puglia se Vendola non si fosse incaponito? Quello il cui delfino si chiama Penati? Oppure è democratico Casini, che anche quando non ha incarichi politici nel partito è la sola e unica voce a dettare lo spartito. Casini, già quello di Cuffaro ecc. ecc. Vogliamo parlare della democrazia interna dentro il partito azienda di Berlusconi? Inutile sprecare parole, sappiamo benissimo come funzionano le cose da quelle parti, stiamo ancora pagando lo stipendio alla Minetti e garantendo un posto fuori dalle sbarre ai vari Dell'Utri e compagnia. Quale partito poi avrebbe tollerato accuse così pesanti al suo leader accusato di combutta con un nerd malvagio, allo scopo di fregare tutti? Magari è vero. Certo anche gli alieni di Mednev potrebbero essere veri. Il problema è che con Grillo si usa il metro dell'utopia, mentre con Bersani e Berlusconi si usa il metro di un realismo di comodo, che li vuole entrambi patentati a prescindere. Farebbe quasi ridere se non fosse osceno il tono impettito di certi giornalisti che per anni hanno detto che il guaio dell'Italia era la mancanza di dialogo e di riconoscimento reciproco fra i principali partiti, come se fosse normale dialogare con uno che stava minando le basi delle costituzione, che candidava mafiosi in parlamento e che faceva le leggi pro domo sua. Grillo non è perfetto. Ma va? Non voglio tirare fuori il discorso dell'autonomia della politica, quel tipo di autonomia è ciò che abbiamo sempre combattuto ed è sempre stato l'alibi delle peggiori nefandezze, ma è inutile nascondersi che in una fase costituente come quella che sta attraversando il movimento grillino, certe forzature e certe imperfezioni siano inevitabli. Da qui a parlare di fascismo e di mancanza di democrazia però ce ne passa. Ripeto, da che pulpito. Gente che da sempre trama con i poteri forti, che nasconde i suoi forzieri nei consigli di amministrazione di banche e cooperative si permette di dare lezioni di democrazia. Grillo avrebbe dovuto consentire che tipi del genere : “dottò porto 1500 voti, può interessare?” potessero fare un'OPA sul movimento, oppure che i suoi nemici soffiassero sul fuoco delle divisione in seno al movimento, un'arma che da che mondo e mondo funziona che è una favola, tanto che la sinistra è stata sempre fatta fuori e si è sempre fatta fuori grazie ad una frammentazione sistematica.

Grillo ha ragione, siamo in guerra e e se vuoi combattere occorre un esercito compatto.

Un'altra chicca polemica: il politically correct. Si attaccano a tutto pur di screditare il Movimetno 5 stelle e il suo fondatore. Tutti contro il comico in difesa della povera Salsi, sempre lei, vittima di un'intollerabile violenza di genere solo perché il Beppe ha alluso al Punto G delle donne. Attenti comici, satirici o semplici frequentatori di osteria, la sola allusione al sesso non è espressione di uno spirito sboccato e ridanciano, ma violenza di genere, razzismo allo stato puro. Non già la battutaccia maschilista, ma la pura e semplice allusione. Le mie zie troppo veraci sono avvertite. Se a questa gente non piace Grillo fondino un altro movimento, non è questo il momento di divisioni. Lo so, è brutto da dire, ma se il malessere che certa gente prova è reale o prendono atto che non è aria o tacciano almeno il tempo necessario perché il movimento faccia quello per cui è nato: spazzare via questa classe politica indecente.

Non voterò il M5S alle prossime elezioni, ma se fossi costretto scegliere fra Grillo e tutto il resto, non avrei dubbi, butterei a mare tutto il resto.


martedì 11 dicembre 2012

Bersani ha gettato la maschera

di Francesco Maria Toscano da Il Moralista 


In un’intervista pubblicata dal Wall Street Journal Bersani ha gettato la maschera (clicca per leggere). In caso di vittoria, l’ex comunista convertitosi al turbo-liberismo, applicherà alla lettera gli ordini impartiti dalla massoneria reazionaria che governa questo scempio di Unione Europea.  A differenza del “budino” Hollande, che per rimangiarsi le promesse elettorali ha almeno aspettato di farsi eleggere, Bersani si cala le braghe di fronte ai padroni prima ancora di scendere in campo. Cinque anni di governo Bersani, etero diretto dalla Troika che devasta i popoli europei, rappresentano proprio una prospettiva che fa rabbrividire. Resto convinto della assoluta pericolosità di tutti gli uomini politici che affondano la loro storia personale nel Partito Comunista. Chi è stato allevato sotto le insegne della falce e del martello conserva necessariamente una profonda sfiducia nel diritto delle masse di auto-determinarsi. L’ideologia comunista predica dappertutto il primato di alcune ristrette oligarchie burocratiche, spesso indottrinate nelle sedi di partito, depositarie esclusive del concetto di interesse generale. Il popolo, spesso strumentalmente rappresentato come massa informe incapace di perseguire interessi astratti e nobili, deve quindi lasciarsi guidare con fiducia da chi possiede gli strumenti tecnici (o tecnocratici?) utili a far sorgere il sol dell’avvenire. Quando Bersani rivendica continuità con le politiche di alcuni antesignani di Monti come Ciampi, Padoa Schioppa e Prodi, sposa, più o meno consapevolmente, una versione nefasta del peggiore socialismo tecnocratico teorizzato per primo da Saint Simon. In sintesi, questa versione di Unione Europea è molto simile alla suggestione dell’eurocomunismo, resuscitato inopinatamente in Occidente proprio  alla caduta del modello originale di stampo sovietico. Alla esaltazione del primato di una burocrazia ottusa rispetto alla politica, tipica dei regimi comunisti passati e presenti (pensate alla Cina), l’attuale Unione Europea mischia, ad adiuvandum, una volontà cinica e sterminatrice sopravvissuta sottotraccia nello spirito del popolo germanico infettato dal nazismo. Non a caso, il darwinismo sociale che sottende alcune scelte di politica economica volte a colpire i più deboli, altro non è se non l’applicazione su un piano più raffinato delle solite prassi eugenetiche con le quali i nazisti inseguivano il mito della razza ariana, finalmente depurata dalle imperfezioni rappresentate da ebrei, zingari, neri o diversamente abili. In questo lo spirito tedesco che guida l’Europa, oggi con la Merkel come ieri con Hitler, è rimasto sostanzialmente identico. Coloro i quali sperano in Bersani per risollevare le sorti dell’Italia si illudono grandemente. Bersani è oggi il principale pericolo per l’Italia. Perfino Berlusconi trova improvvisamente il coraggio di denunciare le politiche recessive messe in campo dal governo dei tecnici, mentre Bersani si preoccupa di dipingere Vendola e Fassina, agli occhi della speculazione finanziaria internazionale, alla stregua di due Pulcinella fissati con la crescita. Gli attacchi incrociati della stampa internazionale contro Berlusconi finiscono paradossalmente per legittimarne il ritorno. Berlusconi, dopo avere condiviso per calcolo tutte le scelte di indirizzo politico del governo Monti, comincia a dire la verità sulla reale finalità di alcuni provvedimenti chiaramente recessivi e scellerati. Il fatto che la verità circa il progetto di cinesizzazione dei popoli europei sia oggi  appannaggio quasi esclusivo di un politico come Berlusconi, la dice lunga sulla qualità complessiva delle nostre classi dirigenti.

Cambiare si può: la parabola delle moltitudini

di Franco Cilli
 
Cambiare si può. Questa volta davvero, dopo secoli di paradigmi e cosmogonie che spaccavano il capello ci siamo arrivati. Questa volta le moltitudini hanno davvero l'occasione di governare, saltando a piè pari tutte le aporie che hanno paralizzato il loro incedere nel corso della storia: al diavolo le disquisizioni sulle derive nichiliste del potere, il parlamento come strumento della borghesia, e le doppiezze tattiche sulla conquista del potere. Non è più la purezza del pensiero e del ragionamento o la crudezza di un malinteso realismo della politica che segnano la linea di demarcazione fra giusto e ingiusto, ma è il principio di fondo, quello che ci rende tutti partecipi pur nelle differenze, un principio la cui fisionomia ha tratti compositi, frattalici e non lineari, ma non per questo caotici e inconcludenti: la politica come amministrazione del bene comune.
Finalmente dopo un lungo percorso siamo usciti dal novecento senza cedere alle lusinghe del pensiero debole e senza rintanarci dentro un post-modernismo di maniera. Finalmente le differenze non sono più materia ed escludendum, ma ricchezze da valorizzare, vettori di un percorso comune con diverse accelerazioni e differenti angoli di visuale.
Il progetto “Cambiare si può” non nasce per caso: l'idea di fare massa critica mettendo insieme esperienze, movimenti e partiti che lottano per il bene comune è figlia di un percorso che nasce forse da Seattle, passando per Genova e poi per i Social Forum. A seguire le manifestazioni contro la guerra, i referendum sull'acqua pubblica e le innumerevoli lotte all'insegna del bene comune. Difficile riassumere tutto in poche righe, ma ciò che mi preme, che ci preme ora è concretizzare un progetto politico che porti gente per bene e di valore a governare le nostre istituzioni o perlomeno a condizionare fortemente l'esercizio di governo, recuperando il senso originario della politica: quello del governo della polis. Sono convinto che occorra abbandonare le discriminanti e le diffidenze che hanno diviso le persone di buona volontà e unire le forze. Rimarranno certo imperfezioni nei programmi di governo, rimarranno alcuni distinguo fra sensibilità e biografie politiche differenti, ma l'importare è segnare un punto fermo da cui partire e creare uno spazio di discussione e di elaborazione politica collettiva.
I punti di cui si compone il manifesto di “Cambiare di può” non sono certo conclusivi, ma costituiscono principi generali, chiavi di lettura a cui seguiranno proposte concrete ed eventuali rimaneggiamenti, così come emergeranno dall'esercizio di una democrazia partecipata. Francamente non vedo altro al di fuori di questo. I movimenti di Occupy il mondo sono certo importanti e significativi, ma un “processo costituente” delle moltitudini è ancora troppo vago per rispondere all'emergenza del momento. “Cambiare si può” per quanto concepito come espediente per dare una rappresentanza istituzionale alle forze della società civile, può in questo contesto rappresentare un dispositivo utile alla realizzazione di un cambiamento radicale, che non inficia l'agire dal basso nè l'autonomia dei movimenti che compongono la galassia antiliberista.
Insomma abbiamo l'occasione di divenire un'alternativa reale e vincente al liberismo dei tecnici e di una socialdemocrazia che per amore del paradosso chiama riforme il massacro del welfare. A ben guardare siamo la maggioranza e finora siamo stati dominati da una minoranza abietta e senza scupoli. Basta.
Forse non saremo al 99%, ma possiamo andarci vicini. 

sabato 8 dicembre 2012

L'elettroshock fra ideologia e cura

di Franco Cilli

Ormai conosciamo tutti la storia dell'elettroshock e della terapia ellettroconvulsivante (TEC): una scoperta fatta quasi per serendipità. Due tizi, il dott. Cerletti e il dott. Bini decidono di provare sull'uomo l'effetto del passaggio di corrente nel cervello attraverso degli elettrodi posizionati sul cranio, dopo avere a lungo sperimentato tale tecnica sugli animali. L'idea di una possibile utilizzazione terapeutica è venuta ai due dottori, in seguito all'osservazione dell'effetto anestetizzante sui maiali di scosse elettriche al cervello somministrate prima di essere condotti al macello. A dire il vero non era un'idea del tutto peregrina, si usava già il metronidazolo nei pazienti psicotici, per i suoi effetti convulsivanti, nella convinzione che “scuotere” il cervello avesse effetti benefici, e veniva utilizzato lo shock insulinico con le medesime motivazioni. Oggigiorno le indicazioni terapeutiche all'uso dell'elettroshock sono molto ristrette e vengono limitate ai casi dei depressione grave, resistente alle terapie. La presenza di sintomi psicotici sarebbe predittivo di un buon esito al trattamento. Altre indicazioni secondarie sono rappresentate dalla catatonia e dall'ipertermia maligna. In verità viene spesso adoperata più o meno off label anche nei casi di mania, specialmente nelle donne in gravidanza, laddove l'uso dei farmaci è controindicato. La domanda che sorge spontanea per coloro che sono del tutto alieni da pregiudizi su questa tecnica è essenzialmente una: funziona? E se si in base a quale meccanismo? 

A questa domanda non è facile rispondere.
Questo è quanto ho trovato di materiale recente e meno recente, fra articoli e pubblicazioni, in materia di terapie elettroconvulsiva (TEC)
 

Nel 1986 è stata pubblicata una rassegna critica di cinque di tali studi di Crow e Johnston. In essi, condotti tra il 1953 e il 1966, veniva confrontato elettroshock vero con elettroshock simulato. I risultati furono i seguenti: a) solo una particolare patologia, la "depressione delirante" e cioè la "depressione psicotica" mostrava un sostanziale miglioramento con la Tec vera rispetto a quella simulata; b) tale miglioramento non permaneva per un periodo superiore a un mese. Dopo di che i pazienti trattati e non trattati tornavano a essere indistinguibili quanto a sintomatologia. A questo studio va aggiunto un trial del 1985 di Gregory, Slawers e Gill che confrontarono 69 pazienti depressi giungendo alle stesse conclusioni. Nella Consensus conference del 1986 si scriveva: "Gli studi clinici controllati sull'efficacia terapeutica della Tec permettono unicamente di provarne l'efficacia e breve termine nella "depressione delirante o psicotica", nella "mania acuta" e in "alcune forme schizofreniche": affermazione discutibile (visto che i trials riguardano la sola depressione) ma, tutto sommato, contenuta. Invece, nelle "Guidelines" del 1990 ci si limita a citare un generico "consenso" degli psichiatri che praticano l'elettroshock. In tal modo le indicazioni vengono allargate a dismisura: depressione, mania, schizofrenia, psicosi puerperale e quant'altro. Ma in cosa il documento del Consiglio, pur riportando le "Guidelines" dell'Apa, è scientificamente scorretto? Perché le "Guidelines" mostrano che gli americani, pur amanti della Tec, non trascurano che si tratta di "consenso" tra gli psichiatri e non di studi controllati e usano espressioni come "si è visto che...", "esistono esperienze in direzione di..." ma mai viene data come verità ciò che, viene ripetuto, è e resta opinione di alcuni.( articolo di Agostino Pirella sul Manifesto del 18 Marzo del 1997)
 

Assessing the Effects of Electroconvulsive Therapy on Cortical Excitability by Means of Transcranial Magnetic Stimulation and Electroencephalography.


Casarotto S, Canali P, Rosanova M, Pigorini A, Fecchio M, Mariotti M, Lucca A, Colombo C, Benedetti F, Massimini M.
Source

Department of Biomedical and Clinical Sciences "L. Sacco", Università degli Studi di Milano, Via G.B. Grassi, 74, 20157, Milan, Italy.
 

Abstract
Electroconvulsive therapy (ECT) has significant short-term antidepressant effects on drug-resistant patients with severe major depression. Animal studies have demonstrated that electroconvulsive seizures produce potentiation-like synaptic remodeling in both sub-cortical and frontal cortical circuits. However, the electrophysiological effects of ECT in the human brain are not known. In this work, we evaluated whether ECT induces a measurable change in the excitability of frontal cortical circuits in humans. Electroencephalographic (EEG) potentials evoked by transcranial magnetic stimulation (TMS) were collected before and after a course of ECT in eight patients with severe major depression. Cortical excitability was measured from the early and local EEG response to TMS. Clinical assessment confirmed the beneficial effects of ECT on depressive symptoms at the group level. TMS/EEG measurements revealed a clear-cut increase of frontal cortical excitability after ECT as compared to baseline, that was significant in each and every patient. The present findings corroborate in humans the idea that ECT may produce synaptic potentiation, as previously observed in animal studies. Moreover, results suggest that TMS/EEG may be employed in depressed patients to monitor longitudinally the electrophysiological effects of different therapeutic neuromodulators, e.g. ECT, repetitive TMS, and sleep deprivation. To the extent that depression involves an alteration of frontal cortical excitability, these measurements may be used to guide and evaluate treatment progression over time at the single-patient level.
 

Se facciamo una ricerca su PubMed sugli effetti a lungo termine della TEC non c'è molto e i risultati non appaiono definitivi, mentre sembrano appurati gli effetti sulla memoria nel periodo immediatamente succesivo al trattamento e c'è concordanza nel considerare tali effetti transitori.

Valga il seguente studio come esempio.
 

J Affect Disord. 2011 Jul;132(1-2):216-22. Epub 2011 Mar 29.

Retrograde amnesia after electroconvulsive therapy: a temporary effect?

Meeter M, Murre JM, Janssen SM, Birkenhager T, van den Broek WW.
Source

Department of Cognitive Psychology, Vrije Universiteit, Amsterdam, The Netherlands. M.Meeter@psy.vu.nl
Abstract
OBJECTIVE:

Although electroconvulsive therapy (ECT) is generally considered effective against depression, it remains controversial because of its association with retrograde memory loss. Here, we assessed memory after ECT in circumstances most likely to yield strong retrograde amnesia.

 

METHOD:

A cohort of patients undergoing ECT for major depression was tested before and after ECT, and again at 3-months follow-up. Included were 21 patients scheduled to undergo bilateral ECT for severe major depression and 135 controls matched for gender, age, education, and media consumption. Two memory tests were used: a verbal learning test to assess anterograde memory function, and a remote memory test that assessed memory for news during the course of one year.
RESULTS:

Before ECT the patients' scores were lower than those of controls. They were lower again after treatment, suggesting retrograde amnesia. At follow-up, however, memory for events before treatment had returned to the pre-ECT level. Memory for events in the months after treatment was as good as that of controls.
LIMITATIONS:

The sample size in this study was not large. Moreover, memory impairment did not correlate with level of depression, which may be due to restriction of range.
 

CONCLUSIONS:

Our results are consistent with the possibility that ECT as currently practiced does not cause significant lasting retrograde amnesia, but that amnesia is mostly temporary and related to the period of impairment immediately following ECT.


Come si può leggere dalle conclusioni anche per chi è digiuno di inglese, l'amnesia retrograda che residua nel periodo immediatamente successivo al trattamento è data per temporanea. Come già detto c'è accordo unanime nel ritenere la TEC una pratica scevra da effetti collaterali di rilievo. Ci sono voci fuori dal coro ovviamente come quelle di un mio un vecchio professore di neurologia che una volta mi raccontò di essere riuscito a dimostrare che gli effetti sul cervello delle terapia elettroconvulsiva sono permanenti e invalidanti, ma a dire il vero non ho mai avuto nè il piacere nè l'onore di poter valutare questi studi.

La mia esperienza personale sulla TEC è basata sui due mesi trascorsi presso il Dipartimento di Psichiatria di Saint Luois, dove questo genere di terapia era di casa, come lo era e lo è tuttora in tutti i dipartimenti di psichiatria americani. A quel tempo avevo ancora parecchie riserve sull'elettroshock e confesso che assistetti alle sedute di terapia con una certa riluttanza. Mi colpì l'estrema professionalità e il metodo in cui tutte le operazioni venivano condotte. L'intervento era eseguito da un'equipe ben attrezzata di medici e di infermieri in una moderna saletta stile sala operatoria, con il paziente sdraiato su una comoda poltrona con posizioni regolabili, attaccato ad una flebo. Lo psichiatra anziano, responsabile del Servizio appariva incredibilmente affaccendato, sebbene alla fine il suo unico contributo fosse quello di regolare adeguatamente la posizione della poltrona. Ciò che mi colpì maggiormente fu l'aspetto di cane bastonato del giovane resident, lo specializzando, la cui unica funzione era quella di premere il tasto che attivava la corrente. Il tutto avveniva in pochi minuti: appena il paziente era pronto e addormentato a dovere, c'era un attimo di silenzio, lo psichiatra anziano faceva un cenno al giovane il quale di rimando premeva il pulsante, una scossa e via, avanti il prossimo. Non c'era nulla di tragico né di doloroso in tutto ciò. Una normale ed asettica pratica medica. I colleghi americani erano entusiasti dell'elettroshock, e non riuscivano a capire le mie titubanze e le resistenze del mondo accademico italiano. Mi mostrarono un mole incredibile di studi in cui si magnificavano le virtù della TEC e mi raccontavano di quanti pazienti soprattutto colleghi li implorassero addirittura di sottoporli a tale terapia per guarire più in fretta. Non mi convinsi del tutto, ma cominciai a cambiare opinione. In America la TEC sembrava fare miracoli sui depressi.

Di tanto in tanto vengono fuori studi che cercano di dimostrare l'utilità della TEC anche nella schizofrenia, ma anche qui siamo lontani dall'apparire convincenti a dal produrre dati sufficientemente significativi a supporto di tale tesi. L'ultimo studio in merito e dei cinesi. Non lo riporto integralmente per brevità.  


(New Insights From China on the Efficacy of ECT in Schizophrenia. McDonald WM. Source From the J.B. Fuqua Chair for Late-Life Depression, Department of Psychiatry and Behavioral Sciences, Emory University, Atlanta, GA).Chi avesse curiosità in merito può leggere l'abstract su PubMed.

In definitiva stiamo parlando dell'efficacia della TEC dando per scontato che sia una terapia somatica come tante altre, uno strumento sulla cui efficacia c'è ancora un dibattito aperto, ma sebbene con le dovute riserve, utilizzabile al pari degli altri. Purtroppo il discorso sulla TEC non è così semplice e per la verità non lo è mai stato. Sulla terapia elettroconvulsiva grava il peso dovuto ad una storia che si intreccia con la storia della psichiatria stessa e della quale la TEC è divenuta uno dei simboli più discussi, un'icona che viene variamente associata agli evi bui della psichiatria, quando questa coniugava una netta connotazione organicista con una visione classista della società. Il “tecnico della cura”, l'alienista, era l'agente di uno status sociale dove gerarchia dei ruoli e del sapere si identificavano: la conservazione dello status quo e quindi il controllo sociale erano direttamente connessi alla pratica psichiatrica: curare significava anche mantenere un ordine precostituito. Questo è stato forse il più grande equivoco della psichiatria, e nel momento in cui il paradigma psichiatrico è stato sopraffatto da una visione più “umanista” della società e da spinte egualitarie, la sua rovina ha trascinato con se anche l'idea stessa delle cura. La follia divenne anch'essa una creazione aritificiale, frutto della divisione sociale del lavoro e della gerarchizzazione della società. L'elettroshock, per le immagini crude che evocava e per la sua pretesa di considerare l'essere un soggetto da curare attraverso una grezza manipolazione del suo cervello, diventò il simbolo di una pseudoscienza che altro non era se non ideologia del potere. A tutt'oggi non si riesce a separare l'elemento di cura della TEC dalla sua storia originaria. La TEC, per molti fra gli addetti alle cure o componenti della società civile che siano, è un simbolo nefasto che evoca una reazione condizionata di rigetto senza possibilità d'appello. Eppure da tempo abbiamo superato l'idea della psichiatria come “ancella della rivoluzione”, in quanto capace di assumere su di se le contraddizioni del conflitto sociale, e come mero strumento di un cambiamento radicale della società. Da tempo la psichiatria ha riconquistato la sua autonomia, a volte purtroppo riprendendo anche i vecchi vizi del passato, da tempo si è ricreato un suo spazio proprio nel novero delle discipline mediche. Oggigiorno è arduo ribadire un rifiuto della TEC sulla base di una sua invasività o pretesa di curare agendo su un substrato biologico. Cosa altro fanno i farmaci, che nessuno ormai mette più in discussione, se non agire sulla biologia dell'organismo? Di certo non è più possibile oggi pensare alla psichiatria come una terapia unicamente psicologica, e quale invasività di una tecnica, peraltro allo stato attuale non più eseguita in modo crudele come un tempo, e totalmente priva degli aspetti punitivi che spesso la caratterizzavano, può giustificare un suo rifiuto, senza una valutazione attenta dei costi benefici? Se l'invasività della tecnica fosse l'unico parametro, allora dovremmo chiudere i reparti di chirurgia. Perché allora la sola evocazione di questa tecnica causa reazioni riflesse di rifiuto e di riprovazione? Credo che la risposta sia insita nella stessa domanda: i riflessi non hanno nulla di razionale, attingono alle profondità biologica dell'essere umano e mutano solo al mutare del contesto culturale e ambientale in cui si sono formati e sono perlopiù sordi ai richiami della ragione.

Da parte mia valuto la TEC senza atteggiamenti pregiudiziali e dal momento in cui ho accettato l'idea di una cura e quindi di una nosografia psichiatrica dal quale far derivare la necessità della cura stessa, ho accettato anche l'idea che le cure vadano valutate in base a obiettivi preposti e risultati. Discutiamone, ma con la consapevolezza che oggi la partita che si gioca è un'altra, ed è quella di un diritto alla cura che viene costantemente minacciato e messo in forse da logiche di mercato spietate, che nulla hanno di neutrale, mascherate da stato di necessità. Una volta superato il rischio che la psichiatria, già considerata la cenerentola della medicina, venga ulteriormente spogliata di risorse, possiamo concentrarci sulla direzione da imporre alla pratica clinica e ai risvolti sociali, psicologici ed assistenziali che questa disciplina raggruppa in sé. 

Ilva, un nuovo diritto pubblico nell’economia

di Alberto Lucarelli da soggettopoliticonuovo

Ridare all’impresa quel carattere sociale che la nostra Costituzione gli affida (art. 41 e 43). Anche riservandosi di espropriare e trasferire a enti pubblici o comunità di lavoratori le imprese di interesse pubblico.
Con l’Ilva di Taranto tornano di attualità i temi della democrazia economica e del diritto pubblico dell’economia, troppo frettolosamente messi in soffitta, e soprattutto troppo frettolosamente ritenuti in contrasto con una lettura strumentale del diritto europeo, in particolare laddove appiattito sulle regole mercantili e neo-liberiste della finanza e del mercato, imposte da interessi forti rappresentati dalla troika Bce-Fmi-Commissione, piuttosto che ispirato dal principio della coesione economico-sociale e territoriale che significa limitare l’attività d’impresa alla tutela del territorio, dell’ambiente, della salute, dei livelli occupazionali.
Ma in senso più generale, con il “caso Taranto”, si pone all’attenzione il rapporto pubblico-privato, in relazione alla proprietà, alla gestione, ai controlli, alla tutela dei diritti. Dietro l’ipocrisia della contrapposizione tra diritto all’ambiente e diritto alla salute, da una parte, e diritto al lavoro dall’altra, si nasconde il progressivo processo di abbandono e di deresponsabilizzazione del pubblico dalle politiche industriali ed economico-sociali del nostro Paese.
I principi della democrazia economica, espressi dal testo costituzionale, seppur talvolta in maniera ambigua, sono stati calpestati, divenuti oggetto di trattative con le più squallide rappresentanze del mondo dell’imprenditoria.
Dunque, possiamo credere che la drammatica vicenda dell’Ilva di Taranto, con i delicati problemi di bilanciamento di diritti che solleva, costituisca un’occasione, seppur amara, per far rivivere alcune disposizioni della nostra Carta costituzionale, messe tra parentesi da decenni di liberismo e privatizzazioni forzate.
Dopo il disastro ambientale e sociale, ma soprattutto dopo l’inopinata cessione di sovranità del ruolo dello Stato nei processi economici, a vantaggio di prenditori di denaro pubblico, risorgono gli artt. 41 e 43 della Costitutzione, in considerazione dell’interesse strategico nazionale inerente alla vicenda.
Sembra risorgere anche il secondo comma dell’art. 41, troppo presto dimenticato, che prevede che l’iniziativa economica privata non possa svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana e che il comma successivo dispone che la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.
Insomma, principi sacrificati in nome della concorrenza che non ha rilievo costituzionale. L’art. 43, poi, prevede che a fini di utilità generale la legge possa riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale.
Si tratta di una norma ben presente nel nostro ordinamento e suscettibile di trovare applicazione quanto meno in casi straordinari quale quello che ci troviamo a fronteggiare.
Mai come in questi momenti occorre fare leva sullo spirito solidaristico espresso dalla nostra Costituzione economica per far risorgere il diritto pubblico dell’economia, ponendolo al servizio dell’interesse generale (ambiente, salute, occupazione), depurato da dimensioni statalistiche ed autoritarie del passato e arricchito dalle nuove categorie dei beni comuni e della partecipazione.
Le istituzioni pubbliche non possono abdicare dal proprio ruolo e dalle proprie responsabilità, in considerazione dei preminenti fini di utilità generale che ricorrono nella vicenda e rispolverino, se necessario, istituti quali l’espropriazione, anche in considerazione che i processi di privatizzazione posti in degli ultimi vent’anni hanno costituito episodi di espropriazione in danno della collettività, depauperata di un patrimonio comune di beni, servizi, imprese.
L’Ilva deve rappresentare l’occasione per avverare l’utopia di una nuova governance aziendale democratica e partecipata, che si collochi oltre le avanguardie europee della cogestione e della cointeressenza, nel solco della Costituzione. Laddove vi siano preminenti interessi di rilievo nazionale, incidenti su una pluralità di diritti fondamentali, è possibile immaginare modelli di governo pubblico-partecipato, caratterizzati da una governance, in grado di coinvolgere lavoratori e saperi diffusi della cittadinanza attiva.
Questo, su scala diversa, è il modello che stiamo sperimentando a Napoli con l’azienda speciale Abc (acqua bene comune), il modello di impresa democratica, caratterizzata da cessioni di sovranità da parte della proprietà pubblica, a favore di gestioni aperti ai saperi diffusi e collettivi.
Una dimensione della partecipazione che si declina in proposta, gestione e controllo, dove quest’ultimo trova spazio in appositi comitati di sorveglianza composti da cittadinanza attiva e lavoratori.
Ripensiamo dunque l’ipotesi che imprese strategiche, intese quali portatrici di valori civili, sociali ed economici, e quindi quali beni comuni, ovvero beni di appartenenza delle comunità di riferimento, possano essere gestite, anche nel rispetto dei principi costituzionali, secondo i canoni della democrazia economico-partecipativa.

Fonte: Il Manifesto

giovedì 6 dicembre 2012

Il Quarto Polo tra essere e non essere


L'assemblea di sabato scorso degli arancioni è stata un successo. Applausi e ovazioni per Luigi De Magistris e Antonio Ingroia. Ma il processo unitario è solo all'inizio. E la strada per trovare la quadra è in salita.
di Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena da Micromega

Il Quarto Polo prende forma. Il Polo dei Partigiani. Il Movimento Arancione. "Cambiare si può". O chiamatelo come vi pare, che conta fino a un certo punto. Il soggetto è nato, seppur con mille difficoltà da superare ma con un’agenda politica abbastanza chiara: no all’ipotesi di un Monti-bis e sì ad un nuovo contenitore capace di attuare una nuova stagione di diritti civili e sociali. A sinistra del centrosinistra, l’alternativa ora mancante tra il Pd e il M5S di Grillo per un novello "New Deal" – come dice sempre uno dei promotori, il sociologo Luciano Gallino, una delle menti più lucide della sinistra italiana e non solo.

Sabato primo dicembre all’assemblea nazionale di Cambiare si può, al Teatro Vittoria di Roma, c'è stato l'esordio: quasi 500 persone arrivate sotto una pioggia battente, platea piena e in parecchi rimasti fuori. Una convention in cui si sono susseguiti gli interventi di esponenti della società civile, di sindacati, di movimenti ma anche di partiti. A sponsorizzare il progetto c'è il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, che in un intervento applauditissimo ha sciolto i dubbi sulla collocazione politica: siamo fuori dal centrosinistra. Per il momento. Poi dopo il voto, un confronto programmatico con Bersani che «dovrà scegliere tra noi e Casini». Quasi sicuramente sceglierà il secondo. Comunque fino al voto massima autonomia: un Quarto Polo che potrebbe avere come candidato premier il pm Antonio Ingroia, anche lui presente ed acclamato al Teatro Vittoria. Sempre De Magistris, intanto, il 12 dicembre presenterà la sua lista arancione, interconnessa ovviamente a "Cambiare si può".

Tutto bene, tutto perfetto? Non proprio. Perché se tutti sono d’accordo nel reclamare un rilancio del welfare contro le politiche di austerity, nell’invocare più giustizia e meno disuguaglianza, nell’affermare più diritti civili nel Paese, nel ruolo fondamentale della Fiom e più in generale nel programma politico da attuare, allo stesso tempo appare molto più difficile costruire in pratica questo soggetto. Da una parte l’impostazione antipartitica – quindi a volte velata e a volte meno ostilità nei confronti di Rifondazione Comunista e di pezzi di Italia dei Valori – dall’altra i partiti stessi che prima di far sparire il proprio simbolo alle elezioni chiedono garanzie.

In mezzo c'è la missione principale: riuscire a far sentire anche in Parlamento una voce antiliberista, un'opposizione coerente e di sinistra, allergica al populismo ma capace di spiegare le origini della crisi e una via d'uscita credibile. «Contro il pensiero unico dominante, in direzione ostinata e contraria», diceva sempre il sindaco di Napoli. In mezzo, ancora, ci sono le diverse provenienze politico-culturali: gli intellettuali di Alba, i movimenti No Tav e No dal Molin, i comunisti, gli scontenti di Sinistra e Libertà, per ultima l'adesione di Antonio Di Pietro. Come fare? Sempre Alba, ad esempio, chiede «ai partiti e alle associazioni di credere e stare attivamente in questo progetto ma facendo due passi indietro: il primo passo richiede che non si pongano come protagonisti della lista, ma che con le proprie identità dichiarino l’appoggio al progetto (come abbiamo deciso anche noi), formando un comitato di sostegno sul modello dei referendum del 2011. Il secondo passo indietro comporta che le persone da candidare non abbiano avuto ruoli di direzione politica né di rappresentanza istituzionale nell’ultimo decennio a livello di partiti nazionali, parlamento italiano ed europeo, regioni. Proponiamo che tutte e tutti si facciano coerenti rappresentanti di quel messaggio di coalizione democratica antiliberista e di cittadinanza nuova che solo può offrirsi come alternativa credibile al non voto».

L’intento insomma non è costruire una riedizione della Sinistra Arcobaleno né un polo dei “non-allineati”, ma qualcosa di veramente nuovo sorretto dalla società civile e solo sostenuto dalle forze partitiche. Nel merito tutti più o meno convengono, sul metodo ci si divide. Il difficile è trovare una sintesi, capire chi deve “pilotare” il progetto ancora in fase embrionale. Il simbolo sarà uno solo, nessuna “bicicletta” o “triciclo”. Arancione il colore. Il nome da definire. Sul come comporre le liste, la frantumazione generale rischia di far naufragare tutto. Un vero peccato. E allora meglio concentrarsi, in primis, nella costruzione di uno spazio pubblico – di confronto e incontro – della sinistra alternativa: in ballo ad esempio la raccolta firme per i referendum su artt 8 e 18. Con i referenti locali che si potranno scegliere col metodo delle primarie. Una forma democratica “neutra” capace di sovrastare lo scontro partiti-società civile. Così anche a Roma per scegliere il candidato sindaco. Nessuna somma algebrica o fattore politicista, un Quarto Polo come occasione di vera alternativa nel Paese.

Dicembre sarà il mese della “svolta”. La tradizione della sinistra – quella gruppettara, scissionista e purista – rema contro la riuscita di questo progetto. Sta ai promotori smentire la storia e fare uno sforzo comune: riuscire a trovare una sintesi. Necessaria ad un Paese, poco interessato alla difesa dei piccoli orticelli.

mercoledì 5 dicembre 2012

Brevi note sulla MMT* Dalla crisi della moneta unica alla critica del liberoscambismo europeo

di Emiliano Brancaccio sinistrainrete.info

 

“Mezzogiornificazione” europea: Paul Krugman (1991) l’aveva preannunciata in tempi non sospetti ed altri, poi, l’hanno riesaminata e ne hanno studiato gli sviluppi. Con questa espressione possiamo intendere, sinteticamente, quei processi  di desertificazione produttiva, annientamento o assorbimento estero dei capitali nazionali, ed emigrazione di massa dei lavoratori, che soprattutto a seguito della crisi economica stanno determinando profondi mutamenti nella struttura produttiva dei paesi periferici dell’Unione monetaria europea. La “mezzogiornificazione” indica, in sostanza, che il dualismo economico che ha duramente segnato la storia dei rapporti tra Nord e Sud Italia non costituisce più un caso particolare limitato al nostro paese, ma andrebbe ormai riletto come caso anticipatore ed emblematico di un dualismo molto più ampio, che si riproduce oggi su scala continentale tra i paesi del Nord e del Sud dell’Europa, e che rischia di compromettere gravemente i loro futuri rapporti economici e politici.
Non suscita quindi particolare meraviglia che i cittadini meridionali, oggi, risultino particolarmente sensibili ai mutamenti in corso negli assetti dell’eurozona. Subendo gli effetti del dualismo economico già da tempo, essi sembrano intuire più rapidamente di altri quali siano i rischi che l’Europa oggi sta correndo. Non credo sia del tutto casuale, dunque, che iniziative come questa, che mirano a diffondere maggior consapevolezza dei processi economici in atto, maturino proprio lì da voi, a Reggio Calabria, città estrema situata esattamente al centro del Mediterraneo, nei pressi di Scilla e al cospetto di Cariddi. 
Con questo intervento audio da Napoli cercherò di non sottrarre tempo alle ulteriori relazioni dei colleghi Kelton, Auerbach e Black, di cui ho letto con interesse vari lavori e che saluto. Pertanto, in quel che segue mi limiterò ad accennare solo ad alcuni degli snodi concettuali e delle questioni aperte riguardanti la “modern money theory” (MMT), la “teoria della moneta moderna”, definita anche “teoria monetaria moderna”.
La prima questione verte sul concetto di “novità”. E’ lecito definire la teoria monetaria moderna una novità assoluta nel campo della teoria economica? Io credo di no: la teoria monetaria moderna non rappresenta un inedito. La mia posizione riflette per certi versi quella dell’economista canadese Marc Lavoie (2011). Secondo Lavoie le proposizioni chiave della teoria monetaria moderna possono essere ricavate dagli schemi tipici della tradizione Post-Keynesiana; in particolare, dalle versioni di quegli schemi dette del “circuito monetario”, che in Italia hanno avuto una certa diffusione grazie soprattutto al contributo dell’economista Augusto Graziani (2003).
Va ricordato, inoltre, che la teoria monetaria moderna eredita dalla più ampia tradizione dei filoni di pensiero economico critico una tesi cruciale, direi attualissima: una economia capitalistica di mercato, lasciata a sé stessa, non è in grado di garantire stabilmente la piena occupazione del lavoro e delle altre forze produttive esistenti, né nel “breve” né nel “lungo periodo”. Tra le numerose implicazioni di questa tesi vi è l’idea che il finanziamento monetario della spesa pubblica, a date condizioni, può determinare aumenti duraturi della produzione fisica e della stessa capacità produttiva, con effetti sull’inflazione che solo per caso risulterebbero proporzionali all’entità del finanziamento monetario della spesa.
Credo sia utile ricordare che questa tesi trova un rigoroso fondamento di teoria dei prezzi relativi e della distribuzione negli sviluppi della cosiddetta teoria della produzione, alla quale, tra gli altri, Leontief e soprattutto Sraffa hanno dato fondamentali contributi (cfr. Pasinetti 1975; Kurz e Salvadori 1995; Petri 2004). In particolare, è proprio alla luce della teoria della produzione che la tesi suddetta e le sue implicazioni possono essere estese al cosiddetto “lungo periodo”, e le obiezioni di Krugman (2011) alla MMT possono quindi essere efficacemente criticate.
Ora, questo rinvio alla storia, alla tradizione, al profondo substrato di pensiero critico sul quale la “teoria monetaria moderna” inevitabilmente poggia, è un fatto che magari potrà creare qualche imbarazzo tra gli apologeti di quella diffusa malattia politica che va sotto il nome di “nuovismo”, ma a ben pensarci dovrebbe esser considerato positivo. In particolare, dovrebbe essere considerato una vera fortuna da parte di coloro che intendano realmente contribuire alla edificazione di un fronte alternativo, autorevole e non evanescente, nella durissima battaglia delle idee in campo economico.
Il guaio è che il nuovismo è una malattia atavica e tenace. Mi vengono in mente, per esempio, gli agitatori russi che nel 1920 pretendevano di costruire una nuova cultura rivoluzionaria sulle rovine di quella vecchia, e si dichiaravano pronti a bruciare le opere rinascimentali di Raffaello pur di raggiungere il loro scopo. Dovette scomodarsi addirittura Lenin (1977) per spiegare che essi erano soltanto dei poveri illusi, per un motivo che in un’ottica storico-materialista risulta subito evidente: una nuova cultura, che possa dirsi realmente rivoluzionaria, non sbucherà mai fuori dal nulla ma potrà solo scaturire da uno sviluppo del sapere che l’umanità ha sedimentato nel corso della sua Storia. Nei tempi confusi che viviamo, che sono anche tempi di rivoluzioni di cartone, coltivo il sospetto che simili puntualizzazioni non siano del tutto banali.
Mi permetto di far notare, a questo riguardo, che anche gli aspetti apparentemente più sorprendenti, che sembrano un pochino più eretici, della teoria monetaria moderna, in realtà possono esser considerati dei casi molto particolari degli schemi Post-Keynesiani. Faccio un esempio: una tesi apparentemente sconcertante di alcuni esponenti della teoria monetaria moderna è che da un punto di vista logico verrebbe prima la spesa pubblica del governo, e solo dopo di essa potrebbero verificarsi il prelievo fiscale e i prestiti al governo da parte dei privati. In altri termini, secondo questa visione, se il governo prima non spende, non ci potrà essere né prelievo fiscale né prestiti privati allo stesso governo. Ora, l’idea secondo cui la spesa pubblica viene logicamente prima di ogni altra cosa, a prima vista sembra incredibile. Tuttavia, come Lavoie ha mostrato, essa deriva da una semplice convenzione contabile: alcuni teorici monetari moderni analizzano la banca centrale e lo stato come se fossero un unico settore consolidato. L’arcano è facilmente risolto, dunque. Tuttavia bisogna anche aggiungere che questo consolidamento, nella attuale realtà politico-istituzionale, non esiste. Magari è auspicabile, ma non esiste ancora. E in periodi confusi come questi, forse sarebbe il caso di tenere sempre ben distinti i meri auspici dai fatti.
I colleghi presenti mi scuseranno per queste precisazioni, che loro forse reputeranno scontate. Io tuttavia credo si tratti di chiarimenti necessari. Perché a mio avviso, se davvero si vuol contribuire alla lunga e faticosa opera di formazione di una coscienza critica collettiva in grado di avanzare precise obiezioni alla visione economica dominante e di suggerire una  teoria economica alternativa e moderna, magari anche una “teoria monetaria moderna”, allora è indispensabile sfrondare tale teoria dagli orpelli, e soprattutto dagli eventuali errori.
A proposito di errori. In un interessante documento a supporto della teoria monetaria moderna, leggo che «nell’economia reale le importazioni sono un beneficio, mentre le esportazioni sono un costo» (Mosler et al. 2012). Ora, intendiamoci bene: se questo vuole essere un modo per criticare l’odierno assetto capitalistico mondiale, che induce interi paesi a deflazionare l’economia e a creare disoccupazione interna nello strenuo tentativo di gareggiare sui mercati internazionali, io apprezzo le buone intenzioni. Al tempo stesso, però, credo che questa modalità di avanzare la critica all’assetto vigente sia potenzialmente fuorviante.
Sotto questo aspetto, c’è un punto della teoria monetaria moderna che appare ancora opaco, e che rischia di rivelarsi debole se non viene meglio approfondito: si tratta dei rapporti che un paese sovrano ha con il resto del mondo, che vengono sinteticamente espressi proprio dall’andamento delle importazioni e delle esportazioni, e più in generale della bilancia dei pagamenti verso l’estero.
A me pare che su questo punto alcuni elementi di debolezza della MMT emergano non solo nei documenti di propaganda, inevitabilmente limitati dalle necessità della sintesi, ma anche in contributi accademici caratterizzati da un livello di raffinatezza superiore: per esempio, quando uno dei più autorevoli esponenti della teoria monetaria moderna sembra suggerire che la soluzione chiave per gestire i problemi di bilancia dei pagamenti risiede in un tasso di cambio flessibile (Wray 1998). Ebbene, io non credo che le cose stiano esattamente in questi termini. Mi spiego.
L’obiettivo principale della MMT è di fare in modo che un paese sovrano usi il finanziamento monetario della spesa pubblica per rendere praticabile l’attuazione di un programma nazionale per la piena occupazione. Alcuni esponenti della MMT parlano in questo senso dello stato come “occupatore di ultima istanza” (Wray, cit.), proponendo così una feconda parafrasi del concetto di “prestatore di ultima istanza” di Bagehot. Prendendo spunto da Leontief, invece, personalmente credo che un programma per la piena occupazione dovrebbe farsi carico di alcuni problemi tipici della pianificazione, tra cui l’esigenza di intervenire sugli squilibri strutturali fra i territori. Per questo preferisco parlare dello stato come “occupatore di prima istanza”. Tali differenze però possono essere affrontate anche a un secondo livello di analisi. L’idea preliminare della MMT, di finanziare con moneta la spesa pubblica, è a mio avviso corretta e condivisibile. Tuttavia, è necessario soffermarsi sul fatto che tale politica farebbe aumentare anche le importazioni dall’estero. Ed è difficilmente contestabile che tale aumento delle importazioni potrebbe creare problemi rilevanti alla bilancia dei pagamenti e, più in generale, all’intera struttura del sistema produttivo nazionale. Problemi che vanno ben al di là delle scelte intorno alla mera gestione del tasso di cambio e alla stessa sovranità monetaria.
Gli italiani, i latino americani, gli stessi britannici, sanno benissimo, per esperienza diretta, che i problemi di bilancia dei pagamenti non possono essere gestiti tramite la mera dinamica del cambio. Anzi, dal punto di vista del nesso tra bilancia dei pagamenti e sovranità, al pari e anche più rapidamente della deflazione interna, un cambio flessibile può ridurre il valore dei capitali nazionali, può quindi esporre a facili acquisizioni estere e può dunque diminuire, anziché aumentare, il grado di sovranità. Ecco perché in passato, in Italia, in America Latina e in Gran Bretagna, anche in periodi di fluttuazione dei cambi, venivano evocati e talvolta venivano anche realizzati dei programmi detti di “sostituzione delle importazioni”: cioè dei programmi più o meno protezionistici, di limitazione dei movimenti di capitali, di disciplinamento degli investimenti esteri e, laddove necessario, di controllo dei movimenti di merci.
Verrebbe a questo punto da chiedersi per quale motivo alcuni esponenti statunitensi della MMT tendono a sottovalutare questi problemi, e talvolta arrivano per questa via a giudicare in termini acriticamente ottimistici gli stessi investimenti diretti esteri. Questo in un certo senso è un paradosso, se si considera che il finanziamento monetario della spesa pubblica è stato adoperato, in molti casi storici, proprio per scongiurare la perdita di sovranità che può derivare dalle acquisizioni estere. In una fase in cui il tema dell’inserimento di capitali esteri negli assetti proprietari e di controllo sembra travalicare l’ambito degli ultimi asset strategici in mano pubblica e arriva a lambire persino il sistema bancario, sarebbe bene fare molta più chiarezza, su questo punto. Ma se mi dilungassi qui pure su questi aspetti finirei per prendere troppo tempo.
Ciò che conta stabilire immediatamente, in questa sede, è che la teoria e la storia ci dicono che se davvero si vuol ripristinare un certo grado di sovranità – e a fortiori di sovranità democratica - allora la bilancia dei pagamenti verso l’estero diventa una variabile cruciale. Ed è opportuno aggiungere che per controllare questa variabile bisogna passare per forza tra Scilla e Cariddi: o si attua un coordinamento internazionale tra paesi, oppure si attuano forme più o meno stringenti di protezionismo finanziario e  commerciale, oppure ancora si realizza una combinazione tra le due opzioni. Le scelte sui cambi fanno senz’altro parte del problema ma di certo non lo esauriscono, né possono esser considerate l’aspetto decisivo.
E qui veniamo alla questione politica fondamentale. E’ la questione della scelta tra una strategia di profonda revisione del palinsesto della moneta unica e del mercato unico europeo da un lato, e una strategia alternativa, che sia basata non soltanto sullo sganciamento dalla moneta unica ma anche, se necessario, su una revisione critica del mercato unico europeo. In Italia e altrove, come voi sapete, si stanno formando due fronti, su questo tema. Curiosamente, noto che persino tra i sostenitori della teoria monetaria moderna sono emerse posizioni diversificate, a questo riguardo.
Ebbene, in un libro recente abbiamo provato a suggerire una via dialettica per cercare di affrontare questo decisivo snodo politico (Brancaccio e Passarella 2012). La nostra proposta parte da una serie di evidenze, che provo qui ad esporre in estrema sintesi.
Osserviamo in primo luogo che la “mezzogiornificazione” europea ha fatto registrare una forte accelerazione a seguito della crisi economica. I portatori degli interessi prevalenti, in Germania e nei paesi “centrali” dell’Unione, traggono grandi vantaggi, relativi e assoluti, da questo processo. La crisi ovviamente colpisce anche tali paesi, ma in termini comparati il suo impatto su di essi è più modesto, il che accresce la forbice rispetto alle aree “periferiche” dell’Unione. Basti guardare allo spread, non solo tra i tassi d’interesse ma anche tra le bancarotte aziendali e, soprattutto, tra i livelli di occupazione: dal 2007 al 2012 i paesi del Sud Europa hanno perso quasi quattro milioni di posti di lavoro, mentre la Germania ha addirittura accresciuto l’occupazione di circa un milione e mezzo di unità. Ma c’è di più: la miscela di mezzogiornificazione e crisi, in ultima istanza, implica “centralizzazione” dei capitali nel senso di Marx, e di Hilferding (2011). Rilevo, a questo proposito, che a seguito della crisi gli indici azionari della Germania da un lato, e dei paesi del Sud Europa dall’altro, si sono chiaramente divaricati. La forbice, si badi bene, in termini relativi caratterizza anche il settore bancario. Questo aumento generalizzato della varianza dei valori azionari contribuisce a spiegare perché il rapporto tra investimenti diretti esteri netti e formazione lorda di capitale fisso della Germania verso l’Italia sia mutato di segno a cavallo del 2008-2009. Mentre nei primi anni dell’euro i proprietari tedeschi sono risultati venditori netti di capitale, dopo la crisi essi hanno nuovamente assunto il ruolo storico di acquirenti netti.
I dati insomma segnalano che siamo al cospetto di una tremenda accelerazione del processo di centralizzazione dei capitali e di “egemonizzazione” tedesca dell’Unione europea. Un processo che ovviamente genera contraddizioni e conflitti, che a un certo punto potrebbero rivelarsi ingestibili. A tale riguardo, i portatori degli interessi prevalenti in Germania sanno che l’allargamento dei divari economici e i connessi meccanismi di centralizzazione dei capitali potrebbero a un certo punto rivelarsi politicamente insostenibili per le nazioni periferiche. Questi fenomeni dunque accrescono la probabilità di una deflagrazione della moneta unica europea. E’ interessante notare, sotto questo aspetto, che ai vertici delle istituzioni tedesche sembra piuttosto diffuso lo scetticismo intorno alla reale efficacia della strategia di riequilibrio deflazionistico a carico dei soli paesi debitori che viene perseguita dalla Banca centrale europea. In effetti, benché gli ultimi dati sugli spread e sulle bilance commerciali sembrano rinnovare le speranze tra le file degli ottimisti (cfr. Congiuntura Ref. 2012), allo stato dei fatti ritengo anche io, con molti altri, che vi siano tuttora valide ragioni per  nutrire forti dubbi sulla tenuta futura dell’eurozona (cfr. ad esempio le posizioni di Stiglitz e dello stesso Krugman; tra gli italiani fu Graziani uno dei primi a dubitare della sostenibilità della zona euro; più di recente, cfr. ad esempio Bagnai 2012, una lettura istruttiva anche se una critica alle radici neoclassiche della teoria delle aree valutarie ottimali sarebbe stata molto opportuna; cfr. anche la mia risposta a Barba Navaretti sul Sole 24 Ore, in Brancaccio 2012a).
Sarà forse la memoria del fallimento delle politiche di Bruning, o magari un sussulto di “cattiva coscienza” politica, ma in Germania sembrano in effetti più consapevoli di noi della difficoltà di aggiustare gli squilibri intra-europei a colpi di deflazione nei paesi debitori. Ecco perché le autorità tedesche non nascondono di attendersi una crescita delle tensioni politiche future, e una ulteriore accentuazione della fragilità dell’eurozona. Non è un caso, del resto, che abbiano messo in conto prima di tutti l’eventualità di una sua deflagrazione. La forza dei tedeschi, ai tavoli delle trattative europee, deriva anche da questa capacità di anticipazione degli eventi. E’ evidente cioè che essi sono già pronti a sostenere i costi di una implosione della moneta unica, anche perché dal tracollo potrebbero trarre persino dei vantaggi ulteriori: infatti, come abbiamo cercato di mostrare, il solo mutamento dei rapporti di cambio tra le valute non frenerebbe il processo di centralizzazione in atto, ma anzi potrebbe addirittura intensificarlo (Brancaccio e Fontana 2011).
L’unica vera paura che agita i portatori degli interessi prevalenti in Germania è che una eventuale crisi della moneta unica sia accompagnata anche da una crisi del mercato unico europeo. Essi cioè temono che i paesi periferici siano a un certo punto tentati dall’adozione di soluzioni di tipo “neo-protezionistico”, sui mercati finanziari ed anche sui mercati delle merci. In Germania discutono animatamente di questo pericolo, poiché sanno che il processo di egemonizzazione tedesca dell’Unione europea subirebbe una pesante battuta d’arresto se venisse messa in discussione la libera circolazione dei flussi finanziari e delle merci. Il dibattito interno alle associazioni imprenditoriali, in Germania, ci pare emblematico in questo senso (cfr. ancora Brancaccio e Passarella, cit.).
Una volta che si tenga conto di tutti questi elementi, diventa a nostro avviso ragionevole tentare di tratteggiare una linea d’azione politica. La nostra proposta, in questo senso, si dispiega lungo due traiettorie interconnesse, e può essere sintetizzata nei seguenti termini.
Da un lato, ai tavoli delle trattative europee, le autorità italiane e degli altri paesi periferici dell’Unione dovrebbero riunirsi intorno a un progetto organico di riforma dell’Unione monetaria europea, che si proponga di affrontare alla radice, in termini strutturali e non assistenzialistici, gli squilibri tra le economie del continente. I contributi alla definizione di un piano sostenibile di riforma, in questo senso, sono già numerosi (cfr. per esempio il Manifesto per l’Europa del Sole 24 Ore, nonché la www.letteradeglieconomisti.it del 2010; si veda anche la proposta di “standard retributivo europeo”, in Brancaccio 2012b).
Dall’altro lato, per far sì che simili progetti non siano destinati alla critica roditrice dei topi, è indispensabile che le autorità di quegli stessi paesi dichiarino esplicitamente che, se in Europa non dovesse farsi largo una generale volontà riformatrice nel senso indicato, il rischio che esse reagiscano non solo con una uscita dall’euro ma anche con una svolta di tipo neo-protezionista, dovrà ritenersi concreto.
Questa, a nostro avviso, è l’unica carta politica di cui i paesi periferici reamente dispongono oggi in sede europea. Tale strategia, si badi bene, è valida in ogni caso: sia per indurre le autorità tedesche a riconsiderare l’entità dei costi di una eventuale deflagrazione, e quindi a non ostacolare una eventuale riforma dell’Unione, sia eventualmente per far sì che i paesi periferici si attrezzino al meglio per uscire da un’eurozona eventualmente irriformabile.
Per inciso, segnalo pure che una strategia di gestione del break-up che ammettesse anche la possibilità di limitazioni del mercato unico europeo potrebbe avere – per usare un termine antico ma tutt’altro che desueto - una precisa connotazione “di classe”, poiché a date condizioni consentirebbe di salvaguardare maggiormente gli interessi dei lavoratori subordinati.
Beninteso, sappiamo tutti che fino ad oggi le autorità italiane e degli altri paesi periferici hanno agito in direzione esattamente opposta a quella che ho cercato qui di tratteggiare. Basti notare che negli ultimi mesi le redini degli esecutivi dei paesi periferici dell’eurozona sono state affidate ad alcuni tra i più risoluti fautori del liberoscambismo europeo. Sotto questo aspetto Mario Monti rappresenta l’antitesi ideale di una opzione neo-protezionista: egli mai si sognerebbe di evocarla in sede di trattativa, nemmeno di fronte alla prospettiva di una depressione di lungo periodo. E forse nemmeno di fronte a un assorbimento delle banche nazionali ad opera di capitali esteri. In questo senso, potremmo dire che il Professor Monti incarna una clausola di salvaguardia non solo e non tanto della moneta unica, ma anche e soprattutto del mercato unico europeo.
Il mondo però si muove, e la crisi avanza in fretta. Vale la pena di ricordare che la stessa Commissione europea ravvisa numerosi sintomi di revisione della politica del libero scambio già in varie parti del mondo (EU Commission 2012). Inoltre, è interessante notare che anche all’interno del mainstream svariati studiosi, tra cui Dani Rodrik (2011), hanno avviato una critica all’ideologia liberoscambista.
Il messaggio di fondo di questa nota è dunque il seguente: ci sono buoni motivi per ritenere che alle numerose critiche alla perdita di sovranità sulla moneta sia giunto il tempo di affiancare anche una critica più generale al liberoscambismo europeo.
In tal senso domando: la MMT è liberoscambista o neo-protezionista? La mia opinione è che la coerenza logico-politica della MMT richieda un impianto di tipo neo-protezionista. Per quel che mi è dato sapere, alcuni suoi esponenti la pensano così. Non tutti, però. O sbaglio?
Naturalmente, questo cruciale interrogativo dovrebbe porsi in ambito non solo scientifico ma anche e soprattutto politico. Per esempio, tutti i partiti eredi più o meno diretti della tradizione del movimento dei lavoratori dovrebbero prender coscienza, in Europa, che il liberoscambismo, in particolare il liberoscambismo di sinistra, deve essere abbandonato in fretta. Il rischio maggiore, invece, è che tali forze politiche scelgano di restare arroccate a tutti i costi in difesa dell’euro e del mercato unico (Brancaccio, Bragantini, Pianta 2012). Così facendo, tuttavia, esse lasceranno praterie sempre più vaste di potenziali consensi nelle mani di forme nuove di nazionalismo ideologico, e al limite di nuove formulazioni dell’orrida triade di suolo, sangue e razza. Con il tracollo del Pasok e l’ascesa di Alba Dorata, e con le incertezze della stessa Syriza sull’euro, la Grecia costituisce in questo senso l’immagine più nitida del possibile futuro europeo che tanti aborriscono ma che pochi, in questo momento, si preoccupano di scongiurare. Occorrerà lavorare molto, io credo, affinché l’Europa non si tramuti entro qualche anno in un laboratorio sociale in cui magari verificare, questa volta, che la tesi storiografica del fascismo quale mera “reazione” era sbagliata, e che aggregazioni di stampo neofascista possono in realtà espandersi anche nell’assenza totale di movimenti rivoluzionari di matrice comunista. Qualsiasi possibile apporto a questo durissimo lavoro che ci attende dovrà ritenersi, a mio avviso, benvenuto.
*Versione riveduta e ampliata dell’intervento audio di Emiliano Brancaccio alla conferenza “MMT Calabria Europa” del 30 dicembre 2012. L’autore ringrazia il blog http://vocidallestero.blogspot.it/ per l’aiuto nella fase di trascrizione. La riproduzione è consentita citando la fonte. 
   
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